Mitologia Greca

Il mito di Edipo


Luglio è cominciato e noi torniamo a parlare di Mitologia! Oggi parleremo del mito di Edipo e la Sfinge.

Avete mai sentito parlare, in Psicologia, del complesso edipico? Si intende questo quando una persona, specie se in età non più infantile, non riesce a staccarsi dalla figura materna, rimanendovi legato quasi in maniera morbosa (come il Norman Bates di Psycho, per capire meglio). Ebbene, da qualche parte sarà pur nascosta l’origine di questo modo di dire. E oggi capiremo chi era Edipo e qual era la sua storia.

Edipo nacque come principe di Tebe, figlio del re Laio e della regina Giocasta. Era uso comune, ai tempi, consultare indovini o oracoli alla nascita di un bambino, per conoscere quanto più possibile il suo destino. I sovrani fecero la stessa cosa, rivolgendosi all’Oracolo di Delfi, ma la profezia fu, come spesso abbiamo visto, nefasta: il piccolo Edipo, una volta cresciuto avrebbe detronizzato e assassinato il padre, sposando poi la madre.

Laio non poteva accettare una simile eventualità, così fece portar via il piccolo e lasciare sul monte Citerone, dove sperava che le bestie selvatiche lo avrebbero divorato. Ma sappiamo bene che neppure le profezie più tetre possono essere aggirate, e anzi, più di quelle positive.

Accadde quindi che al bambino non occorse alcun male, perché fu qui trovato da alcuni pastori di Corinto. Il loro re e la loro regina, Polibo e Peribea, non avevano figli, e Edipo venne quindi condotto a corte e cresciuto dalla coppia.

Edipo si affezionò ai genitori, che credeva coloro che lo avevano messo al mondo, ma non si sa perché anche lui, adulto, decise di farsi profetizzare il futuro. E cosa venne a sapere? La stessa cosa che aveva già dichiarato l’Oracolo di Delfi.

Sconvolto dall’eventualità di assassinare il padre e sposare la madre, per sfuggire al suo destino decise di partire e scelse come destinazione la Focide, e proprio mentre stava raggiungendo Tebe ebbe un diverbio con un uomo anziano, molto arrogante, che per avere la precedenza ad un incrocio lo colpì. Edipo se ne risentì tanto che lo uccise, senza sapere che si trattava di suo padre Laio, re della città.

Entrare a Tebe non era però cosa facile. Qui infatti dimorava una strana creatura, un essere conosciuto come Sfinge che poneva un quesito a qualsiasi viaggiatore: se la risposta era esatta il passaggio era consentito, diversamente la persona in questione trovava la morte, divorata dalla creatura. Pare che tale castigo si fosse abbattuto sulla città proprio a causa della malvagità di Laio, che aveva con le sue nefandezze scatenato l’ira della dea Era.

Fino a quel momento nessuno aveva saputo sciogliere l’indovinello, e molti erano gli innocenti uccisi dalla Sfinge. Gli abitanti della città avevano quindi messo in palio la mano della loro regina, Giocasta, già vedova, per chiunque li avesse liberati da quella maledizione.

Edipo si trovò davanti alla Sfinge, e poté sentire il suo enigma, che era più o meno questo: “Qual è l’animale che al mattino cammina su quattro zampe, al pomeriggio su due e alla sera su tre?”. Il ragazzo rispose “L’uomo”, che nell’infanzia si muove gattonando, in età adulta su due gambe e in vecchiaia utilizzando un bastone: la Sfinge si vide sconfitta e si tolse la vita, o secondo altri miti venne uccisa da Edipo.

Egli quindi entrò trionfalmente in città e poté sposare la regina vedova, ignorando che fosse la sua vera madre. Insieme i due ebbero quattro figli, senza sospettare il loro rapporto di parentela.

Evidentemente però gli dei non tolleravano l’incesto (almeno se non erano loro a praticarlo) perciò mandarono su Tebe una pestilenza che non si sapeva come far cessare. Edipo si recò nuovamente all’Oracolo di Delfi, e seppe che l’unica soluzione era punire l’assassino del re Laio. Come detto, Edipo non aveva idea di aver assassinato il re, e neppure che fosse suo padre, così non ricollegò l’omicidio commesso tanti anni prima alle circostanze attuali. Più confuso di prima, consultò l’indovino cieco Tiresia, che gli spiegò meglio l’accaduto.

Giocasta, orripilata all’idea di aver giaciuto e concepito con il proprio figlio, si impiccò dopo quella rivelazione. Edipo si accecò e venne scacciato da Tebe, secondo alcune versioni solo, secondo altre condotto da una delle figlie, Antigone. Soltanto dopo molti anni di vagare errabondo gli dei gli concessero di trovare pace e di morire, molto lontano dalla sua casa, a Colono, in Attica.

Quanto ad Antigone, neppure a lei fu concessa una vita tranquilla, neppure dopo la morte del padre. Dopo l’esilio di Edipo i suoi figli, Eteocle e Polinice, avrebbero dovuto regnare insieme, ma il primo non stette agli accordi e attaccò il fratello, finendo con l’uccidersi a vicenda. Antigone era nel frattempo ritornata a Tebe, e sul trono venne messo un suo zio, Creonte, fratello di Giocasta.

Questo nuovo sovrano impedì che il corpo del principe Eteocle venisse sepolto, in quanto lo riteneva un traditore. Antigone, mossa a pietà, infranse il divieto e lo seppellì lei stessa nottetempo, ma venne scoperta e condannata a morire di inedia chiusa in una caverna. Il fidanzato, Emone, che era anche suo cugino in quanto figlio di Creonte, cercò di intercedere per lei, ma quando infine la sua istanza venne accolta la ragazza si era già suicidata.

Sull’altra figlia femmina, Ismene, le fonti sono confuse. Alcune versioni del mito affermano che accompagnò il padre in esilio insieme alla sorella, e seguì poi la sua sorte per aver seppellito il fratello. Un’altra versione la vuole assassinata dal marito che l’aveva sorpresa con l’amante, istigato dalla dea Atena. Insomma, in tutti i casi neppure lei faceva una bella fine.

Edipo aveva maledetto la sua progenie incestuosa, e anche le sue parole erano state profetiche: nessuno dei figli avuti con Giocasta ebbe un destino felice, tutti morirono in circostanze tragiche.


Il mito di Narciso


Giugno apre le sue porte davanti a noi, e noi torniamo a parlare di Mitologia! Affronteremo uno dei miti più famosi dell’iconografia classica: parleremo del mito di Narciso.

Avrete senza dubbio già sentito l’espressione “sei proprio un narciso!”, oppure “quello è un narcisista!”. Quest’ultima, in effetti, è una frase che ricorre spesso negli ultimi tempi, in alcuni casi davanti a fatti di cronaca anche particolarmente cruenti. Ma che cosa significa essere un narciso, e da dove deriva questo modo di dire? Stiamo per scoprirlo insieme.

Di questo mito esistono diverse versioni, e uno dei più famosi è stato raccontato da Ovidio nelle sue Metamorfosi, che abbiamo già incontrato su queste pagine. Perché sì, questo mito termina con una trasformazione, ma… con calma.

Contrariamente a quanto siamo stati abituati a vedere, il nostro protagonista non era figlio di Zeus, e neppure di un dio. Suo padre era infatti il fiume Cefiso, mentre sua madre la ninfa Liriope: l’unione fra i due diede vita ad un bambino bellissimo, cui venne dato nome per l’appunto Narciso.

La madre, come spesso capitava a quei tempi, desiderava però sapere cosa sarebbe stato di suo figlio, quale sarebbe stato il suo destino. Consultò quindi un indovino, il celebre Tiresia, all’epoca già cieco: era stata la dea Atena a renderlo tale, poiché lui aveva osato spiarla mentre faceva il bagno. E si sa, gli dei erano abbastanza permalosi.

Tiresia accontentò la ninfa, e le spiegò che il bambino avrebbe avuto una vita lunga e felice… se non avesse mai conosciuto sé stesso. Lei non comprese cosa volesse dire, e con il tempo dimenticò, fatalmente, quelle parole.

Narciso crebbe sempre più bello, ma la sua avvenenza andava di pari passo con l’insensibilità per chiunque lo amasse. Egli era infatti amato da molti, maschi e femmine, ma non ricambiava nessuno, e si mostrava perfino crudele con i suoi pretendenti.

Una di queste era la ninfa Eco, complice di Zeus nei suoi intrighi amorosi, che lo aiutava distraendo la legittima moglie Era mentre lui compiva le sue celebri scorribande. Per un po’ Era non sospettò di nulla, ma scoperto l’intrigo punì la povera fanciulla (e chi altri?), costringendola a ripetere solo le ultime parole di ogni cosa le venisse detta: un’eco, insomma.

Ma cosa c’entra tutto questo con Narciso? Ebbene, le strade dei due giovani si incontrarono per caso (o forse no?), quando il ragazzo si perse nel bosco nel corso di una battuta di caccia con alcuni compagni. La ninfa lo vide e si accese subito d’amore per lui, e vedendolo in difficoltà si offrì come aiuto e anche amante, perché no.

Come abbiamo detto, però, Narciso non aveva mai ricambiato i sentimenti di nessuno, e neppure questa volta andò diversamente. Respinse la ninfa e lei, disperata, si rifugiò nel più folto del bosco. L’amore e lo struggimento finirono per consumarla, tanto che di lei rimase soltanto la voce.

Questa volta la crudeltà di Narciso non sarebbe però rimasta impunita. Gli dei si sdegnarono con lui e decisero di dargli una lezione: fecero in modo che si innamorasse perdutamente di qualcuno che non avrebbe mai potuto avere.

Accadde quando il ragazzo si specchiò nell’acqua del fiume, vedendo la propria immagine riflessa. Vedendo quel giovane così bello, che poi altri non era se non lui medesimo, fu colto da un amore irrefrenabile, tanto da desiderare abbracciare quella splendida creatura. Si sporse così dalla riva, cadde in acqua e annegò. Come Tiresia aveva predetto, il ragazzo aveva “conosciuto sé stesso”, e questo lo aveva ucciso.

Secondo altre versioni Narciso non annegò, ma come era accaduto alla ninfa Eco si consumò per quell’amore impossibile, finché venne mutato nel bellissimo fiore che porta il suo nome.

Da quel momento, il suo nome venne associato a quelle persone che amano solo sé stesse, e non provano interesse né empatia per i sentimenti altrui. Una specie di persone, a quanto pare, che negli ultimi anni sta aumentando in maniera considerevole.


Le Vestali


Un nuovo mese comincia e noi parliamo di Mitologia! Oggi affronteremo un argomento che avevamo già accennato all’inizio di Aprile: parleremo delle Vestali.

Per spiegare chi erano queste fanciulle dobbiamo iniziare da colei che dava loro il nome. Parliamo della dea Estia, o Vesta, una delle molte figlie di Crono e Rea, e quindi sorella di Zeus, di Poseidone e di Ade, oltre che di Era e di Demetra. In alcune culture si tende ad associarla con l’immagine del culto di una Grande Madre, poiché simboleggiava il focolare domestico, ma non solo.

Vesta non era una dea a cui piacesse stare in compagnia, e tantomeno desiderava avere noie da corteggiatori indesiderati. Come potrete immaginare due di questi erano i fratelli, Zeus e Poseidone, che vennero prontamente respinti. Non solo: la dea riuscì ad ottenere di preservare la sua verginità, e che il suo culto si estendesse dalle case ai tempi. Il suo simbolo era il fuoco sacro, e compito delle Vestali, fra gli altri, era quello di tenerlo sempre acceso.

Possiamo, a buon titolo, affermare che l’ordine delle Vestali fosse un gruppo religioso pari a quello dei sacerdoti, ma esclusivamente femminile. Non tutte le fanciulle potevano però accedere a questo “club” che richiedeva in egual misura diritti e doveri. Ci soffermeremo ora sul culto romano della dea Vesta, importato naturalmente dalla Grecia.

Il cammino di una Vestale iniziava già nella prima infanzia. Le bambine avevano tra i sei e i dieci anni quando venivano scelte, e dovevano provenire da ottime famiglie, naturalmente di libera condizione. Il padre doveva essere residente in Italia e i genitori viventi: il loro aspetto fisico non era importante, ma non dovevano presentare imperfezioni.

Una Vestale aveva l’obbligo di mantenersi vergine per tutto il tempo in cui rimaneva in carica, ossia fino ai trent’anni di età. Inoltre, contrariamente a quanto accadeva alle altre donne in epoca romana, non era soggetta all’autorità maschile e poteva possedere delle proprietà.

In un primo momento le Vestali erano soltanto tre. In seguito divennero sei, probabilmente per poter meglio gestire i turni al fuoco sacro, che come abbiamo già detto doveva rimanere perennemente acceso.

Dopo essere stata scelta, la bambina non rientrava più nella potestà paterna e si trasferiva nel Tempio (qui non erano ammessi uomini, neppure se parenti). Rivestita di un abito bianco, le venivano tagliati i capelli che venivano appesi ad un albero. I primi dieci anni erano dedicati all’apprendimento, i secondi al culto vero e proprio, gli ultimi all’addestramento delle nuove arrivate. Trascorso il trentennio, potevano lasciare la veste e se lo desideravano anche sposarsi.

Abbiamo parlato di diritti e doveri. Le Vestali erano vergini sacre, rispettate da tutti, e nessuno poteva toccarle. Ma cosa accadeva se venivano meno all’obbligo di castità, o se lasciavano spegnere il fuoco sacro, magari addormentandosi?

Sappiamo che una Vestale che commettesse atti sessuali non poteva essere punita da mani umane, ma ugualmente la sua condotta non passava sotto silenzio. Il suo amante veniva fustigato a morte: la vergine chiusa, con una piccola lampada e poco cibo, in una sepoltura che veniva sigillata. Qui la povera infelice, esaurita la scorta alimentare e spenta la lampada, era condannata alla morte per inedia.

Ma c’era un modo in cui una fanciulla poteva evitare questa sorte, se in realtà non era stato commesso alcun atto ignominioso. Anche se qui torniamo nell’ambito della Mitologia e meno della realtà, alcune cronache riportano la storia della sacerdotessa Tuccia: accusata di un crimine sessuale, chiese l’intervento della dea Vesta per discolparsi. Fu sottoposta alla prova dell’ordalia, che consisteva nel raccogliere l’acqua del Tevere con un setaccio senza versarne neppure una goccia: una cosa del tutto impossibile, naturalmente, ma che riuscì con l’aiuto della dea. Riconosciuta innocente, la fanciulla scampò ad una terribile sorte.

Il culto pagano durò a Roma sino al 380-390, quando Teodosio I con l’Editto di Tessalonica bandì ogni culto diverso da quello cristiano. Allora, per la prima volta dopo millenni, il sacro fuoco venne spento, e l’ultima sacerdotessa, Clelia Concordia, svestita delle sue insegne.

Oggi a Roma è ancora possibile ammirare le antiche vestigia di un Tempio Vestale, sull’estremità orientale del Foro Romano. Questo complesso aveva, pare, una forma conica, con un foro al centro della stanza dove ardeva il fuoco sacro, com’è ovvio per lasciar uscire il fumo. Altre versioni affermano che ci fosse invece un rudimentale camino, o una sorta di canna fumaria.

Esistono però altri resti di Tempi Vestali. Uno si trova nell’acropoli di Tivoli, un altro a San Teodoro, dove oggi sorge l’omonima chiesa.

In molte occasioni si è parlato del culto di una Grande Madre dimenticato, volutamente, con l’ascesa del cristianesimo (che come sappiamo bene è un’istituzione strettamente patriarcale). Senza dubbio la venerazione per la dea Vesta affonda dunque le sue radici in una religione pagana molto più antica, della quale però oggi restano soltanto parole e pagine di un’epoca passata.


Romolo e Remo


Inizia Aprile e torniamo a parlare di Mitologia! Il mito di oggi lega la Mitologia greca con la storia di Roma, e adesso capiremo il perché: oggi parleremo di Romolo e Remo.

Nello scorso appuntamento abbiamo raccontato la guerra di Troia, e fra i vari personaggi qui incontrati abbiamo accennato ad Enea, che fuggì dalla città in fiamme con il padre e il figlio bambino. Ma che cosa c’entra Enea con Romolo e Remo?

Innanzitutto, bisogna sapere che Enea non era soltanto un eroe. Sua madre era infatti nientemeno che la dea Afrodite, ma molti altri dei lo avevano protetto nel corso della guerra, perché aveva un compito ben preciso scritto nel suo destino. Avrebbe dovuto perpetrare la stirpe troiana attraverso i suoi discendenti.

Il viaggio compiuto da Enea per trovare un nuovo luogo in cui vivere sarà materia di un altro articolo, più avanti. A noi adesso importa la sua destinazione finale, cioè l’attuale Lazio.

Abbiamo detto che Enea aveva già un figlio, Ascanio. La sua sposa però non era riuscita a salvarsi, così lui si era ritrovato padre vedovo. Giunto nel Lazio incontrò il popolo dei Latini, e sposò la figlia del loro re, Lavinia. Ascanio invece fondò una città, ma non era ancora Roma: si chiamava Albalonga, e questo accadeva circa trent’anni dopo le seconde nozze del padre.

Alcune generazioni dopo questi fatti, un discendente di Enea di nome Numitore sedeva sul trono di Albalonga. Egli aveva un fratello, Amulio, e una unica figlia, Rea Silvia. Amulio però detronizzò il fratello e prese il suo posto, allo stesso tempo costringendo Rea Silvia a diventare Vestale.

Anche delle Vestali parleremo in un articolo a loro dedicato, ma per il momento ci limiteremo a dire che diventando Vestale Rea Silvia non avrebbe potuto avere figli legittimi.

Nel corso del nostro viaggio nella Mitologia, però, abbiamo spesso visto come nessun ordine religioso o nessun ostacolo poteva mettersi fra un dio ed una donna che desiderava. E adesso starete pensando a Zeus, giusto?

Ebbene, questa volta invece il dio invaghito in questione era Ares, dio della guerra. Incontrò Rea Silvia che stava dormendo in un bosco, e con le misteriose facoltà divine che permettevano di ingravidare chiunque in qualsiasi momento e situazione, la prese e la lasciò incinta di due gemelli. Secondo altre versioni lo zio la fece imprigionare, ma Ares riuscì comunque a raggiungerla, con il medesimo risultato.

In tutti i casi, appena Amulio seppe della gravidanza meditò subito di far sparire i due bambini. Alla nascita dei gemelli li portò via alla madre, li mise in una cesta e li gettò nel Tevere, sperando che annegassero.

Ma gli dei avevano stabilito che quei due bambini dovevano vivere. La cesta quindi viaggiò galleggiando lungo il fiume, per fermarsi infine tra il colle Palatino e il Campidoglio. Una lupa di passaggio li salvò e li allattò: poi un pastore di nome Faustolo li raccolse, e li portò a casa da sua moglie Acca Larentia che li allevò.

Altre versioni eliminano il personaggio della lupa, identificandolo con la stessa Acca Larentia: infatti, in latino il termine “lupa” indicava una prostituta, e l’ipotesi è che la moglie del pastore svolgesse proprio questo mestiere.

Comunque fosse, i gemelli crebbero e impararono l’arte della pastorizia da quello che credevano fosse il loro padre naturale. Non sapevano di essere figli di un dio e di una principessa, e ne rimasero ignari fino ad un incidente: un giorno, mentre pascolavano le pecore del padre ebbero uno scontro con i pastori di Amulio, lo zio che non avevano mai conosciuto. Remo venne preso e condotto davanti al re, e Romolo arruolò alcuni compagni per aiutarlo a salvare il gemello.

Nel tentativo, andato a buon fine, uccisero Amulio, scoprendo così tutta la verità. Anche se sarebbero dovuti essere gli eredi di Numitore, rifiutarono il trono e decisero di rimettervi il nonno, per poi partire e fondare una città tutta loro.

Gli screzi fra i fratelli iniziarono già nella scelta del luogo dove edificarla. Si affidarono allora ai segni divini mediante il volo degli uccelli, e infine Romolo iniziò a tracciare i primi confini della sua città, sostenendo che avrebbe ucciso chiunque avesse provato ad oltrepassarli senza il suo permesso.

Remo, contrariato per aver perso, scavalcò le mura non ancora erette e per Romolo fu un affronto da pagare col sangue: assassinò il fratello ed eresse Roma, di cui divenne il primo re. Il resto possiamo ricercarlo nella storia romana, e c’è chi sostiene che l’esistenza di Romolo e Remo potrebbe avere qualche fondamento di verità: ciò che è certo è che la lupa capitolina è diventata il simbolo di Roma, e l’arte l’ha spesso raffigurata proprio nell’atto di nutrire due neonati. Inoltre, la stessa scena con gli stessi personaggi si ritrova nello stemma della squadra di calcio A.S. Roma, con i suoi caratteristici colori rosso e giallo.


La guerra di Troia


Comincia un nuovo mese, e torniamo a parlare di Mitologia! Oggi scopriremo le cause e gli effetti (più quello che stava in mezzo) della guerra di Troia.

Siamo stati sempre portati a pensare che la responsabile di questo conflitto fosse una donna, Elena, all’epoca la più bella del mondo. La realtà invece è un po’ diversa, ed è da ricercarsi prima del rapimento di Elena, prima ancora della sfida per la mela d’oro. Anche in questo caso c’entrava una creatura di sesso femminile, ma una dea.

Avrete senza dubbio sentito parlare di Achille, giusto? L’eroe invulnerabile in ogni parte del suo corpo, eccetto che su un tallone. Ebbene, tutto cominciò prima della sua nascita, in occasione delle nozze dei suoi genitori.

La madre di Achille era la bellissima Teti, una Nereide. Era tanto bella da aver conquistato sia Zeus che Poseidone, che si davano battaglia per averla. Una profezia, però, aveva loro rivelato che il figlio nato da un’eventuale unione di Teti con uno dei due fratelli sarebbe stato tanto più forte del padre: e abbiamo già visto quanto poco gli dei amino i figli che un domani potrebbero spodestarli. Del resto, lo stesso Zeus lo aveva fatto con Crono.

Stando così le cose, i due dei si misero d’accordo per trovare a Teti uno sposo diverso, magari un mortale. La loro scelta quindi cadde su Peleo, nipote dello stesso Zeus e re di Ftia, protetto del centauro Chirone: questo era molto saggio e praticava le arti medicali, oltre ad essere un fratellastro sempre di Zeus.

Naturalmente il parere di Teti non venne richiesto, e la giovane non prese benissimo la decisione. Per tentare di sfuggire all’indesiderato sposo, infatti, si mutò prima in una fiamma, poi in un ruscello, in un albero, in diverse bestie feroci: ma Peleo, guidato da Chirone, riuscì sempre a recuperarla e alla fine anche lei dovette rassegnarsi.

La festa di nozze si svolse sul Monte Pelio, e tutti gli dei vi parteciparono… tutti, tranne una.

Avete presente il battesimo della Bella Addormentata nel bosco, con tutte le fate del regno invitate ad eccezione di una? Che poi non era una fata, naturalmente, ma la strega Malefica, che per vendicare l’affronto decise di gettare la maledizione sulla piccola Aurora. Alle nozze di Peleo e Teti accadde più o meno lo stesso, e per la stessa ragione. L’unica dea non invitata era Eris, dea della discordia, che non si era voluta alle celebrazioni perché non potesse creare scompiglio e gettare sfortuna sulla giovane coppia. Come vedremo, però, ottennero l’effetto opposto.

Scoperto di essere stata esclusa, Eris si recò ugualmente alla festa, ma rimase nascosta, a rimuginare su come potersi vendicare. Alla fine realizzò una mela d’oro con su incise poche parole: ALLA PIU’ BELLA. Lanciò la mela sui tavoli del banchetto e scomparve.

Come aveva sperato, la rivalità si accese fra le dee. Zeus si impegnò a mediare, e ridusse la controversia a tre sole di queste, Afrodite, Era ed Atena. Quanto a chi avrebbe dovuto sobbarcarsi l’ingrato compito di assegnare la mela, a rischio quindi della vendetta (che certo sarebbe stata tremenda) delle due perdenti, nessuno voleva prendersi la responsabilità. Si decise quindi che a farlo fosse un altro mortale, un pastore figlio di Priamo, re di Troia. Paride, naturalmente.

Abbiamo già parlato di questo giovinetto, che era stato allontanato dai regali genitori a causa di un terribile sogno premonitore avuto dalla madre mentre era incinta di lui. Paride non sapeva di essere un principe, era stato allevato dal pastore che avrebbe invece dovuto abbandonarlo.

Il ragazzo dunque, mentre stava pascolando il suo gregge si trovò di fronte tre bellissime donne che gli ponevano la spinosa domanda. Era gli consegnò la mela d’oro, e nel farlo gli promise che se l’avesse donata a lei sarebbe diventato un re potentissimo. Atena gli promise saggezza sconfinata: Afrodite, l’amore della donna più bella del mondo.

Indeciso, infine Paride si lasciò convincere da quest’ultima offerta e proclamò vincitrice Afrodite, facendosi quindi nemiche giurate le altre due contendenti.

A quel tempo la donna più bella del mondo era appunto Elena, di cui abbiamo già parlato perché sorella di Clitemnestra e dei Dioscuri, Castore e Polluce. Questa splendida principessa aveva causato diversi problemi al padre, e la sua bellezza aveva già portato ad un tentativo di rapimento, sventato dai fratelli. Adesso la ragazza aveva l’età per sposarsi, e la reggia venne invasa dai pretendenti. In questo caso fu Ulisse a dare il consiglio giusto al povero padre: prima che Elena facesse la sua scelta, gli disse di far giurare a tutti i corteggiatori che avrebbero innanzitutto rispettato il suo volere, e che sarebbero corsi in aiuto del prescelto in caso di bisogno.

Elena quindi decise di concedersi a Menelao, futuro re di Argo, e i due si unirono in matrimonio. Ma Paride, come la conobbe e come sapeva che era lei la più bella del mondo?

Ebbene, bisogna sapere che proprio in quel periodo si tennero a Troia dei giochi funebri in onore di un principe appena defunto. Il ragazzo decise di partecipare, e rivaleggiando con quelli che ignorava fossero i suoi fratelli li sconfisse. Priamo, il re, lo riconobbe e lo riaccolse a corte, forse dimentico della profezia catastrofica di tanto tempo prima.

Qualche tempo dopo, Paride venne mandato dal padre a risolvere certi affari in Grecia. Fece sosta a Sparta e venne ospitato da Menelao ed Elena.

Tra i due fu amore a prima vista (Afrodite aveva mantenuto la sua promessa), e appena gli fu possibile Paride prese Elena e la condusse via con sé, affrettandosi a sposarla perché non potesse più essergli sottratta.

In un primo momento Menelao decise di giocare la carta della diplomazia, tentando di riavere la sposa con le buone maniere. Ma poiché queste non servivano a nulla, gli tornò in mente il giuramento imposto a tutti i pretendenti di lei dal padre della principessa: suo fratello, Agamennone, decisamente più guerrafondaio di lui, pensò che una guerra contro Troia potesse essere un’occasione d’oro anche per lui. I due radunarono quindi tutti i principi greci e spiegarono l’accaduto, chiedendo loro di mantenere la promessa.

Ma non tutti volevano una guerra. Gli anni erano passati e probabilmente molti di loro preferivano restare al sicuro nelle loro città, anche perché un conflitto avrebbe richiesto l’impiego di ingenti risorse. Oltre a questo, venne interrogato un indovino, Calcante, che affermò l’impossibilità di espugnare Troia senza le armi di Eracle, ormai defunto, e l’abilità di un eroe ancora giovane, figlio di una ninfa e di un mortale. Achille, per l’appunto.

La prima cosa fu ottenuta senza difficoltà, in quanto le armi erano in possesso del principe Filottete, ma che acconsentì a cederle e anche a partecipare alla guerra. Quanto ad Achille, Teti era una madre attenta e difficilmente avrebbe permesso al figlio di partire: giunse addirittura a vestirlo da donna, nascondendolo fra altre fanciulle. Ma Achille era stato reso immortale, sua madre lo aveva immerso nel fiume Stige reggendolo per un tallone, l’unico punto che in effetti rimase vulnerabile.

Scoperto tra le ragazze, Achille dovette unirsi alla spedizione, nonostante il padre Peleo sapesse perfettamente che non sarebbe tornato vivo.

Le truppe al completo quindi partirono per Troia, anche se ad un certo punto dovettero rinunciare sia a Filottete che all’arco di Eracle. Intanto Ulisse e Menelao avevano provato un ultimo appello diplomatico, ma Paride non era stato disposto a cedere Elena. La guerra era dunque ormai inevitabile.

Per nove anni, tuttavia, gli Achei non osarono neppure avvicinarsi a Troia, limitandosi a seminare distruzione nelle terre vicine e a depredarle. Molti erano gli eroi tra le loro fila, tra tutti i due Aiace (Telamonio e Oileo, il violentatore della profetessa Cassandra), Diomede, Patroclo, amico e forse amante di Achille e Nestore, il vecchio consigliere. Anche gli dei si erano schierati da una parte o dall’altra: ad esempio Afrodite, che aveva ormai preso Paride come suo protetto, difendeva Troia, mentre Era ed Atena militavano nel campo degli invasori.

Iniziato il decimo anno, nel campo degli Achei un sacerdote di Apollo, di nome Crise, chiese di poter vedere Agamennone. Questo aveva diverse schiave, e una di queste era Criseide, figlia del sacerdote. Egli chiese al comandante di poterla riportare a casa con sé, ma venne cacciato e insultato. Apollo si offese per quel sacrilegio, e inviò fra gli Achei una pestilenza che nessuna offerta seppe placare. Poiché il responsabile era Agamennone, i suoi compagni gli ingiunsero di restituire Criseide al padre. Lui si vide costretto ad eseguire, ma non per niente: volle in cambio un’altra fanciulla, la favorita di Achille, Briseide, figlia di un sacerdote di Zeus. Direte: ma Agamennone e Achille non erano dalla stessa parte? Sì, ma probabilmente c’era fra i due un certo attrito, e forse anche qualche invidia.

Achille cedette la sua favorita, ma si offese mortalmente e si ritirò nella sua tenda, rifiutandosi di combattere. Le truppe achee dovettero continuare senza di lui, ma sapendo bene di non avere speranza di riuscita.

Fu a questo punto che intervenne Patroclo. Il giovane non voleva più veder morire tanti compagni per quello che riteneva un puro capriccio: dopo aver tentato di convincere Achille a tornare sui suoi passi, gli chiese di poter almeno indossare la sua armatura, in modo da ridare animo ai soldati e fiaccare la spavalderia troiana. Achille glielo concesse.

Lo stratagemma funzionò: Patroclo indossò l’armatura di Achille e impugnò le sue armi, salì sul suo carro e si finse il compagno. Purtroppo però si trovò davanti Ettore, figlio maggiore di Priamo e uno dei più valorosi combattenti troiani, che dopo un breve duello lo uccise, spogliandolo delle sue armi e portandole a Troia.

La morte del ragazzo fu un colpo durissimo per Achille. Chiese ed ottenne da Efesto, il fabbro degli dei, di realizzare per lui una nuova armatura e delle nuove armi: si spinse sino all’entrata di Troia, e vedendolo arrivare tutti i guerrieri troiani si rifugiarono terrorizzati all’interno delle mura. Solo uno rimase fuori a fronteggiarlo. Ed era Ettore, naturalmente.

La battaglia fu furiosa, ma infine Ettore venne ucciso, Achille legò il suo corpo spogliato delle armi al suo carro e ogni giorno fece il giro delle mura di Troia con il macabro trofeo, affinché tutti dalla città potessero vederlo.

Il vecchio re, Priamo, non accettava di non poter neppure celebrare il funerale dell’amato figlio, così prese una decisione che in molti ritennero folle. Uscì solo dalla città, si recò nel campo degli avversari e si gettò ai piedi di Achille, chiedendo di poter riportare con sé il corpo dell’eroe.

Si potrebbe pensare che a questo punto anche Priamo facesse una brutta fine. Invece non fu così. Achille non era così crudele da prendersela con un vecchio indifeso, e per di più si era reso conto che le sue azioni non potevano cancellare il suo dolore né riportare in vita l’amico perduto. Perciò, forse anche pensando al proprio padre che non lo avrebbe visto tornare, accolse Priamo, parlò a lungo con lui e infine gli riconsegnò il corpo di Ettore, perché avesse delle esequie degne di lui.

Gli scontri continuavano, ma sembrava che ormai la sorte di Troia fosse segnata. Senonché Achille prese una sbandata per una delle figlie di Priamo, Polissena, e meditò di chiederla in sposa per poter porre fine alla guerra. E stava proprio andando dal vecchio re per definire l’accordo, quando Paride lo vide per caso. Riconosciutolo all’istante decise che se l’avesse eliminato gli Achei si sarebbero finalmente arresi e tutto sarebbe finito: imbracciò arco e frecce e lo colpì. Indovinate dove?

La morte di Achille accelerò invece che ritardare la caduta di Troia. L’astuto Ulisse ideò infatti il famoso cavallo di legno, e rubò dalla città la statua di Pallade Atena che da sempre la proteggeva. Inoltre, convocò un figlio di Achille, Neottolemo, che secondo una profezia era l’unico a poter abbattere le mura perché costruite da Apollo e Poseidone con la collaborazione di un antenato dell’eroe.

Ulisse quindi mise a punto l’inganno. Fece entrare nell’enorme cavallo di legno cinquanta guerrieri armati, e ordinò al resto dell’esercito di fingere di prendere il mare per andarsene. Davanti alle porte della città rimase quindi solo l’animale di legno, e un unico guerriero che spiegò ai cittadini sospettosi che gli Achei avevano deciso di porre fine all’assedio, e lasciavano quella struttura come dono per Atena.

I troiani erano indecisi sul da farsi. Il sacerdote Laocoonte consigliò di non far entrare il cavallo in città, certo che fosse un trucco: ma dal mare emersero due serpenti che lo soffocarono, impedendogli di aggiungere altro. Il cavallo quindi fu portato all’interno delle mura.

Appena calò la notte i guerrieri achei uscirono dal ventre del cavallo, e aprirono le porte ai compagni che si erano nascosti in attesa. L’intera città venne messa a ferro e fuoco e rasa al suolo, e di tutti i cittadini scamparono in pochi: il più famoso è senza dubbio Enea, che fuggì portando con sé sulle spalle il padre Anchise e il figlio bambino Ascanio. Ne parleremo.

Presa Troia, pochi degli Achei tornarono in patria sani e salvi, e uno era Ulisse, anche se dopo dieci anni di peregrinazioni e sofferenze. Parleremo anche di lui. Quanto ad Agamennone, abbiamo già detto della sua brutta fine, assassinato dalla moglie e dal suo amante.

Adesso, vi chiederete: ma Troia è esistita davvero oppure solo nella fantasia del mito? Ebbene, la città di Troia è esistita davvero. Si trovava, a quanto pare, in Anatolia centrale, non lontano dallo Stretto dei Dardanelli. E avremmo potuto continuare a pensare che fosse una città inesistente, se alla fine dell’Ottocento l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann non l’avesse accidentalmente dissepolta nel corso dei suoi studi. Dai dati in suo possesso e dalle tracce ritrovate stabilì anche che Troia era stata davvero data alle fiamme, e davvero subì un lungo assedio, anche se non nel periodo che la Mitologia ci racconta. La vera guerra di Troia avvenne, pare, nella metà del XIII secolo, e sicuramente non c’erano dei a difenderla. Solo degli uomini determinati a cancellarne l’esistenza dalla faccia della Terra.


Eros e Psiche


Un nuovo mese è iniziato, e torniamo a parlare di Mitologia! Oggi parleremo del mito di Amore (Eros) e Psiche.

Come ben sappiamo, Eros era dio dell’amore, ed era figlio della bellissima Afrodite e del suo amante, Ares, dio della guerra. Psiche era invece una principessa, tanto bella da incantare ogni uomo e da ingelosire così la stessa Afrodite, universalmente nota per la sua avvenenza.

Il dispetto della dea si fece grande al punto da richiedere l’intervento proprio del figlio Eros, che come sappiamo aveva il compito di far innamorare dei ed umani con le sue frecce (ricordiamo che fu lui ad ispirare ad Apollo la fatale passione per la ninfa Dafne). Ella quindi lo convocò e lo inviò presso la reggia dove viveva la ragazza, con un ordine ben preciso: farla innamorare dell’essere più brutto al mondo.

Il giovane dio eseguì, ma forse inavvertitamente pungendosi con una delle sue frecce accadde l’impensabile: si innamorò follemente a sua volta di Psiche. Indeciso sul da farsi, e temendo soprattutto le ire della madre, domandò consiglio al dio Apollo. Questi gli consigliò prima di tutto di fare “piazza pulita” di tutti i pretendenti della principessa, in modo da impedirle di prendere marito. Successivamente, apparve al padre della giovane e gli ordinò di trasportarla sulla cima di un monte. Il re, pur perplesso e addolorato, eseguì.

Rimasta sola la fanciulla, ignara del suo destino, pianse tanto da addormentarsi. Al suo risveglio si ritrovò in un luogo diverso, uno splendido castello, dove trovò abiti nuovi e ottimo cibo. Una voce la guidò all’interno e le comunicò, di lì a poco, l’arrivo del suo sposo. Le ordinò però di non accendere alcuna luce, perché non avrebbe dovuto mai guardarlo in faccia.

Come promesso, quella sera Eros si fece vivo, e i due si incontrarono al buio. Così avvenne anche nelle notti successive, e Psiche si innamorò perdutamente di lui. La solitudine però cominciava a pesarle, sentiva la mancanza della sua famiglia e chiese ad Eros di poter rivedere, almeno una volta, le sue due sorelle. Lui si lasciò commuovere e glielo concesse, ma ad una condizione: non avrebbe dovuto parlare loro di lui.

Le sorelle vennero quindi invitate nel meraviglioso castello, e si lasciarono subito divorare dalla gelosia. Instillarono il dubbio nella mente della sorella, sostenendo che colui che credeva un uomo bellissimo avrebbe invece potuto essere un orribile mostro. Le consigliarono quindi, subdolamente, di attendere che lui si fosse addormentato per accendere una luce e finalmente poterlo vedere.

Infine la principessa si fece convincere. Quella sera stessa attese che Eros dormisse, accese un lume e lo vide, rimanendo folgorata dalla sua bellezza. Distratta, una goccia di cera cadde sulla spalla del dio, che si svegliò. Deluso da lei, dispiegò le ali e fuggì, promettendo che non lo avrebbe visto mai più.

Tornato dalla madre, Eros le rivelò ogni cosa, ma Psiche non aveva intenzione di perderlo tanto facilmente. Si recò quindi lei stessa da Afrodite, implorando il perdono suo e di Eros, e la dea, che non doveva essere tanto facile avere come suocera (e neppure augurabile, comunque) decise di sottoporla ad una serie di prove che nessun mortale avrebbe mai potuto superare. Ma la principessa era determinata, e inoltre ebbe alcuni alleati.

L’ultima prova consisteva nello scendere negli Inferi, incontrare Persefone e chiederle un po’ della sua bellezza. La regina ascoltò la sua storia e ne fu commossa, e l’accontentò. Ma non era finita: tornando nel regno dei vivi, Psiche pensò che le sarebbe piaciuto tenere per sé un po’ di quel magnifico dono. Aprì quindi lo scrigno che Persefone le aveva dato. Dal contenitore però uscirono dei fumi che la addormentarono all’istante.

Eros nel frattempo l’aveva già perdonata, e per tutto il tempo l’aveva seguita senza farsi vedere. Accorse quindi in suo soccorso, e la risvegliò dal sonno magico.

La coppia riunita non aveva alcuna intenzione di venire separata di nuovo. Eros fece appello agli dei perché acconsentissero alla loro unione, e venne esaudito: Psiche poté bere l’ambrosia, il nettare degli dei, e diventare immortale. Da quel momento sarebbe diventata la personificazione dell’anima (dalla parola greca ψύχω, psychḗ, soffio o soffiare, con riferimento al soffio divino).

A questo punto, ad Afrodite non restò altro da fare che adeguarsi, accettando la nuora.

Come per tanti altri miti di cui abbiamo parlato, anche quello di Eros e Psiche ispirò l’arte. L’opera più famosa, la conoscerete tutti, è stata realizzata da Antonio Canova e si trova esposta al Museo del Louvre, a Parigi. Chi vi scrive ha avuto la fortuna di vederla, e può assicurarvi che le parole non possono esprimere appieno la sua bellezza: bisogna andarci di persona.


Efesto, Afrodite e Ares


Cominciamo il 2024 tornando a parlare di Mitologia, questa volta eccezionalmente di lunedì! Parleremo del mito che coinvolge un “triangolo”, e i protagonisti sono Efesto, Afrodite ed Ares!

Ma iniziamo… dall’inizio: chi erano questi tre personaggi? Dei, naturalmente. E apparentemente non avevano nulla in comune, se non, appunto, l’essere coinvolti in uno strano ménage à trois. Concentriamoci su ognuno di loro, per poi arrivare a comprendere il motivo per cui vengono associati nello stesso mito.

Alcuni miti affermano che Efesto fosse figlio di Zeus ed Era: altri che fosse stato generato dalla sola Era, forse per vendetta dopo che Zeus aveva generato da solo Atena. In tutti i casi, la maternità non è messa in dubbio, mentre lo è la ragione della sua cacciata dall’Olimpo.

In alcune versioni si narra che alla sua nascita Era, spaventata dalla tremenda bruttezza del bambino, si rifiutò di riconoscerlo e lo lanciò dall’Olimpo, facendolo precipitare nell’oceano. Qui il piccolo infelice venne raccolto, trasportato sull’isola di Lemno e curato dalle Nereidi, che lo crebbero con amore e allo stesso tempo lo istruirono in un mestiere. Efesto divenne quindi un abilissimo fabbro, capace di costruire qualsiasi cosa: furono opera sua l’armatura di Achille, ad esempio, il pettorale di Eracle, le catene che imprigionarono Prometeo, reo di aver rubato il fuoco per donarlo agli uomini. Inoltre, è sua la paternità di Pandora, la giovane che aprì il vaso che prese poi il suo nome e che conteneva tutti i mali del mondo.

Secondo altre versioni fu invece Zeus, il presunto padre, a ferirlo alle gambe nel corso di una lite con la moglie, rendendolo così zoppo. Generalmente però si tende a considerare canonica la prima versione, ossia l’abbandono della madre, e vedremo adesso il perché.

Anche una volta cresciuto, Efesto continuava a covare il rancore verso la genitrice che non l’aveva voluto solo a causa del suo aspetto. Decise quindi di vendicarsi, e costruì un bellissimo trono di oro puro che le fece recapitare sull’Olimpo.

Qual era però l’insidia nascosta? Era lo avrebbe compreso subito. Non appena ebbe preso posto sul magnifico seggio, infatti, si rese conto di non potersi più muovere. Dal nulla erano apparse delle cinghie invisibili che la tenevano legata ai braccioli, e che nessun dio o essere umano sarebbe stato in grado di spezzare.

Dopo aver pregato il figlio di liberarla senza ottenere alcun risultato, si decise di chiedere l’aiuto di Dioniso: questo raggiunse Efesto a Lemno, lo fece ubriacare e lo condusse intontito sull’Olimpo. Appena il dio artigiano si fu ripreso dettò le sue condizioni: avrebbe liberato la madre solo se gli fosse stato permesso di risiedere sul monte Olimpo come tutti gli altri dei. Zeus diede il suo benestare, e da quel momento Efesto divenne a pieno titolo un Olimpico, anche se nella realtà trascorreva molto più tempo nella sua fucina, a costruire meraviglie per dei ed eroi.

È a questo punto della sua storia che entra in gioco Afrodite, come ben sappiamo la dea dell’amore e della bellezza, nata tradizionalmente dalla spuma del mare. A seguito della liberazione di Era dal seggio d’oro, Zeus decise di concedere ad Efesto anche la mano della bellissima Afrodite, nonostante le rimostranze della dea.

I rapporti fra i due coniugi però non funzionavano, in quanto Afrodite disprezzava apertamente lo sposo, che considerava indegno della sua avvenenza. Trascorrevano quindi la maggior parte del tempo separati, e ben presto lei intrecciò una relazione extraconiugale con Ares, il dio della guerra nonché fratello (o fratellastro) dello stesso Efesto.

Efesto venne ben presto a conoscenza della liaison fra i due, e architettò un piano per smascherarli. Realizzò una rete che potesse intrappolarli, e avvertito da un complice li sorprese nel bel mezzo dei loro amoreggiamenti. Gettò su di loro la rete e li trascinò sull’Olimpo, chiamando poi a raccolta tutti gli altri dei affinché potessero rendersi conto del tradimento. Scoperti, ai due amanti venne ordinato di interrompere la relazione, e questo effettivamente accadde… ma solo per poco. La storia riprese poco dopo, e insieme Ares e Afrodite ebbero diversi figli: tra questi Phobos e Deimos, la Paura e il Terrore che accompagnano la Guerra. Ma anche Eros, piccolo dio dell’Amore, e Armonia, moglie del re di Tebe Cadmo.

L’adulterio portò allo scioglimento del matrimonio fra Afrodite ed Efesto, ma neppure quest’ultimo rimase solo. Contrasse infatti seconde nozze con Aglaia, una delle Cariti (o Grazie), ed ebbe da lei alcuni figli. Ma ebbe bambini illegittimi anche da altre ninfe e dee, nessuna di queste, pare, si fece problemi sul suo aspetto fisico. Del resto si sa, la bellezza non è tutto, e questo doveva valere per gli uomini ma anche per gli dei.


La divisione del mondo


Inizia l’ultimo mese del 2023, e come farlo meglio se non parlando di Mitologia? Oggi facciamo un passo indietro rispetto ai miti che vi ho raccontato finora. Partiremo dall’inizio: dalla divisione del mondo.

Quando pensiamo a Zeus, a sua moglie Era e ai loro fratelli, non ci domandiamo quando siano nati: sono dei, e li pensiamo come esistenti da sempre. Ebbene, non è proprio così. Anche gli Olimpici avevano dei genitori, che a loro volta avevano dei genitori.

In origine (come si dice sempre in questi casi) fu il Caos. Poi venne lei: Gea, la Terra, la Dea Madre, creatrice di tutto ciò che era visibile e invisibile. Il giorno e la notte, il mare e la terra, e Urano, che divenne poi il suo sposo. Insieme misero le basi per la nascita dei primi dei, ma diedero vita anche alla stirpe dei Titani, dei Ciclopi e dei Centimani, creature mostruose con cinquanta occhi e cento braccia, appunto. Com’è ovvio pensare, questi figli non erano semplici da gestire e causavano spesso problemi ai divini genitori. Urano quindi, esasperato dalle loro intemperanze, fece cadere i Centimani e i Ciclopi nelle profondità della terra, dove sperava che stessero un po’ tranquilli. Se però la severità paterna a lui era sembrata adeguata, la Madre Terra non era d’accordo, e decise di liberarsi dello scomodo sposo. Soltanto i Titani erano rimasti al suo fianco: uno di loro era Crono, che sarebbe poi diventato padre degli Olimpici. Dietro consiglio della madre Crono uccise il padre, lo evirò e i suoi genitali caddero in mare: da qui, pare, nacquero diversi altri personaggi, tra cui la bellissima Afrodite. Le gocce dello stesso sangue che caddero sulla terra diedero invece vita alle Erinni e ai Giganti.

Detronizzato così il padre, Crono prese il suo posto, e scelse come sua sposa una delle sorelle, Rea. Dal parricidio, abbiamo già detto, erano nate altre divinità minori, ma altrettante ne erano state create dalla Notte (Thanatos, Hypnos, le Parche, le Esperidi, la Giustizia, la Discordia) e dalle altre entità primitive. Così erano nate le Ninfe di ogni genere, che abbiamo già incontrato, le Arpie, le Gorgoni, Iride (l’arcobaleno), Elios, Selene, Eos (l’aurora), ecc.

Adesso quindi c’era una nuova coppia regnante, ma Crono non era tranquillo. E poiché neppure gli dei potevano sfuggire alle profezie, quando seppe che uno dei suoi figli lo avrebbe detronizzato a sua volta decise di correre ai ripari. Avrebbe divorato ognuno dei figli che Rea gli avrebbe dato non appena avessero visto la luce.

Così accadde per i primi cinque bambini, tre femmine e due maschi: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Quando invece nacque l’ultimo figlio, Zeus, Rea finalmente intervenne e diede al suo sposo una pietra al posto del neonato. Sì, so cosa vi state chiedendo: ma come si fa a scambiare un sasso per un bambino? Come abbiamo avuto modo di osservare nei nostri precedenti appuntamenti, stiamo parlando di Miti: non devono avere senso.

In ogni caso, lo stratagemma funzionò e Crono divorò la pietra convinto che si trattasse del figlio. Quanto al piccolo Zeus, venne nascosto sull’isola di Creta e allevato da alcune ninfe. Una volta diventato adulto le avrebbe adeguatamente ricompensate per avergli salvato la vita.

Da grande, Zeus decise che era il momento di agire, e soprattutto di indurre il padre a rigettare i figli divorati. Con la complicità della madre preparò una pozione che produsse l’effetto desiderato: così i cinque fratelli furono al suo fianco, pronti a dargli manforte.

Da questo momento prese il via una dura lotta denominata Titanomachia. Alcuni dei Titani si schierarono dalla parte del giovane Zeus, altri spalleggiarono il fratello Crono, e dopo dieci anni di guerra Zeus scese nelle profondità della Terra per liberare i Ciclopi e i Centimani qui imprigionati. Sconfitti, Crono e i suoi alleati vennero confinati sottoterra al posto dei fratelli, e neppure l’intervento di Gea riuscì a volgere le sorti della battaglia. Zeus quindi salì al trono, e spartì il mondo con i fratelli tenendo per sé il Cielo: donò a Poseidone il dominio dei mari, mentre Ade avrebbe governato l’Oltretomba. Ebbe diverse spose, l’ultima della quale fu la sorella Era, e moltissimi figli, e visse più o meno in pace, se escludiamo il tentativo di scalare l’Olimpo ad opera dei Giganti.

Questa nuova guerra venne invece denominata Gigantomachia, e ad ispirarla fu sempre la Madre Terra, che spinse i Giganti a tentare l’impresa. Per scalare il monte Olimpo i Giganti cominciarono ad impilare montagne l’una sull’altra, ma non riuscirono comunque ad arrivare in vetta. La leggenda narra che nessun immortale potesse ucciderli, e a tal proposito gli Olimpici si servirono di un alleato che era figlio di un dio e quindi semidio: Ercole, che abbiamo già incontrato qualche appuntamento fa. Con lui gli dei riuscirono ad aver ragione del nemico, e i Giganti vennero confinati in prigionia sotto l’Etna. Le leggende popolari affermano che le numerose eruzioni del vulcano siano provocate proprio dall’ira di queste creature prigioniere.


Poseidone e Anfitrite


Novembre inizia, e con un giorno di anticipo festeggiamo il primo compleanno di Gli occhi di Lucrezia! Lo facciamo con l’argomento con cui lo abbiamo iniziato, la Mitologia Greca. Parliamo di Poseidone e Anfitrite.

Come ben sappiamo, gli dei principali erano i cosiddetti Olimpici, ovvero coloro che abitavano il monte Olimpo: non tutti abitavano questa dimora, però. Abbiamo già conosciuto Ade, fratello di Zeus, che governava gli Inferi. C’era però anche Poseidone, che governava il mare, e qui viveva, in una grotta sottomarina.

Per un lungo periodo Poseidone rimase solo nel suo regno acquatico, nonostante le avventure anche per lui non fossero mancate. Non esisteva, quindi, una regina del mare. Almeno finché non incontrò Anfitrite.

Le sue origini non sono chiare, ma si tende a considerarla una delle Nereidi, o in minor misura una delle Oceanine. Rimane comunque una divinità minore marina, e pare fosse la più bella, cosa che colpì il dio, molto sensibile (come il fratello Zeus, evidentemente) al fascino femminile.

Insomma, Poseidone un giorno vide la giovane danzare insieme alle sorelle sull’isola di Nasso, e decise che sarebbe diventata la sua sposa (notare come, e non è la prima volta, l’elemento “consenso” non sia neppure preso in considerazione).

In ogni caso, la fanciulla si spaventò dell’approccio divino, e fuggì andando a nascondersi negli abissi. Poseidone non era però disposto ad accettare un “no” come risposta, e la fece cercare in lungo e in largo da ogni creatura marina. Fu un delfino a ritrovarla (o, secondo altre versioni, un emissario con questo nome), e le parlò convincendola a ricambiare il sentimento del dio. Da quel momento, Anfitrite divenne la regina del mare, e il fedele delfino si guadagnò un posto fra le costellazioni.

Tutto bene, dunque? Sì e no. Anfitrite non ebbe difficoltà ad accettare il suo destino, ma ciò non significava che Poseidone le fosse completamente fedele… non dimentichiamo che era fratello di Zeus.

Una delle amanti, suo malgrado, di Poseidone fu la sventurata Medusa, che come vi raccontavo nello scorso appuntamento venne da lui violentata e per di più subì anche la terribile punizione di vedersi tramutata in mostro. Ebbe anche una liaison con una delle sorelle, Demetra, che per sfuggirgli si tramutò in cavalla: lui invece si trasformò in stallone e i due insieme generarono un figlio… un cavallo, naturalmente.

Secondo alcuni miti anche Perseo, l’eroe del labirinto del Minotauro, era figlio di Poseidone, mentre secondo altri suo padre era Egeo, re di Micene. Sicura è invece la paternità del ciclope Polifemo, mentre è incerta quella dell’eroe Bellerofonte (anche se spesso i due miti condividevano i loro culti).

Poseidone e Anfitrite diedero invece vita a tre figli, un maschio, Tritone, e due femmine. Non c’è una esatta concordanza fra le varie fonti sul numero preciso di amanti e di figli illegittimi.


Perseo e Medusa


Ottobre schiude le sue porte e noi torniamo a parlare di Mitologia! Questa volta il protagonista non sarà il buon Zeus, ma uno dei suoi figli, nato da una relazione con una principessa mortale. Oggi parliamo del mito di Perseo e della Medusa.

Conosciamo quindi per prima cosa i due protagonisti di questa storia. Medusa non era nata come il mostro che da sempre associamo al suo nome: al contrario, insieme alle sorelle Gorgoni Euriale e Steno era una sacerdotessa di Atena, e una splendida fanciulla. Lei sola fra le tre era mortale, le due sorelle erano immortali.

Tanto era bella che Poseidone, fratello di Zeus e dio del mare, se ne incapricciò e la violentò proprio nel tempio di Atena. Bene, e quindi che colpa aveva mai la ragazza, vi chiederete?

Nessuna. Ma Atena non tollerò il sacrilegio compiuto nel suo tempio, e non potendo punire Poseidone, che era anche suo zio come ben sappiamo, si accanì sulla povera giovane. Medusa quindi si mutò in un essere con serpenti al posto dei capelli, in grado di pietrificare chiunque la guardasse.

Torniamo ora a Perseo. Suo padre era Zeus, come dicevamo. Sua madre era invece Danae, figlia di Acrisio, re di Argo. Il padre della ragazza aveva un grosso pensiero per la successione al trono, in quanto non aveva figli maschi: per avere un consiglio sul da farsi interrogò quindi un oracolo. Questi gli diede una profezia a dir poco spaventosa. Gli profetizzò che sua figlia, Danae appunto, avrebbe avuto un figlio maschio, ma che questo lo avrebbe ucciso. Contrariato all’idea, decise di chiudere la principessa in una torre, impedendole qualsiasi contatto con il mondo esterno e rendendole quindi impossibile concepire un figlio con chicchessia.

Ma sappiamo benissimo che il padre degli dei non si lasciava scoraggiare da una misera parete di mattoni. Avendo la capacità di mutarsi a piacimento in qualsiasi cosa, si trasformò in una pioggia d’oro e penetrò nella torre, unendosi alla principessa.

Così nacque Perseo, che la madre tenne nascosto per parecchio tempo. Acrisio però lo scoprì, e per scongiurare l’avverarsi della profezia commise un atto ben poco paterno: prese madre e figlio, li chiuse in una cassa e li fece gettare in mare.

La cassa viaggiò per un po’, ma Danae e il piccolo Perseo non morirono. Vennero invece ripescati sull’isola di Serifo da un pescatore, che li portò al tiranno che governava l’isola, Polidette. Quest’ultimo si invaghì subito della bellissima principessa, ma poiché i suoi doveri di madre le impedivano di prestargli attenzione decise di sbarazzarsi del bambino, che ormai stava diventando un ragazzo. Perseo dunque non riusciva ad avere pace.

Per liberarsi di lui, il tiranno gli chiese un regalo per le sue imminenti nozze, la testa di Medusa. Ed è qui che i due protagonisti di questa storia si incontrano, con esiti che sappiamo fatali.

Polidette sperava che il giovane Perseo rimanesse ucciso nell’impresa, così che nessuno gli avrebbe più impedito di insidiare Danae. Il ragazzo partì, ma non senza armi. Ricevette infatti da Atena uno scudo lucido, con la raccomandazione di guardare Medusa solo attraverso il suo riflesso; da Ermes il falcetto con cui tagliarle la testa. Non ancora del tutto equipaggiato dovette chiedere l’aiuto delle Graie, che erano sorelle di Medusa e utilizzavano a turno un solo occhio e un solo dente. Perseo prese loro questi fondamentali organi e le costrinse così a rivelargli dove vivevano le ninfe Stigie, che avrebbero terminato il suo armamentario: da loro ottenne l’elmo di Ade, che lo avrebbe reso invisibile, e i sandali alati che gli avrebbero permesso una rapida fuga.

Indossò quindi l’elmo e raggiunse Medusa, attraversando una foresta con numerose statue: le persone che l’infelice creatura aveva pietrificato. Lei stava dormendo e non lo vide arrivare, mentre lui entrava di spalle guardandola dallo scudo di Atena. Le tagliò così facilmente la testa, ma prima di andarsene si fermò a raccogliere un po’ del suo sangue. Quello uscito dalla vena sinistra era un potente veleno, quello uscito dalla vena destra poteva resuscitare i morti. Inoltre, dallo stesso sangue nacque Pegaso, cavallo alato che da quel momento in poi gli sarebbe stato fedele compagno. Mise la testa di Medusa in un sacco e ripartì.

Durante il viaggio di ritorno ebbe anche il tempo, utilizzando la testa mozzata che aveva conservato i suoi nefasti poteri, di salvare la bella principessa Andromeda che avrebbe invece dovuto esser sacrificata ad un mostro marino. La prese con sé e ritornò da Polidette vincitore.

Al palazzo il tiranno aveva tanto infastidito la povera Danae che la principessa si era rifugiata in un tempio. Perseo entrò a palazzo e con la testa di Medusa pietrificò chiunque si trovasse sulla sua strada: riprese con sé Andromeda e la madre e ritornò ad Argo, consegnando la testa ad Atena, che la pose sul suo scudo.

E la profezia? Perseo cercò di riconciliarsi col nonno Acrisio, nonostante avesse tentato di ucciderlo. Partecipò ai giochi organizzati dal re Teutamide, e al momento del lancio del disco il vento fece deviare l’oggetto che colpì proprio Acrisio, uccidendolo sul colpo.

A questo punto Perseo era l’erede al trono, ma non volle sedersi al suo posto legittimo. Se ne andò, invece, insieme alla sposa Andromeda e fondò la città di Micene, avendo almeno sette figli. Attraverso uno di questi, Alceo, e suo figlio Anfitrione fu il nonno dell’eroe Eracle.

Dopo la morte di Perseo e Andromeda Atena decise di renderli immortali, mutandoli in costellazioni e ponendoli in cielo. Accanto a loro la costellazione di Cassiopea, madre di Andromeda.


Le Ninfe


Comincia settembre, e arriva il nuovo appuntamento con la Mitologia! Negli scorsi mesi abbiamo spesso nominato le Ninfe, accostate a uomini e dei, amate o trasformate in diversi animali e piante. Ma chi sono le Ninfe, e soprattutto qual è il numero esatto? Non è facile orientarsi fra le varie tipologie di queste mitologiche creature, ma partiamo dall’inizio.

Le Ninfe si trovavano appena un gradino sotto gli Olimpici: erano infatti considerate anch’esse divinità, seppur minori, anche se a differenza dei primi non vivevano sul Monte Olimpo, ma sulla terra. Divise in sottocategorie, infatti, proteggevano le fonti, i fiumi, il mare, le montagne e le foreste. Come gli dei la maggior parte di loro erano immortali, ma molto più vicine e partecipi alla vita dei mortali, giungendo a volte ad aiutarli o ad essere più sensibili alle loro disgrazie. Spesso si affiancavano a questo o quel dio, come Apollo e Dioniso, e non era raro che intrecciassero relazioni amorose con dei ma anche con mortali. Loro compagni erano spesso i satiri, che non rinunciavano di tanto in tanto a tentare di insidiarle.

Detto ciò, passiamo ai vari tipi di ninfa, protettrici degli elementi naturali.

LE NEREIDI/LE OCEANINE

Le prime sono forse le Ninfe più famose, e vivevano nel mare. Erano figlie di Nereo, divinità marina, e di Doride, figlia di Oceano. Quando si mostravano cavalcavano delfini e animali marini in generale, ma la maggior parte del tempo lo trascorrevano nelle grotte sottomarine. Anfitrite, sposa di Poseidone, era una Nereide, e così pure Teti, che sarebbe diventata la madre di Achille. Le seconde invece vivevano negli oceani, e una di loro era proprio Doride, madre delle Nereidi. Anche Metis, prima moglie di Zeus, era un’Oceanina, e così anche Elettra (omonima della figlia di Agamennone e Clitemnestra), madre delle Arpie. E si pensa che anche Calipso, uno degli amori di Ulisse, fosse una Nereide o un’Oceanina.

LE NAIADI

Queste ninfe vivevano nei pressi dei corsi d’acqua dolce, dei quali erano guardiane e protettrici. Nella lingua greca il loro nome proveniva dal termine νάειν, con il significato di “fluire”. Potevano prevedere il futuro, guarire feriti e malati, e in alcuni casi lo facevano immergendo il paziente nelle fonti che proteggevano. Anche in questo caso esistono delle sottocategorie: c’erano le Eleadi (protettrici delle paludi), le Crenee (delle fontane), le Limniadi (dei laghi), le Potameidi (dei fiumi) e le Pegee (delle sorgenti). Naiade era Dafne, che abbiamo conosciuto nel nostro primo appuntamento per la sua storia con Apollo. La loro paternità è incerta: c’è chi le ritiene figlie di Oceano e chi di Zeus (ne dubitavate?).

LE DRIADI/LE AMADRIADI/LE MELIADI

Queste tre categorie sono presentate insieme perché tutte protettrici degli alberi, anche se ognuna in un diverso tipo. Le Driadi vivevano nelle querce, le Meliadi nei frassini: queste però avevano una vita indipendente dall’albero in cui vivevano. Per capire, se l’albero che faceva loro da casa moriva o veniva tagliato, la Ninfa che lo abitava non subiva conseguenze e restava in vita. Le Meliadi erano figlie di Gea e di Urano, nate dalle gocce del suo sangue che avevano fecondato la terra. Quanto alle Amadriadi, il discorso era diverso, poiché la loro esistenza era strettamente legata a quella dell’albero in cui vivevano. Euridice, sposa di Orfeo, era un’Amadriade.

LE OREADI

Ninfe dei monti, delle valli e dei burroni, facevano parte del seguito di Artemide. Una di loro era Eco, trasformata in una sorgente dopo essersi vanamente innamorata di Narciso.

LE ESPERIDI

A differenza delle altre, il cui numero è sconosciuto, le Esperidi erano soltanto quattro, e le abbiamo già incontrate quando abbiamo parlato delle dodici fatiche di Ercole. Erano loro, infatti, a custodire il Giardino dove l’eroe rubò le tre mele d’oro.

LE PLEIADI

Anche in questo caso le Pleiadi non erano infinite, ma le sette figlie di Atlante. Il loro destino non fu felice: insidiate dal cacciatore Orione, fuggirono per molto tempo nei campi fino a che Zeus ebbe pietà di loro. Le trasformò quindi in una costellazione, che possiamo ammirare nei nostri cieli. La meno luminosa si pensa rappresentasse Merope, che a differenza delle sorelle sposò un mortale e non un dio: la più bella di loro, Maia, fu madre di Hermes (e indovinate chi era il padre?).


Le profezie di Cassandra


Inauguriamo agosto con la Mitologia! Oggi, a differenza del solito, non sarà il buon Zeus il protagonista, ma uno dei suoi innumerevoli figli giocherà un ruolo fondamentale. Parliamo di Cassandra e delle sue profezie.

Cosa intendiamo, oggi, quando diciamo che qualcuno “è una cassandra”? Generalmente ci riferiamo ad una persona che prevede sempre disgrazie, una sorta di menagramo. Scopriamo quindi da cosa nasce questo modo di dire, conoscendo colei che lo ha ispirato.

Priamo era re di Troia, questo lo sappiamo. Sua moglie era Ecuba, e insieme i due ebbero numerosi figli (diciannove, si pensa), tra cui Ettore, l’eroe della guerra di Troia, e Paride, che contribuì a scatenarla. Avevano però anche una coppia di gemelli: Eleno e Cassandra, appunto.

La leggenda vuole che la loro nascita fosse festeggiata al Tempio di Apollo, ma che al ritorno da questo lieto evento i genitori dimenticassero qui i gemelli. Tornarono quindi a riprenderli, e li trovarono addormentati, con due serpenti che lambivano loro le orecchie. Le loro grida di spavento svegliarono gli animali, che fuggirono via, ma non senza lasciare qualcosa ai bambini: la capacità di predire il futuro.

A dire il vero, per alcuni anni Cassandra non fu in grado di esercitare questo dono, a differenza del fratello. Sembrava che la causa risiedesse in un incubo fatto da sua madre, Ecuba, incinta quando lei era bambina: uno dei figli di primo letto di Priamo, Esaco, le aveva predetto che il nascituro sarebbe stato la rovina di Troia. Quel bambino era Paride, che per scongiurare tale avvenimento venne abbandonato presso un pastore, che lo crebbe come suo figlio. Cassandra era presente quando queste parole venivano pronunciate, e questo trauma le impedì di formulare profezie.

Una volta accettata la sua incapacità di divinare, Cassandra decise di diventare sacerdotessa di Apollo. Ma come abbiamo visto all’inizio di questa nostra avventura, con il mito della bella Dafne, quest’ultimo non era poi molto diverso dal padre Zeus: perdeva la testa molto facilmente, e non gli piaceva venir rifiutato.

Apollo quindi si incapricciò della ragazza, e le propose un patto: le avrebbe donato le arti divinatorie se si fosse concessa a lui. Cassandra accettò al solo scopo di ottenere la possibilità di divinare, e quando il dio tentò i primi approcci lo respinse. Com’è ovvio pensare, Apollo non la prese bene, e la punì: avrebbe potuto ancora predire il futuro, ma nessuno avrebbe mai creduto alle sue parole.

Alcune versioni del mito tralasciano la faccenda dei serpenti, e raccontano che fu Apollo fin da principio a comparire in sogno alla ragazza, proponendole il dono della divinazione in cambio dei suoi favori.

Prima della guerra di Troia, Cassandra tentò diverse volte di avvertire il padre che la città era destinata alla rovina, ma lui non le credette. Egli pensava che, allontanato Paride dalla città, nulla di grave sarebbe avvenuto: invece il ragazzo tornò, ormai cresciuto, per partecipare ai giochi rituali. Solo Cassandra lo riconobbe, e pregò il padre di farlo uccidere, ma naturalmente senza successo. Accadde lo stesso anche quando Ulisse portò davanti alle porte Scee il celeberrimo cavallo di legno: la giovane tentò di spiegare che dentro quello che pensavano essere un dono c’erano in realtà guerrieri che aspettavano solo di seminare morte e distruzione, ma ugualmente non venne creduta. Le sue previsioni le permisero però di salvare sé stessa.

Compiuto il massacro, Cassandra fuggì nel Tempio di Atena, inseguita però dai guerrieri greci. Fra questi c’era Aiace Oileo.

Appena le porte del Tempio si furono chiuse alle sue spalle i suoi inseguitori si fermarono, temendo la collera di Atena. Aiace invece non si lasciò scoraggiare, irruppe nel luogo sacro (alcune versioni del mito precisano che così facendo rovesciò e ruppe una statua lignea che rappresentava la dea) e violentò la profetessa.

Lei invocò quindi la giustizia di Atena, pregandola che il suo aggressore non potesse più tornare a casa. Le sue richieste furono accolte, in quanto Aiace morì ancora in esilio.

Quanto a Cassandra, il suo destino fu ben triste, come lei già sapeva benissimo. Venne ridotta in schiavitù dai vincitori, e divenne concubina di Agamennone, secondo marito di Clitemnestra. Egli le fece concepire due gemelli, e insieme tornarono a Micene: qui la regina stava, come ben sappiamo, preparando la sua vendetta in collaborazione con l’amante Egisto. Cassandra aveva già predetto anche la sorte che sarebbe toccata ad Agamennone, e cercò di avvertirlo: ancora una volta non venne creduta.

La profetessa aveva anche previsto cosa sarebbe accaduto a lei e ai suoi figli, così che quando Clitemnestra, ucciso il marito, si presentò nella sua stanza con un’arma pronta ad ucciderla, si offrì a lei senza tentare alcuna difesa. Quanto ai gemelli, vennero uccisi da Egisto, prontamente accorso.

Sulle reazioni di Cassandra all’umiliazione di diventare schiava, non sappiamo. In alcune versioni del mito accettava passivamente la sua sorte. In altre la sua rabbia continuava ad indirizzarsi ad Apollo, l’unico responsabile delle sue sventure. Sicuramente odiava Agamennone, colpevole di aver sterminato la sua famiglia e la sua gente: e sicuramente aveva cominciato a detestare anche quel dono, che ogni giorno di più doveva parerle invece una maledizione.


Leda e il cigno


Cominciamo luglio con la Mitologia Classica, e com’è ovvio torniamo a parlare degli amori di Zeus. Già, sappiamo bene che la larga parte di dei o semplici mortali erano figli suoi, no?

La protagonista del mito di oggi è Leda, moglie di Tindaro, re di Sparta. Non è necessario però dire che al padre degli dei non importava molto se una donna fosse libera o meno, giusto?

Comunque, la bella Leda stava dormendo vicino al fiume Eurota, nella Laconia, quando venne notata da Zeus. Questa volta però gli venne uno scrupolo, dati anche i precedenti, temendo la reazione della moglie: decise quindi di cambiare il proprio aspetto per avvicinare la sua nuova fiamma. E si trasformò in un cigno.

In questo modo riuscì a sedurre la regina (anche se alcune versioni del mito parlano di stupro) e concepì con lei due o quattro figli. Perché questa incertezza?

Cominciamo col parlare di quanto è certo. Di sicuro c’è che, dopo quel rapporto, Leda partorì due uova, ognuna contenente due bambini: Castore e Polluce, i Dioscuri, e Clitemnestra ed Elena.

Alcune versioni della storia però riportano che, quella stessa notte, Leda ebbe un rapporto anche con il marito Tindaro: il risultato di questo doppio concepimento fu che due dei figli fossero di Zeus, e gli altri due del legittimo sposo. Quanto all’identità degli uni e degli altri, le versioni discordano ancora di più. Questo perché i Dioscuri erano uno mortale e l’altro no, anche se il primo volle mettersi al pari del gemello e rinunciare alla sua natura divina e immortale. Da ciò si deduce che Polluce, insieme ad Elena, fossero figli di Zeus, mentre Castore e Clitemnestra avessero invece come padre Tindaro.

Conosciamo tutti il futuro di questi famosi figli: i Dioscuri furono domatori di cavalli e soldati, ma vennero uccisi dopo un furto di bestiame (questa solo una delle versioni). Clitemnestra sposò prima Tantalo, ucciso con il figlio da Agamennone, re di Micene, che in seguito la prese in moglie. Dopo la partenza di quest’ultimo per la guerra di Troia, Clitemnestra prese come amante Egisto, e la coppia si rese protagonista di uno dei miti più terribili, fatto di omicidi e matricidi, di tutta la storia della Mitologia. Ucciso Agamennone, venne assassinata insieme all’amante dal figlio Oreste, e a lungo pianta dalla figlia Elettra.

Per ultima parliamo di Elena, la cui vicenda è una delle più celebri. Considerata la donna più bella del mondo, era moglie di Menelao, fratello di Agamennone: il suo rapimento ad opera di Paride, a seguito del mito della mela d’oro, fu uno dei fattori scatenanti della suddetta guerra di Troia.

Il mito di Leda e il cigno ispirò moltissime opere d’arte, e la nascita delle due uova era solo un fatto secondario. La parte più interessante era quella dell’accoppiamento, ripresa da artisti del calibro di Leonardo Da Vinci, Gustav Klimt, il Pontormo, Michelangelo, Correggio, fino a Salvador Dalì. Del resto il cigno ricopriva un ruolo dominante nell’iconografia classica, associata in alcuni casi, dopo il tramonto delle religioni politeiste, al concepimento di Gesù tramite lo Spirito Santo.


Apollo e Artemide


Se lo studio della Mitologia Greca ci ha insegnato qualcosa, è questa: quasi tutti gli dei e gli eroi, e anche molti mortali, erano figli di Zeus. I due protagonisti di oggi non fanno eccezione.

Sappiamo bene che nessuna creatura di sesso femminile poteva resistere alle avances di Zeus. Latona (o Leto), figlia del titano Ceo e della titanide Febe, non sfuggì alla regola: nella iconografia classica era la personificazione del cielo senza stelle.

Latona dunque ebbe un rapporto con Zeus, e rimase incinta. La moglie legittima di lui, giustamente infuriata, diede allora inizio ad una vera e propria persecuzione verso la sventurata amante, come capitava ogni volta: e diede ordine ad ogni terra emersa di non dare asilo alla giovane, ormai in procinto di partorire.

Alla fine Latona approdò a Delo, un’isola che vagava alla deriva. Inizialmente titubante, l’isola decise infine di darle riparo, e Zeus fece in modo che potesse fissarsi in fondo all’oceano, cessando così il suo girovagare. Qui la dea poté fermarsi e dare finalmente alla luce i suoi figli: due gemelli, Apollo e Artemide (o Diana).

I due nuovi dei erano abili con arco e frecce, ma la persecuzione di Era non cessò, almeno i primi tempi. Tuttavia i gemelli trascorsero la loro infanzia con la madre, che difesero da tentativi di stupro e alla quale rimasero sempre devoti.

Anche Latona, comunque, poteva essere crudele. Un esempio è l’episodio dei figli di Niobe, figlia del titano Tantalo e moglie di Anfione, re di Tebe. Le loro nozze furono molto feconde, contando ben quattordici figli, sette maschi e sette femmine: questo inorgoglì la donna, che si sentiva superiore a Latona che invece aveva solo due bambini. La dea era abbastanza permalosa, un po’ come tutti gli dei, e inviò i suoi figli a vendicare l’affronto subito. Apollo e Artemide, obbedienti, presero arco e frecce e si diressero al palazzo di Niobe. Senza batter ciglio il piccolo dio prese di mira i maschi, la piccola dea le femmine, uccidendo tutta la nidiata. Lo strazio di Niobe allora fu enorme, e pianse così tanto i figli perduti che perfino Latona (oppure Zeus) si impietosì, trasformandola in una roccia. E secondo quanto racconta la leggenda tale roccia si troverebbe sul Monte Sipilo, in Turchia, e di quando in quando dalle sue fenditure uscirebbero lacrime.

Tornando ad Apollo e Artemide, ci sono moltissimi miti che li vedono protagonisti: ricorderete che il primo di cui abbiamo parlato su Gli occhi di Lucrezia vedeva proprio il dio al centro, insieme alla ninfa Dafne.

In ogni caso, Apollo impersonò il sole nascente, e proprio sull’isola di Delo nacque un tempio dedicato a lui. Suoi attributi erano l’arco e la cetra, e successivamente anche l’alloro, come spiegato nel mito di Apollo e Dafne. Per comunicare con lui i mortali potevano ricorrere ad una sacerdotessa, detta la Pizia, che vaticinava presso l’Oracolo di Delfi (che si trovava più o meno a 8 km di distanza dal Golfo di Corinto). La giovane riceveva le offerte destinate al dio e ascoltava le richieste, quindi sembrava che lo stesso Apollo si impossessasse di lei, dettandole il responso. La scienza ha spiegato che quel luogo era saturo di vapori nocivi, che inducevano la Pizia a convulsioni e allucinazioni: ma al tempo dell’Antica Grecia si credeva che tutto fosse riconducibile all’operato divino.

Quanto ad Artemide, rappresentava la luna crescente, mentre altre due dee, Selene ed Ecate, impersonavano la luna piena e la luna calante. Anche il suo culto si stabilì sull’isola di Delo, come quello del gemello. Artemide era una dea vergine che amava la caccia, e i suoi animali sacri erano il cervo e l’orso. Al contrario di altre dee non volle mai sposarsi e non ebbe figli, ma puniva chiunque avesse l’ardire di tentare approcci con lei: addirittura mutò due uomini in cervi, per averla vista mentre faceva il bagno. Niente affatto vendicativi, insomma, questi dei.


La nascita di Atena


Nell'ultimo appuntamento vi ho raccontato il mito di Aracne, che aveva come coprotagonista anche la dea Atena. Ma chi era davvero Atena, e quali sono le sue origini? Scopriamole insieme.

Sappiamo fin troppo bene che Zeus non era un marito fedele, e fra le sue conquiste ci furono donne mortali e dee (non tutte per loro volontà, è il caso di dirlo). Una di queste fu Meti, dea della saggezza: tuttavia, quando rimase incinta un oracolo profetizzò a Zeus che il figlio nato da quell’unione lo avrebbe detronizzato.

Temendo di poter fare la stessa fine del padre Crono, che si era trovato più o meno nella stessa situazione tanto tempo prima, invece di divorare detto figlio decise di divorare Meti stessa. Come abbiamo detto però lei era già incinta: e il bambino sarebbe venuto alla luce in qualsiasi caso.

Un bel mattino, il buon Zeus si svegliò con un potente mal di testa. Nel corso della giornata il dolore aumentava sempre di più, e senza saper più che fare ordinò a Efesto, il dio fabbro, di spaccargli la testa con un colpo d’ascia.

Dopo qualche esitazione Efesto eseguì, e… dalla testa del padre degli dei saltò fuori una bella fanciulla, già perfettamente formata e provvista di lancia, elmo, scudo e corazza. Nulla da stupirsi se, con tale armamentario in testa, Zeus soffrisse in quel modo.

Atena tuttavia non detronizzò il padre, anzi ne divenne la figlia prediletta. Abbiamo già scoperto, sempre tramite il mito di Aracne, che eccelleva nella tessitura: ma Atena era ben più di questo. Identificata nella mitologia romana come Minerva, era la dea della guerra ma anche della saggezza, riprendendo le caratteristiche della sventurata madre. A differenza di altre dee non si sposò mai, rimase vergine e si distinse per il suo coraggio, ad esempio nel corso della guerra di Troia, dove prese sotto la sua protezione eroi come Achille e Ulisse. Al contrario di Ares, anch’egli dio della guerra, Atena intendeva la battaglia più come una questione di strategia e di intelligenza, piuttosto che come un’inutile spargimento di sangue.

Oltre a questo, la dea diede il suo nome alla capitale della Grecia, in origine contesa fra lei e Poseidone, dio del mare (e suo zio). Secondo il mito, infatti, zio e nipote fecero un patto: chi fra i due avesse fatto alla città il regalo più utile, ne sarebbe diventato il protettore. Poseidone donò un cavallo, mentre Atena una pianta di ulivo: gli ateniesi scelsero quest’ultimo, e come ben sappiamo l’albero di ulivo è ad oggi uno dei simboli di Atene.


Il mito di Aracne


Nel corso del nostro viaggio nella Mitologia greca siamo giunti ad un’importante conclusione: non è mai una buona idea prendersi gioco di un dio. Soprattutto se si è mortali.

La dea Atena, partorita dalla testa di Zeus a seguito della morte della madre Meti, incinta, divorata proprio dal padre, aveva diverse abilità, e una di queste era senza dubbio la tessitura. Ma c’era un’altra fanciulla che era altrettanto abile in questa arte, e il suo nome era Aracne.

La ragazza era figlia di un tintore, e viveva nella regione della Lidia. Le sue mani erano in grado di realizzare qualsiasi tipo di arazzo e ricamo in maniera eccellente, e lei ne era ben consapevole. Tanto consapevole, che ebbe l’ardire di sfidare nientemeno che la dea Atena in persona, scommettendo che non sarebbe riuscita a tenere il passo con lei.

Ora, sappiamo tutti che non è una mossa saggia sfidare un dio, specie se poco accomodante come Atena, la dea guerriera. Questa venne naturalmente a sapere del guanto di sfida, ma decise di dare un’ultima possibilità alla fanciulla di sfuggire al suo destino: prese le sembianze di una vecchia signora, si presentò a lei e le consigliò di ritirare quanto aveva detto. Perché, le chiese, non ti accontenti di essere la migliore tessitrice fra i mortali?

Ma Aracne non era solo abilissima con ago e filo, era anche leggermente superba e compresa di sé stessa. Ripeté dunque la sua sfida, affermando che la dea Atena non aveva accettato soltanto perché aveva paura di essere battuta.

La dea non rimase a guardare, e scintillante d’ira si rivelò immediatamente, dando inizio alla gara. Le due contendenti cominciarono a lavorare a due grandi arazzi, l’una rappresentando le gesta degli dei e l’altra i loro amori ed inganni. A lavoro finito, Atena dovette riconoscere che la rivale era davvero un portento come dichiarava: accettò quindi la sconfitta? Ma certo che no! Stiamo pur sempre parlando di una dea.

Presa dalla collera, Atena afferrò l’arazzo tessuto da Aracne e lo fece furiosamente a pezzi. La ragazza lanciò un grido e fuggì nel bosco, disperata per la distruzione di un così complesso lavoro. La dea, forse presa dal rimorso, la seguì fra gli alberi, ma trovò solo un corpo appeso ad un ramo: Aracne aveva deciso di porre fine alla sua vita, impiccandosi con la sua cintura.

Forse per pietà o forse per punizione, Atena decise che non era ora per la ragazza di morire, e la mutò in un ragno (dal greco aráchnē, ragno, appunto). La condannò quindi a tessere la sua tela in quella forma per l’eternità, per aver osato sfidare una dea.

Non lo patì l’infelice: furente si strinse la gola con un capestro e restò penzoloni. Atena, commossa, la liberò ma le disse: -Pur vivi o malvagia, e pendendo com’ora pendi. E perché ti tormenti nel tempo futuro, per la tua stirpe continui il castigo e pei tardi nepoti-. Poscia partendo la spruzza con sughi di magiche erbette: subito il crime toccato dal medicamento funesto cadde e col crine le caddero il naso e gli orecchi: divenne piccolo il capo e per tutte le membra si rimpicciolisce: l’esili dita s’attaccano, invece dei piedi, nei fianchi: ventre è quel tanto che resta, da cui vien traendo gli stami e, trasformata in un ragno, contesse la tela di un tempo

Ovidio, Metamorfosi


Le nove Muse


Nella nostra lingua, la parola “musa” è diventata ormai sinonimo di ispirazione, in qualsiasi campo dell’arte. Ma chi erano le Muse, e qual è la loro origine?

Il loro padre fu Zeus, che come sappiamo seminò figli un po’ ovunque tra mortali, semidei e dei. La loro madre fu invece Mnemosine, divinità associata alla memoria: le nove sorelle nacquero quindi come divinità minori, ma non meno rilevanti della mitologia greca.

La loro nascita segnò un punto ben preciso nella storia degli dei dell’Olimpo, in quanto vennero al mondo dopo la vittoria del padre contro i Titani. Poiché anche in seguito celebrarono altri grandi eventi con musica e canti, quello in particolare fu il primo: così furono consacrate alla musica e al canto, alla danza e alle arti figurative in generale.

Inizialmente i loro nomi non erano noti, per non parlare del numero: a seconda delle zone in cui venivano onorate, infatti, potevano essere tre, come le Ore, oppure sette, o quattro, o ancora otto. In certe opere il loro numero non era determinato, ma Esiodo fu il primo a portare a conoscenza i loro nomi, come le conosciamo anche oggi.

  • Calliope: musa dalla bella voce

  • Clio: musa della Storia

  • Euterpe: musa della poesia lirica

  • Erato: musa della poesia corale e amorosa

  • Melpomene: musa della Tragedia

  • Polimnia: musa degli inni religiosi e dell’oratoria

  • Talia: musa della Commedia

  • Tersicore: musa della danza

  • Urania: musa dell’astronomia

Non dobbiamo quindi confonderle con le Ninfe, che esistevano in numeri ben maggiori e avevano nomi diversi a seconda del luogo dove vivevano: fiumi, laghi, ruscelli, boschi, montagne, solo per fare qualche esempio. Spesso queste fanciulle si ritrovavano al seguito del dio Apollo, anch’egli dedito alla musica, e allietavano le sue imprese con la loro arte.

In quanto divinità minori, offenderle o rivaleggiare con loro poteva costare molto caro. È il caso delle figlie di Pierio, re di Tessaglia: convinte di saper cantare e suonare meglio delle Muse, osarono sfidarle e per questo vennero punite e trasformate in uno stormo di gazze. Non molto accomodanti e decisamente permalose, insomma: non come quelle che abbiamo visto e sentito cantare nel classico Disney Hercules (per la cronaca la voce di una di loro, Clio, nel nostro Paese apparteneva a Paola Folli).


Le 12 fatiche di Ercole


Se avete un minimo di conoscenza della mitologia greca classica, avrete sicuramente sentito parlare delle 12 fatiche di Ercole. Ai giorni nostri, invece, ci si riferisce a queste quando si è alle prese con una serie di impegni particolarmente lunghi e faticosi. Ma sappiamo davvero tutto su queste fantomatiche fatiche? Perché il semidio ha dovuto affrontarle? C’è una ragione? Cerchiamo di saperne di più.

Cominciamo dal principio. Il padre degli dei, Zeus, aveva sposato Era, una delle sue sorelle. Ma lui non era un marito molto fedele, e anzi, tra dei ed umani una buona parte erano suoi figli. Una delle sue amanti fu la bella Alcmena, già moglie del re di Tirinto, Anfitrione. Da questa relazione clandestina nacque Ercole (o Eracle), e la sposa legittima di Zeus lo odiava e avrebbe voluto vederlo morto. A questo scopo mandò, quando lui era ancora nella culla, due grossi serpenti perché lo soffocassero: il bambino però dimostrò subito una forza “erculea”, da cui l’aggettivo, e uccise i due rettili.

Il primo fallimento non scoraggiò affatto la matrigna, che escogitò nuovi modi per rendergli la vita difficile. Quando il figliastro, ormai adulto, sposò Megara, figlia di Creonte, re di Tebe, ed ebbe da lei otto figli Era riuscì a renderlo pazzo. Non per molto: solo il tempo necessario per fare una strage, uccidendo l’intera famiglia. E poiché nella mitologia greca c’erano delle divinità minori che punivano duramente chi si macchiava di simili delitti (il fatto che un gesto così orribile fosse stato indotto non ne mitigava affatto la gravità), all’eroe fu imposta una penitenza.

Sconvolto per l’azione compiuta, dietro consiglio si recò all’Oracolo di Delfi, per sapere come purificare la sua anima. Il consiglio fu di mettersi al servizio del re di Argo e Micene, Euristeo, per 12 anni: per quel periodo avrebbe dovuto eseguire ogni compito che gli fosse stato affidato. Se ci fosse riuscito, il premio sarebbe stata l’immortalità (non dimentichiamo che era figlio di un dio).

I compiti da eseguire si riassunsero dunque nelle proverbiali 12 fatiche, che elenchiamo qui sotto.

  • Uccidere il leone di Nemea

  • Uccidere l’Idra di Lerna

  • Catturare la cerva di Cerinea, sacra ad Artemide

  • Catturare il cinghiale di Erimanto

  • Ripulire le stalle di Augia

  • Uccidere gli uccelli del lago Stinfalo

  • Catturare il toro di Creta

  • Catturare le cavalle di Diomede

  • Rubare la cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni

  • Catturare i buoi di Gerione

  • Prendere le mele d’oro nel Giardino delle Esperidi

  • Catturare Cerbero e portarlo a Micene

Compiuta quindi l’ultima missione, Ercole fu libero e aveva ormai espiato il suo crimine. In seguito morì ucciso, senza volerlo, dalla seconda moglie, Deianira: ottenne finalmente l’immortalità e un posto sull’Olimpo. Qui sposò Ebe, coppiera degli dei e divinità dell’eterna giovinezza.


Teseo, Arianna e il Minotauro


Alcuni miti hanno antefatti che è necessario spiegare, per comprendere meglio lo svolgimento dei fatti. Quello di Teseo e del Minotauro è uno di questi.

Ogni dio aveva i suoi animali sacri, ed esigeva spesso sacrifici, sia umani che animali. In quella particolare occasione Poseidone, dio del mare, procurò a Minosse, re di Creta, un bellissimo toro bianco perché lo sacrificasse in suo nome. Minosse però giudicò che l’animale fosse troppo bello per fare quella fine, così ne scelse un altro allo stesso scopo.

Ma tutti sappiamo che non è mai una buona idea far innervosire un dio, e che spesso potevano essere più suscettibili degli esseri umani. Poseidone infatti decise di punire il re, e utilizzò in tal senso Pasifae, moglie di Minosse: fece in modo che la regina si innamorasse del toro bianco, e che desiderasse quindi accoppiarsi con esso. Poiché una simile unione sarebbe stata difficoltosa, entrò in gioco Dedalo, che si trovava a Creta per scontare una pena detentiva per omicidio. Egli costruì per Pasifae una mucca di legno, cava, dove lei potesse entrare e soddisfare così il suo desiderio: in tal modo nacque il Minotauro, essere metà uomo e metà toro.

Minosse decise di far costruire sempre a Dedalo un labirinto dove rinchiudere la creatura: essa doveva essere nutrita con esseri umani, e il re stabilì che ogni nove anni dovessero essergli sacrificati sette ragazzi e sette ragazze provenienti da Atene.

Il figlio del re di Atene Egeo, Teseo, decise che questa sanguinosa tradizione doveva finire. Partì quindi a seguito dei ragazzi richiesti per il sacrificio, e approdò a Creta, dove conobbe la figlia di Minosse, Arianna. La giovane gli fece dono di un gomitolo di filo rosso, col quale avrebbe potuto ritrovare facilmente l’uscita del labirinto dopo aver ucciso il Minotauro. Teseo quindi legò un capo del filo all’entrata, e dipanando il gomitolo trovò la bestia.

Ucciso il Minotauro, Teseo ritrovò facilmente l’uscita e, presa con sé Arianna, riprese il mare. Ma non mantenne la sua promessa fino in fondo, poiché non la condusse fino ad Atene: la abbandonò invece sull’isola di Nasso, dove venne poi ritrovata dal dio Dioniso e resa sua sposa.

Teseo aveva promesso al padre Egeo di issare vele bianche sulla sua nave, per avvertirlo che era tornato sano e salvo. Ma tale era la sua eccitazione per l’impresa compiuta che lo dimenticò (o, secondo altre versioni del mito, gli dei lo punirono per l’abbandono di Arianna e scatenarono una tempesta, che stracciò le vele candide). Quindi, ciò che il padre vide all’orizzonte fu una nave con vele nere a lutto: convinto d’aver perso il figlio, si uccise gettandosi in mare, che da quel momento prese il suo nome.

Come abbiamo già visto per i due miti precedenti, anche quello di Teseo e il Minotauro ispirò uno scultore, in questo caso Antonio Canova. Questa è conservata al Victoria and Albert Museum di Londra.


Ade e Persefone


 Vi siete mai chiesti chi o cosa stabilisce l’avvicendarsi delle stagioni? Probabilmente se lo erano chiesto anche gli antichi Greci. Ma loro si erano dati anche una risposta, con questo mito.

Dopo la detronizzazione di Crono (Saturno), i suoi figli si erano spartiti equamente il mondo. A Zeus, il minore ma anche colui che aveva sconfitto il malvagio padre, andò il Regno dei Cieli: a Poseidone il dominio del mare; Ade divenne re dell’Oltretomba. Ora, sappiamo bene che Zeus amava le donne, dee o mortali, e aveva sposato una delle sue sorelle, Era (Giunone). Aveva però avuto una relazione anche con un’altra delle sue sorelle, Demetra (Cerere), cui aveva dato una figlia, Koré (dal greco, fanciulla).

Demetra era dea delle messi, ed era grazie a lei che gli uomini potevano coltivare e far prosperare i loro campi. Sua figlia rappresentava invece la Primavera.

Un giorno, mentre madre e figlia erano insieme, Koré si allontanò cogliendo fiori insieme a delle compagne. Rimasta momentaneamente sola, la terra si spalancò e comparve Ade, dio degli Inferi e suo zio, che la rapì e la portò via con sé. Demetra accorse, ma ormai era troppo tardi: nessuno aveva visto niente, la fanciulla era semplicemente scomparsa. Per nove giorni la madre la cercò, finché non scoprì l’autore del fatto, che aveva ricevuto il benestare di Zeus.

Accecata dalla rabbia e dalla delusione, Demetra decise che non avrebbe più fatto crescere i raccolti, condannando in tal modo l’intera razza umana. Ma perché se la prendeva con gli uomini, vi chiederete, se la colpa era di un dio? Ebbene, gli antichi Greci non si erano posti la domanda, ma andando avanti con il racconto dei miti ci renderemo conto che spesso gli dei erano molto più simili ai mortali di quanto volessero credere. Difficilmente dietro le loro azioni c’erano ragioni razionali.

In tutti i casi, gli uomini chiesero l’intervento di Zeus perché convincesse la sorella a tornare sui suoi passi, ed egli dovette prestare loro ascolto. Inviò Ermes, il messaggero degli dei, nell’Oltretomba a trattare con Ade, e questi accolse la richiesta, permettendo a Koré di far ritorno dalla madre. Prima, però, le fece mangiare un chicco di melograno: in tal modo la legò per sempre al suo regno, poiché si trattava di cibo proveniente dagli Inferi.

Demetra accolse la figlia, ma sapendo il fatto si decise di venire a patti: per sei mesi l’anno Koré, ribattezzata Persefone, sarebbe rimasta sulla terra con lei, e il mondo sarebbe rifiorito con la primavera e l’estate. Gli altri sei mesi sarebbe tornata nell’Oltretomba come regina, mentre la terra si addormentava con l’autunno e l’inverno.

Nel mito di Apollo e Dafne vi ho accennato ad una statua del Bernini, che ritraeva il momento esatto della metamorfosi della giovane. Ebbene, lo stesso artista ha ritratto anche il rapimento di Persefone. Anche questo si trova alla Galleria Borghese di Roma.


Apollo e Dafne


Il mito di Apollo, dio del Sole e figlio illegittimo di Zeus e Latona, e Dafne, ninfa figlia del fiume Peneo e della Madre Terra Gea, è stato raccontato per la prima volta nelle Metamorfosi di Apuleio e successivamente in quelle di Ovidio. Anche l’arte lo ha celebrato, ma… ogni cosa a suo tempo.
Secondo il mito, Apollo aveva ucciso con le sue frecce il serpente Pitone, e se ne vantò con Eros, dio dell’amore. Facendo questo si prese gioco di lui, schernendolo perché non aveva nessuna impresa del genere di cui gloriarsi. Ma la mitologia greca è densa di queste storie, e la morale è sempre la stessa: mai prendere in giro un dio. Neanche se sei tu stesso un dio.
Diciamo questo perché Eros decise di vendicarsi. Nella sua faretra disponeva di due tipi di frecce: il primo, con la punta d’oro, faceva innamorare. Il secondo, con la punta di piombo, instillava odio. Il dio le utilizzò entrambe, la freccia d’oro contro Apollo e la freccia di piombo contro la bella Dafne.

Apollo quindi si innamorò perdutamente della ragazza, e cominciò ad inseguirla per costringerla ad accettare quell’amore. Lei invece lo respingeva, fuggendo da lui nei boschi. La fuga ebbe termine quando la giovane non ebbe più vie di uscita: allora implorò l’aiuto della Madre Terra.

Venne esaudita immediatamente. Le sue gambe si fecero rigide e i piedi si saldarono al terreno, mettendo radici: le sue braccia si levarono al cielo e si mutarono in rami sottili, che si riempirono di foglie di alloro. In breve, la bellissima Dafne si era trasformata in un albero di alloro (o lauro).

Apollo nel frattempo l’aveva raggiunta, ma trovò solo un tronco nodoso e rami frondosi. Abbracciò quindi la pianta, e giurò che da quel momento in poi l’alloro sarebbe stato a lui consacrato. Non a caso, in molte rappresentazioni del dio Apollo è raffigurato con una corona di alloro sul capo.

Ma parlavamo del mondo dell’arte, vero? Ebbene, sicuramente molti di voi conosceranno, e avranno anche visto, la meravigliosa statua del Bernini di nome appunto Apollo e Dafne. La scultura raffigura proprio l’esatto momento della mutazione della fanciulla: i capelli che diventano fronde, le braccia levate al cielo in una richiesta di aiuto, e l’espressione sbigottita del dio davanti a ciò che accade. È esposta nella Galleria Borghese di Roma. Se vi capita di andare a vederla, non perdete l’occasione: ne varrà la pena.

Stanca, anelante a la paterna riva/qual suol cervetta affaticata in caccia/correa piangendo e con smarrita faccia/la vergine ritrosa e fuggitiva./E già l’acceso Dio che la seguiva/giunta ormai del suo corso avea la traccia/quando fermar le piante, alzar le braccia/ratto la vide, in quel ch’ella fuggiva./Vede il bel piè radice, e vede (ahi fato!)/che rozza scorza i vaghi membri asconde/e l’ombra verdeggiar del crine aurato./Allor l’abbraccia e bacia, e, de le bionde/chiome fregio novel, dal tronco amato/almen, se’l frutto no, coglie le fronde.

Ovidio, Metamorfosi


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