Fatti e Misteri Storici
La strage di Columbine
Parliamo di Fatti Storici! L’evento di oggi ha compiuto venticinque anni lo scorso aprile, ma all’epoca scosse le coscienze, anche se purtroppo ne capitarono molti altri, similari, negli anni successivi. Oggi parleremo della strage di Columbine.
La legge sulle armi negli Stati Uniti, lo sappiamo, permette a qualsiasi cittadino che abbia compiuto 21 anni di possedere un’arma da fuoco (stiamo naturalmente semplificando, la questione sarebbe molto più complessa). Ciò non toglie, tuttavia, che da quando esiste Internet sia possibile anche ai minori ottenere un fucile o una pistola, o finanche una bomba (o fabbricarla da sé). I protagonisti di questa terribile vicenda dunque si procurarono tali oggetti proprio in questo modo, animati da una sete di vendetta e un misto di odio e disprezzo che non riuscivano ad estinguere.
La data dunque era il 20 aprile 1999, e di lì a tre settimane si sarebbe svolta la cerimonia dei diplomi. Sembrava una mattinata come le altre alla Columbine High School, istituto di Littleton (Denver, in Colorado). Due studenti però, i diciassettenni Eric Harris e Dylan Klebold avevano ben altro in mente che non frequentare le lezioni.
In origine il loro piano avrebbe dovuto includere l’utilizzo di tre bombe, una posizionata in un campo vicino e due all’interno della scuola: queste avrebbero creato senza dubbio il panico, e i due avevano in progetto di sparare ai ragazzi che sarebbero usciti in fuga. Per qualche ragione però, nonostante avessero attivato i timer, nessuno degli ordigni esplose, così i due futuri killer si videro costretti a prendere una strada alternativa.
Si armarono di due fucili a pompa e di molte bombe a tubo, e fecero irruzione nella scuola. Salirono al piano di sopra e fecero il giro di ogni aula sparando a chiunque incontrassero, fossero questi ragazzi o insegnanti. Molti colpi andarono a vuoto nella frenesia di quel terribile massacro, ma in totale gli assassinati furono 13, oltre a diversi altri feriti in modo più o meno grave.
Il tutto durò poco meno di un’ora. Nel frattempo le forze dell’ordine erano state allertate da chi era scampato alla morte, ma appariva chiaro che i due killer non avevano alcuna intenzione di farsi prendere vivi: spostatisi nella biblioteca della scuola, alle 12.05 si suicidarono sparandosi alla testa. Soltanto allora la squadra della SWAT (i corpi speciali della Polizia responsabili di missioni ad alto rischio) poté entrare e soccorrere i feriti, facendo così un bilancio dell’accaduto.
Se la situazione si fosse conclusa così, con la morte dei due assassini, non sarebbe stato possibile rintracciare una spiegazione a tale gesto. La realtà però è che, già in precedenza, c’erano stati dei segnali che in quei due ragazzi qualcosa non andasse. Nei due o tre anni precedenti erano stati segnalati per diversi furti e altri reati minori; i loro scritti, sia privati che pubblicati online, lasciavano capire che la loro vita fosse un unicum di odio verso qualsiasi essere vivente, oltre che di paranoie e deliri di persecuzione. Sembra, inoltre, che Eric Harris soffrisse di una forma di psicopatia, mentre Dylan Klebold di depressione.
Naturalmente tutto questo non deve essere una giustificazione a quanto commesso, ma la cosa certa è che il massacro di Columbine riportò, come sempre capita in questi casi, alla luce la questione del possesso di armi. Pare che non tutte le armi fossero state acquistate illegalmente, ma che i due si fossero avvalsi del tramite di un’amica già maggiorenne; altri due giovani finirono in manette dopo il fatto, per aver venduto delle pistole ai killer. Erano infine stati loro stessi a fabbricare le bombe, seguendo dei tutorial online.
Tra le mille spiegazioni che la società provò a darsi, a parte il presunto bullismo subito dai due, furono le influenze esterne, principalmente quelle musicali. Poiché non si cercava altro che un capro espiatorio, il primo fu nientemeno che Marilyn Manson, che in segno di lutto cancellò tre suoi concerti. Fu poi la volta dei Rammstein, band tedesca di cui i due erano fan: e di diversi film che potevano aver “ispirato” i due giovanissimi killer. Tutto, insomma, pur di non ammettere quale fosse il problema reale.
A proposito di cinema, vennero dedicati alcuni film a questa tragedia. Il primo è Bowling a Columbine, di Michael Moore, del 2003; il più famoso è forse però Elephant, dello stesso anno, diretto da Gus Van Sant. Se chi vi scrive può darvi un umile consiglio, è di recuperare quest’ultimo, decisamente ben fatto anche se solamente ispirato alla vicenda.
Negli anni successivi purtroppo, nonostante si sia cercato di aumentare le misure di sicurezza soprattutto negli edifici scolastici, si verificarono altri casi di stragi a scuola. Il massacro di Columbine però rimane ad oggi il più grave e quello con il maggior numero di vittime, e per questo lo ricordiamo ancora oggi.
La tragedia di Vermicino
Torniamo a parlare di Fatti Storici! Dell’avvenimento di oggi ricorreva il quarantatreesimo anniversario appena cinque giorni fa, il 10 giugno. Avrete già capito che parliamo della tragedia di Vermicino, che vide come protagonista il piccolo Alfredo (da tutti ricordato, da allora, come Alfredino) Rampi.
Cominciamo dal luogo di questo terribile Fatto, la zona chiamata Vermicino che si trova fra il comune di Roma e quello di Frascati. L’anno invece era il 1981, e il mese di giugno: era solo l’inizio di un evento che avrebbe coinvolto l’Italia tutta, e che suscita emozioni ancora oggi.
Come dicevamo, era il 10 giugno 1981. Alfredino aveva solo sei anni, e stava rientrando a casa dopo aver trascorso la giornata dai nonni: le due abitazioni non erano distanti, e in ogni caso si sta parlando di più di un quarantennio fa, quando c’era un diverso livello di sicurezza rispetto ad oggi.
Quando però il bambino non si vide, intorno alle 21.30 i genitori si allarmarono e chiamarono la Polizia. Dovettero trascorrere alcune ore prima di localizzare il piccolo, caduto accidentalmente in un pozzo artesiano normalmente coperto da un pezzo di lamiera.
Era circa mezzanotte, e sul posto accorsero anche i Vigili del Fuoco di Roma. Ci si rese conto presto che la questione si sarebbe rivelata più complessa del previsto: il pozzo era largo appena 30 cm, e il bambino era rimasto incastrato a 36 metri, poco sopra la metà (la profondità totale era di 80). Per prima cosa quindi si provvide a parlare con Alfredino, a fargli capire che doveva stare tranquillo e tutto si sarebbe risolto per il meglio. A questo scopo, venne calato un microfono per comunicare con lui e uno dei Vigili del Fuoco gli parlò per molte ore, cercando di mantenerlo sveglio e lucido.
Per estrarre il piccolo furono tentate diverse strade, anche quella di scavare un tunnel parallelo al pozzo per poterlo raggiungere. Venne quindi fatto un appello radio e televisivo, per poter reperire il necessario all’impresa: la trivella arrivò il mattino seguente alle 8.30, e il disperato tentativo cominciò.
A seguire il tentato salvataggio fu la Rai, che poté quindi anche permettere agli spettatori di sentire la voce del piccolo che proveniva dal microfono nel pozzo. Intervennero anche persone esterne alle Forze dell’Ordine, e uno di questi era un trentasettenne di nome Angelo Licheri.
L’uomo, di origini sarde, lavorava però nella capitale e aveva appreso, come tutti, di quel che stava accadendo dalla televisione. Il 12 giugno, dopo due giorni di inutili tentativi, pensò che il suo fisico gracile potesse essere utile e così si recò al pozzo. Svestendosi di quanto poteva venne calato a testa in giù nel pozzo, e così rimase per ben 45 minuti, sperando di poter salvare la vita al piccolo. In alcune occasioni sembrò che fosse riuscito ad afferrarlo, ma purtroppo non ebbe successo. Licheri ci ha lasciati nel 2021, a 77 anni, e tutta la sua vita rimase segnata da quella disgrazia.
In totale le operazioni di salvataggio durarono diciotto lunghissime ore, ma tutto fu vano. Il 13 giugno, più o meno alle cinque del mattino si calò nel pozzo uno speleologo, con l’intenzione di imbracare il bambino ed estrarlo, finalmente. Ma il peggio era già accaduto, il povero bambino era morto.
Nel momento del triste annuncio, accanto ai genitori devastati c’era l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, giunto sul posto la mattina del 12. L’Italia intera assistette allo svolgersi dell’evento, sperando in un esito molto diverso.
La terribile fine del piccolo Alfredino portò ad un acceso dibattito sulla necessità di ripensare l’assetto operativo in situazioni di emergenza. Il risultato fu la creazione del Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile e del Dipartimento della Protezione Civile, appena un anno dopo, nel 1982: un corpo, come oggi ben sappiamo, divenuto fondamentale in caso di catastrofi naturali, inondazioni, alluvioni, terremoti e altri eventi similari.
Proprio per commemorare questo Fatto Storico, lo scorso 11 giugno su Rai 1 è andata in onda la miniserie Alfredino – Una storia italiana, diretta da Marco Pontecorvo e con interpreti eccellenti: Luca Angeletti nei panni del padre del bambino, Ferdinando, e Anna Foglietta in quelli della madre, Franca.
Negli anni seguenti si ritenne che il salvataggio di Alfredino Rampi fosse stato il primo caso di quella che oggi chiamiamo “tv del dolore”, anche se forse non proprio come la intendiamo adesso. Ciò che è vero è che sul luogo dell’avvenimento parecchie persone, all’epoca, si spinsero non per prestare aiuto e/o conforto ai genitori o al bambino, ma unicamente attratti da un morboso interesse; cosa che purtroppo conosciamo e abbiamo conosciuto fin troppo bene in occasione di altri casi di cronaca, meglio se particolarmente cruenti.
Aldilà di tutto questo, però, il pensiero come sempre va alla piccola vittima, protagonista suo malgrado di un evento che i meno giovani ancora ricordano, se non altro attraverso le parole e i ricordi di quelli che allora erano “i grandi”. Una grande, terribile tragedia italiana.
Dorothy Eady
Ritorniamo a parlare di Fatti e Misteri Storici! L'argomento di oggi è abbastanza particolare, e potrebbe rientrare più nella categoria dei Misteri che in quella dei Fatti. La protagonista di questa storia però è esistita davvero, anche se ha ormai lasciato questo mondo. Parleremo del caso di Dorothy Eady.
Prima di proseguire urge una domanda: credete nella reincarnazione? Credete, cioè, che alcune volte l’anima lasci la vita per poi trasferirsi in un altro corpo, magari molte generazioni dopo?
I casi di reincarnazione, o supposta tale, sono stati diversi nella Storia. Bambini, anche molto piccoli, che asserivano di aver vissuto un’altra vita, di aver avuto un altro aspetto, e che ricordavano perfino il momento e le modalità della loro morte (quasi sempre violenta). Nella maggior parte dei casi questi bambini, una volta cresciuti, dimenticavano totalmente quei ricordi di una vita passata, e anche di averne parlato (e taluni, occorre dire per correttezza, si rivelavano essere stati “istruiti” da qualcuno). Dorothy Eady però non rientra in nessuna delle due casistiche, ed è per questo motivo che ne parliamo.
Ma partiamo dall’inizio. Dorothy Louise Eady nacque nel 1904 a Londra, e fino ai tre anni di età non si rilevano strani comportamenti o segnali che facessero sospettare che ci fosse in lei qualcosa di anomalo. Questo fino ad un incidente che avrebbe potenzialmente potuto, e il terrore era che lo fosse, letale: a tre anni, appunto, Dorothy cadde rovinosamente dalle scale, e il medico sopraggiunto sul posto la dichiarò morta. Tuttavia, per qualche motivo non scientificamente provabile, la bambina riaprì gli occhi e, pare, senza alcuna conseguenza o strascico importante.
Ma non era esattamente così. A seguito di quella caduta Dorothy cominciò a fare strani sogni, e manifestò una precoce passione per l’Antico Egitto. A quattro anni i genitori la portarono in visita al British Museum: l’ala egizia la attirò, e la bambina corse a baciare i piedi delle statue che riusciva a raggiungere, affermando che quella era “la sua gente”. Dovette essere condotta via a forza, mentre continuava a chiedere di essere riportata a casa.
I sogni intanto proseguivano, e tra le tante figure che comparivano lei ne riconobbe una, raffigurata proprio su uno dei sarcofagi del Museo: si trattava di Seti I, non una persona qualunque, ma un faraone vissuto nel secondo secolo A.C., appartenente alla XIX dinastia.
Non solo: già nella prima infanzia, nonostante nessuno glieli avesse mai insegnati, pare che Dorothy fosse in grado di comprendere i geroglifici e di scriverli come in una trance, quasi sotto dettatura. È facile a questo punto mettersi nei panni di due genitori confusi e che cercavano di capirne di più: ma per quanti medici la visitassero, nessuno di questi seppe dare alcuna spiegazione razionale.
La stessa Dorothy, crescendo, si pose delle domande e la sua esperienza la portò alla decisione di iscriversi ad un corso di egittologia. Nel frattempo stava riuscendo a dipanare i suoi sogni e ciò che scriveva sotto dettatura: scoprì di essere stata, in una vita precedente, una sacerdotessa della dea Iside di nome Bentreshyt. Questa giovane si sarebbe suicidata in seguito alla violazione del voto di castità imposto alle sacerdotesse (come era per le Vestali, se ricordate il mio articolo dell’inizio di Maggio sulla pagina della Mitologia greca). E pare, sempre secondo quanto Dorothy diceva, che l’amante della sacerdotessa non fosse altri che lo stesso faraone Seti, anche se lei non aveva mai voluto farne il nome.
Non bisogna però pensare che la vita di Dorothy Eady fosse completamente condizionata dalla sua vita precedente. Proseguì infatti i suoi studi, e trasferitasi a Londra incontrò uno studente egiziano (coincidenza?), di nome Imam. Per sposarlo lo seguì a Il Cairo, e anche se il matrimonio fu relativamente breve, Dorothy sentiva di essere a casa e non volle più lasciare l’Egitto.
Qui trovò la sua dimensione anche lavorativa, e la sua passione per la cultura egizia la portò a collaborare con archeologi e istituzioni locali. Nella metà degli anni Cinquanta si era trasferita ad Abido, e diede un notevole contributo agli scavi ivi effettuati: qui infatti si ambientavano i sogni che continuava a fare, e lei seppe indicare esattamente cosa si trovava dove, il Tempio e i suoi giardini, dove era stata sacerdotessa tanto tempo prima.
Dorothy Eady rimase in Egitto fino alla fine dei suoi giorni, e qui mancò nel 1981, a El Araba El Madfuna. Per tutta la vita continuò a dichiarare di essere la reincarnazione di Bentreshyt, senza mai cambiare la sua versione: e quindi a questo punto ci possono essere diverse considerazioni, se escludiamo quella di cui abbiamo parlato finora.
Primo: Dorothy potrebbe aver subito dei danni permanenti al cervello in seguito alla caduta, e questo avrebbe potuto portarla ad immaginarsi tutto quanto. Ci si dovrebbe chiedere allora però per quale ragione nessun medico li avesse diagnosticati.
Secondo: la bambina avrebbe semplicemente potuto inventare ogni cosa, e una volta cresciuta avrebbe finito col credere lei stessa alla sua storia, e per questo non si sarebbe mai smentita.
Insomma, in qualsiasi modo sia andata, la sua storia rimane comunque interessante da raccontare. Quanto al credere o meno alla reincarnazione, ognuno può farsi la sua idea al riguardo, e non spetta certo a chi scrive provare a convincervi di una o dell’altra.
Monarchia o repubblica?
Ritorniamo ai Fatti Storici, ancora una volta di casa nostra! Qualche appuntamento fa abbiamo affrontato il tema del 25 aprile, Festa della Liberazione, che abbiamo celebrato da appena due settimane. Riprendiamo dunque da qui: cosa accadde dopo? Il popolo veniva chiamato a decidere fra monarchia e repubblica. Vediamo come e quando.
Riprendiamo dunque le fila proprio dal 25 aprile 1945, quando come sappiamo la voce di Sandro Pertini chiamava alle armi l’insurrezione partigiana a Milano. Tuttavia, questo fu solo l’inizio della ritirata delle truppe tedesche dal nostro Paese, e per questa ragione venne scelta proprio questa data.
Ma cosa accadde, dunque, dopo questo 25 aprile? È presto detto. Solo il giorno dopo, il 26, la città di Genova veniva liberata; il 28 fu la volta di Piacenza; il 29, infine, l’esercito tedesco firmò ufficialmente la resa. Questo fu anche il giorno in cui Benito Mussolini, catturato insieme alla sua amante Claretta Petacci, venne assassinato ed esposto, appeso a testa in giù, a Piazzale Loreto a Milano, un luogo altamente simbolico: qui infatti era avvenuto, nell’agosto del 1944, un massacro di partigiani.
Come abbiamo già visto nella pagina delle Famiglie Nobiliari, parlando dei Savoia, questi furono anche gli ultimi giorni della monarchia come l’Italia l’aveva conosciuta fino ad allora. Umberto II fu re soltanto per un mese dopo l’abdicazione del padre, meritandosi l’appellativo di Re di Maggio: e qui veniamo ad un’altra importantissima data per la Storia del nostro Paese, il 2 giugno 1946.
Questo era infatti il giorno stabilito per il referendum che chiamava il popolo italiano a scegliere fra monarchia e repubblica, al quale parteciparono circa 20.000 persone. Si trattava quasi del 90% degli aventi diritto, e per la prima volta poterono votare anche le donne (come mostrato nel film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani, che molti di voi avranno visto). Il risultato fu di ben 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini ai seggi, anche se il voto non fu così netto come si potrebbe pensare.
Quando un paio di settimane dopo, il 18 giugno, la Cassazione rese noto che la repubblica aveva vinto, si seppe anche che il divario non era poi così enorme. Circa 12.000 persone infatti avevano votato per la repubblica, mentre 10.000 continuavano ad essere affezionati alla monarchia. Per di più, ci furono diversi disordini e accuse di brogli da parte dei monarchici, ma questa eventualità non venne mai provata.
Come ben sappiamo, dopo questi eventi il re e la sua famiglia partirono per l’esilio, e l’Italia cominciò quindi a mettere le basi della sua nuova forma di governo. La prima seduta dell’Assemblea Costituente, anch’essa scelta il 2 giugno dai cittadini, si riunì il 28 giugno con Enrico De Nicola come capo provvisorio, e stilò la prima Costituzione Italiana. Sarebbe entrata in vigore soltanto un anno e mezzo dopo, il 1° gennaio del 1948, e sarebbe andata a sostituire l’allora vigente Statuto Albertino.
Il primo Presidente della Repubblica fu sempre De Nicola, ma mantenne la sua carica solo per pochi mesi: a maggio venne eletto Luigi Einaudi, che rimase al suo posto dal 1948 al 1955. Ad oggi sono dodici i Presidenti che si sono avvicendati al Quirinale: quattro di loro, Antonio Segni, Giovanni Leone, Sandro Pertini e Francesco Cossiga, non completarono il loro mandato, per ragioni diverse.
Il primo, eletto nel 1962, dovette rassegnare le dimissioni due anni dopo per malattia. Il secondo, eletto nel 1971, dovette lasciare nel 1978 perché trascinato nello Scandalo Lockheed (da cui venne poi scagionato). Il terzo, presidente dal 1978 al 1985, si dimise solo pochi giorni prima della scadenza del mandato per lasciare il posto al suo successore, Francesco Cossiga. Il quarto fu in carica dal 1985 al 1992 e, accusato di diversi capi di imputazione, lasciò la poltrona a due mesi dal termine dell’incarico. I due più vicini a noi invece, come tutti sappiamo, furono gli unici a condurre due mandati; Giorgio Napolitano, che ha lasciato questo mondo lo scorso 22 settembre, fu Presidente dal 2006 al 2013 e dal 2013 al 2015, dimettendosi per sopravvenuti limiti di età. Sergio Mattarella gli subentrò nel gennaio del 2015, e nel 2022 venne riconfermato, fino ad oggi.
Questa è, in brevissimo, la Storia della nostra Repubblica Italiana. Chi vi scrive spera di avervi indotto ad incuriosirvi e magari a conoscere di più: le fonti in cui sbirciare non mancano.
La famiglia Sodder
Ritorniamo a parlare di Fatti e Misteri Storici! La storia di oggi può a buon diritto entrare in entrambe le casistiche: parliamo del caso della famiglia Sodder.
Il Fatto di cui andiamo a raccontare parla un po’ italiano. Sì, perché George Sodder, il capofamiglia, non era di origini statunitensi ma italiane, sarde per l’esattezza. E il suo nome non era George, così come il suo cognome non era Sodder.
Egli nasceva infatti Giorgio Soddu, l’anno era il 1894 e il luogo Tula, in provincia di Sassari. Sappiamo bene, come spesso sentiamo dire, che anche noi italiani siamo stati immigrati, in Sudamerica oppure negli Stati Uniti: e il nostro Giorgio Soddu aveva per l’appunto scelto questa seconda soluzione.
Era molto giovane quando partì dalla sua Sardegna a bordo del piroscafo Verona: era il 1911, l’anno prima dell’affondamento del Titanic, e lui aveva appena diciassette anni. In cerca di lavoro, approdò prima in Pennsylvania, poi in West Virginia: e il caso volle che qui conoscesse un’altra italiana, una foggiana di nome Jennie Cipriani. Si sposarono nel 1922, e fissarono la dimora della loro futura famiglia a Smithers, nella contea di Fayette. Non appena divenne cittadino americano, la prima cosa che Giorgio Soddu fece fu, appunto, diventare George Sodder.
E la famiglia divenne ben presto molto grande. In totale la coppia ebbe dieci figli, il primo nato nel 1923 (John Frederick) e l’ultima nel 1942 (Sylvia). Restarono a Smithers soltanto per i primi nove anni, poi George avviò un’attività di trasporto in proprio e trasferì la moglie e i figli già nati (sei, per il momento) non troppo lontano, a Fayetteville. Fu questo il luogo di nascita del restante della figliolanza.
Nella sua attività, George Sodder usufruiva in larga parte delle miniere di carbone vicine, dove spesso venivano impiegati gli immigrati italiani che venivano a cercare lavoro. I guadagni ottenuti gli permisero di costruire una bella casa e di mantenere in maniera più che decorosa la numerosa famiglia.
Anche se George era lontano dall’Italia, non ignorava cosa stava accadendo a causa del regime fascista, e ne era sconvolto poiché dichiaratamente antifascista. E forse pensava proprio che, essendo per l’appunto non più sul suolo patrio, gli fosse permesso dire ciò che pensava del regime: o forse, più semplicemente, non gli interessava affatto. Le sue dichiarazioni antifasciste, anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, finirono col farlo attenzionare dallo spionaggio fascista sul suolo americano.
Poco prima del Fatto che stiamo raccontando accaddero cose strane alla famiglia. Strani personaggi si aggiravano intorno alla loro abitazione, e auto sconosciute vi parcheggiavano davanti apparentemente senza alcun motivo. Ma né George né la moglie si insospettirono, e così la tragedia si compì.
Era la vigilia di Natale del 1945. Tutti i figli erano a casa ad eccezione di John, il maggiore, ancora nell’esercito. Poiché appunto era il 24 dicembre, ai bambini venne concesso di restare svegli più a lungo dopo l’apertura dei regali, a condizione che rimettessero in ordine. A custodire i più piccoli era la sorella maggiore, Mary Anne, di diciotto anni.
George e Jennie quindi andarono a dormire, e intorno alla mezzanotte e mezza una telefonata ruppe il loro riposo. La donna andò a rispondere e una voce femminile chiese di una persona mai sentita prima: poi scoppiò in una strana risata e riappese. Jennie pensò a qualcuno di ubriaco, magari nel bel mezzo dei festeggiamenti per il Natale, e non gli diede importanza. Andò a controllare se i figli erano andati a letto, ma trovò solo Mary Anne addormentata. Neppure questo la allarmò, si limitò a dedurre che fossero saliti in soffitta a dormire. Tornò semplicemente a letto.
Trascorse appena mezz’ora, e qualcos’altro svegliò Jennie, un rumore sul tetto. Non sentendo altro, si riaddormentò.
All’una e mezzo, infine, a destarla fu un forte odore di bruciato. Lei e il marito uscirono a controllare, e scoprirono con terrore che la casa stava andando a fuoco. Non c’era tempo da perdere: presero la bambina più piccola, altri tre figli e tentarono di richiamare tutti gli altri, nel timore che fossero rimasti bloccati nella soffitta. Ma il tempo stringeva e così furono costretti a fuggire, disperando di poterli salvare.
Tutto molto semplice quindi, i poveri bambini erano fatalmente morti nell’incendio? Ebbene, no. Una volta spento il fuoco, i genitori prostrati dal dolore ispezionarono i resti della casa per trovare qualsiasi cosa che appartenesse ai figli perduti, ma senza trovare nulla. Apparentemente i cinque bimbi erano scomparsi, forse rapiti, prima che l’incendio potesse ucciderli.
George e Jennie non si arresero mai, per tutta la loro vita, alla perdita dei loro figli. Inspiegabilmente l’inchiesta che seguì archiviò il caso fin troppo velocemente, decidendo che i piccoli erano morti nell’incendio, punto e basta. Ma loro non demordevano e anno dopo anno cercavano di tenere vivo l’interesse, supportati dai figli superstiti. Nel frattempo fiorivano diverse ipotesi: chi avallava il rapimento sosteneva che ci fosse di mezzo la mafia italiana, insinuando maneggi truffaldini di George nel periodo in cui viveva ancora in Sardegna. Diverse persone affermarono di aver visto i bambini ora qui, ora lì: nel 1967 un ragazzo scrisse dall’Italia mandando una sua foto e affermando di essere Louis, uno dei bambini scomparsi. Ma anche questa pista si perse.
George morì nel 1969 e Jennie nel 1989, entrambi senza avere giustizia per i loro figli. Un mistero ad oggi irrisolto, una famiglia distrutta e cinque bambini di cui si sono perse le tracce. Uno dei cold case più incredibili della storia americana, ancora senza un colpevole.
La strage di Piazza Fontana
Torniamo a parlare di Fatti Storici! Siamo di nuovo nel nostro Paese, e dobbiamo tornare indietro di diversi anni. Torneremo alla fine degli anni Sessanta, l’inizio dei cosiddetti Anni di Piombo, e tratteremo della strage di Piazza Fontana, evento che diede il via ad un ventennio tra i più neri nella storia dell’Italia.
Tanto per cominciare, dove si trova Piazza Fontana? Ci troviamo a Milano, proprio di fronte alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, e la data esatta è il 12 dicembre 1969.
Questo non fu l’unico avvenimento di quella tragica giornata: infatti, proprio poco prima di questo evento venne rinvenuto un ordigno nella sede della Banca Commerciale di Piazza della Scala, fortunatamente rimasto inesploso. A Roma, invece, furono ben tre le esplosioni, una nella Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio e le altre sull’Altare della Patria, in Piazza Venezia. Nessuna di queste causò vittime, solo feriti e danni materiali.
Ma torniamo a Piazza Fontana. Era un venerdì pomeriggio, e in filiale come nella piazza di fronte c’erano ancora molte persone, nonostante fossero le 16.37 del pomeriggio.
Questo è infatti l’orario preciso della tremenda esplosione. L’ordigno si trovava proprio nel salone della Banca: sette kg di tritolo, che saltarono in aria portando con sé la vita di diciassette persone e ferendone altre novanta.
In quel periodo a guidare il Ministero dell’Interno era Franco Restivo, che riferì in Parlamento appena il giorno dopo la strage, il 13 dicembre. Le indagini iniziarono subito, e si concentrarono su diversi gruppi anarchici.
Lo scopo di tutti gli attentati, cinque in tutto fra Roma e Milano, era palesemente di creare un clima di caos e paura, e come dicevamo poco sopra diedero di fatto il via agli Anni di Piombo che tutti ben conosciamo.
Ad un certo punto delle inchieste vennero accusati esponenti di un gruppo di estrema destra di Padova, Ordine Nuovo, insieme ad alcuni membri dei Servizi Segreti. Diversi furono i processi, tutti conclusi con l’assoluzione, che si protrassero sino agli anni Ottanta. E come sempre capita in questi casi, non si saprà forse mai la verità, né si conosceranno i colpevoli o gli eventuali mandanti. Rimane quel che non si cancella mai, il dolore di chi è rimasto non del tutto lenito dalle successive commemorazioni, targhe in memoria e ispirazione per letteratura, musica e cinema.
Il processo di Salem
Torniamo a parlare di Fatti Storici! Qualche appuntamento fa, lo ricorderete, abbiamo parlato delle streghe di Triora e della loro persecuzione: oggi invece ci occuperemo probabilmente della maggiore caccia alle streghe che la Storia ricordi. Parleremo del processo di Salem.
Per prima cosa, definiamo il luogo dell’azione. Ci troviamo negli Stati Uniti, naturalmente, e Salem allora si trovava nell’Essex, stato del Massachusetts. Era trascorso circa un secolo dal processo di Triora, si era nell’anno 1692 e fino a quel momento erano state 17 le persone condannate per stregoneria. La caccia alle streghe vera e propria era lì per iniziare, e avrebbe lasciato dietro di sé innumerevoli vittime.
Sappiamo che in quel periodo non esistevano ancora gli Stati Uniti come nazione. In varie zone del continente quindi vivevano, da circa un secolo, coloni europei, e proprio dove stiamo ambientando la nostra storia erano in larga parte inglesi. C’erano però anche i nativi del posto: il contrasto fra queste due realtà fu solo una delle cause che portarono alla caccia alle streghe.
Tutto iniziò con due giovani fanciulle, la figlia e la nipote del pastore di Salem, Samuel Parris. Le ragazze emettevano strani versi e strisciavano sul pavimento, e questo portò il medico William Griggs a dichiararle indemoniate. Arrestate, le giovani vennero brutalmente torturate e costrette ad incriminare altre persone.
Delle torture riservate alle presunte streghe si è parlato in diverse altre occasioni, e non è il caso qui di riportarle.
All’inizio dell’anno diverse altre fanciulle avevano iniziato a mostrare “sintomi” analoghi, mentre alcune donne vennero arrestate per semplici sospetti. Una di queste, Tituba, era una schiava nera che si dichiarò immediatamente colpevole di stregoneria.
La nipote del pastore affermò che ad averla introdotta alla stregoneria era stato un ex pastore del paese, adesso trasferito nel Maine. Anche per lui scattarono le manette, così come per tantissimi altri.
Era il 2 giugno quando venne istituito il primo processo. Fu sufficiente una settimana scarsa per condannare una donna, Bridget Bishop. Il 29 fu la volta di cinque donne. Il 5 agosto, altre cinque. Due settimane dopo due uomini, e uno era il reverendo George Burroughs. Il 17 altre nove persone, ma soltanto quattro andarono effettivamente a morte. Il 22 settembre, le ultime otto vittime.
È inutile dire che non esisteva alcuna prova di stregoneria, se non pregiudizi e supposizioni e confessioni estorte nelle peggiori maniere. La situazione stava andando fuori controllo, e alcuni pastori puritani lavorarono insieme ad un documento, asserendo che occorreva avere prove “inconfutabili” per accusare qualcuno, e ancora di più per condannarlo a morte (cosa che avrebbe dovuto esser ovvia, in effetti). Oltre a questo, la Corte aveva notato che neppure le condanne avevano posto fine alla presunta ondata di stregoneria. Dunque?
Era la fine dell’estate del 1692 quando finalmente il governatore proibì altri incarceramenti e processi. La Corte di Giustizia venne sciolta.
Ma non soltanto. All’inizio del 1693 fu istituita una nuova Corte, con il compito di rivedere gli ultimi 52 casi registrati. Di questi, a 49 persone fu resa la libertà, mentre le altre tre videro alleggerire la loro pena dalla pena di morte ad un periodo in prigione. E sarà forse una semplice coincidenza, ma da quel momento non si verificò più alcun caso di stregoneria, né vera né presunta.
Era impossibile che un simile evento non scatenasse la fantasia di scrittori e registi. Il primo fu probabilmente Nathaniel Hawthorne, nato a Salem e per coincidenza nipote di un inquisitore del processo, John Hathorne. Tuttavia, adattò la sua protagonista rendendola non strega ma adultera: stiamo parlando naturalmente di La lettera scarlatta, con il personaggio di Hester Prynne. Tuttavia, il clima di pregiudizio e bigottismo rimane lo stesso.
Quanto al cinema, segnaliamo il film La seduzione del male (1996) con una Winona Ryder all’epoca all’apice del suo successo, e molto più recentemente Le streghe di Salem (2012) del regista Rob Zombie, con protagonista sua moglie, Sheryl Moon Zombie.
La strage di Superga
Torniamo a parlare di Fatti Storici, questa volta con una tragedia tutta italiana che i non più giovani ricorderanno anche se non erano nati. Parleremo della strage di Superga.
Ogni squadra di calcio ha avuto i suoi alti e bassi, basti pensare all’ultimo periodo di grandi club come la Juventus. Qui siamo però di fronte a qualcosa di molto diverso, decisamente più tragico: si tratta infatti dell’annientamento di un’intera squadra.
Prima però non sarà inutile fare un piccolo riepilogo, ripercorrendo la nascita del Torino come club e concludendo con le conseguenze di quella disgrazia.
Sappiamo tutti bene che la città di Torino oggi conta due grandi squadre, quelle già citate qui sopra. Forse però non tutti sanno che il Torino, anche se non proprio come lo conosciamo oggi, nacque qualche anno prima della Juventus, alla fine dell’Ottocento, in concomitanza con l’arrivo del gioco del calcio nel nostro Paese.
In principio, nel 1891, il club era l’Internazionale Torino. Tre anni dopo ne venne creato un secondo, il Football Club Torinese: nel 1900 infine entrambi i team confluirono nel Torino che oggi conosciamo come tale. La Juventus invece (questo lo diciamo per completezza d’informazione) veniva fondata nel 1897.
La prima maglia del Torino era giallo-nera a strisce verticali, ma sei anni dopo la squadra cambiava ancora, raccogliendo alcuni fuorusciti della Juventus e creando il Football Club Torino. Da allora le loro divise presero il colore granata che possiamo vedere ancora oggi.
Il primissimo dirigente di questo club destinato a grandi cose fu Hans Schoenbrod, e fu lui a guidarlo nella partita di debutto: l’avversario era la Pro Vercelli, la data il 16 dicembre 1906 e il risultato una vittoria per 3 a 1. La prima partita contro il club “fratello”, invece, avvenne circa un mese dopo e si concluse con una vittoria per 2 a 1. Le premesse, insomma, c’erano tutte.
Le imprese della squadra furono da allora tutte un crescendo, ma la Prima Guerra Mondiale mutilò la formazione, costringendola a riprendere ad un ritmo più lento. Tuttavia negli anni Venti arrivò anche il primo scudetto, nel 1928, dopo l’annullamento per presunti brogli di quello vinto nel 1927.
Anche gli anni Trenta furono difficili per la squadra, che cambiò diversi presidenti e ottenne risultati mediocri. Dal 1935 riuscì a rimettersi in pista e il vento cambiò nuovamente, e quel ventennio da allora gli fece meritare l’appellativo del Grande Torino.
Nel 1948, poco prima della tragedia di cui andremo a parlare, il Torino cambiò allenatore, accogliendo l’inglese Leslie Lievesley. Il campionato fu ottimo, giocato alla pari con squadre del calibro di Inter e Milan. L’ultima partita disputata fu un’amichevole, che si sarebbe svolta a Lisbona contro la squadra del Benfica.
La partita si svolse il 3 maggio 1949, e il giorno seguente la squadra si preparò a rientrare in Italia. L’aereo era un trimotore I-Elce, ma il tempo non era dei migliori, sotto una pioggia intensa. Nel pomeriggio l’ultimo contatto del pilota con la stazione radio, poi più nulla: alle 17.05 del 4 maggio l’aereo si schiantava tragicamente contro la Basilica di Superga.
Le vittime furono 31 in totale tra i giocatori, quasi tutti sotto i trent’anni, tre dirigenti, tre allenatori (tra cui lo stesso Lievesley), tre giornalisti (tra cui Renato Tosatti, il cui figlio, Giorgio, svolge il medesimo mestiere) e quattro membri dell’equipaggio.
L’impressione fu fortissima e il cordoglio immenso. I funerali si svolsero due giorni dopo, e videro la partecipazione di tutta la città, oltre che di diverse delegazioni di ogni squadra italiana e di molte altre straniere. A salvarsi dalla catastrofe furono altri tre giocatori, il presidente Ferruccio Novo e il telecronista Nicolò Carosio, ognuno di loro bloccato chi per motivi di salute, chi per la cresima del figlio, chi per essersi fatto sostituire da un altro che aveva invece perso la vita al suo posto. Possiamo anche non credere al destino, ma forse alcune volte esistono delle premonizioni che ci sussurrano all’orecchio di non fare qualcosa, di non partire proprio quel giorno, di non prendere quella strada: e chissà che così non sia accaduto anche a qualcuno di loro.
All’epoca della tragedia il campionato non era ancora terminato, ma il Grande Torino aveva praticamente già lo scudetto in tasca. Si decise quindi di non ritirare la squadra, ma di schierare la formazione giovanile, mentre gli altri club si adeguavano di conseguenza. Lo scudetto venne ugualmente vinto, con 60 punti, cinque davanti all’Inter. Una soddisfazione a metà, sempre ricordando chi non ce l’aveva fatta ma aveva contribuito a rendere grande la squadra.
Ancora oggi, sul retro della Basilica di Superga una lapide ricorda tutte le vittime, e il 4 maggio di ogni anno si svolge una messa per ricordare il Grande Torino.
Hiroshima e Nagasaki
Ritorniamo a parlare di Fatti Storici! L’argomento di oggi è lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, probabilmente l’evento che più di tutti aiutò a comprendere (ma non abbastanza, evidentemente) il terribile impatto che potevano avere simili armi a livello globale.
Ma facciamo come sempre un passo indietro, di qualche anno e per la precisione torniamo al 1941, il 7 dicembre, nel giorno dell’attacco a Pearl Harbor. Fino a quel momento, come ben sappiamo, la Seconda Guerra Mondiale non era ancora… mondiale, in quanto coinvolgeva prevalentemente il continente europeo. Tuttavia, occorre premettere che già dal termine della Prima Guerra Mondiale, alla fine degli anni Venti, cominciava ad esserci della ruggine fra Giappone e Stati Uniti, per diversi motivi: e uno era senza dubbio la crescente politica espansionistica del Paese del Sol Levante, che cominciava a dar fastidio al gigante statunitense.
Inoltre, alla fine degli anni Trenta il Giappone era occupato in altre faccende, conflitti con la Cina e successive tensioni che spinsero gli Stati Uniti a bloccare le esportazioni verso il Paese nipponico. Il clima, dunque, già da allora non era dei migliori, e la situazione poteva solo peggiorare. L’assalto a Pearl Harbor fu soltanto il culmine di tutto questo.
La vicenda sembrò anche peggiore perché non c’era stata alcuna dichiarazione di guerra a precederla, semplicemente un bel mattino la flotta americana si vide aggredita dall’aviazione giapponese… perché sì. Cioè, naturalmente per tutte le ragioni già citate.
Tuttavia, non è del tutto corretto dire che l’aggressione non fosse prevedibile e preventivata. Naturalmente gli strateghi americani non erano così ingenui da non pensare ad una simile eventualità, ma non avevano gli strumenti per sapere in anticipo il quando e il dove. L’assalto, già in programma da quasi un anno, durò poco più di un’ora e costò alla flotta americana la distruzione di otto corazzate, tre incrociatori, duecento aerei e tre cacciatorpediniere, oltre alla morte di più di tremila uomini. Soltanto il giorno seguente gli Stati Uniti dichiaravano ufficialmente guerra al Giappone, e il conflitto diventava definitivamente mondiale.
Nella metà del 1945 la Seconda Guerra Mondiale si poteva praticamente considerare terminata, con la sconfitta della Germania e il suicidio, in aprile, di Adolf Hitler e di alcuni dei suoi fedelissimi. Le potenze europee avevano quindi deposto le armi, ma il conflitto infuriava ancora tra Stati Uniti, Cina e Regno Unito e Giappone. Nessuno di questi voleva darsi per sconfitto, tantomeno il Paese del Sol Levante, che sarebbe in teoria stato disposto ad una mediazione ma mai ad una resa.
È in questo scenario di empasse che entrò in scena la bomba atomica, che stava già venendo progettata da diversi anni. E se avete visto, in questi ultimi mesi, il film Oppenheimer, avrete anche un’idea delle circostanze e di chi fosse questo personaggio, magistralmente interpretato da Cillian Murphy.
Furono gli Stati Uniti a decidere per primi di utilizzarla in caso il Giappone avesse perseverato nel continuare la guerra. Il presidente di allora, Harry Truman, venne informato che la bomba atomica era pronta e poteva essere usata, e firmò un documento congiunto insieme al Regno Unito e alla Cina: questo venne inviato in Giappone, sostanzialmente ordinando al Paese di arrendersi, pena terribili conseguenze. Come forse era prevedibile, però, la risposta non venne e fu quindi considerata un rifiuto.
Restava soltanto da decidere quale obiettivo scegliere. Scartata la capitale, Tokyo, perché già danneggiata dai bombardamenti precedenti, restarono sul tavolo quattro città: Hiroshima, Nagasaki, Kokura e Niigata.
La terribile arma di distruzione venne affettuosamente soprannominata “Little Boy”, pesava qualcosa come 4037 kg ed era lunga tre metri. Il giorno scelto per farla esplodere fu il 6 agosto 1945, quando di buon mattino tre aerei partirono dall’isola di Tinian (arcipelago delle Marianne). Solo uno di questi trasportava Little Boy, ed era, come ben sappiamo, l’aereo Enola Gay, così chiamato in onore della madre del pilota, Paul Tibbets. Senza dubbio, anche in seguito l’amabile signora non sarebbe stata contenta di aver prestato il suo nome ad una simile impresa.
In ogni caso, il primo obiettivo era la città di Hiroshima, dove la bomba venne sganciata esattamente alle 8.14 del mattino. Little Boy non toccò neppure terra, esplose a 600 metri dal suolo, ma anche così (o forse proprio per questo) i suoi effetti furono catastrofici: rase immediatamente al suolo una zona di 12 mq, uccidendo sul colpo 70/90.000 persone, senza parlare di chi subì, ancora negli anni successivi, le conseguenze delle radiazioni.
Ma neppure questo fu sufficiente per il governo giapponese, che non si arrendeva. Un paio di giorni dopo l’Unione Sovietica entrava a sua volta in guerra, invadendo la Manciuria, regione della Cina già nelle mani del Giappone da più di un decennio.
Visto che i nipponici non gettavano la spugna, non lo fecero neppure gli americani. La seconda bomba atomica, questa volta soprannominata Fat Man, avrebbe dovuto colpire Kokura, ma il cielo era nuvoloso e così si cambiò obiettivo, decidendo per Nagasaki. Era il 9 agosto, e le vittime in questo caso furono 35/40.000.
A questo punto le autorità nipponiche decisero che era ora di fermarsi. Pochi giorni dopo l’imperatore Hirohito annunciava la resa, e il 2 settembre veniva firmato l’armistizio.
Come abbiamo detto, gli effetti della bomba atomica non si limitarono a quelli registrati sul momento, le vittime e i feriti. Né può essere sufficiente parlare soltanto del cibo e dell’acqua contaminati dalle radiazioni.
Per cercare di comprendere quali sarebbero state le conseguenze future, al tempo si scelsero 200.000 delle 280.000 persone sopravvissute, per poterle studiare e monitorare negli anni successivi. La prima cosa a venir evidenziata furono gli effetti sui bambini che sarebbero nati nei mesi successivi, e che quindi si trovavano ancora nell’utero materno al momento dell’esplosione. In seguito, si isolarono moltissimi casi di tumori e leucemie, oltre a diverse altre malattie non oncologiche (in particolare danni alla vista, ma anche problemi alla tiroide, cardiovascolari e ictus), oltre a mutazioni genetiche e ritardi mentali, e una generale debolezza del sistema immunitario. Ancora oggi i figli e nipoti dei sopravvissuti sono tenuti sotto stretta osservazione, al fine di determinare possibili disturbi, pur a distanza di tanti anni.
Terminiamo infine con un consiglio di lettura. Senza dubbio molti di voi lo avranno letto a scuola, o meglio così è stato per chi vi scrive. Il titolo del libro è Il gran sole di Hiroshima, ed è ambientato proprio nel periodo che stiamo raccontando. Protagonista della storia, una storia vera, è la piccola Sadako, che ha appena quattro anni al momento dello sgancio della bomba. Trasportata dall’onda d’urto viene scaraventata fuori dalla sua abitazione, e ritrovata subito dalla madre, apparentemente sana e salva. Negli anni successivi sembra che non ci sia stata nessuna conseguenza, Sadako cresce e partecipa a diverse gare atletiche: ma come oggi bene sappiamo, gli effetti delle radiazioni potevano verificarsi anche a distanza di molto tempo. A undici anni, nel corso di un allenamento svenne dopo un attacco di vertigini: ricoverata in ospedale, i medici scoprirono la leucemia, provocata per l’appunto dalle radiazioni.
I medici non lasciavano speranze, ma Sadako era giovane e piena di entusiasmo, e ancora di più quando un’amica (nel libro era il fratello a farlo) le parlò della leggenda delle mille gru. Per il mondo orientale, questo animale rappresenta la fortuna e la longevità, e chi fosse riuscito a crearne mille con la tecnica dell’origami avrebbe potuto esprimere un desiderio.
La ragazzina si mise quindi all’opera con impegno, e creò gru con ogni tipo di carta avesse sottomano, nel periodo di quattordici mesi che trascorse in ospedale. Il libro termina purtroppo con la morte della giovane, proprio poco dopo aver completato la millesima gru.
Nella realtà non è chiaro se l’obiettivo fosse stato raggiunto, o se fossero stati i suoi amici ad aggiungere le figure mancanti. Ciò che sappiamo è che unirono le loro forze, dopo la sua scomparsa, per realizzare un monumento alla memoria di lei e di tutte le vittime della bomba atomica. La statua, che la raffigurava con una gru in mano, venne posta nel 1958 nel Parco del Memoriale della Pace a Hiroshima: ancora oggi i bambini che lo visitano lasciano qui le loro gru in origami, per onorarla e ricordarla.
Le streghe di Triora
Torniamo a parlare di Fatti Storici! Avete mai sentito parlare di caccia alle streghe? Sì, senza dubbio almeno una volta. E saprete anche che neppure il nostro Paese ne è stato risparmiato. Oggi dunque parleremo delle streghe di Triora.
Prima di tutto, dove si trova Triora? Siamo nel cuore della Liguria, più per l’esattezza in provincia di Imperia. Proprio per i Fatti che ora andremo a narrare, ancora oggi Triora è conosciuto come il borgo delle streghe.
Il periodo in oggetto era a cavallo fra il 1587 e il 1590, in concomitanza con una grave carestia. Sappiamo bene come la mancanza di cibo sufficiente possa portare una popolazione allo stremo: meno spiegabile (ma forse non tanto, in effetti) è come questo possa essersi riversato su un pugno di donne sospettate di essere streghe.
Le donne in questione erano in larga parte abitanti del quartiere della Cabotina, il più povero del paese, ma c’erano anche alcune esponenti di ceti sociali più elevati. Inoltre, nel gruppo degli accusati figurava anche il nome di un uomo, Biagio De Cagne.
Tutto cominciò con la tensione che era ormai salita alle stelle, sospetti che diventavano di ora in ora sempre più reali (ma sempre nella mente degli accusatori, occorre dirlo). Il podestà Stefano Carrega, con il benestare dell’opinione pubblica, chiese che venissero compiuti degli accertamenti su “attività sospette” nel paese. Parlò di sabba celebrati nella notte, di infanticidi, di malefici: il risultato fu l’arrivo di due religiosi, il vicario inquisitoriale e quello del vescovo di Albenga, Gerolamo Dal Pozzo. Entrambi fortemente convinti dell’esistenza della stregoneria, conferirono con la gente del posto per raccogliere prove. Queste, gentilmente fornite, portarono infine all’arresto di più quaranta persone, che vennero subito interrogate con le modalità di tortura più terribili. Alcune di esse morirono proprio a causa delle atrocità perpetrate nel corso degli interrogatori, come ad esempio la sessantenne Isotta Stella. Un’altra donna, di cui non conosciamo il nome, invece precipitò da una finestra, forse nel tentativo di fuggire.
La situazione stava decisamente sfuggendo di mano, così il Consiglio degli Anziani scrisse al Doge di Genova (in quel periodo Triora si trovava sotto la giurisdizione della Repubblica di Genova) perché mettesse fine a quella follia.
Sollecitato a questo scopo l’intervento dell’Inquisitore Generale Alberto Drago, egli si recò personalmente a Triora a verificare cosa stesse effettivamente accadendo. Per sua intercessione una delle accusate, che aveva appena tredici anni, venne rilasciata. Tutto a posto, quindi? Purtroppo no.
Era passato appena un mese da questa visita che ne arrivò un’altra, quella del commissario nominato appunto dal governo di Genova, Giulio Scribani. Il suo intervento non solo non placò la situazione, ma al contrario estese la caccia alle streghe anche nei comuni vicini a Triora, Castelvittorio, Montalto, Badalucco, Porto Maurizio e Sanremo. Questo portò a numerosi nuovi arresti, con relativi interrogatori e torture.
Ma tutto questo movimento non piaceva al governo di Genova, che inviò un altro importante personaggio, l’uditore Serafino Petrozzi. Questi si recò a Triora accompagnato dai giureconsulti Giuseppe Torre e Pietro Allaria Caracciolo, ma il terzetto non si trovò d’accordo sul giudizio dell’operato di Scribani e due imputate, Pierina da Badalucco e Gentile da Castelvittorio furono giustiziate.
Fu a questo punto che l’Inquisizione genovese decise di intervenire con maggiore energia, rivendicando la responsabilità dei processi alle presunte streghe. I prigionieri vennero quindi trasferiti nelle prigioni di Genova, e tutti i documenti spediti a Roma, alla Congregazione del Sant’Uffizio.
A leggere questi resoconti fu il cardinale Giulio Antonio Santoro, arcivescovo di Santa Severina nonché segretario del Sant’Uffizio, appunto. Scandalizzato, lanciò contro i giudici sopra citati accuse di “inumanità et crudeltà”, e probabilmente fu questo a contribuire al termine dello scempio.
Nelle carceri genovesi intanto tutti gli accusati avevano ritrattato le confessioni precedentemente rilasciate, essendo queste state estorte con la tortura. I processi andarono comunque avanti, ma le sentenze, contrariamente alle precedenti, furono senza dubbio più lievi. Fra il 1589 e il 1590 una parte delle condannate, e fra loro anche De Cagne, dovettero abiurare e fare penitenza, mentre il restante venne rilasciato.
Così si concludevano le vicende della Salem italiana, anche se almeno qui nessuna strega venne bruciata sul rogo. Il paese però, come abbiamo detto, è rimasto l’emblema della caccia alle streghe, e nelle sue strade si respira ancora un’atmosfera molto particolare, come se il presente si riunisse al passato.
Per finire, esiste anche un Museo delle Streghe, che senza dubbio merita una visita, se non altro per rendere giustizia a donne che avevano la sola colpa di essere… donne. Come capita anche ai giorni nostri, a ben pensarci.
L'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo
Ritorniamo a parlare di Fatti Storici! Che siate freschi di studi o no, ricorderete senza dubbio l’evento che, di fatto, scatenò l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Esattamente: parleremo dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo.
Facciamo però prima un passo indietro, con una domanda fondamentale: chi era l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo?
Il suo nome completo era Francesco Ferdinando d’Asburgo Este, in quanto apparteneva alla linea modenese del ramo asburgico. Era infatti discendente, anche se non diretto, in linea maschile dal quattordicesimo figlio (quarto maschio) dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, Ferdinando, che aveva sposato Beatrice d’Este, figlia di Ercole III d’Este. Parentele eccellenti, dunque, ma che non si fermavano qui: non è infatti esagerato affermare che, fra parenti vicini e lontani, la sua linea di sangue si mescolava con quelle dell’intera aristocrazia europea.
Francesco Ferdinando nacque nel 1863, da Carlo Ludovico d’Asburgo e Maria Annunziata di Borbone Due Sicilie. Il padre era fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe, marito della celeberrima Sissi, ossia Elisabetta in Baviera, e Francesco Ferdinando era primo di quattro figli, tre maschi e due femmine.
Tuttavia, il cognome Este gli venne conferito solo in seguito, alla morte dell’ultimo regnante di Modena, Francesco V d’Este, venuto a mancare nel 1875, quando Francesco Ferdinando era ancora un ragazzo. Avendo Francesco V avuto solo due figlie femmine, designò il giovane come suo erede, consentendogli di appropriarsi anche del nome degli Este.
Francesco Ferdinando fece una rapida carriera militare, facilitato dai suoi nobili natali: a 14 anni era già tenente, a 22 capitano, a 27 colonnello e a 31 generale, il tutto senza praticamente essersi mai addestrato per nessuna di queste mansioni. Ma era una piccolezza, che non gli impedì di esser messo a capo del 9° reggimento di ussari ungherese. Inoltre, gli venne conferita una commissione per effettuare alcune indagini su diverse questioni del servizio militare. Era il 1899.
Parlavamo poco sopra delle ascendenze reali. Oltre che erede dell’ultimo duca d’Este, la morte del cugino Rodolfo d’Asburgo (forse) suicidatosi a Mayerling insieme all’amante Maria Vetsera gli fece scalare l’asse dinastico, rendendolo anche erede dell’imperatore Francesco Giuseppe, suo zio. Era, insomma, un personaggio che avrebbe potenzialmente potuto salire al trono come imperatore.
Si sposò nel 1900, con la contessa ceca Sophie Chotek von Chotkowa. Probabilmente questa donna non era considerata la sposa adatta ad un futuro regnante, ma il matrimonio venne comunque autorizzato, posto che lei non godesse dello status di reale e che nessuno degli eventuali figli potesse aspirare al trono. Doveva però esserci qualche dissapore fra zio e nipote, se Francesco Giuseppe si rifiutò di partecipare alle nozze.
Il governo di Francesco Ferdinando non fu semplice. In primis, ebbe dei problemi con i nazionalisti ungheresi. Egli infatti sosteneva il suffragio universale maschile, mentre i nazionalisti lo contrastavano, convinti che avrebbe indebolito la maggioranza magiara presente nel Paese. E c’erano anche anticlericali e anticattolici, che non accettavano la sua benevolenza verso l’associazione delle scuole cattoliche.
Il biennio 1908-1909 fu molto complesso a causa della crisi in Bosnia-Erzegovina, e lo stesso il 1912-1913, periodo delle guerre balcaniche. L’impero austro-ungarico era in equilibrio precario, e in molti ritenevano l’arciduca principale sostenitore della guerra, mentre in realtà era tutto l’opposto. In entrambe queste occasioni, infatti, piuttosto si adoperò per mantenere il più possibile la pace.
Nella persona dell’arciduca si agitavano spesso correnti contrarie. Da una parte era tanto liberale da concedere più autonomia ai diversi gruppi etnici sul territorio dell’impero, quali i cechi in Boemia e gli iugoslavi in Croazia; dall’altra parte, pare, riteneva che il nazionalismo ungherese avesse già fatto troppi danni e fosse quindi meglio tenerlo a bada, ridimensionarlo. E c’era la questione della Serbia, verso la quale tendeva a mostrarsi più prudente: consigliato infatti dal capo di stato maggiore Franz Conrad von Hötzendorf, pensava che se il Paese avesse tentato la via dell’indipendenza avrebbe potuto trascinare l’Austria in una guerra contro la Russia.
Francesco Ferdinando aveva dunque questioni decisamente rilevanti da gestire, sia con il suo governo che in politica estera. Per quest’ultima organizzava frequenti viaggi e intratteneva utili relazioni, che in alcuni casi si mutarono in veri rapporti di amicizia.
Veniamo infine al momento di cui parlavamo, ossia il suo assassinio. Occorre dire che quel 28 giugno 1914 non fu l’arciduca l’unico a morire, ma venne colpita anche la moglie, che come sempre era al suo fianco. Era dunque un giorno d’estate, e la coppia si trovava a Sarajevo, in auto lungo le strade della città. Moltissime persone erano accorse a guardarli passare, e fra questi anche il loro assassino.
In realtà, questa persona non era sola. Si trattava infatti di un commando di sei uomini, tutti di nazionalità serba e facenti parte dell’organizzazione Mlada Bosnia. Ognuno dei congiurati ricevette diversi attrezzi: quattro pistole Browning FN, sei bombe a mano e altrettante capsule di cianuro, da inghiottire a missione compiuta. Sui mandanti dell’omicidio non v’è certezza, in quanto il coinvolgimento della Serbia non venne mai confermato, neppure dagli attentatori.
Quel mattino, dunque, fra le nove e le dieci il corteo reale arrivava a Sarajevo. Dei sei uomini, cinque erano appostati con le bombe a mano presso il primo ponte del lungofiume Appel, e qui avvenne il primo assalto. Una bomba venne lanciata, ma colpì la capote dell’auto scoperta dove viaggiavano Francesco Ferdinando e sua moglie e nessuno si fece troppo male. Il lanciatore tentò la fuga, e ingoiò la capsula di cianuro che però non lo uccise: venne quindi arrestato, mentre i suoi complici non fecero nulla, per ragioni diverse, e non vennero presi.
Rimase quindi soltanto quello che poi venne identificato come l’assassino, Gavrilo Princip, uno studente di appena diciannove anni. In un primo momento sembrò che anche lui dovesse fallire: il precedente attentato aveva infatti scombinato le carte, facendo deviare il corteo regale e precipitando la situazione. Lo scompiglio creato invece gli fu favorevole, e poco dopo, in un’altra strada il ragazzo si trovò davanti l’auto scoperta con a bordo le sue vittime. Dopo aver tentato invano di estrarre dalla tasca una bomba, decise di passare alla pistola ed esplose due colpi. Entrambi andarono a segno, l’uno colpì l’imperatore al collo, l’altro la moglie all’addome. E pare che Francesco Ferdinando si affannò per soccorrere la sua sposa, nonostante fosse gravemente ferito lui stesso, tanto da pregarla di rimanere viva per il bene dei loro figli. La coppia aveva infatti tre bambini, due maschi e una femmina, che all’epoca non erano neppure adolescenti.
Princip venne arrestato e tentò il suicidio due volte, prima con la capsula di cianuro, poi sparandosi con la stessa pistola. Entrambi i tentativi fallirono, e il ragazzo evitò la condanna a morte solo per la sua giovane età. Venne invece condannato a vent’anni di carcere da scontare nella prigione di Terezín, in Repubblica Ceca. Ma non andò così: contratta la tubercolosi, morì solo quattro anni dopo, a 23.
Se state pensando che le reazioni all’omicidio in tutta Europa fossero di sconvolgimento, ebbene, non fu così. Lo stesso zio dell’arciduca, Francesco Giuseppe, accolse anzi quasi con sollievo la notizia: aveva infatti temuto che i figli del nipote potessero venir meno all’obbligo di non reclamare mai il trono dell’impero, una volta adulti. Nessuno parve rammaricarsi più di tanto della terribile tragedia, ma ugualmente la sua morte venne presa a pretesto, come ben sappiamo, perché l’impero austro-ungarico si decidesse ad invadere la Serbia, cosa che accadde esattamente un mese dopo.
La scintilla era scattata, e la Prima Guerra Mondiale si preparava ad insanguinare l’Europa.
Sant'Anna di Stazzema
Riprendiamo a parlare di Fatti Storici, e quest’oggi torneremo a casa nostra per uno degli eccidi più crudeli che la storia dell’ultimo secolo ricordi. Parleremo di Sant’Anna di Stazzema.
Se percorrete spesso l’autostrada A12 o A11 verso la Lombardia, come fa chi vi scrive, avrete sicuramente notato all’altezza della Versilia un cartello che contrassegna un paese di nome Sant’Anna di Stazzema, appunto, e aggiunge che si tratta di un luogo di eccidio. Ma che cosa significa, e cosa avvenne in quel grazioso paesino in provincia di Lucca? Vediamo meglio insieme.
Come abbiamo detto ci troviamo nel cuore della Versilia, in provincia di Lucca, e Sant’Anna è una frazione del comune di Stazzema. Posizionato a 660 metri di altezza sul livello del mare, ad oggi conta appena ventisette abitanti, cosa del tutto sensata se si pensa che ospita soltanto diciassette abitazioni. Anche nel periodo di cui andremo a parlare la popolazione era modesta, ma si ingrandì enormemente con l’arrivo di diversi rifugiati da ogni parte d’Italia: dalla Toscana certo, ma anche da Napoli e da Foligno, da Pavia, da Genova, da La Spezia. Nel 1944 insomma Sant’Anna giunse a contare ben 1500 persone.
Era il 30 luglio, in piena Seconda Guerra Mondiale, quando avvenne una furiosa battaglia fra le truppe tedesche e i partigiani della X bis brigata Garibaldi. La fuga dei tedeschi concluse la lotta, e appena pochi giorni dopo, il 5 agosto giunse nel piccolo borgo l’ordine di sfollamento, con la convinzione che i detti partigiani si nascondessero proprio qui. Le autorità di Sant’Anna affermarono che non era così, e l’ordine fu revocato. Tutto bene quindi, tutto a posto? Purtroppo no.
Passarono altri pochi giorni, e il 12 agosto accadde l’impensabile. Molto presto al mattino il paesino era già circondato da diversi reparti delle SS, bardati come per andare al fronte e che invece si sarebbero trovati di fronte solo un manipolo di cittadini inermi e impauriti. Passarono casa per casa e presero chiunque si trovarono davanti: 140 creature, uomini, donne e bambini, ad eccezione di chi era riuscito a fuggire e si era nascosto nei boschi. Ma appariva chiaro che nessuno si aspettava una furia così cieca, si pensava che al massimo gli invasori si sarebbero limitati a cacciarli dal paese.
Probabilmente nessuno comprese davvero cosa stava per succedere finché non si videro allineati contro un muro, con le mitragliatrici puntate alla testa. Ne vennero uccisi così la maggior parte, ma era stato tutto troppo veloce per la sete di sangue dei soldati. Decisero quindi di ammassare tutti quei poveri corpi in una catasta, aggiungendo le panche della chiesa e i materassi trovati nelle abitazioni, e diedero fuoco al tutto. Anche chi non era stato preso in un primo momento, ed era rimasto in casa, venne comunque cacciato e trucidato, e lo stesso dicasi per chi cercava di fuggire, che veniva falciato nella corsa. Nonostante questo qualcuno era riuscito comunque a scampare al massacro, e discese la montagna per avvertire i paesi vicini di quanto accaduto.
A mezzogiorno tutto era finito, ogni casa era incendiata e ogni singolo abitante assassinato. Eppure tutto questo non bastava, la miccia era esplosa e i carnefici non erano ancora soddisfatti. Nel primo pomeriggio scesero anche loro la montagna, uccidendo chiunque incontrassero. Contando anche questi ultimi, si presume che vi furono in totale più di ottocento vittime, ma il numero esatto non si è mai stabilito.
Concluse quelle ore folli, chi era riuscito a salvarsi osò tornare nel paese per capire la reale entità dell’accaduto e per cercare qualcuno che potesse essersi miracolosamente salvato. Le scene che si pararono di fronte ai primi soccorritori furono ai limiti dell’umanità, e non pensiamo sia il caso qui di descriverle. Due giorni dopo le povere salme, molte semicarbonizzate, furono finalmente seppellite, ma non era ancora abbastanza. Si pensò che fosse necessario erigere un monumento alla memoria di quelle vittime innocenti, e questo accadde già nei tre anni successivi.
In un primo momento si pensò che il monumento dovesse sorgere di fronte alla chiesa, dove si era svolto il grosso del massacro: la decisione invece fu guidata dalla necessità che l’opera fosse visibile da molto più lontano. Si scelse quindi il Col di Cava, dove si trova ancora oggi il Monumento Ossario, che fu inaugurato il 12 agosto del 1948: vi erano stati riuniti tutti i poveri resti delle vittime, che fino a quel momento avevano riposato in fosse comuni.
Come capita sempre in questi casi, è opportuno terminare la storia con l’attenzione proprio su questi infelici. Cominciamo con una famiglia quasi completamente sterminata, i Tucci, che provenivano da Livorno. Era composta da padre, madre e otto figli, dalla più piccola di appena tre mesi alla più grande di diciotto anni. Il padre era assente al momento del massacro, ma ritornò proprio mentre si preparavano le fosse comuni: vedendo la sua intera prole insieme alla moglie assassinati senza pietà, tentò di gettarsi egli stesso nella fossa per seguirli, e venne trattenuto a stento dai soccorritori.
La vittima più giovane portava lo stesso nome del paese, Anna, e aveva appena venti giorni di vita.
A seguito di questo fatto sorsero diversi interrogativi, e uno di questi si riferiva alla difficoltà oggettiva di raggiungere il paese, soprattutto a quel tempo. Molti testimoni e sopravvissuti riferirono di aver sentito alcuni dei soldati parlare italiano, e in questo modo si giunse alla convinzione che i tedeschi non fossero giunti fin lì per proprio conto, ma che avessero potuto contare su diversi collaborazionisti. Non era del resto un segreto che questo accadesse spesso, in tempo di guerra: pensiamo soltanto agli ebrei venduti ai nazisti dai loro stessi amici o vicini di casa. In tutti i casi, le indagini iniziarono subito, portando sul banco degli imputati tre soldati tedeschi (poi raggiunti da altri tre, e successivamente da altri quattro). E potrà sembrare paradossale, ma forse non molto, la sentenza arrivò davvero solo in tempi relativamente recenti, dopo un lunghissimo e vergognoso silenzio. Giunse infatti soltanto nel 2005, con gli imputati tutti ormai ultraottantenni e che quindi, di fatto, non hanno mai davvero pagato per il loro crimine.
Le indagini appurarono che la battaglia con i partigiani avvenuta alla fine di luglio non aveva in realtà niente a che vedere con l’eccidio di Sant’Anna, non ne era stata la causa scatenante. La verità è che quel terribile massacro era già stato pianificato in precedenza, si sarebbe comunque svolto e indipendentemente da qualsiasi cosa fosse accaduta prima. Nel corso di quegli anni terribili si svolsero azioni similari, e molte caddero nel dimenticatoio, seppellite dalla ragion di stato o da questioni diplomatiche. Ciò che resta, come sempre, sono le centinaia di vite perdute senza un vero perché, soltanto per una cieca furia distruttrice.
La presa della Bastiglia
Ritorniamo a parlare di Fatti Storici. Nello scorso appuntamento con le Donne nella Storia abbiamo incontrato la giovane rivoluzionaria Charlotte Corday, assassina rea confessa del deputato Marat. Il periodo di cui ci occuperemo oggi è proprio quello in cui la giovane ha vissuto, e più in particolare il Fatto Storico è la presa della Bastiglia.
Naturalmente, prima di affrontare l’evento nel dettaglio dovremo spiegare a grandi linee come si è giunti a questo, come il popolo parigino si sollevò contro il re e la regina e decise di giustiziare tutti i nobili su cui riusciva a mettere le mani.
Il nostro primissimo appuntamento, su Gli occhi di Lucrezia, con le Donne nella Storia vedeva come protagonista proprio Maria Antonietta, che si ritrovò in mezzo alla Rivoluzione senza quasi capire neanche il come e soprattutto il perché. In quell’occasione abbiamo visto che lei, come anche il suo sposo, non era la diretta responsabile di tutto ciò che stava accadendo, ma che il malcontento popolare veniva da molto più lontano, e che il loro lassismo come sovrani aveva solo esacerbato la situazione: era stato, insomma, la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.
Stabilire esattamente tutte le cause sarebbe impossibile, ma possiamo dire che già ai tempi di Luigi XV, nonno del marito di Maria Antonietta e suo predecessore, le eccessive spese sostenute dai reali fossero motivo di scontento fra il popolo. A ciò occorre aggiungere le tasse altissime, carestie e raccolti insufficienti, e i prezzi del pane schizzati alle stelle. Non era più accettabile che a Versailles la famiglia reale vivesse circondata dal lusso, mentre il popolo moriva di fame e a causa delle malattie.
Per cercare di dare un freno al malcontento (anche se probabilmente nessuno pensava davvero che si arrivasse ad una vera rivoluzione) Luigi XVI, consigliato dall’economista Charles de Calonne, decise di varare una serie di riforme finanziarie, che avrebbero tolto alcuni privilegi alla Nobiltà e al Clero. A questo scopo, fissò per il 5 maggio 1789 gli Stati Generali, che non venivano riuniti dal 1604: questa era, per dirla in parole semplici, un’assemblea formata da rappresentanti delle tre classi sociali. Due erano la Nobiltà e il Clero appunto, mentre la terza, la più numerosa, era denominata Terzo Stato e includeva la borghesia e il popolo. Questa ultima contava il 98% della popolazione totale della Francia, eppure il suo voto non sarebbe valso a niente contro quelli delle altre due classi.
Stando così le cose, il Terzo Stato chiese una rappresentanza maggiore, e un sistema di voto che venisse effettuato a persona e non a classe. Possiamo immaginare con quale risposta del Clero e della Nobiltà, che non avevano intenzione di cedere neppure uno dei loro privilegi.
In ogni caso l’assemblea si tenne, a Versailles, ma ormai fra le tre classi la guerra era aperta. Gli Stati Generali non portarono a nessun cambiamento, e circa tre settimane dopo, il 17 giugno, ad assemblea ancora in corso il Terzo Stato si riunì per conto suo sotto il nome di Assemblea Nazionale. Tre giorni dopo il gruppo si spostava nella Sala della Pallacorda: non si sarebbero mossi di lì fino a quando la riforma costituzionale non fosse andata in porto.
In una settimana l’assemblea si allargava, accogliendo diversi membri del Clero e 47 nobili. Il 27 giugno il re alzò bandiera bianca e riunì nuovamente le tre classi nell’Assemblea Nazionale Costituente.
Mentre tutto questo accadeva a Versailles, lungo le vie di Parigi esplodeva la violenza. Il popolo temeva che il re muovesse l’esercito per sedare i disordini, e in molti iniziarono ad armarsi per le imminenti battaglie.
E qui veniamo dunque all’argomento di oggi. Tanto per cominciare, che cos’era la Bastiglia?
La prigione della Bastiglia dominava Parigi, e si trovava nel quartiere che oggi si chiama proprio Bastille, nella capitale francese. La sua costruzione era iniziata nel 1370 e si era conclusa nel 1382, anche se il suo scopo primario non era quello di carcere. In un primo momento, infatti, si trattava di una fortezza, e cominciò a venir impiegata come prigione sotto Luigi XIV, il Re Sole: in quel periodo vi si trovava detenuto l’uomo con la maschera di ferro, che la leggenda vuole fosse il gemello segreto del sovrano.
Le condizioni di prigionia erano poco meno che disumane. Non c’era alcuna difesa per chi oltrepassava quelle porte, e di sicuro c’era solo una cosa: nella maggior parte dei casi, non se ne usciva vivi. Oltre a questo, memore del suo passato da roccaforte, in cima ai suoi bastioni i cannoni erano sempre puntati sulla città, proprio in caso di rivolte.
Nel periodo di cui trattiamo a dirigere la prigione c’era Jordan de Launay, con l’aiuto di trenta soldati e ottanta invalidi di guerra. In quel 1789 però i detenuti erano appena sette.
Alla metà di luglio, come dicevamo poco sopra, i cittadini cominciavano ad armarsi. Ben presto però fu chiaro che non c’erano armi sufficienti per tutti. La prima missione fu quindi raggiungere un luogo dove si potessero procurare, e per primo toccò all’Hotel des Invalides. Qui la folla trovò dodici cannoni e 30.000 fucili.
Ma non era ancora abbastanza.
Fu a questo punto che qualcuno decise di virare verso la Bastiglia, ma non allo scopo di occuparla. L’idea era soltanto di reperire altre armi, e di chiedere che i cannoni sopra la fortezza venissero smantellati. Le cose, però, andarono diversamente.
De Launay vide arrivare il piccolo drappello di persone e mise in guardia i suoi soldati, ma assicurò che non avrebbe sparato se non in caso di assalto. La folla entrò nel primo cortile, e non accadde niente. Ma le persone aumentavano e volevano entrare anche nel secondo, così i cannoni della Bastiglia tuonarono. E iniziò lo scontro.
Seguirono quattro ore di guerriglia, con un bilancio di un centinaio di vittime fra il popolo (ovvio, cannoni contro fucili). Lo stesso De Launay venne assassinato. Dopo questo tempo, come ci ricorda l’episodio finale di Lady Oscar, il ponte levatoio si abbassava, la Bastiglia si arrendeva.
Era il 14 luglio, e in Francia ancora oggi è Festa Nazionale: in Place de la Bastille oggi la struttura non esiste più, ma è ancora possibile vederne a terra i confini, e al centro della piazza sorge una colonna di pietra che chi vi scrive ha avuto la fortuna di poter visitare.
Secondo alcuni storici, questa data si può definire come quella di inizio della Rivoluzione Francese, ma anche se così non fosse rimane il giorno più importante. Ciò che segue è quanto già abbiamo raccontato: l’arresto della famiglia reale, l’esecuzione del re e della regina, la morte per stenti del loro figlio minore, le condanne per decine di migliaia di altri nobili e tanto, tantissimo sangue sparso in nome della libertà. Non a caso, questo venne denominato in seguito il periodo del Terrore.
È pur vero che ogni rivoluzione esige il suo tributo in vite umane. Ma appare anche chiaro che ci si lasciò prendere la mano, trasformando la lotta più che legittima per la libertà in un unico, lunghissimo bagno di sangue. E più di tutto, anche dopo questi fatti la strada verso la repubblica sarebbe stata ancora lunga e costellata di insidie.
Il 25 aprile
In questa domenica torniamo a parlare di Fatti e Misteri Storici, questa volta tutti italiani. Parleremo infatti delle origini del 25 aprile, Festa della Liberazione.
Nello scorso appuntamento, ricorderete, avevamo parlato della Rivoluzione Americana e di come e quando prese forma la Costituzione di questo enorme Stato federale. Per l’Italia il discorso è un po’ diverso, ma in un certo senso il 25 aprile fu anche lo spartiacque che segnò il passaggio da una forma di governo (la monarchia) ad un altro (la Repubblica), dopo la Seconda Guerra Mondiale. Approfondiamo dunque questo argomento.
Come ben sappiamo, i presupposti per la Seconda Guerra Mondiale furono posti già subito dopo la Prima, a causa delle condizioni particolarmente dure imposte alla Germania dal Trattato di Versailles. Nel 1934, lo sappiamo, Adolf Hitler era cancelliere da circa un anno, e dopo un lento e rigoroso lavoro sotterraneo riuscì ad ottenere la nomina a Führer, con la possibilità di detenere ogni potere nelle sue sole mani. Sarebbe stato questo l’inizio di tutto.
Fervente sostenitore della purezza della razza (pure se lui per primo non rispecchiava questi canoni, occorre dirlo) nutriva un irrazionale odio, o forse solo paura, per tutti coloro che considerava diversi da questo ideale. I primi a subire le conseguenze di tanto astio furono naturalmente gli ebrei, ma non dobbiamo dimenticare che usò particolare ferocia anche nei confronti dei Rom e sinti, degli omosessuali, dei disabili mentali e fisici. Possiamo quindi affermare con cognizione di causa che fu il suo delirio di onnipotenza per la supremazia della razza germanica a scatenare, fra tutti gli altri fattori, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Ma cosa accadeva, nel frattempo, in Italia? Dell’ascesa di Mussolini abbiamo parlato a grandi linee quando ci siamo occupate dell’assassinio di Giacomo Matteotti, e non lo ripeteremo. Era ancora il 1933 quando Benito Mussolini incontrò per la prima volta un gerarca tedesco, Joseph Goebbels, che all’epoca era Ministro della Propaganda. Da quel momento fascismo e nazismo sarebbero diventati il dualismo letale che avrebbe infiammato e insanguinato non solo l’Europa, ma il mondo intero.
Le leggi razziali vennero promulgate nel nostro Paese nel settembre del 1938, e colpirono la razza ebraica ma anche ogni persona di colore che risiedesse sul suolo italiano. Il 22 maggio dell’anno successivo il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, cognato del Duce in quanto marito di sua figlia Edda, firmava il Patto d’Acciaio con la Germania, anche se affermava che l’Italia non sarebbe entrata in guerra prima di tre anni. Come ben sappiamo però Hitler non si curò di questa dichiarazione, e il 1° settembre seguente invadeva la Polonia, dando inizio al secondo conflitto mondiale.
In un primo momento Mussolini si mantenne neutrale come aveva deciso, ma gli fu sufficiente vedere le prime vittorie tedesche per cambiare idea. Oltre a questo, come dichiarò lui stesso qualche tempo dopo, temeva che se non si fosse deciso a scendere in campo anche l’Italia avrebbe subito un’ignominiosa invasione. Così, nel marzo del 1940 dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna. Armiamoci e partite, insomma, come nel film omonimo del 1971 interpretato dagli indimenticabili Franco e Ciccio.
Soltanto tre mesi dopo la Francia firmava l’armistizio con il nostro Paese, ma era evidente che l’esercito italiano non era preparato ad una guerra. In ogni caso, Mussolini si limitava a condurre un conflitto-ombra al lato della guerra principale combattuta dalla Germania, ma ben presto apparve chiaro che, se Mussolini si era dato disponibile ad ogni aiuto nei confronti dell’alleato, lo stesso non si poteva dire del contrario. Accadde in occasione dei due conflitti paralleli in Africa del Nord e in Grecia, quest’ultimo dagli esiti a dir poco disastrosi per mancanza di risorse. Il Duce decise quindi di abbandonare la via parallela, consegnandosi mani legate ad Hitler, dipendendo in tutto da lui. E proprio in questo periodo Stati Uniti e URSS si unirono al conflitto.
La campagna russa segnò un punto di non ritorno, ed evidenziò in maniera ancora più marcata le mancanze dell’esercito italiano, soprattutto con il freddo cui non erano abituati. Per dare un’idea della disfatta possiamo dar conto di 60.000 soldati qui dispersi, e molti di essi erano stati catturati e deportati in campi di detenzione sovietici.
Ma si era ormai alle ultime resistenze. Gli Alleati continuavano inesorabili la loro avanzata, e nel 1943 Mussolini tentò di convincere Hitler a richiedere un armistizio con l’Unione Sovietica, incontrando un netto rifiuto. A luglio gli Alleati sbarcavano in Sicilia.
Mussolini era ormai del tutto sfiduciato, non credeva più alla vittoria e voleva soltanto chiudere il conflitto. Solo pochi giorni dopo lo sbarco in Sicilia Hitler volò in Italia per incontrare l’alleato, rimproverandolo pesantemente per la sua inerzia e l’incapacità dei suoi militari: mentre questo accadeva, le truppe alleate stavano già bombardando Roma. Il Duce avrebbe voluto più di ogni altra cosa poter parlare francamente con Hitler e chiedergli di permettergli di smarcarsi, ma aveva soggezione di lui e non osava farlo.
Mussolini incontrò in seguito re Vittorio Emanuele III, cercando di convenire con lui il da farsi. Il sovrano gli consigliò di dimettersi dalla sua carica, ma il Duce esitava. Decise infine di accettare, e venne prontamente sostituito da Badoglio, mentre lui veniva tratto in arresto per ordine del re.
Inizialmente l’ex Duce venne trasferito sull’isola di Ponza, poi a La Spezia, infine sull’isola sarda di La Maddalena, per cercare di sottrarlo ai gerarchi nazisti che avevano ordine di trovarlo e liberarlo. La destinazione finale fu il Gran Sasso, in Abruzzo: ma a settembre l’alleato riuscì a farlo fuggire, e venne condotto in Germania dove i due si incontrarono nuovamente. Rientrato nel nostro Paese dopo la metà di settembre, ricostituì un nuovo governo, denominato Repubblica Sociale Italiana, ma che di fatto non era altro che una marionetta nelle mani di Hitler.
Nella primavera del 1945 Mussolini si vide ormai isolato e perduto, e presa con sé l’amante Claretta Petacci tentò la fuga verso la Svizzera. Nel villaggio di Dongo, in provincia di Como, però, i partigiani riconobbero l’ex dittatore, che terminò la sua vita assieme all’amante e ad altri gerarchi fascisti il 28 aprile.
Ma perché è stata scelta la data del 25 aprile per festeggiare la Liberazione dal nazifascismo? È presto detto. Era infatti questo il giorno in cui dal comando partigiano a Milano partiva l’appello per l’insurrezione armata, tramite la voce del futuro presidente Sandro Pertini. La città venne liberata ancora prima dell’arrivo degli Alleati, proprio ad opera della Resistenza e dei partigiani. Il 29 aprile nazisti e fascisti accettavano la resa, e il 22 aprile dell’anno successivo il Presidente del Consiglio Alcide de Gasperi proclamava il 25 aprile Festa della Liberazione. Da allora è festa nazionale.
La Rivoluzione Americana
Fino ad oggi Gli occhi di Lucrezia si è limitato ad occuparsi di Fatti e Misteri Storici avvenuti in Italia e in Europa. Ma oltre il Vecchio Continente c’è tutto un mondo, e oggi quindi ci occuperemo della Rivoluzione Americana, culminata con l’applicazione della Costituzione.
Avremo sicuramente tutti studiato a scuola la scoperta dell’America ad opera di Cristoforo Colombo alla fine del 1400, anche se lui pensava di essere approdato nelle Indie. L’arrivo nel Nuovo Continente della Mayflower, la nave che trasportava i Padri Pellegrini, si colloca invece circa due secoli dopo, nel primo ventennio del 1600: è del 1732, invece, la creazione della tredicesima colonia inglese, l’attuale Georgia, così chiamata in onore di re Giorgio I del Regno Unito. Sarebbe però troppo semplice affermare che i sudditi delle colonie fossero solamente inglesi: dal momento della sua scoperta, infatti, l’America stava ospitando pellegrini di diverse nazionalità, scozzesi, tedeschi, olandesi.
Le terre della nuova America erano state rese fertili e generose da questi nuovi padroni, che necessitavano di lavoratori e a questo scopo depredavano l’Africa, trasportando nuovi schiavi da un continente all’altro. I prodotti della terra, coltivati con tanta fatica (tabacco, cotone, riso) venivano in seguito caricati sulle navi mercantili e portate in Europa.
Se ci spostiamo di un paio di decenni, la Storia riporta la cosiddetta Guerra dei Sette Anni, che coinvolse le potenze europee ma anche le colonie americane. In questa occasione gli abitanti delle colonie si erano schierati dalla parte della Gran Bretagna, contro la Francia, e maturò in loro un desiderio del tutto legittimo: avere una rappresentanza al Parlamento inglese, come potevano averla i cittadini sul suolo britannico. La madrepatria però non solo gliela negò, ma promulgò una serie di leggi atte ad inasprire le tasse, allo scopo di rimpinguare le casse dello Stato provate dal conflitto. Oltre a questo, il governo inglese vietò categoricamente ai coloni sia di avviare commerci con altri Paesi, sia di realizzare e/o esportare prodotti che potessero entrare in concorrenza con quelli britannici.
Di fronte a questo tipo di oppressione, un popolo può fare due cose: chinare il capo e abbandonare i propositi bellicosi, oppure mostrare i denti e cercare di farsi valere. I coloni americani decisero per questa seconda opzione, spinti dalla creazione delle nuove università di Yale e Harvard e dalla disciplina del Calvinismo. Dobbiamo pensare che queste persone avevano sì origini europee, ma vivevano ormai nelle colonie da generazioni, e avevano acquisito un orgoglio nazionale per una nazione che, di fatto, non era ancora tale. Si posero qui le basi per la seguente Rivoluzione Industriale e per il futuro capitalismo, e come spesso capita il malcontento si manifestò con le prime ribellioni.
La prima rivolta accadde a Boston nel 1770, e prese il nome di Massacro di Boston, appunto. La seconda, sempre nella stessa città, avvenne tre anni più tardi, con un gruppo di manifestanti che, in abiti da pellerossa, assaltò una nave delle compagnie delle Indie orientali e ne rovesciò il carico, tè che avrebbe dovuto raggiungere la Cina.
Un tale stato di cose indispose il governo inglese, che chiuse immediatamente il porto di Boston, ma questo non fece altro che esacerbare i conflitti. La colonia del Massachusetts fu senza dubbio la più ribelle, e qui nacquero i primi congressi dei coloni, con lo scopo di prendersi il potere sulle loro nuove terre. Cominciava così, con la prima sparatoria contro le Giubbe Rosse dell’Esercito Britannico, la Rivoluzione Americana.
Apparve subito chiaro che, per quanto i coloni fossero determinati, non potevano affidarsi soltanto alla loro rabbia per vincere, ma avevano necessità di approntare un vero esercito. A comandarlo fu chiamato un certo George Washington, ricco possidente proveniente dalla Virginia, che aveva valorosamente combattuto contro i francesi nella suddetta Guerra dei Sette Anni.
Washington comprese che non aveva davanti uomini né bene armati né bene addestrati, e inoltre il numero dei partecipanti era molto inferiore a quello dell’Esercito britannico. Da buon soldato e stratega quindi decise per una tattica di logoramento del nemico, e mise insieme un esercito composto da contadini, galeotti e schiavi. Si può immaginare la difficoltà di tenere unito questo schieramento, inoltre si era in inverno e imperversava il vaiolo (fra le tante malattie). Fra i primi al mondo, George Washington fece inoculare il germe ai suoi uomini, proprio come aveva fatto Maria Teresa d’Austria con i suoi molti figli.
La prima vera battaglia, che fu anche l’inizio della fine della sudditanza inglese, avvenne il 17 giugno 1775 a Bunker Hill:nel luglio del 1776 il congresso si riuniva nuovamente. I delegati erano 33, e sarebbero da quel momento stati denominati come i “Padri Fondatori”. Era il giorno della Dichiarazione di Indipendenza (che non calcolava però le minoranze, in quanto i neri erano ancora schiavi: la schiavitù sarebbe stata abolita quasi un secolo dopo, nel 1865, sotto Abraham Lincoln), che era solo l’inizio della Storia americana. Soltanto sei mesi dopo, la notte di Natale, George Washington attraversava il fiume Delaware e vinceva la Battaglia di Trenton. La settimana successiva il suo esercito riconquistava il New Jersey. Nel 1777 una nuova vittoria, nella Battaglia di Saratoga.
I coloni non erano però soli in questa guerra. L’appoggio della Francia e della Spagna, mosse senza dubbio da motivi egoistici ma molto partecipi, diede animo all’esercito di Washington: nel 1783, infine, la Gran Bretagna alzava bandiera bianca e concedeva l’indipendenza alle tredici colonie inglesi con il Trattato di Versailles.
Un Paese ancora neonato necessitava di una sua Costituzione. Le basi furono gettate il 15 maggio 1787 a Philadelphia, quando si riunì la Convenzione guidata da George Washington. Venne qui deciso che la nuova America sarebbe stata uno stato federale, cioè divisa in tanti Stati indipendenti, ognuno con le sue leggi e la sua giurisdizione.
Le primissime elezioni avvennero nel febbraio dell’anno successivo, e proprio Washington venne eletto come primo presidente degli Stati Uniti d’America. Rimase in carica sino al 1797 con due mandati, e da allora 45 sono stati i Presidenti avvicendatisi fino ad oggi, fino all’attuale Joe Biden (salito al potere nel 2021).
Quanto agli stati, i primi furono naturalmente le tredici colonie sollevatesi in ribellione, mentre gli altri si aggiunsero in tempi diversi. Ne è un esempio il Vermont, aggiunto nel 1791; il Kentucky, che si staccò dalla Virginia e divenne stato indipendente nel 1792; il Maine, distaccatosi dal Massachusetts nel 1820; il Texas, riconosciuto nel 1845; la California, nel 1850; e la Virginia occidentale, distaccatasi dal territorio della Virginia nel 1863. Ad oggi il conto è di 50 stati, di cui gli ultimi in ordine di tempo sono stati l’Alaska e le Hawaii, entrambi nel 1959: il primo a gennaio e il secondo in agosto.
Il marchesino Francesco
Fino ad oggi, per la pagina Fatti e Misteri Storici, ci siamo occupati dei primi. Oggi invece passeremo ai secondi, con una storia che rimane sospesa fra realtà e leggenda, ma con una vera tragedia a fare da sfondo. Parleremo del marchesino Francesco Longhi.
Il luogo è il castello di Fumone, nel Lazio, in provincia di Frosinone. Un castello che, riferiscono i locali, nel corso dei secoli è stato teatro di diverse morti misteriose e sarebbe quindi densamente infestato. La storia del marchesino Francesco però è la più triste di tutte, perché nasconde al suo interno un sospetto infanticidio.
Era circa la metà dell’Ottocento quando il piccolo nacque, unico maschio dopo sette femmine. Come spesso d’uso nelle famiglie nobiliari, quindi, sarebbe stato lui ad ereditare le sostanze dei genitori, e le sorelle avevano solo due strade davanti a loro: contrarre un prestigioso matrimonio oppure prendere il velo.
La madre del bambino, Emilia Caetani, adorava il suo unico figlio, e lo riempiva di attenzioni a discapito delle figlie. Le ragazze, invidiose sia dell’affetto materno che stizzite all’idea di non ereditare nulla, decisero allora di ordire un terribile piano: sbarazzarsi del fratellino.
Le modalità di questo piano non sono ben chiare, ma si pensa che avessero cominciato ad avvelenarlo con piccole quantità di arsenico nel cibo, in modo da condurlo ad una fine lenta e dolorosa. C’è addirittura di parla di minuscoli pezzetti di vetro aggiunti al pasto del bambino, che avrebbero avuto lo stesso risultato. Sia come sia, ad appena tre anni, nel 1851 il piccolo Francesco entrò in agonia e morì.
Emilia Caetani impazzì per il dolore, tanto che impose di far imbalsamare il piccolo corpo con della cera, in modo da non doverlo seppellire ma poterlo tenere sempre accanto a sé. Fece poi allestire una vetrina dove depose il corpicino, circondato dai suoi giocattoli preferiti. Non solo: ogni giorno si recava a visitarlo, lo spogliava, lo lavava e lo rivestiva di nuovi abiti, proprio come se il figlio fosse ancora vivo. La stessa mano del piccolo cadavere finì con il corrodersi a causa delle lacrime che la povera donna affranta vi versava ogni giorno.
Ma noi come sappiamo, oggi, che fu assassinio? Sembra che la marchesa Emilia Caetani in realtà non abbia mai saputo la vera causa della morte del figlio, e che i medici le avessero detto che si era trattato di polmonite. In ogni caso, pare, fu una delle sorelle del bambino, dopo la sua morte, a confessare il ruolo suo e delle altre figlie nell’atroce misfatto. Ma non solo: diverse analisi condotte sul corpo avrebbero rilevato tracce del veleno nei capelli del piccolo.
Se tutta questa storia vi sembra soltanto una leggenda, sappiate che nel castello di Fumone c’è ancora il marchesino imbalsamato, che riposa dietro la teca di vetro ordinata dalla madre, con addosso i suoi abiti dell’Ottocento. Questo è tutto quanto c’è di reale e di facilmente confutabile: ma passiamo alla parte più irreale, e come sempre ognuno è libero di crederci come no.
Abbiamo detto che il castello di Fumone figura fra i luoghi più infestati. Il marchesino Francesco e la sua mamma sono sicuramente fra gli “ospiti” che in realtà non lo hanno mai lasciato. Ghost Hunters o anche semplici visitatori giurano di aver spesso sentito singhiozzi e pianti, di aver sentito un bambino in cerca della sua mamma, oppure di aver visto muoversi e cadere oggetti senza che nessuno li avesse toccati, o luci spegnersi e accendersi da sole. Ulteriori analisi, effettuate con i “ferri del mestiere” dei cacciatori di fantasmi, avrebbero rilevato una figura di bambino vicino alla teca del marchesino, intento a spostare e toccare quelli che erano i suoi giocattoli.
Da qualsiasi parte la si guardi, comunque, che lo spirito del bambino e della madre siano ancora su questa terra oppure che siano ormai ascesi insieme al cielo, non possiamo che affermare che si tratta di una storia triste, tragica, che aveva, come spesso, la sola avidità come movente per un omicidio.
Il naufragio del Titanic
Gli occhi di Lucrezia torna a trattare di Fatti e Misteri Storici. L’argomento di oggi potrebbe effettivamente rappresentare un misto di entrambe le cose, poiché ancora molti punti sono rimasti oscuri. Parleremo del naufragio del Titanic.
Partiamo dall’inizio, cioè da quando il più grande transatlantico del mondo era ancora soltanto un progetto, facente parte di qualcosa di più grande. Perché diciamo questo? Perché il Titanic era solo una delle tre navi che nelle intenzioni avrebbero dovuto dominare gli oceani, affiancata dal Britannic e dall’Olympic. Siamo agli inizi del Novecento.
Era il 1907 quando le tre gemelle cominciarono a vivere nei progetti della compagnia White Star Line. L’inizio della costruzione si sposta invece circa un anno più tardi, alla fine del 1908: ci troviamo a Belfast, nel suo cantiere navale più grande, Harland & Wolff. E le prime vittime di questo enorme cantiere ci furono già qui, ma come accade, purtroppo, ed è accaduto in ogni epoca. Si stima che furono 17, infatti, gli operai deceduti durante la costruzione.
I tempi di costruzione stabilirono un record di velocità: a maggio 1911 il Titanic veniva varato (con una bottiglia che non si ruppe, dicono le cronache, presagio di sventura) e infine completato. Nell’aprile del 1912 era pronto a salpare.
Sappiamo tutti bene la data esatta della partenza da Southampton, l’11 aprile 1912. Dopo un paio di scali il Titanic infine prese la via dell’oceano, diretta a New York, per il suo viaggio inaugurale. A bordo portava 2223 persone, divise in tre classi, di cui la terza era anche la più affollata (721 persone in tutto). Avrebbe potuto trasportarne fino a 3547 fra passeggeri ed equipaggio, ma pare che alcuni di coloro che avevano acquistato il biglietto non si fossero poi presentati all’imbarco, dichiarando di aver avuto “un brutto presentimento”. Vero o falso che fosse, questa decisione probabilmente salvò loro la vita.
In seguito si sarebbe saputo che sulla nave sarebbero dovute esser montate 64 scialuppe di salvataggio, che avrebbero potuto comodamente trasportare tutti i passeggeri e l’equipaggio in caso di naufragio. In corso d’opera invece questo numero venne ridotto, pare per non rovinare l’estetica dell’imbarcazione.
Per i primi giorni la navigazione procedette tranquillamente, almeno fino alla domenica, il 14 aprile. Nel corso della giornata c’erano stati diversi avvertimenti via radio di avvistamenti di iceberg, ma il capitano Edward Smith non sembrava darsene pensiero. Anche quando calò il buio la visibilità era buona, nonostante l’assenza della luna, e il transatlantico inaffondabile proseguiva la sua corsa. Questo fino alle 23.40 di sera.
Fu questo infatti l’orario esatto in cui le vedette avvistarono per la prima volta l’iceberg a dritta, visibile anche senza i giusti strumenti. Lanciarono subito l’allarme, e l’ufficiale di guardia William Murdoch diede ordine di virare. Purtroppo però i motori stavano viaggiando al massimo, la nave era troppo veloce e le caldaie a carbone sovraccariche. Cinquanta metri erano troppo pochi per avere il tempo di evitarlo. Si decise quindi di aggirarlo sulla sinistra, ma come ben sappiamo fu una pessima idea.
Troppo vicina all’iceberg, la nave lo colpì con il fianco destro, che si ritrovò percorso da una falla lunga 90 metri. Occorre qui premettere che il Titanic aveva sedici compartimenti stagni, e nelle intenzioni dei suoi costruttori avrebbe potuto comunque continuare a galleggiare se se ne fossero allagati fino a quattro. La zona fallata però correva lungo sei compartimenti stagni, e apparve ovvio molto presto che non c’erano speranze di salvare la nave, a meno di qualche aiuto tempestivo.
Il primo SOS venne lanciato alle 00.15, e arrivò a diverse navi nelle vicinanze: tutte però troppo lontane per poter venire in soccorso in tempi brevi, compreso il più vicino, il Carpathia, che avrebbe impiegato quattro ore per raggiungerli.
La prua iniziò ben presto ad imbarcare acqua e ad appesantirsi, fino a che la nave non si spezzò in due e la parte frontale si inabissò. La parte di poppa dapprima si ritrovò a pelo d’acqua, poi cominciò anch’essa il suo viaggio per depositarsi sul fondo dell’oceano.
Fra le vittime c’erano la totalità dei macchinisti e dei membri dell’orchestra, che come sappiamo continuarono a suonare fino alla fine. Fra i passeggeri, molti furono trascinati via dalla nave stessa, mentre altri si gettarono o caddero in mare e qui morirono di ipotermia oppure annegati. Le scialuppe avevano cercato di recuperare più naufraghi possibile, ma come abbiamo detto il loro numero era nettamente insufficiente per poter salvare tutti.
Erano le quattro del mattino quando infine il Carpathia raggiunse il luogo del disastro. Del Titanic non c’era più traccia, e in acqua rimanevano numerosi corpi ormai cadaveri. 1518 passeggeri perirono nel naufragio, e 49 dei corpi recuperati non vennero mai identificati. Clandestini a bordo? Forse.
In ogni caso, 705 furono le persone recuperate e salvate, anche se alcune di esse morirono quasi subito a bordo della nave che le aveva ripescate. La notizia della tragedia uscì su tutti i giornali il 16 aprile, provocando enorme sbigottimento.
Per una simile disgrazia, doveva necessariamente trovarsi un colpevole e si svolsero inchieste e processi. Vennero istituite due commissioni, una inglese e una americana, in quanto il Titanic apparteneva ad una compagnia degli Stati Uniti ma batteva bandiera britannica. L’inchiesta ebbe la durata di circa un mese, con le testimonianze dei sopravvissuti, passeggeri ed equipaggio. La condotta di Edward Smith, che come un vero capitano era affondato insieme alla sua nave, venne puntigliosamente esaminata: si ritenne che anche lui fosse in larga misura responsabile del naufragio, per non aver considerato gli allarmi sulla presenza di iceberg e per essere intervenuto troppo tardi affinché si evacuasse la nave. Ma come dicevamo, lui non poteva né difendersi né pagare.
La White Star Line venne invece ritenuta responsabile di avere, in un primo momento, cercato di tenere nascosto l’accaduto per non guastare la propria immagine. Tutto questo per quanto riguardava l’inchiesta americana: quella britannica si svolse nell’arco di due mesi, per tirare più o meno le medesime somme.
All’interno di questa triste storia ci sono naturalmente altre storie, quelle di alcuni passeggeri. La maggior parte di essi erano emigrati irlandesi, ma c’erano diverse altre nazionalità. Fra i sopravvissuti contiamo un italiano, Emilio Portaluppi, che lanciatosi in mare si tenne aggrappato ad un blocco di ghiaccio finché non venne avvistato da una scialuppa. Ma anche un giapponese, l’unico a bordo, Masabumi Hosono, che contravvenendo alle indicazioni “prima le donne e i bambini” si piazzò su una scialuppa, salvandosi ma pregiudicando la sua vita e la sua carriera. Pare, infatti, che tornato in patria venisse chiamato traditore, in quanto secondo la cultura nipponica avrebbe dovuto affrontare la sua sorte come un samurai e andare incontro alla morte a testa alta. E inizialmente lui aveva avuto quest’idea: soltanto il pensiero della sua famiglia che l’attendeva e avrebbe sicuramente sofferto per la sua perdita lo convinse a tentare di salvarsi. Possiamo davvero fargliene una colpa?
Infine, conoscerete senza dubbio tutti il film del 1997 di James Cameron, con protagonisti una bellissima Kate Winslet e un giovane Leonardo DiCaprio al massimo del suo splendore. Ebbene, la coppia formata da Rose e Jack non è propriamente esistita, ma è stata ispirata ad una di quelle storie nella storia di cui vi parlavo.
Una piccola, piccolissima storia riguarda una delle scene finali del naufragio. Ricorderete la scena del film in cui la coppia anziana si stringe nel letto della sua cabina, aspettando la morte. Si tratta di un omaggio ai coniugi Isidor, coproprietario dei magazzini Macy’s, e Ida Straus, che erano imbarcati sul Titanic dopo una vacanza in Francia. Erano passeggeri di prima classe, e in quanto tali avrebbero avuto a prescindere la priorità sui posti che avrebbero garantito la salvezza. A Ida, che era una donna, venne offerto un posto in una scialuppa, che lei però rifiutò, non volendo abbandonare l’amato sposo. Quanto a Isidor, alla medesima richiesta oppose lo stesso rifiuto, non pensando neppure di sottrarre a qualcun altro la possibilità di sopravvivere. Cercò di spingere la moglie ad andare, ma lei non volle lasciarlo e così rimasero insieme, uniti nella morte come nella vita.
Quanto a Rose e Jack, sul Titanic un’altra coppia venne tragicamente divisa dal disastro. Lei, Kate Florence Phillips, aveva diciannove anni mentre lui, Henry Morley, era il suo capo, ne aveva quaranta ed era sposato, oltre ad avere una figlia adolescente. I due intendevano fuggire insieme e si imbarcarono quindi sul Titanic sotto falso nome. Sembra che nel corso del viaggio lui le regalò un particolare gioiello, chiamato L’Amour de la Mer, e che dalle foto assomiglia molto al Cuore dell’Oceano che portava Rose nel film.
In ogni caso, purtroppo Henry morì nel naufragio, mentre Kate si salvò. Pochi mesi dopo scoprì di essere incinta di sua figlia, Ellen, concepita con ogni probabilità proprio a bordo della nave, che venne riconosciuta dall’uomo che poi sua madre sposò, Frederick Watson. Ma la psiche di Kate era stata di certo minata dalla tragedia e dalla perdita dell’amato, così tentò il suicidio e venne infine internata in manicomio, oltre che abbandonata dal marito. Sua figlia Ellen venne cresciuta dai nonni, e ci ha lasciato nel 2005, all’età di 92 anni.
Non possiamo che concludere questa storia con la straziante vicenda del Titan, di cui si è continuato a parlare fino a qualche mese fa e che ha come indiretto protagonista il Titanic. Il fatto, come certo ricorderete, ha avuto come data d’inizio lo scorso 18 giugno, quando cinque persone presero posto a bordo del sottomarino Titan per scendere negli abissi ed esplorare nuovamente il relitto del celebre transatlantico. Si trattava di Stockon Rush, presidente e fondatore della società OceanGate; il miliardario inglese Hamish Harding; l’esploratore francese Paul Henri Nargeolet; l’uomo d’affari anglo-pakistano Shahzada Dawood e ultimo suo figlio, Suleman, un ragazzo di diciannove anni. La discesa nell’oceano sembrò andare come previsto, ma dopo meno di due ore i contatti radio con il sottomarino si interruppero, e si cominciò ad ipotizzare che, posto che i cinque uomini fossero ancora vivi, avrebbero avuto ossigeno ancora per 94 ore.
Le ricerche furono avviate già la mattina dopo, ma oggi sappiamo che sarebbe comunque stato troppo tardi per salvare la vita dei passeggeri. Era la tarda mattinata del 22 giugno quando infine furono rinvenuti i resti del Titan, a circa 12.500 piedi di profondità e ad appena cinquecento metri dal relitto del Titanic. Con il passare delle ore si giunse a quella che ad oggi rimane l’ipotesi più verosimile: la pressione all’interno del sottomarino, realizzato in fibra di carbonio, sarebbe stata inadatta a così grandi profondità, e il mezzo sarebbe quindi imploso provocando la morte, si spera immediata, dei suoi passeggeri. Di loro, infatti, nessuno resto è stato trovato.
Quanto alle polemiche che hanno accompagnato questo caso nelle settimane seguenti, non ce ne occuperemo in questa sede. Come la tragedia del Titanic, infatti, possiamo soltanto dire che anche quella del Titan avrebbe dovuto e potuto esser evitata. A maggior ragione oggi, nel 2023, più di un secolo dopo.
Il caso di Elisa Claps
Torniamo a parlare di Fatti Storici, e di un Fatto di cronaca tornato alla ribalta proprio in queste settimane grazie ad una miniserie trasmessa su Rai 1 e Rai Play. Parliamo del caso di Elisa Claps.
Cominciamo spiegando chi era Elisa Claps. Se questo può ancora valere qualcosa in questo nostro strano mondo, Elisa era quel che si definisce “una brava ragazza”. Era nata a Potenza e nel 1993 aveva sedici anni, e frequentava il liceo classico.
Era il 12 settembre, una domenica, quando uscì dalla sua abitazione dicendo al fratello maggiore Gildo che sarebbe andata a messa nella chiesa della Santissima Trinità, ma che li avrebbe poi raggiunti per il pranzo. Nulla di strano insomma, una mattina come tante altre, ma anche se nessuno poteva sospettarlo, quella sarebbe stata l’ultima volta che la famiglia avrebbe visto la giovane viva.
Testimonianze successive avrebbero permesso di scoprire una piccola discrepanza sul reale motivo della presenza di Elisa alla chiesa: non sarebbe andata lì per assistere alla funzione, o almeno non soltanto. Qui avrebbe infatti dovuto incontrare un amico. Ma anche qui, nulla di misterioso o di fuori dall’ordinario.
Elisa Claps, tuttavia, scomparve e nessuno ebbe più sue notizie per i diciassette anni successivi. Si seppe che il nome dell’amico che avrebbe dovuto incontrare era Danilo Restivo, e che il giorno stesso della scomparsa della ragazza aveva fatto ricorso al Pronto Soccorso per farsi medicare una ferita alla mano. Inoltre i suoi abiti presentavano macchie di sangue, ma nessuno pensò di fermarlo, tanto che nei giorni seguenti scomparve con la scusa di un esame che avrebbe dovuto sostenere a Napoli. Ma chi era Danilo Restivo, e perché si pensava che fosse stato lui a fare del male a Elisa?
Danilo Restivo era più grande di Elisa: aveva ventun anni ed era un ragazzo “particolare”. Aveva la tendenza ad ossessionarsi per le ragazze, e quando questo accadeva importunava la ragazza di turno con telefonate anonime, oltre a tagliarle di nascosto ciocche di capelli. Quando infine tentava un approccio vero e proprio, un eventuale rifiuto poteva renderlo aggressivo.
Nonostante i sospetti a carico del ragazzo, gli interrogatori successivi non portarono a nulla, mentre la famiglia di Elisa continuava instancabilmente a cercarla. Un’angoscia, lo abbiamo detto, lunga ben diciassette anni.
Ma non soltanto Danilo Restivo era considerato quantomeno una persona che potesse dare delle risposte sulla scomparsa della ragazza. Gildo Claps raccontò in seguito che, preoccupato per la sorte della sorella, si era recato di persona nella chiesa della Santissima Trinità a chiedere al parroco, don Mimì, se l’avesse vista. Quel giorno a Gildo fu impossibile entrare, poiché soltanto il parroco possedeva le chiavi, e in quel momento non si trovava in città. In seguito anche la madre di Elisa interrogò il religioso in merito, ma le sue risposte poco esaustive le avevano fatto pensare che non stesse dicendo tutta la verità.
Quanto a Danilo Restivo, non era ufficialmente indagato, così poté non solo lasciare Potenza, ma anche trasferirsi in Inghilterra, nel villaggio di Charminster. Sua vicina di casa era una sarta e madre di due figli, Heather Barnett.
Nel novembre 2002 Heather Barnett venne ritrovata dai figli assassinata in casa, colpita da tredici coltellate. La vittima presentava una ciocca di capelli tagliata, e successive analisi dirottarono l’attenzione degli investigatori sul vicino di casa. Danilo Restivo.
Nel marzo 2010 la chiesa della Santissima Trinità fu oggetto di alcuni lavori di ristrutturazione a causa di alcune infiltrazioni d’acqua. Nel sottotetto vennero rinvenuti resti umani: si appurò che appartenevano alla sfortunata Elisa Claps, che verosimilmente era sempre stata là, sopra le teste dei fedeli, assassinata il giorno stesso della scomparsa.
La famiglia di Elisa dichiarò di essere convinta che il corpo della giovane fosse già stato scoperto tempo prima, ma che nessuno lo avesse dichiarato. Nel frattempo il parroco, don Mimì era deceduto, nel 2008, e aveva portato con sé qualsiasi segreto custodisse.
A maggio, dopo le dovute indagini, Danilo Restivo era stato ufficialmente accusato dell’omicidio di Heather Barnett, e in Italia le analisi sui resti di Elisa permisero di mettere i due casi in relazione. Le due donne erano state quindi strappate alla vita dalla stessa mano.
Il processo Barnett si concluse in meno di un anno, con la condanna a 40 anni. Il processo Claps si protrasse invece sino al 2014, con la condanna a 30 anni e 700.000 euro da versare alla famiglia a titolo di risarcimento.
Occorre precisare che Danilo Restivo non ha mai ammesso le sue colpe per nessuno dei due delitti, e anzi nel 2013, alla vigilia della sentenza aveva chiesto di poter “raccontare la sua verità”. Rimane però il fatto che tentò diversi depistaggi, mettendo in campo fantasiose ricostruzioni e puntando altrove la responsabilità dei suoi crimini.
Al momento si trova in Gran Bretagna, dove sta scontando la sua pena. Con la pena complessiva, 70 anni fra la sentenza inglese e quella italiana, potrebbe uscire nel 2050, a quasi ottant’anni di età.
Concludiamo con la notizia, lo scorso agosto, della riapertura al culto della chiesa della Santissima Trinità, eventualità che non ha trovato d’accordo la famiglia di Elisa Claps. Ciò non significa, ha spiegato il fratello Gildo in un’intervista, che l’opposizione sia definitiva: si sperava soltanto che la Chiesa si assumesse le sue responsabilità sia sui ritardi nel ritrovamento, sia per tutte le false piste successive.
Per finire, parlavamo della miniserie che ha riportato il caso di Elisa Claps all’attenzione del pubblico. A dirigerla è Marco Pontecorvo, che si è avvalso della collaborazione della famiglia basandosi sul libro Blood on the altar, scritto da Tobias Jones. Il titolo è Per Elisa - Il caso Claps, si compone di tre puntate e la prima è andata in onda lo scorso 24 ottobre. A ridare vita ad Elisa è Ludovica Ciaschetti, mentre suo fratello Gildo è impersonato da Gianmarco Saurino e Danilo Restivo da Giulio Della Monica. La seconda puntata andrà in onda martedì 31 ottobre, mentre la terza e ultima martedì 7 novembre, sempre su Rai 1. Ma sarà disponibile anche in streaming, su Rai Play.
L'esorcismo di Anneliese Michel
Se siete amanti dell’horror, conoscerete senza dubbio il film del 2007 L’esorcismo di Emily Rose, interpretato da una bravissima Jennifer Carpenter. Per i Fatti e Misteri Storici di oggi quindi, parliamo del caso che ispirò prima il libro e poi il film: l’esorcismo di Anneliese Michel.
Partiamo dall’inizio, e cioè da chi era Anneliese Michel. Si tratta di una ragazza tedesca, nata nella regione della Baviera nel 1952. Era quel che si dice una brava ragazza, molto religiosa, ma con alcuni problemi di salute già nell’adolescenza. Contrasse in questo periodo una malattia polmonare, che la costrinse al ricovero in un sanatorio che ospitava malati di tubercolosi. Dovette quindi interrompere gli studi, ma li riprese appena guarita… per poi fermarsi di nuovo. Questa volta la causa erano violente convulsioni, un caso particolarmente grave di epilessia che le impediva di parlare in maniera coerente e di camminare senza aiuto. Nulla di tutto questo però indebolì la sua fede: al contrario divenne sempre più religiosa, e pregava ogni volta che ne aveva la possibilità.
Al compimento dei sedici anni molte stranezze riscontrate in lei iniziarono ad impensierire i genitori, ma mai quanto quello che accadde in occasione di un pellegrinaggio. Era il 1968, e già nel corso del viaggio pare che Anneliese iniziasse a parlare con una voce diversa dalla sua, una voce maschile: giunti al luogo di culto, passò ad inveire vere e proprie maledizioni. Ma non era che l’inizio.
Di notte, pare, la giovane restava come paralizzata nel suo letto, incapace di muoversi come se qualcosa di potente e invisibile la tenesse bloccata; ma capitava anche, come riferì il sacerdote che aveva partecipato a quel viaggio, padre Renz, che una forza misteriosa spesso la afferrasse e la sbattesse alle pareti, o la gettasse a terra.
Naturalmente i genitori si rivolsero subito a diversi medici, nel tentativo di comprendere di quale patologia soffrisse l’adolescente. Nessuno seppe spiegarlo, e nella loro mente si fece strada il timore che la figlia fosse posseduta. Inoltrarono quindi una richiesta al Vescovo locale, perché desse il permesso di effettuare un esorcismo (come sappiamo bene la Chiesa cattolica è molto restia a concedere una cosa simile, a meno che non vi sia certezza assoluta della presenza di una entità demoniaca). Infatti la richiesta venne respinta, con la raccomandazione di proseguire invece con le visite mediche.
Tutto questo non servì a niente, ma nuovi segnali vennero ad aggiungersi ai sintomi già presenti. Anneliese Michel, come abbiamo detto profondamente religiosa, d’un tratto provava repulsione per ogni oggetto sacro, e parlava in lingue ormai in disuso, come l’aramaico o il greco antico: infine, la sua forza fisica era aumentata in maniera innaturale. Nel 1975, quindi, il vescovo Josef Stangl diede finalmente il via libera per l’esorcismo.
Uno dei due sacerdoti scelti per il rito era proprio padre Renz, mentre l’altro era padre Alt. Insieme i due misero a punto un piano, e già al primo tentativo, eseguito in latino, i demoni (sì, perché non era uno solo) non lasciarono ai religiosi il tempo di chiedere loro neppure chi fossero, e cominciarono a presentarsi da soli. Dissero di essere Lucifero, Giuda, Hitler, Nerone, Caino, il religioso tedesco Fleischmann: tutti insieme dentro il corpo della povera ragazza.
Se i film di cui parlavamo più sopra hanno senza dubbio esagerato alcuni particolari, si riporta di danni gravissimi occorsi al corpo di Anneliese Michel nel corso della sua possessione. Occhi neri, aggressività continua, tendenza a strappare i propri abiti, arrampicate sui muri, versi orrendi, viso e testa tumefatti, denti rotti da diversi tentativi di mordere le pareti. Smise del tutto di mangiare, se non la Santa Eucarestia che le veniva offerta nel corso degli esorcismi.
La vita della ragazza era dunque diventata un incubo, ma c’erano ancora dei brevi momenti in cui aveva il controllo del suo corpo e della sua mente. In questi periodi offriva sacrifici a Dio, e faceva penitenza per espiare i peccati: pare che questa richiesta le fosse arrivata proprio dalla Vergine Maria, che le era apparsa nel corso di una passeggiata con il fidanzato (che dunque aveva assistito all’evento).
Alla fine del 1975 alcuni dei demoni iniziarono ad abbandonare il corpo della ragazza, per intercessione, spiegarono i sacerdoti, della stessa Vergine Maria. Dieci mesi totali e sessantacinque esorcismi dopo, il 1° luglio 1976 Anneliese Michel, ventiquattro anni, si arrese alle condizioni pietose del suo corpo e morì. Effettuata l’autopsia, si trovarono tracce di Stimmate, le stesse che per tanti anni avevano afflitto San Padre Pio.
Dopo la morte della ragazza i genitori e i due sacerdoti vennero accusati di omicidio colposo e condannati a sei mesi di reclusione, nonostante avessero ampiamente dimostrato che era stato impossibile alimentare la giovane nel corso della sua possessione.
Il caso di Anneliese Michel suscitò molto clamore e portò a numerosi scontri nella Chiesa cattolica, così tutto il materiale raccolto nel corso degli esorcismi venne sequestrato e insabbiato. Questo fino al 1997, quando venne riesumato e reso noto, registrazioni audio e annotazioni prese dai testimoni presenti. Pare inoltre che alcuni filmati degli esorcismi siano reperibili abbastanza facilmente sul web, ma chi vi scrive non se la sente di consigliarvi di cercarli. Anzi, sarebbe più propensa a invitarvi a non farlo, in quanto potrebbero essere molto disturbanti.
Come sempre capita in questi casi, nessuno possiede la verità assoluta e forse non sapremo mai se la giovane fosse realmente un soggetto da esorcizzare e non semplicemente da curare. C’è chi all’epoca dei fatti affermò che l’eccessiva religiosità della famiglia avesse influenzato la ragazza, convincendola di una possessione inesistente: l’unica cosa certa è la morte di una giovane donna che pensava, forse nel delirio, di dover espiare tramite il suo corpo colpe altrui e altrui peccati, e che per questo ha dato anche la sua vita. Per il resto, come sempre rimane la libertà di credere o meno, una cosa assolutamente personale.
La scomparsa di Mirella Gregori
Gli occhi di Lucrezia torna ad occuparsi di Fatti e Misteri Storici. L’ultima volta abbiamo parlato di una delle sparizioni più famose e misteriose della storia italiana, e che ad oggi non ha ancora avuto una spiegazione logica. Ma nel corso di quel 1983 non fu solo Emanuela Orlandi a scomparire senza lasciare traccia: meno di due mesi prima un’altra ragazza della sua stessa età era uscita dalla sua abitazione per non farvi più ritorno. Quella ragazza si chiamava Mirella Gregori.
Anche Mirella Gregori aveva quindici anni e viveva a Roma nel 1983. Il 6 maggio si stava svolgendo l’inaugurazione del bar di proprietà dei suoi genitori, vicino a Porta Pia. Era dunque un giorno di festa, ed erano intervenute molte persone. Non invitati c’erano anche due ragazzi, con una macchina fotografica al collo, che parevano interessati a scattare delle foto proprio a Mirella. La madre della giovane si liberò subito di loro.
Soltanto il giorno dopo la ragazza, uscita da scuola passò per il bar prima di rincasare. Ad una cert’ora suonarono al citofono e rispose lei: disse alla madre che sarebbe uscita per incontrare un amico. Prima di raggiungerlo però si fermò presso un altro bar, gestito dai genitori di una sua amica. Fu lei a dichiarare in seguito che Mirella le aveva detto che la sua destinazione era Villa Torlonia, dove avrebbe dovuto suonare la chitarra proprio in compagnia di quell’amico. Tuttavia in seguito la ragazza avrebbe ritrattato, sostenendo di non ricordare quanto si erano dette.
In ogni caso, uscita dal bar anche Mirella sarebbe svanita nel nulla. Qualche tempo dopo un’intercettazione ripresa dal Sisde avrebbe sentito proprio l’amica affermare che sapeva chi aveva l’aveva presa, che le conosceva entrambe e che invece avrebbe potuto prendere lei. Non fece però mai il nome dell’uomo in questione, si pensò che si trattasse di qualcuno che lavorava nella Gendarmeria Vaticana. Qualche mese dopo la famiglia Gregori ricevette una telefonata, una voce maschile che descriveva minuziosamente gli abiti di Mirella al momento della scomparsa. Da quel momento in poi, più nulla: a giugno, come ben sappiamo, era scomparsa Emanuela Orlandi.
Sappiamo che i due casi vennero messi in relazione, anche se le due ragazze non si conoscevano e plausibilmente non si erano neppure mai viste. Parlando di Emanuela Orlandi abbiamo citato l’attentatore di Giovanni Paolo II, Ali Agca, che aveva sostenuto di sapere dove fosse: aveva spiegato che le ragazze erano insieme, e che erano state sequestrate dalle stesse persone. Non c’erano però prove della veridicità delle sue parole.
Nel 1985 venne convocata una guardia del corpo dell’allora papa Wojtyla, che la madre di Mirella aveva visto parlare con la figlia in alcune occasioni. Dalle sue parole non emerse nulla, se non un’intercettazione rilevata prima della deposizione dove chiedeva alla Gendarmeria Vaticana cosa avrebbe dovuto dire. Pare anche che accennò a una qualche responsabilità dei preti. Tuttavia, in seguito si appurò che non era lui la persona con cui la giovane si era qualche volta intrattenuta a conversare.
Erano trascorsi otto anni dalla scomparsa di Mirella, e la malattia ebbe la meglio su sua madre, Vittoria, che ha lasciato questo mondo senza rivedere la figlia minore. Mirella ha infatti una sorella maggiore, che la sera della sua scomparsa era andata a cercarla insieme col fidanzato e in seguito aveva pattugliato tutti gli ospedali della Capitale.
Naturalmente i testimoni vennero interrogati, compreso il ragazzo che Mirella avrebbe dovuto incontrare quel giorno. Egli però riferì di non esser stato lui a suonare al citofono, che non avrebbe dovuto vederla e anzi, non la vedeva da due anni. Precedentemente aveva però dichiarato che erano trascorsi solo cinque mesi dal loro ultimo incontro.
Come nel caso di Emanuela Orlandi le piste sono state molte e confuse, ma la sorella di Mirella continua a pensare che la ragazza fosse stata “messa in ombra”, come se il suo caso fosse meno importante di quello di Emanuela. Lo scorso 7 maggio però, esattamente quarant’anni dopo la sua scomparsa, si era parlato dell’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta per riaprirli entrambi.
Lo scrittore e giornalista Mauro Valentini, che ha curato un libro dedicato proprio a questo Fatto di cronaca, è convinto che la quindicenne sia caduta in una trappola ordita da qualcuno che la conosceva, una persona di cui si fidava. Aggiunge anche che i nomi sono scritti nero su bianco, e che si trovano proprio nei fascicoli che la commissione dovrebbe visionare.
Anche Chi l’ha visto ha dedicato un servizio a Mirella Gregori, lo scorso luglio, ospitando in studio la sorella e suo figlio e raccogliendo testimonianze di amiche di lei e conoscenti che a quanto pareva non erano mai stati sentiti all’epoca dei fatti. E pare che ci fossero degli strani personaggi interessati alla quindicenne, che erano giunti a chiedere di lei proprio nel bar dei genitori dell’amica. Invece quest’ultima pareva sapere più di quanto dichiarava, ma le sue parole non avevano comunque sciolto alcun mistero.
Quanto alla famiglia di Mirella, anche il padre non è più in vita, e a lottare per scoprire la verità è rimasta soltanto la sorella maggiore. Come Emanuela, Mirella è scomparsa nel nulla e il caso che la riguarda non sembra, purtroppo, destinato a risolversi presto.
Il furto della Gioconda
Torniamo a parlare di Fatti e Misteri Storici! Lo facciamo con uno dei furti più clamorosi della Storia, se non il più clamoroso in assoluto. Parliamo del furto della Gioconda.
Per anni, se non secoli, il popolo italiano è stato convinto che il celebre quadro, forse il più famoso dipinto da Leonardo Da Vinci, sia stato rubato e portato impunemente in Francia, dove si trova ancora oggi. La Storia ci ha invece corretto, spiegando che in realtà non vi fu alcuna ruberia, ma che fu il suo stesso autore a vendere il quadro quando, negli ultimi anni della sua vita, lavorò e visse ad Amboise, nella regione della Loira. Dal 1517 al 1519 infatti, anno della sua morte, l’artista si trovava alla corte di Francesco I, tanto è vero che la sua tomba si trova ancora qui, nel castello di Cloux.
Dopo la morte di Leonardo il dipinto rimase senz’altro in Francia, cambiando diverse dimore, senza che (evidentemente) a nessuno venisse in mente di reclamarlo. Anche Napoleone poté ammirarlo, non solo, lo fece trasferire alle Tuileries per impreziosire la stanza di sua moglie, l’imperatrice Josephine: ma infine rimase stabilmente al Louvre.
Nel 1911 il Louvre, considerato uno dei maggiori musei europei, non aveva neppure lontanamente le misure di sicurezza di oggi. Neppure nella sala dove era custodita la Gioconda, che era considerata né più né meno degli altri dipinti. Niente di eccezionale, e niente di paragonabile ad oggi.
All’epoca il lunedì era il giorno di chiusura del museo, e non era raro che qualche artista vi si recasse, allo scopo di copiare qualcuno dei capolavori esposti. Così accadde anche quel 22 agosto, quando il pittore Louis Béroud raggiunse la sala dove era esposta la Gioconda, con l’intenzione di copiarla. Davanti ai suoi occhi però si presentò solamente una parete vuota. Il quadro era sparito.
Come era ovvio non si pensò subito ad un furto, ma che l’opera (chi l’ha vista di persona sa che è poco più grande di un foglio A4) fosse semplicemente stata spostata, o si trovasse in uno studio fotografico vicino. Appurato che era veramente scomparsa, anche a seguito del ritrovamento della cornice e del vetro abbandonati dal ladro, ogni sala del museo venne evacuata e le indagini iniziarono, anche se con colpevole ritardo.
I primi ad essere interrogati furono i membri del personale, insieme agli operai che avevano effettuato dei lavori di manutenzione nel museo. Nessuno di loro risultò indagato, ma la cosa più eclatante è che vennero sospettati anche Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso. Le accuse caddero, senza alcuna prova a supportarle.
Le indagini si protrassero per due anni e la stampa si occupò massicciamente del fatto, ma la Gioconda sembrava svanita nel nulla. Infine, nel 1913 il quadro ricomparve, in Italia e per la precisione a Firenze.
Un antiquario, Alfredo Geri, fece sapere di essere stato contattato tramite lettera per acquistare un quadro da un certo Leonardo V. Il quadro, lo avrete già capito, era proprio la Gioconda, e il signor Leonardo V. sosteneva che dovesse esser posto agli Uffizi, il luogo più consono considerato che era stato indebitamente sottratto all’Italia dalla Francia. Vediamo dunque che anche questo signore credeva al furto da parte di Napoleone.
L’antiquario si mise in contatto con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi, e insieme decisero di incontrare il misterioso venditore. Inizialmente i tre si riunirono nel negozio di Geri, quindi si spostarono nella stanza d’albergo del signor Leonardo. Questi si chiamava in realtà Vincenzo Peruggia, ed era un imbianchino italiano che aveva appunto lavorato al Louvre. Ignorando che la Gioconda non era stata affatto sottratta da nessuno all’Italia, aveva pensato che il suo posto fosse nel nostro Paese, e aveva pensato di poterla rubare e riportarla dove doveva stare.
Fu Peruggia stesso, arrestato immediatamente, a spiegare come erano avvenuti i fatti. Raccontò di esser stato proprio lui a montare la teca dove si trovava la Gioconda al Louvre, e che quindi sapeva benissimo sia come smontarla sia come poter eludere i controlli. Spiegò di esser rimasto nascosto in uno sgabuzzino per tutta la domenica notte, di esserne uscito il lunedì mattina presto e di aver “liberato” il dipinto. Come abbiamo detto la Monna Lisa è un quadro molto piccolo, così Peruggia lo aveva semplicemente nascosto sotto il suo cappotto, uscendo indisturbato e permettendosi di prendere un taxi per tornare alla pensione dove alloggiava. Qui lo aveva infilato sotto il letto: e lì era rimasto per due anni.
Il quadro ritornò subito a Parigi, mentre Peruggia sosteneva il processo per furto. La sua pena consistette in un anno e mezzo di reclusione, riconoscendo la sua infermità mentale e la sua mancanza di pericolosità per la società. In seguito avrebbe spiegato che la Gioconda non era la sua prima scelta, ma che inizialmente aveva pensato di sottrarre la Bella Giardiniera di Raffaello. Il quadro era però troppo grande, così egli ripiegò sulla Monna Lisa. Spiegò anche di essere stato convinto che, una volta passato il confine e tornato in Italia, non sarebbe stato punito, ma anzi gli sarebbe stata conferita una ricompensa per aver riportato nel nostro Paese un suo capolavoro rubato.
Scontata la sua pena Vincenzo Peruggia tornò anch’egli in Francia, e combatté nella Prima Guerra Mondiale. Si sposò ed ebbe una figlia: ma morì relativamente giovane, a causa di un infarto, nel 1925 ad appena 44 anni.
Quanto alla Gioconda, oggi la sua situazione al Louvre è ben diversa: posta nella Salle des Etats, all’interno del Pavillon Denon, davanti a lei sulla parete opposta trova spazio Le nozze di Cana, dipinto dal Veronese. A proteggerla c’è un vetro blindato e antiproiettile, che le garantisce il perfetto equilibrio di umidità: il dipinto è infatti stato realizzato su una tavola di pioppo, e l’eccessiva umidità, unita a tutto ciò che consegue un flusso ininterrotto di 6 milioni di visitatori all’anno, potrebbe essergli fatale. Come possiamo vedere, dunque, il museo del Louvre ha imparato dai suoi errori ed è quindi abbastanza improbabile, se non impossibile, che qualcuno possa replicare il gesto eclatante del signor Peruggia.
La scomparsa di Emanuela Orlandi
Il Fatto Storico di oggi può essere senz’altro classificato anche come Mistero, e presto capirete il perché. Si tratta di una vicenda ancora aperta, con diversi punti oscuri e che per questo tratteremo con tutta la delicatezza del caso. Parleremo della scomparsa di Emanuela Orlandi.
Cominciamo col dire che è praticamente impossibile, da quarant’anni a questa parte, non avere mai neppure sentito nominare Emanuela Orlandi, anche se all’epoca eravate bambini o non eravate nati. La prima cosa da fare però, per completezza, è spiegare chi fosse questa ragazza ed esporre i fatti così come li conosciamo oggi.
Emanuela Orlandi era figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, e insieme ai genitori e ai fratelli viveva a Città del Vaticano. Era una giovane di quindici anni, frequentava il secondo anno del liceo scientifico e studiava pianoforte: dalle informazioni che abbiamo di lei sappiamo che suonava anche il flauto traverso. Quel 22 giugno del 1983, quarant’anni fa, era appunto uscita per la sua lezione di musica in Piazza Sant’Apollinare, terminata alle 18.45. Da una cabina telefonica chiamò a casa e parlò con la sorella, informandola che avrebbe fatto tardi perché non passavano autobus e anche che, poco prima, era stata fermata da un uomo che le aveva proposto un lavoro nel corso di una sfilata. Fu l’ultima volta che la famiglia sentì la sua voce: da quel momento la ragazza scomparve nel nulla, come dissolta per le strade di Roma.
Negli anni sono state battute e poi abbandonate le piste più diverse. Soltanto un mese prima era scomparsa un’altra ragazza, Mirella Gregori, della quale parleremo più avanti e che aveva la sua stessa età: non è mai stato chiarito se i due casi fossero collegati, in quanto le ragazze non avevano nulla in comune e non si conoscevano neppure, così come le rispettive famiglie. L’unico punto di contatto fu una dichiarazione di un movimento turco di estrema destra, i Lupi Grigi, che nel corso dei mesi successivi affermò di avere entrambe le quindicenni, pista che andò a scontrarsi con il nome di Ali Ağca, che come ben sappiamo aveva tentato nel 1981 di assassinare Giovanni Paolo II. Successivamente alcune dichiarazioni dirottarono le indagini sulla Banda della Magliana, rese dall’ex compagna di uno dei membri, Enrico De Pedis. Ella raccontò che la giovane era stata rapita, condotta e tenuta sequestrata per qualche giorno in un appartamento romano, successivamente uccisa, e i suoi resti erano stati gettati nelle fondamenta di un palazzo che stava per essere costruito. Anche questa inchiesta però veniva archiviata nel 2016.
Sappiamo che negli ultimi mesi sono state avanzate nuove ipotesi, e fra queste è emersa la pista familiare, nella persona di uno zio (ormai defunto) che avrebbe fatto delle avance alla ragazza e alla sorella maggiore. Queste dichiarazioni sono state duramente contestate dal fratello di Emanuela, Pietro, che non ha mai smesso di cercare la verità e ha affermato che il Vaticano sta solamente tentando di discolparsi. Ciò che è certo è che una quindicenne non ha più fatto ritorno a casa, e che probabilmente le indagini sono state condotte senza la necessaria accortezza, forse nel tentativo di coprire qualcosa di più grande e non limitato a Roma.
Fra gli altri, ad occuparsi del caso fu il giornalista Andrea Purgatori, purtroppo venuto a mancare lo scorso luglio. Lo fece con lunghe inchieste, e nel 2022 raccolse tutto in un docu-film andato in onda su Netflix, dal titolo Vatican Girl: quattro episodi successivamente tradotti in 16 lingue e visibile in 93 Paesi. All’indomani della sua scomparsa Pietro Orlandi parlò di lui in termini più che positivi, definendolo “un amico che mi mancherà tantissimo”.
L'omicidio di John Lennon
Dedichiamoci nuovamente ai Fatti Storici, e questa volta parleremo dell’omicidio di un uomo ormai diventato leggenda per chi all’epoca lo amava e amava le sue canzoni. Parliamo dell’omicidio di John Lennon.
Prima però di parlare della sua prematura scomparsa, conosciamo meglio l’uomo e l’artista.
John Lennon nacque nel 1940 a Liverpool da Julia e Alfred Lennon, ma i suoi genitori si separarono appena due anni dopo. Dopo alcuni tira e molla per la sua custodia, il bambino venne affidato alla zia Mimì, che lo crebbe in maniera abbastanza severa. Tuttavia la madre continuava ad essere una figura importante nella vita del ragazzo, e pare fosse lei, fin dagli inizi, a spingerlo sulla via della musica.
A sedici anni John Lennon formò il suo primo gruppo, i Quarry Men: fu proprio nel luglio 1957, in occasione di un’esibizione della band, che il futuro musicista attirò l’attenzione di un certo Paul McCartney. Colpito dal suo sound, quest’ultimo chiese di poter suonare qualcosa per lui, e anche in questo caso il colpo di fulmine fu immediato. Lennon e McCartney insieme misero così le basi della band dei Beatles, e l’anno seguente si sarebbe unito a loro George Harrison. Quanto a Ringo Starr, entrò inizialmente alternandosi con Pete Best, per poi assumere il ruolo di batterista “titolare” nel 1962.
Tuttavia, il 1958 sarebbe accaduta una disgrazia che avrebbe segnato l’allora diciottenne John Lennon. A luglio l’amata madre Julia venne investita da un camion davanti ai suoi occhi: circa un decennio dopo le avrebbe reso omaggio con il pezzo Mother.
Sempre in quell’anno si iscrisse al Liverpool Art College, e qui conobbe la sua futura prima moglie, Cynthia Powell. Si sarebbero sposati nel 1962, e nell’aprile successivo sarebbe nato il loro unico figlio, Julian.
Nel 1959 i Quarry Men divennero i Beatles. L’anno seguente reclutarono un nuovo bassista, Stuart Sutcliffe, nato per essere pittore ma che invece si era trovato musicista. La band si esibì per la prima volta ad Amburgo nell’agosto del 1960, e faceva la spola fra la Germania e l’Inghilterra: Sutcliffe lasciò il gruppo e infine morì proprio ad Amburgo, nel 1962, sembra per emorragia cerebrale. Nel corso di questa avventura John Lennon iniziò a fare uso di anfetamine, per reggere i ritmi che sarebbero altrimenti stati troppo pesanti. Dopo la nascita del figlio passò ad altri tipi di sostanze.
Nel 1966 l’incontro con Yoko Ono, che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie e gli avrebbe dato un altro figlio, Sean, oltre a ispirare e condividere le sue battaglie pacifiste.
In molti ritengono ancora che Yoko Ono, a sua volta musicista e artista, sia stata la causa principale dello scioglimento dei Beatles nel 1970: ma probabilmente non sapremo mai se il quartetto si sarebbe comunque detto addio.
Il periodo seguente alla rottura fu denso di forti polemiche fra Lennon e Paul McCartney, più spesso attraverso la musica, ma anche con alcune interviste dal chiaro significato. John Lennon però, forte dell’appoggio della nuova compagna, andava dritto per la sua strada, consegnando al mondo pezzi e album da collezione.
Negli ultimi anni John Lennon aveva preso le distanze dal mondo, dedicandosi alla sua nuova famiglia. Nell’inverno del 1980 usciva raramente, e in quel giorno di dicembre (l’8, per la precisione) faceva molto freddo. Nel pomeriggio aveva incontrato alcuni fan e firmato degli autografi, oltre che essere immortalato nella sua ultima foto. Cos’ha di tanto speciale quella fotografia? Ebbene, in primo piano c’è proprio Lennon intento a firmare un autografo, mentre un giovane con gli occhiali è in attesa. Quel fan è Mark Chapman, colui che poche ore più tardi gli avrebbe tolto la vita.
Alle undici di sera, John Lennon stava ritornando in casa con la moglie, al Dakota Building che in quel momento li stava ospitando. Chapman lo stava aspettando. Lo chiamò: “Hey, mr. Lennon” ed esplose contro di lui cinque colpi di pistola, di cui quattro andarono a segno. Uno di questi recise l’aorta: il cantante sarebbe morto in ospedale.
Ma chi è dunque Mark Chapman, e perché ha compiuto un simile gesto, se si professava un suo fan? Le informazioni su di lui non sono molte, ma delineano una persona gravemente disturbata.
Nato nel 1955, negli anni maturò problemi di alcolismo e tentò il suicidio una volta, affiliandosi a sette religiose fondamentaliste. Presto si lasciò vincere da ossessioni violente, e l’oggetto della sua follia divenne proprio John Lennon. In un’intervista dichiarò di averlo scelto dopo aver sentito la sua canzone, God, dove Lennon affermava di non credere più né nei Beatles né in Dio, ma solo in sé stesso e in Yoko Ono.
Nel 1980 il suo piano veniva quindi definito. Acquistò le munizioni, e disse alla moglie quanto aveva intenzione di fare, senza che lei riuscisse a fermarlo. Due giorni prima del delitto arrivò a New York e prese una stanza allo Sheraton Hotel.
Nel pomeriggio dell’8 dicembre dunque si fece firmare un autografo da John Lennon, e chiese al fotografo amatoriale Paul Goresch (era lui l’autore del celebre scatto che li ritraeva insieme) di trascorrere la serata con lui. Questo rifiutò, e Chapman rimase solo. Può sembrare un dettaglio di poca importanza, ma in alcune interviste successive affermò che forse non avrebbe commesso alcun delitto, se qualcuno fosse rimasto con lui.
La sera quindi uccise il musicista, e dopo averlo fatto rimase ad attendere che la Polizia venisse ad arrestarlo.
Inchiodato alle sue responsabilità, Chapman venne condannato ad una pena che andava dai vent’anni all’ergastolo: scontata la minima, da quel momento ogni due anni, come prevede la legge, cominciò a chiedere la libertà condizionata. Fino ad oggi la sua richiesta è stata respinta dodici volte, e l’ultima nel 2022: con ogni probabilità ritenterà il colpo anche nel 2024, ma le possibilità di successo non sono incoraggianti. Oggi Chapman ha 67 anni, e si dice “molto pentito” per il dolore causato alla vedova e ai figli.
Il massacro del Circeo
Torniamo a parlare di Fatti e Misteri Storici, con un’orribile storia tutta italiana: il massacro del Circeo.
Per localizzare in maniera più precisa questi fatti, cominciamo col dire che il comune di San Felice Circeo si trova in provincia di Latina, nel Lazio. L’anno era il 1975, e gli autori del fatto avevano 19, 20 e 22 anni: rispondevano ai nomi di Giovanni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira.
I tre ragazzi appartenevano alla cosiddetta Roma bene, studenti universitari e apparentemente senza alcuna ombra. Forse per questo quelle che sarebbero diventate le loro vittime non sospettarono nulla quando iniziarono a frequentarli.
In realtà, i ragazzi erano vicini ad ambienti neofascisti, e Ghira e Izzo avevano già precedenti penali: insieme erano stati condannati a 20 mesi per rapina, e Izzo aveva da poco ricevuto la condanna a due anni per stupro con due amici: la sentenza non era mai stata eseguita.
Ma di tutto questo, presumibilmente, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez non sapevano niente. Le due ragazze avevano 19 e 17 anni, e incontrarono il terzetto a Roma, in un bar sulla Torre Fungo dell’EUR. Non possiamo sapere se Izzo e i compagni avessero già in mente il crimine orrendo che si apprestavano a compiere: sappiamo però che diedero loro appuntamento a qualche giorno dopo, per partecipare insieme ad una festa.
Arriviamo dunque al 29 settembre 1975, giorno del delitto. I cinque giovani si riunirono a Villa Moresca, di proprietà dei genitori di Ghira, proprio sul promontorio del Circeo. Le prime ore trascorsero tranquillamente, fra chiacchiere e musica: poi Ghira, Izzo e Guido iniziarono a tentare degli approcci. Le ragazze li respinsero, e il loro rifiuto innescò la terribile violenza (anche se nessuno può dire se, anche in caso contrario, l’esito non sarebbe stato lo stesso).
A questo punto Andrea Ghira sfoderò una pistola, minacciandole e affermando di far parte del Club dei Marsigliesi: era questa un’organizzazione mafiosa, che si occupava prevalentemente di rapimenti e traffici di stupefacenti.
Cominciò così una notte terribile, fatta di violenze e soprusi. Legate e chiuse in un bagno, le ragazze tentarono la fuga, ma vennero scoperte e separate. Nel tentativo di renderle incoscienti gli aguzzini le drogarono, ma senza successo. Poi Rosaria Lopez venne portata al piano di sopra, e Donatella Colasanti raccontò, nella sua deposizione, di averla sentita piangere e gridare per un po’, quindi che era improvvisamente sopravvenuto il silenzio. Si scoprì in seguito che la povera ragazza era stata annegata nella vasca da bagno.
A Donatella Colasanti venne riservata una sorte diversa, anche se il gruppo aveva già deciso di uccidere anche lei. Inizialmente tentarono di strangolarla con una cintura, senza riuscirci: sentendoli lamentarsi che “non voleva morire”, la ragazza capì che l’unico modo per sopravvivere a quella nottata era fingersi morta. Colpita alla testa con una spranga, non diede segno di vita, e gli assassini pensarono di avercela fatta. Così la caricarono nel bagagliaio dell’auto insieme al corpo di Rosaria, con l’intenzione di liberarsi di entrambe. Prima, però, si fermarono a cena, e questo salvò la giovane.
Donatella Colasanti cominciò a fare quanto più rumore possibile, sperando che qualcuno la sentisse. Questa persona fu un metronotte, che avvertì subito i Carabinieri: ed è ormai celebre la foto che ritrae la ragazza spuntare dal bagagliaio della Fiat bianca, il volto tumefatto per via delle percosse.
Gianni Guido e Angelo Izzo furono arrestati, mentre Andrea Ghira riuscì a fuggire avvertito, pare, da una soffiata. Fu l’unico a non venire mai catturato.
Il processo iniziò circa un anno dopo, e nel 1980 la famiglia Guido offrì ai Lopez un risarcimento di 100 milioni di lire: questi accettarono, rinunciando al contempo a costituirsi parte civile. Donatella Colasanti, invece, decise di testimoniare sostenuta dall’avvocatessa Tina Lagostena Bassi e da centinaia di attiviste femministe.
Gli unici due imputati ricevettero la condanna all’ergastolo, ma nel 1977 tentarono la fuga, prontamente riacciuffati. Nel 1980 Guido si disse “pentito”, e la sua pena venne ridotta a 30 anni di reclusione. Trasferito nel carcere di San Gimignano, fuggì nel 1981 e venne ripreso nel 1983 a Buenos Aires, e ricoverato in ospedale in attesa dell’estradizione. Nel 1985 fuggì nuovamente, e venne ripreso nove anni dopo, questa volta a Panama. Nel 2009 ha infine terminato di scontare la sua pena, ulteriormente ridotta grazie all’indulto.
Di Angelo Izzo c’è molto da dire, tralasciando i suoi tentativi di evasione. Trasferito nel carcere di Alessandria, ne fuggì nel 1994, ma venne ripreso dopo appena un mese. Detenuto fino al 2004, convertitosi in pentito un po’ per tutto, per motivi lavorativi poté ottenere la semilibertà a Campobasso. Nel corso di uno di questi periodi rapì e uccise Maria Carmela Maiorano e sua figlia Valentina, di appena quattordici anni, moglie e figlia dell’ex affiliato della Sacra Corona Unita Giovanni. Questo ulteriore crimine gli costò, nel 2007, una nuova condanna all’ergastolo, ma ogni tanto questo assassino torna a far parlare di sé. Lo fece nel 2010, per le sue nozze (durate poco più di un anno) con una giornalista. E qualche volta fa qualche dichiarazione appositamente scioccante, giusto perché si continui a parlare di lui.
Quanto ad Andrea Ghira, su di lui non ci sono notizie certe. Si pensa che sia fuggito in Spagna e abbia cambiato nome, morendo poi nel 1994 di overdose, ad appena 40 anni. Ci sono però molti dubbi, nonostante esista una tomba con il suo nome, che il corpo qui seppellito non sia il suo, e che l’ex bravo ragazzo della Roma bene sia in realtà ancora vivo, da qualche parte. Questa, almeno, era la convinzione di Donatella Colasanti e di Letizia, sorella di Rosaria Lopez.
Infine torniamo a lei, all’unica sopravvissuta di questa terribile vicenda. La sua vita rimase duramente segnata da quell’esperienza, e nel 2005 un tumore al seno la strappò al mondo. Rimase però coraggiosa fino all’ultimo giorno, e avrebbe desiderato vedere di nuovo condannato Angelo Izzo.
A questa storia è stato dedicato nel 2021 un film, La scuola cattolica, tratto dal romanzo omonimo di Edoardo Albinati. Questo racconta, sì, il fatto, ma aiuta a riflettere sul contesto sociale in cui l’assassinio è maturato, sulla convinzione di tre giovani di poter agire in qualsiasi modo senza essere puniti, godendo della protezione dei soldi paterni e delle giuste conoscenze. È del 2022 invece la serie Paramount + Circeo, con l’avvocatessa (un personaggio non esistente, una sorta di mix fra le varie professioniste assegnate al caso) interpretata da Greta Scarano.
L'omicidio Versace
Il nome Gianni Versace evoca la moda, la bellezza, la raffinatezza. Purtroppo però, come ben sappiamo, la fine della sua vita è stata tutt’altro che simile all’esistenza da lui condotta fino a quel momento. Oggi quindi, per Fatti e Misteri Storici, parleremo dell’omicidio Versace.
Anche se sappiamo tutti chi è e cosa ha realizzato Gianni Versace, ripercorriamo brevemente la sua storia. Nacque nel 1946 a Reggio Calabria, e mosse i suoi primi passi nel mondo della moda lavorando al fianco della madre, sarta e proprietaria di una sartoria. Successivamente, abbandonato il liceo classico, partì per Milano, con l’intenzione di diventare designer. Era il 1972, e già tre anni dopo, in collaborazione con Complice nasceva la sua prima collezione, con abiti interamente realizzati in pelle. È del 1978 invece la prima collezione firmata a suo nome: nasceva così anche la Maison Versace, fondata insieme al fratello Santo e a Claudio Luti. L’emblema della casa, ancora oggi iconico, nasce dalla passione di Gianni Versace per la mitologia greca: si tratta infatti dell’effigie di Medusa, una delle Gorgoni, la testa con serpenti al posto dei capelli in grado di pietrificare chiunque la guardasse. E così, sosteneva Gianni, doveva sentirsi chi si trovava davanti ai suoi abiti: pietrificato.
Gianni Versace fu un autentico innovatore nel campo della moda, con il suo stile personale e tessuti che non esitava a realizzare lui stesso se non ne trovava uno che facesse al caso suo. Moltissime le sue amiche fra le modelle che prediligeva, le supermodel dell’epoca: Naomi Campbell, Claudia Schiffer, Cindy Crawford, Linda Evangelista, solo per citare qualche nome.
Dal 1992 Gianni Versace si era trasferito a Miami e conviveva con il suo compagno, l’ex modello Antonio D’Amico. Fra il ‘95 e il ‘96 fu costretto a sottoporsi ad un ciclo di chemioterapia per la scoperta di un tumore all’orecchio, ma pur se provato dall’esperienza ne uscì guarito. E arriviamo così al 1997, una bella mattina di luglio.
Erano circa le 9, e Gianni Versace stava uscendo dalla sua villa. Del tutto inaspettatamente si trovò davanti un giovane armato, il ventisettenne Andrew Cunanan: senza alcuna ragione apparente questi gli sparò due colpi alla testa, per poi uccidersi a sua volta alcuni giorni dopo.
Ciò che non tutti sanno, è che Cunanan non era al suo primo omicidio. Apparentemente era un ragazzo tranquillo, figlio di borghesi e brillante, pur se non aveva mai terminato gli studi. Nel tentativo di sfuggire all’arresto per appropriazione indebita il padre fuggì nelle Filippine quando Andrew aveva 19 anni: il mondo del ragazzo crolla, ma lui non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua vita agiata. Per questa ragione comincia a frequentare uomini più grandi di lui e molto ricchi, diventa insomma un gigolò d’alto bordo. Nel 1989 si sposta a San Francisco, entrando nel giro della comunità LGBT: ma i suoi partner sessuali erano spesso inquietati dalle sue strane abitudini nell’intimità, al limite della violenza.
Nel 1996 la sua ultima relazione terminò malamente, e il ragazzo si ritrovò senza più nulla e disperatamente solo. Chiese quindi un incontro all’”amore della sua vita”, l’architetto David Madson, e per un periodo i due intrattennero una relazione a distanza. A chiudere sarebbe stato, nel 1996, proprio Madson, che avrebbe poi dichiarato ad alcuni amici di percepire “qualcosa di sinistro” in Cunanan.
Una notte di aprile Cunanan e Madson invitarono nell’appartamento di quest’ultimo un amico, un ex ufficiale di Marina di nome Jeffrey Trail. Da lì non sarebbe più uscito vivo: il suo corpo sarebbe stato rinvenuto due giorni dopo, avvolto in un tappeto e colpito alla testa con ventiquattro martellate. Gli altri due uomini erano invece scomparsi.
Ad oggi non è chiaro se Madson fosse complice di Cunanan nell’omicidio o se fosse stato costretto a seguirlo: di certo il suo corpo venne ritrovato all’inizio di maggio, sulla sponda del Lago Rush, colpito alla testa con un’arma da fuoco.
Soltanto tre giorni dopo Cunanan si introdusse nell’abitazione dell’immobiliarista settantaduenne Lee Miglin: lo torturò e uccise, anche se non c’è certezza che i due si conoscessero.
In seguito a questo delitto fece un’altra vittima, il custode di un cimitero: rubò la sua auto e si spostò a Miami Beach. E il 15 luglio fu la volta di Gianni Versace.
Vediamo quindi che Andrew Cunanan era già un serial killer prima di porre fine alla vita dello stilista (e in seguito alla propria). Una delle numerose teorie sul motivo che poteva averlo portato alla scelta di Versace è molto semplice: nessuna delle sue precedenti vittime era un personaggio famoso. Cunanan era alla ricerca di notorietà, desiderava che i posteri si ricordassero di lui, e dal suo malato punto di vista l’unico modo perché questo accadesse era proprio prendere di mira un volto noto, soprattutto se sulla cresta dell’onda come era in quel momento Gianni Versace.
La scomparsa dello stilista gettò nello sconforto la sua famiglia e i suoi numerosi amici. Ai suoi funerali, celebrati pochi giorni dopo, parteciparono tutte le sue modelle ma anche grandi nomi della musica, come Elton John e Sting, e del costume dell’epoca, come Lady Diana. La sorella minore Donatella prese le redini della Maison, sempre affiancata dal fratello Santo: eredi universali dello stilista furono i due nipoti, all’epoca minorenni, figli di Donatella.
Il delitto dell'Olgiata
Alcuni delitti prendono poi, nell’immaginario collettivo, il nome del luogo in cui si sono consumati. È il caso del Fatto Storico di oggi: il delitto dell’Olgiata.
La contessa Alberica Filo Della Torre proveniva da una famiglia prestigiosa della nobiltà romana, figlia di una duchessa e di un contrammiraglio. Virtuosa e dedita alla beneficenza, viveva insieme al marito, il costruttore Pietro Mattei e ai loro figli, Manfredi e Domitilla, in una bella casa nel quartiere dell’Olgiata, appunto, a nord della capitale.
La mattina del 10 luglio 1991, la contessa era nella sua stanza e si stava preparando per la consueta giornata. Ma era in realtà un giorno speciale: lei e suo marito avrebbero dato una festa per celebrare i loro dieci anni di matrimonio.
Era molto presto quando la contessa Filo Della Torre scese dopo la colazione, per poi fare ritorno nella sua stanza. Poiché era passata quasi un’ora e dalla camera non usciva nessuno, la cameriera e la figlia della contessa, all’epoca appena una bambina, andarono a bussare, ma senza ottenere risposta. Trascorsa un’altra ora circa ritentarono, con il medesimo risultato: solo recuperando una seconda chiave riuscirono ad entrare nella stanza, e si trovarono davanti una scena terribile.
La contessa era a terra, la testa avvolta in un lenzuolo, apparentemente colpita al capo. L’autopsia avrebbe in seguito rilevato che era stata finita mediante strangolamento, e la causa della morte non era quindi stato l’oggetto contundente (forse uno zoccolo) con cui era stata tramortita. Inoltre, nella stanza mancavano alcuni gioielli.
Le indagini partirono subito, ma varie piste si sovrapponevano e senza dubbio fu fatta molta confusione. Inizialmente i sospetti si appuntarono sul marito, Pietro Mattei, che però si trovava già in ufficio all’ora del delitto. Si puntò poi il dito sulle persone di servizio, dapprima il figlio dell’insegnante privata dei figli della contessa, quindi un ex cameriere recentemente licenziato, Manuel Reyes. Le prove del DNA scagionarono entrambi, e qualche mese dopo le indagini si interruppero per mancanza di altre piste.
Nel 1993 esplose lo scandalo dei fondi neri del Sisde, in cui venne coinvolto un amico della contessa, Michele Finocchi, fra i primi accorsi il giorno del delitto. Si pensò quindi ad una sua partecipazione nel fatto, anche per la scoperta di alcuni conti esteri segreti legati alla coppia. Anche in questo caso l’indagine terminò con un nulla di fatto.
Per molti anni il caso rimase irrisolto, fino al 2007. Pietro Mattei chiese una riapertura, con nuove analisi da realizzarsi con le nuove tecniche sul DNA ancora ignote al tempo del delitto: soltanto nel 2008 i RIS riuscirono a reperire, sul lenzuolo che aveva avvolto la testa della contessa, tracce biologiche. Erano di Manuel Reyes, già sospettato e poi scagionato. Nel 1991, infatti, non erano state ritenute importanti alcune intercettazioni telefoniche dove l’uomo trattava con un ricettatore le modalità di rivendita dei gioielli rubati nella stanza della contessa. Forse, se fossero state prese nella giusta considerazione, il colpevole avrebbe potuto subito essere individuato.
Nel 2011 quindi, ben vent’anni dopo, il delitto dell’Olgiata vide la sua risoluzione e Reyes venne arrestato. Ammise tutto: spiegò di essersi recato alla villa e di aver cercato un incontro con la contessa per convincerla a ridargli il suo posto di lavoro. Al suo rifiuto, la situazione era “degenerata”, concludendosi con la morte della donna. La rapina era ormai andata in prescrizione, mentre la condanna per omicidio si svolse con rito abbreviato: il risultato furono appena 16 anni di carcere. Ma Reyes ne scontò molti di meno, soltanto dieci, usufruendo di sconti di pena e indulti vari. Quando fu scarcerato, nel 2021, il figlio della contessa, Manfredi, manifestò apertamente la sua amarezza, soprattutto perché il padre Pietro era morto già un anno prima.
Pietro Mattei e i suoi figli avevano, nel 2012, dato vita alla Fondazione Alberica Filo Della Torre, che si impegna a sostenere ricerca e investigazione in vari tipi di eventi criminosi, in particolare quelli contro le donne. Inoltre, sempre nell’ambito della Fondazione, esiste dal 2022 un Premio omonimo, che ogni mese di dicembre premia un ricercatore, un consulente o un professionista che si sia particolarmente distinto nel campo dell’investigazione forense e del diritto.
Il delitto di Cielo Drive
La Storia americana ha avuto, come quella di ogni Paese, i suoi serial killer, famosi o meno. Nel caso che prendiamo in oggetto oggi la questione è però più complessa: cominciamo dal principio. Parleremo dell’omicidio di Cielo Drive.
Avrete senza dubbio sentito parlare di Charles Manson e della sua “famiglia”. Molti esperti sono in dubbio se considerare Manson, scomparso nel novembre del 2017, un serial killer: nel corso dei suoi interrogatori, infatti, egli non ammise mai alcuna partecipazione nei delitti, ammettendo al massimo di aver “ispirato” qualcun altro a compierli. Questo comunque non diminuisce la sua responsabilità, anzi, c’è chi pensa che sia doppiamente colpevole, perché con i suoi modi manipolatori riusciva a piegare al suo volere i suoi seguaci, per la gran parte ragazzi e ragazze senza famiglia e senza un posto dove andare.
Per giungere a parlare del massacro di Cielo Drive, dunque, è necessario fare un piccolo riassunto della Manson Family e di ciò che era accaduto prima.
Charles Manson aveva sempre avuto il sogno di diventare una rockstar, e a questo scopo tentò di avvicinare diverse personalità nel mondo della musica e dello spettacolo, ma senza mai approdare a nulla. Dopo l’ennesimo arresto, nel 1967 uscì di prigione: di quell’anno è la creazione della Manson Family. Grazie al suo carisma e alle sue abilità seduttive, Manson raccolse intorno a sé un certo numero di giovani, inizialmente una decina, fino a raggiungere il numero di cinquanta. Complici alcol e droga, questi ragazzi finirono con il considerarlo una sorta di nuovo Messia, ed egli si comportava di conseguenza, ben consapevole del suo ascendente su di loro. All’inizio del 1969 cominciò quindi ad instillare nelle suggestionabili menti la possibilità di uno scontro interrazziale fra neri e bianchi, precisando che al termine loro, la Manson Family, avrebbero dovuto prendere il comando dell’umanità. E se un solo uomo riusciva a far credere ad un manipolo di adolescenti una cosa simile, possiamo ben immaginare cos’altro potesse insinuare nel loro cervello.
Avendo fallito nell’obiettivo di diventare un musicista, decise che il mondo dello spettacolo era marcio e corrotto e che tutti dovessero pagare. A tale scopo organizzò l’incursione a Cielo Drive, uno dei quartieri più ricchi di Los Angeles. La villa che aveva preso di mira apparteneva a Terry Melcher, figlio di Doris Day, o almeno, così era in precedenza. Neppure la scoperta che Melcher non abitava più lì, e che adesso la proprietà era passata a Roman Polanski, cambiò i piani di Manson.
Il regista Roman Polanski era allora sposato con la bellissima attrice Sharon Tate, che in quel momento era incinta di otto mesi. La sera del 9 agosto 1969 l’attrice si trovava in casa in compagnia di alcuni amici: il parrucchiere Jay Sebring, Abigail Folger e Voityck Frykowski, mentre il marito era impegnato nella realizzazione di un film e non era quindi presente. Per convincere i suoi seguaci ad andare fino in fondo, Manson raccontò loro di voler scagionare un membro della family, Bobby Beausoleil, arrestato per un precedente omicidio: commettendo un delitto simile, le accuse a suo carico sarebbero sicuramente cadute.
Prese tutte le decisioni del caso, Charles Manson mandò in “missione” Tex Watson, Susan Atkins e Patricia Krenwinkel (più Linda Kasabian, che sarebbe rimasta fuori come palo). Intorno alla mezzanotte il gruppo entrò in azione, dopo aver tagliato i fili del telefono per impedire a chiunque di dare l’allarme.
La prima vittima del massacro fu un giovane amico del guardiano, venutosi per caso a trovare sulla loro strada. Successivamente, Sharon Tate e i suoi ospiti vennero radunati nel soggiorno, e qui iniziò la furia omicida. Il primo a venir assassinato fu Jay Sebring, e la Tate fu lasciata per ultima, nonostante il parrucchiere avesse supplicato gli assassini di risparmiarla visto il suo stato di gravidanza. Su quest’ultima, al contrario, il gruppo si accanì con particolare violenza, colpendola con sedici coltellate: in seguito inzupparono uno straccio nel suo sangue e, come richiesto da Manson, tracciarono sulle pareti le parole PIGS (maiali) e HELTER SKELTER (titolo di una canzone dei Beatles, ma che per Charles Manson aveva il significato di caos, fine del mondo, o entrambi).
Nonostante il clamore suscitato dall’impresa, Manson non era soddisfatto, e questo è il motivo del duplice omicidio successivo, quello di Leno LaBianca e di sua moglie Rosemary. In questo caso il leader accompagnò i suoi “discepoli”, ma non è sicuro che ebbe parte attiva nel delitto.
Le indagini presero il via, ma fu un’accusa di furto d’auto a portare la Polizia sulla giusta pista. Molti componenti della family, fra cui Manson stesso, vennero arrestati, e Susan Atkins in cella si confidò con altri detenuti, parlando del coinvolgimento negli omicidi. A processo iniziato, la testimone chiave fu infine Linda Kasabian, che testimoniando contro Manson riuscì a evitare l’incriminazione e successivo arresto.
Il processo durò più di un anno, ma come dicevamo poco sopra Charles Manson non ammise mai di aver commesso alcun omicidio. I vari componenti della famiglia furono condannati a morte, ma nel 1972 lo Stato della California aboliva la pena capitale: le condanne furono quindi commutate in ergastolo.
Charles Manson aveva allora trent’anni, e nei 42 successivi presentò per ben dodici volte domanda di scarcerazione (puntualmente respinta). L’ultima ebbe luogo nel 2012, ma con il medesimo risultato.
Infine, nel 2017 la morte, a causa di un arresto cardiaco, avvenuta all’età di 83 anni. Quanto agli altri, Tex Watson è tuttora detenuto a San Diego; Susan Atkins, dopo 38 anni di detenzione morì nel 2008 a 61 anni, a causa di un tumore al cervello; Patricia Krenwinkel è ancora detenuta, ma in carcere si allontanò dalla famiglia, riprese gli studi e riuscì a conseguire un dottorato. Infine, Linda Kasabian non ebbe parte attiva in nessuno dei delitti, anche se seguì i compagni per paura che le venisse fatto del male, a lei e alla sua bambina di pochi anni, se si fosse rifiutata. Abbandonò la famiglia dopo l’omicidio dei coniugi LaBianca, rifugiandosi con sua figlia dalla madre: in seguito, come abbiamo visto poco sopra, testimoniò al processo contro gli ex amici. Anche lei ha lasciato questo mondo, lo scorso gennaio, a 73 anni.
Il massacro di Cielo Drive ispirò soprattutto il cinema. L’ultimo film a esso dedicato è C’era una volta a… Hollywood, per la regia di Quentin Tarantino, uscito nel 2019. Qui però la storia viene parzialmente riscritta, con i due protagonisti, interpretati da Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, che riescono ad impedire l’omicidio: il ruolo di Sharon Tate è ricoperto dalla biondissima e bellissima Margot Robbie.
Il naufragio della Concordia
Del Fatto Storico di cui parleremo oggi siamo ancora tutti testimoni, anche se gli anni trascorsi cominciano a non essere più pochi. Oggi parleremo infatti del naufragio della Concordia.
La Costa Concordia, lo saprete tutti, faceva parte della flotta di Costa Crociere ed era la capostipite della Classe Concordia, appunto. Venne progettata a Trieste, e vide la luce nei cantieri navali di Genova: il varo avvenne il 2 settembre del 2005. Il viaggio inaugurale durò dal 9 al 15 luglio dell’anno successivo, e alla fine del mese iniziò la sua attività regolare per Costa. Aveva tredici ponti, ognuno col nome di uno Stato europeo, 1500 cabine, 58 suite, quattro piscine salate, cinque vasche idromassaggio, cinque ristoranti, 13 bar e ogni genere di intrattenimento, dalla discoteca al teatro. Per due anni, fino al 2007, fu la nave più grande dell’intera Marina Mercantile Italiana, ma anche dopo aver perso tale primato rimase fra le più grandi. Negli anni seguenti al suo varo le furono affiancate alcune navi gemelle: la Costa Serena nel 2007, la Carnival Splendor nel 2008, la Costa Pacifica nel 2009, la Costa Favolosa nel 2011 e la Costa Fascinosa nel 2012.
Ora che conosciamo le origini di questa sfortunata nave, proseguiamo con il racconto del terribile incidente che la vide protagonista.
Era la sera del 13 gennaio 2012, ormai undici anni fa. La Costa Concordia stava effettuando una crociera sulla rotta del Mediterraneo: era partita da Civitavecchia e sarebbe dovuta approdare a Palermo. Intorno alle 21.45 si trovava vicino all’isola del Giglio, una delle perle dell’Arcipelago Toscano, e il suo capitano, Francesco Schettino, decise di avvicinarsi alla costa per effettuare il cosiddetto “inchino all’isola”. A quanto riferì in seguito il capitano, era ormai una tradizione consolidata sin dal 1993.
Data l’ora era molto buio, e il comandante non si accorse di essersi avvicinato troppo: urtò quindi contro uno degli scogli che circondano l’isola, a circa 500 metri di distanza dalle coste del Giglio.
La falla nello scafo si rivelò essere lunga ben 70 metri, ma inizialmente a bordo nessuno comprese cosa era successo, né l’equipaggio era in grado di dare informazioni ai passeggeri che ponevano domande.
L’impatto con lo scoglio fece sbandare la nave, e il timone rimase bloccato mentre alcune porte stagne cominciavano ad allagarsi. La corrente e il vento di Grecale fecero il resto, facendo voltare la nave di 180 gradi. Una fortuna, perché se la nave fosse rimasta alla deriva il bilancio delle vittime sarebbe potuto essere ben più alto.
Ma non era finita. La poppa cominciò ad affondare, e questo fece perdere stabilità all’imbarcazione, trasportandola più vicina alla costa e facendola sbattere contro il fondale. Una nuova rotazione, stavolta di 90 gradi, e la nave si adagiò sul fianco destro, rimanendo ferma con un’inclinazione di 70 gradi.
I primi quattro compartimenti stagni erano già allagati, e presto se ne aggiunse un quinto. Il direttore di macchina avvertì il comandante che la sala macchine stava pure riempiendosi d’acqua, e ricevette l’ordine di azionare le pompe di svuotamento: queste però risultarono essere fuori uso. L’unica cosa da fare, a quel punto, era abbandonare la nave.
Tutto questo accadeva in sei minuti scarsi.
Essendo questa la situazione, il compito del capitano sarebbe stato di far indossare a tutti i giubbotti di salvataggio, radunandosi poi nei luoghi di raccolta: in seguito si sarebbe dovuto procedere all’evacuazione.
Invece, Schettino chiamò l’unità di crisi di Costa Crociere, per sapere esattamente come procedere. Il coordinatore Roberto Ferrarini, che rispose al telefono, ascoltò la situazione ma non disse al comandante di dare l’ordine di sgomberare la nave.
Possiamo a questo punto immaginare la confusione dei passeggeri, cui era stato detto che c’era stato un semplice blackout. Una di questi telefonò ai suoi parenti a Prato, che a loro volta allertarono i Carabinieri: questi chiamarono la Capitaneria di Porto di Livorno, che cercò di contattare la Concordia per capire cosa stesse accadendo. La nave aveva urtato lo scoglio ormai mezz’ora prima, e la risposta fu di nuovo una menzogna: è un semplice blackout.
Fra tutto questo caos, dalle intercettazioni telefoniche pare che Schettino fosse più preoccupato di cosa riferire alle autorità piuttosto che della vita dei suoi passeggeri. Soltanto alle 22.36 venne dato ordine di riunirsi tutti ai punti di raccolta, e di seguire le indicazioni dell’equipaggio: alle 22.54, infine, la decisione di far abbandonare la nave.
Ma neppure l’evacuazione della Concordia fu condotta nella maniera giusta. La nave, come dicevamo poco sopra, era inclinata su un fianco, e questo significava che sarebbe stato difficoltoso far scendere le scialuppe sul lato opposto, troppo alto sul livello del mare. Chi è sopravvissuto a quella notte parlò di un caos immane, di incapacità dell’equipaggio di gestire la situazione, e del terrore che aveva preso il sopravvento. Mentre la nave continuava a muoversi, 18 persone rimasero uccise cadendo nella zona allagata del ponte, oppure nei vani degli ascensori. Altre 13 invece annegarono, gettandosi o cadendo in mare.
Mentre tutto questo accadeva a poca distanza dalla costa, l’isola del Giglio non stava a guardare. Molte imbarcazioni private infatti si prepararono ad andare in soccorso dei naufraghi, portando aiuto dove era possibile.
Sappiamo tutti, o almeno così si dice, che un comandante dovrebbe essere l’ultimo ad abbandonare la nave, e nei casi più disperati affondare con essa. Francesco Schettino forse non conosceva questa regola, o in quel momento non volle ricordarla: poco dopo la mezzanotte, con ancora passeggeri da recuperare sull’ormai relitto, insieme ad altri ufficiali prese posto su una scialuppa e scese in mare. Circa mezz’ora dopo ebbe luogo l’ormai celebre telefonata fra lui e il capitano di fregata Gregorio De Falco, divenuta nel tempo base per meme, con il perentorio ordine di “Torni a bordo, cazzo!!!”, proprio per coordinare le operazioni di evacuazione. La risposta fu che lo stava facendo, ma a bordo della lancia, perché la situazione sulla nave era impossibile da gestire.
Una volta tratti in salvo i naufraghi, furono ancora gli abitanti del Giglio a prendersi cura di loro, facendoli ospitare negli alberghi e giungendo ad aprire le porte delle loro case. Le operazioni durarono però fino alle cinque del mattino, e la conta delle vittime salì a 32. Non tutti i corpi vennero recuperati subito, anzi, l’ultimo rinvenuto riemerse ben due anni dopo, all’inizio di novembre del 2014.
Nei giorni successivi Schettino veniva arrestato insieme ad altri ufficiali, al timoniere, al responsabile dell’unità di crisi di Costa e al presidente e vicepresidente della società. Gli ufficiali furono condannati a poco meno di due anni, Ferrarini a due anni e dieci mesi, mentre il presidente si vedeva archiviare la sua posizione. Il comandante, che diciamo pure funse da capro espiatorio pagando per tutti, ebbe 16 anni di reclusione come condanna. In seguito scrisse un libro, intitolato Le verità sommerse, equiparando le sue responsabilità a quelle del suo equipaggio che non avrebbe compreso i suoi ordini, e all’unità di crisi di Costa Crociere per avergli ordinato di non chiamare i rimorchiatori per evitare un ulteriore costo.
La Costa Concordia rimase incagliata sul luogo del naufragio per due anni, e diede vita ad un macabro turismo, con tanto di selfie scattati davanti allo scafo. A luglio del 2014 finalmente venne spostata e approdò a Genova: qui, nel luglio del 2017 veniva demolita completamente. I fondali del Giglio, invece, appena sgombri furono ripuliti e ripristinati, tornando al loro splendore.
Una strana coincidenza accomuna la Costa Concordia al Titanic, che affondò parimenti a causa di un urto, in quel caso con un iceberg, esattamente cento anni prima. Pare infatti che nel momento del varo del Titanic la bottiglia che avrebbe dovuto “battezzarla” non si sia rotta all’impatto con lo scafo: e a quanto sembra accadde lo stesso incidente anche per la Concordia, come si può vedere in un video divenuto virale dopo il naufragio. Si può credere o meno alla sfortuna e al destino, ma ciò non toglie che quando si parla di vittime, la faccenda è decisamente più seria. Nel caso più recente furono 32, come abbiamo già detto, fra membri dell’equipaggio e passeggeri, di diverse nazionalità: non solo italiani ma anche francesi, tedeschi, spagnoli, ungheresi, peruviani, americani e indiani. La vittima più giovane era la piccola Dayana, di appena cinque anni, annegata insieme al suo papà: la più anziana il signor Giovanni Masia, 86enne, originario della Sardegna e alla sua prima crociera in compagnia della moglie, del figlio, della nuora e dei nipotini.
Per finire, è da segnalare che ogni 13 gennaio, sull’isola del Giglio si commemorano le vittime con una giornata dedicata a loro, e che sul luogo del naufragio una targa riporta tutti i loro nomi. Un modo come un altro per rendere onore a chi pensava di fare una semplice crociera, e che invece su quella nave ha trovato la morte.
Lo sterminio dei Catari
La Storia, lo sappiamo, è costellata da guerre e stermini attuati in nome della religione: basti pensare alle Crociate. A volte, tuttavia, anche in seno alla stessa fede si creano divergenze insanabili, che sfociano in autentici massacri. È il caso dello sterminio dei Catari.
Il nome Catari deriva dal greco Kàtaros, che significa “puro”. La loro diffusione si estese a partire dal 1100, e nel XII secolo la sua presenza si faceva sentire principalmente nella Francia meridionale, nelle Fiandre e nell’Italia centro-settentrionale. La chiesa catara faceva parte del cattolicesimo, ma non ne condivideva molti aspetti: ad esempio, non concepiva alcun sacramento, i suoi membri non frequentavano le funzioni religiose e l’unica preghiera che ammettesse era il Padre Nostro. Erano molto rigidi e condannavano la Chiesa come istituzione in quanto, a loro avviso, era ormai irrimediabilmente corrotta. Non deve quindi sorprendere che la Chiesa cattolica li considerasse eretici, e che cominciasse a pensare di dover porre fine all’intero culto.
Anche questa si può considerare una Crociata, e prese il via nel 1209, con l’intercessione di papa Innocenzo III. Guidata dall’abate di Cîteaux, Arnaud Amaury, si svolse in Francia, più precisamente nella valle del Rodano. A luglio giunsero in vista della città di Béziers, e l’abate ordinò di sterminare l’intera popolazione, cattolica e non. I suoi uomini inizialmente avevano qualche remora ad uccidere tante persone: la risposta fu “Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi”, intendendo con questo appunto che la religione catara non era da considerarsi parte del cattolicesimo. Fu solo il primo di una lunga serie di fatti di sangue volti a cancellare i Catari dalla Storia.
La roccaforte del culto era senza dubbio la fortezza di Montségur, nella regione dell’Occitania. Nel 1243 la città venne espugnata e i suoi abitanti, più di 200 persone fra uomini, donne e bambini, venne massacrata senza pietà. A tutti loro era stata posta una scelta: rinnegare la propria fede o morire. Solo una piccola parte accettò di abiurare.
Pare, però, che quattro di loro fossero riusciti a fuggire, portando con sé il tesoro dei Catari e (ma questa è solo una leggenda) addirittura il Sacro Graal. Ma sappiamo bene che tutto quanto riguarda questa mitica coppa non può essere confermato né smentito.
Tuttavia, la religione catara non era ancora del tutto morta. Facendo un salto avanti nel tempo, giungendo fino al 1328, troviamo sempre in Francia alcuni sopravvissuti, che si erano rifugiati nelle grotte di Lombrives: si trattava di 500/600 persone, famiglie intere che avevano tentato di sfuggire alle persecuzioni. La grotta di Lombrives aveva una doppia apertura, con cunicoli molto stretti e una zona che invece si innalzava e prendeva il nome di “Cattedrale”. Qui gli infelici vissero a lungo, facendosi luce con candele, mentre a turno uscivano per procurarsi cibo e acqua. Ma tale stato di cose non poteva protrarsi, e presto o tardi qualcuno li avrebbe scoperti. E così fu, infatti.
Appena si riseppe della loro presenza fu subito stabilito di eliminarli. Il gruppo si inoltrò nella lunga grotta, credendo di essere così al sicuro: le truppe dell’Inquisizione, non potendo raggiungerli presero una decisione crudele. Murarono entrambe le entrate, condannando così tutte quelle persone a morire di fame.
L’unica cosa che rimaneva da fare a quel punto era sopravvivere fino a che ci fossero stati viveri, e dopo lasciarsi andare. Così fu: le famiglie si riunirono e si disposero a morire.
Per più di due secoli la Cattedrale rimase inviolata. Trascorso questo tempo, Enrico IV di Foix Sabarthez si trovò da quelle parti, e si imbatté nella grotta. Fece aprire gli ingressi e penetrò all’interno, e così scoprì gli scheletri rimasti lì custoditi per tanto tempo.
Oggi la religione catara è storia, ma agli effetti pratici esiste ancora chi non si riconosce appieno nei dogmi della Chiesa cattolica: soltanto, queste persone non si definiscono più Catari, e in certi casi non si definiscono affatto. In fondo, non ha molta importanza il nome da dare alla nostra fede, quando siamo liberi di avere ognuno la sua.
La strage di Ustica
Ormai lo sappiamo bene: la Storia italiana non è avara di grandi misteri. Uno di questi è un incidente aereo, che ad oggi ha preso il nome di strage di Ustica.
Cominciamo con lo spiegare, per chi non lo sapesse, dove si trova Ustica. Ebbene, siamo in Sicilia, e con il nome si intende l’isola omonima, in provincia di Palermo, e gli scogli che la circondano. Detto questo, possiamo proseguire con i fatti.
Siamo nel 1980, più per la precisione il 27 giugno. Sono le 20 di sera, circa, e ci troviamo all’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna. Da qui sta per decollare un aereo, un DC9 I-TIGI della compagnia Itavia. A bordo ci sono 81 passeggeri: di questi 64 adulti e 13 bambini, più quattro uomini dell’equipaggio. Il volo, diretto a Palermo, sarebbe dovuto partire alle 18: partirà invece con due ore di ritardo, alle 20.08.
A parte questo, tutto sembra tranquillo. L’atterraggio è previsto per le 21.13, e il viaggio prosegue in maniera lineare, con tutti i contatti radio del caso. Almeno fino alle 20.58, l’ultima volta che giungerà una voce dall’aereo.
Sono le 21.04. La torre di controllo tenta di stabilire un contatto con il DC9 per autorizzare l’atterraggio: nessuno risponde. Nel timore del peggio, le ricerche cominciano e si cerca di analizzare l’accaduto. Tuttavia, nulla del velivolo viene rinvenuto, e dal giorno dopo la notizia della scomparsa dell’aereo è ormai pubblica.
L’ipotesi più plausibile, la prima a venir formulata, è l’incidente aereo dovuto alla scarsa manutenzione del velivolo. Teoria tenuta in piedi per prima dall’Aeronautica Militare, e che nel 1981 sarà causa della chiusura e del fallimento di Itavia.
A prendersi carico delle indagini furono la Procura di Palermo e quella di Roma, insieme al Ministero dei Trasporti. Fino al 1986 però non fu scoperto niente di utile: almeno finché un’inchiesta giornalistica avanzò dei dubbi sul caso, ipotizzando che l’aereo fosse caduto vittima di un’azione militare.
Due anni dopo nacque l’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, su ispirazione e impegno della sorella di una delle vittime, Daria Bonfietti. Incalzate dall’opinione pubblica, le indagini ricominciarono, e così anche le ricerche dell’aereo: due diverse escursioni subacquee, una nel 1987 e una nel 1991, effettuate a 3.700 m di profondità permisero di recuperare il 96% del relitto.
A questo punto, occorreva spiegare l’accaduto e scoprire i colpevoli. La Commissione Parlamentare Stragi, con il senatore Libero Gualtieri come presidente, si occupò del caso. Si ipotizzò che ci fossero stati depistaggi per evitare che la verità venisse alla luce, ad opera di alcuni militari italiani impiegati presso dei centri radar. Questo portò all’incriminazione, nel 1992, dei vertici dell’Aeronautica ai tempi del disastro, ma nel 2004 vennero prosciolti per prescrizione dei termini. Due anni dopo, infine, vennero definitivamente assolti.
Già nel 1999 si dava per certo che il DC9 fosse rimasto coinvolto in un’azione militare, e fosse stato abbattuto da un missile. Oggi non c’è ancora però alcun colpevole, e lo Stato italiano non è stato in grado di fornire l’esatta dinamica dei fatti. Ottantuno persone stanno ancora aspettando giustizia.
A Bologna si trova il Museo per la Memoria di Ustica, realizzato dall’artista francese Christian Boltanski. Il vero ricordo dei suoi sfortunati passeggeri e dell’equipaggio si trova qui: perché una simile tragedia non dovrà mai più ripetersi, e il minimo che si possa fare è tenere viva la memoria.
Lizzie Borden
Forse non tutti ricorderete il nome di Lizzie Borden, e neppure il cruento omicidio che la vide protagonista. Tuttavia, il caso che la riguarda continua a conservare dei punti oscuri, rendendolo uno dei maggiori misteri americani.
Ma partiamo dall’inizio. Elizabeth “Lizzie” Borden nacque nel 1860 a Fall River, nel Massachusetts, secondogenita di Andrew Jackson Borden e Sarah Borden. Il padre era un imprenditore edile, ma sfortunatamente la madre morì poco dopo la nascita di Lizzie. Tre anni dopo il padre sposò la sua seconda moglie, Abigail Durfee Gray, che aveva molto in comune con la classica matrigna delle favole: non legò mai con le due ragazze, Lizzie e sua sorella maggiore Emma.
Le sorelle ebbero un’educazione fortemente religiosa, e il padre era avaro e impedì loro perfino di sposarsi, forse per non “sprecare” soldi per la loro dote. Frequentavano la Chiesa Congregazionale Centrale, e Lizzie si dedicava in maniera assidua a diverse attività religiose. Il prototipo della brava ragazza, insomma.
La mattina del 4 agosto 1892, però, tutto prese una piega ben diversa. Lizzie aveva 32 anni, e quel giorno era sola con il padre e la matrigna, essendo la sorella lontana, in visita ad una parente. Andrew Borden uscì molto presto per delle commissioni, e al ritorno trovò, diversamente dal solito, il portone di casa sbarrato, tanto che fu costretto a farsi aprire dalla domestica. In casa, Lizzie gli disse che Abby era uscita per una visita ad un’amica: il padre non sospettò che fosse una bugia, e si stese sul divano del salotto con l’intenzione di riposare. Anche la domestica, Bridget Sullivan, terminate le faccende del mattino salì nella sua stanza per fare un pisolino.
Il grido di Lizzie la svegliò, e si trovò davanti la giovane con gli abiti sporchi di sangue, sconvolta. Scesero insieme al piano di sotto, e la scena che si presentò ai suoi occhi era agghiacciante: Andrew Borden giaceva sul divano, colpito da 13 colpi di ascia.
I curiosi non tardarono ad arrivare, richiamati dalla confusione, e mentre la Sullivan andava a cercare aiuto Lizzie continuava a sostenere che la matrigna non fosse in casa. La seguente ispezione dell’abitazione, operata dal dottor Seabury Bowen, la smentì: il corpo di Abby venne rinvenuto al piano di sopra, massacrato da 18 colpi di ascia.
La giovane Lizzie aveva affermato che fosse entrato un estraneo, e che questo sarebbe stato il colpevole del duplice omicidio: ma le autopsie rilevarono che i coniugi erano stati uccisi ad un’ora di distanza l’uno dall’altra, lasso di tempo che rendeva meno credibile questa tesi. E poiché le uniche due persone presenti in casa erano lei e la domestica, fu su di loro che si appuntarono i sospetti.
Bridget Sullivan venne subito scagionata, e Lizzie divenne l’unica sospettata. In casa fu ritrovata un’accetta accuratamente pulita, e una vicina dichiarò di averla vista bruciare un abito: questi, apparentemente, gli unici indizi solidi a sostegno della sua colpevolezza.
Lizzie Borden fu arrestata l’11 agosto, ma il processo portò alla sua completa assoluzione. Si ritenne infatti che i colpi sferrati con l’ascia fossero troppo profondi per essere stati inferti da una mano femminile, e inoltre Lizzie era considerata da tutti una giovane perbene, impegnata, come dicevamo poco sopra, in attività religiose.
Archiviato il processo, Lizzie tornò a vivere con la sorella Emma, e le due rimasero sempre profondamente legate. Gestirono insieme la cospicua eredità del padre, e insieme vissero fino alla morte: entrambe infatti lasciarono questo mondo nel 1927, ad appena nove giorni di distanza l’una dall’altra.
Il caso di Lizzie Borden è rimasto un insoluto, poiché nessun altro venne mai incriminato. Per lungo tempo, e anche oggi, ci si chiede se effettivamente potesse essere lei la colpevole, ma appare evidente che una “vera” verità non si saprà mai. Se era innocente, giustizia è stata fatta con l’assoluzione: se era colpevole, un’assassina l’aveva fatta franca. Solo lei e le vittime avrebbero potuto raccontare come sono andati i fatti.
Il delitto Moro
Ritorniamo a parlare di grandi Fatti di cronaca, di nuovo italiani. Oggi, parleremo del sequestro e delitto di Aldo Moro.
Anche se siete troppo giovani per aver vissuto in prima persona questa vicenda, ne avrete comunque sentito parlare o ne avrete letto. E sicuramente saprete anche chi era Aldo Moro: tuttavia, un ripasso non sarà di troppo.
Nacque il 23 settembre 1916 a Maglie, in provincia di Lecce. Rappresentante della DC, che aveva contribuito a fondare, in tale veste venne eletto nel 1946 all’Assemblea Costituente: due anni dopo entrava alla Camera. La sua carriera politica fu lunga e ricca di incarichi importanti: fu infatti per quattro volte Ministro degli Esteri, una volta Ministro dell’Istruzione e una volta Ministro della Giustizia. Inoltre, per cinque volte fu Presidente del Consiglio.
Gli anni 70 erano molto difficili, e furono questi a vedere la nascita delle Brigate Rosse, organizzazione terroristica di estrema sinistra. La loro “lotta armata” occupò lo spazio di un decennio circa, e fu costellata da eventi quali attentati dimostrativi nelle fabbriche e sequestri importanti. Uno di questi, come ben sappiamo, portò ad incrociarsi le due strade, quella delle BR e quella di Aldo Moro.
Era il 16 marzo del 1978, l’ultima volta in cui Aldo Moro fu visto vivo. Erano da poco passate le nove del mattino, e Moro stava recandosi alla Camera dei Deputati, accompagnato da due militari e tre agenti della Polizia, tutti membri della sua scorta. L’auto su cui viaggiavano venne bloccata in via Fani, e i cinque agenti vennero trucidati senza pietà: i loro nomi, vale la pena ricordarlo, erano Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Ad Aldo Moro non venne invece torto un capello, venne semplicemente sequestrato e caricato su un’altra auto.
Appena un’ora dopo tutta Italia seppe che il presidente della DC era nelle mani delle Brigate Rosse, ma era appena l’inizio.
Nei 55 giorni che seguirono Aldo Moro venne tenuto segregato a un indirizzo sconosciuto, mentre si svolgeva un costante braccio di ferro fra i sequestratori e il governo in carica. Ogni tanto Moro veniva costretto a scrivere lettere in cui chiedeva di fare tutto il possibile per la sua liberazione: parallelamente, le BR rilasciavano comunicati chiedendo di scambiare il prigioniero con militanti arrestati in precedenza. Egli veniva inoltre sottoposto a costanti interrogatori, condotti dal brigatista Mario Moretti. Né le lettere né i comunicati ebbero alcun effetto. La direzione decisa dalla DC era una sola: nessuna debolezza, nessun accordo.
Così, la condanna fu annunciata ed eseguita.
Avrete certo visto tutti le terribili immagini, in bianco e nero, del 9 maggio 1978: il corpo senza vita di un uomo, ripiegato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. In seguito si seppe che Aldo Moro aveva creduto nella salvezza, o aveva voluto credervi. Era infatti stato informato che sarebbe stato spostato in un altro luogo, e gli avevano ordinato di stendersi nel portabagagli e di mettersi sopra una coperta. Moro obbedì senza discutere, e soltanto allora avvenne l’esecuzione, con dodici proiettili.
Nel 2011 Aldo Moro venne insignito della Medaglia d’Oro di vittima del terrorismo come martire, ma ancora oggi rimangono nella sua terribile vicenda numerosi interrogativi e punti oscuri.
Come abbiamo già visto per altri importanti personaggi, la persona di Aldo Moro e la sua storia comparvero anche sugli schermi cinematografici. L’attore Gian Maria Volonté lo interpretò per ben due volte, nonostante la prima si trattasse solo di un personaggio a lui ispirato. Il secondo film si intitolava Il caso Moro, e vide la luce nel 1986. Ma ricordiamo anche Buongiorno, notte, di Marco Bellocchio (2003), con il volto di Roberto Herlitzka: e l’ultimo in ordine di tempo, Esterno notte (2022), sempre di Marco Bellocchio. Qui Aldo Moro aveva il volto di Fabrizio Gifuni. Né possiamo dimenticare la miniserie Aldo Moro – Il presidente, con protagonista Michele Placido.
L'omicidio di JonBénet Ramsey
Lo abbiamo già visto: nel mondo gli omicidi irrisolti sono purtroppo molti, e la maggior parte rimarranno prevedibilmente tali. Quando poi un orrendo crimine coinvolge una bambina, le cose si fanno ancora più tristi. È il caso del fatto di oggi, l’omicidio di JonBenét Ramsey.
Negli Stati Uniti, lo sappiamo bene, esistono concorsi di bellezza per bambine di tenerissima età. Una di queste bambine si chiamava JonBenét Ramsey, aveva sei anni ed era destinata non alla gloria o al successo, ma ad un terribile destino.
Il padre, John, era un uomo d’affari e la madre, Patricia, una giornalista con un passato da ex reginetta di bellezza. La coppia aveva due figli, Burke, di nove anni e JonBenét, di sei. La pupilla della casa era senza dubbio lei, la secondogenita: forse per rivendicare ciò che aveva perso sposandosi e mettendo al mondo due figli, la madre la indirizzò presto sulla strada del successo. Iscrisse infatti la figlia a concorsi e spettacoli, acconciandole con cura i capelli, smaltandole le unghie e truccandole il viso, oltre a farle indossare abiti forse eccessivi per la giovane età.
JonBenét era bionda e bellissima, e sembrava divertirsi in tutto ciò, ma forse più per compiacere la madre che per soddisfacimento personale. Veniamo dunque alla notte di Natale del 1996, l’ultima della breve vita della piccola miss.
La mattina del 26 dicembre, la famiglia Ramsey avrebbe dovuto partire per le vacanze natalizie. La madre, Patricia, era quindi in piedi già molto presto, per ultimare i preparativi. Scendendo al piano inferiore, trovò sulle scale una strana lettera, che informava del rapimento di JonBenét e chiedeva un riscatto di 118.000 dollari. Patricia chiamò subito il 911, e la Polizia raggiunse l’abitazione dei Ramsey, iniziando l’ispezione per trovare eventuali tracce o prove.
Le ricerche iniziarono e si conclusero in breve tempo: fu infatti sufficiente scendere nella cantina, per trovare il corpo della bambina. JonBenét aveva ancora addosso il suo pigiama, le braccia verso l’alto, la bocca chiusa con nastro adesivo e collo e polsi legati con una corda di nylon. In preda al panico, e senza pensare che così facendo avrebbe alterato la scena del crimine (ma in seguito non avrebbe avuto importanza), John Ramsey prese la figlia e la portò al piano di sopra, nel disperato tentativo di rianimarla. Naturalmente fu tutto inutile, in quanto in apparenza la piccola era morta da ore.
Già prima del ritrovamento i Ramsey avevano avvertito tutta una serie di persone, che invasero l’abitazione cancellando così ogni eventuale prova, a patto che ce ne fossero. Anche le indagini vennero condotte in maniera superficiale, e probabilmente è questa una delle ragioni che rendono questo un caso irrisolto.
L’autopsia chiarì le modalità della morte della piccola, ma portò anche alla luce inconfessabili segreti. La testa della bambina presentava una frattura della lunghezza di 20 cm, forse provocata da un corpo contundente. Tuttavia, la causa della morte venne ricondotta allo strangolamento, effettuato alle spalle, e quindi per asfissia. Alcuni segni sulle gambe e sul dorso portarono a pensare che fosse stata portata nella cantina già morta: e lo stesso dicasi per il nastro adesivo, del tutto pulito, quindi probabilmente sistemato in seguito. Ma vennero anche riscontrati probabili segni di abusi, forse perpetrati già negli anni precedenti: anche di questo non fu mai individuato nessun colpevole.
Inizialmente, i sospetti caddero sulla famiglia. Si pensò che la madre Patricia avesse ucciso la figlia in seguito ad un episodio di enuresi notturna, di cui la piccola soffriva. Si insinuò che il padre John avesse violentato la bambina e l’avesse poi uccisa per farla tacere. Si sospettò addirittura del fratello Burke, che sarebbe stato geloso delle attenzioni concentrate esclusivamente sulla più famosa sorellina. In effetti tutte le prove sembravano escludere l’azione di una persona esterna: la porta di casa non era stata forzata, e ogni cosa riconducibile all’omicidio, compresi i fogli su cui era stata scritta la richiesta di riscatto, proveniva dall’abitazione stessa. Infine, alcuni vicini di casa asserirono di aver sentito un grido infantile provenire dalla casa, ma la famiglia negò sempre che questo fosse mai accaduto. A parte i sospetti indiretti e le illazioni, c’è chi pensa che in effetti, anche se Patricia non era materialmente colpevole della morte della figlia, ne fosse in un certo senso responsabile: sovraesporre in quel modo una bambina così piccola, rendendola facile preda di pedofili e malintenzionati, non aveva certo giovato ad un’innocente.
Nel 2003 ci fu una novità che riportò il caso all’attenzione. Sulla biancheria della bambina fu isolato del DNA maschile, che risultò non appartenente né al padre né al fratello. In Thailandia venne arrestato un insegnante, John Mark Karr, accusato negli USA di pedopornografia: inizialmente ammise di aver commesso lui l’omicidio, di aver assassinato la piccola nel corso di un gioco erotico. Ma analisi successive sul DNA e sulla lettera di riscatto lo scagionarono. Tre anni dopo Patricia sarebbe morta a causa di un tumore.
Nel corso degli anni sono state molte le piste battute e rivelatesi infondate. In ordine di tempo, l’ultimo ad accusarsi del delitto è stato nel 2019 Gary Oliva, pedofilo, che dal carcere scrisse una lettera ad un amico affermando di essere il colpevole. Neppure in questo caso però sono stati trovati elementi certi.
Quanto al fratello Burke, dopo anni trascorsi ad evitare i media nel 2016 ha infine deciso di concedere un’intervista. Alcuni esperti sostennero che c’era qualcosa di strano nel suo comportamento, qualcosa di inquietante, perché continuava a sorridere pur raccontando un evento tanto tragico. Altri però precisarono che non c’era nulla che non andasse in lui: era semplicemente a disagio, molto nervoso, cosa abbastanza ovvia considerando l’infanzia da incubo avuta dopo l’omicidio.
Insomma, in conclusione forse non sapremo mai chi causò la morte della bambina, e per quale motivo lo abbia fatto. Di tutto questo rimane solo l’amarezza per una vita che avrebbe potuto essere lunga e felice, ma che invece venne spezzata per sempre.
Il delitto Matteotti
Il periodo fascista, lo sappiamo, è stato uno dei più cupi della Storia del nostro Paese. Non sorprende quindi che ci siano qui stati tutta una serie di fatti di sangue che avevano a che fare col governo fascista e contribuivano a rafforzarlo. Uno di questi fu sicuramente il delitto Matteotti.
Ma partiamo dall’inizio, e cioè: chi era Giacomo Matteotti?
Classe 1885, nacque a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo. Divenne membro della Camera dei Deputati e segretario del Partito Socialista Unitario, una fronda del Partito Socialista Italiano. Si ritrovò in questi due ruoli nel momento più sbagliato che si possa pensare, come vedremo in seguito.
Occorre precisare che anche Benito Mussolini, prima di intraprendere le gesta che ben conosciamo, aveva fatto parte del Partito Socialista. Sappiamo però anche che aveva altre ambizioni, e infatti se ne allontanò ben presto, fino a venirne espulso in via definitiva nel 1914.
Proprio gli anni della Prima Guerra Mondiale avevano dato origine ad una prima spaccatura del partito. C’era chi, come Mussolini, riteneva assolutamente necessario per l’Italia entrare in guerra; e c’era invece chi, come Matteotti appunto, la trovava una pessima idea. Inutile dire chi aveva ragione, dopo ciò che accadde nel corso del conflitto.
Terminata la guerra, gli animi non diedero comunque segno di placarsi. Nel dopoguerra infatti presero il via tutta una serie di conflitti innescati da operai e contadini, e i due ex compagni di partito si trovarono contrapposti.
Abbiamo detto che la guerra era finita, ma la situazione nei pochi anni successivi non sembrava migliorare e così il re Vittorio Emanuele III convocò Mussolini e gli affidò l’incarico di formare un nuovo governo, dopo che egli aveva fondato il Partito Fascista. La data esatta del conferimento di questo incarico è il 31 ottobre 1922: sarebbe stato forse il suo più grande errore.
Giacomo Matteotti non aveva visto probabilmente chiaro nelle successive elezioni, che “casualmente” vedevano sempre la vittoria del Partito Fascista. Relegato all’opposizione, denunciò brogli elettorali e le violenze perpetrate dalle prime squadre fasciste, allo scopo di piegare chiunque fosse in disaccordo con il governo. È facile dunque pensare quanto un simile personaggio fosse una scomoda spina nel fianco per Mussolini: ma decise evidentemente di non agire prima del 1924, alla fine di maggio, dopo un discorso di Matteotti che rimase celebre.
“Voi volete rigettare il Paese indietro, verso l’assolutismo. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano. Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora preparate il discorso funebre per me”
Queste le sue ultime parole, a riprova di quanto fosse consapevole della pericolosità della sua posizione e delle sue idee. La risposta dovette attendere appena una decina di giorni.
Era il 10 giugno quando, intorno alle 16.30 del pomeriggio, Giacomo Matteotti si stava recando in biblioteca passando sul Lungotevere Arnaldo da Brescia. Un commando armato formato da cinque persone (Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo, Augusto Malacria) aggredì il deputato, e dopo averlo stordito lo caricò in auto. Ma non avevano fatto i conti con la tenacia di Matteotti, che si difese disperatamente, nel tentativo di salvarsi la vita: rimase però soltanto un tentativo. Solo contro un gruppo, il deputato venne infine ucciso con una coltellata.
Il corpo di Matteotti venne malamente seppellito in un bosco della Quartarella, dove sarebbe stato ritrovato solo due mesi dopo. Sulle responsabilità di Mussolini nel delitto non ci sono dubbi, ma c’è chi ancora si domanda se effettivamente l’ordine fosse partito da lui: in tutti i casi, accolse con favore l’evento. E si potrebbe pensare che, visto il periodo, non ci sarebbe stata alcuna indagine e i colpevoli non si sarebbero mai scoperti e tantomeno sarebbero stati puniti: ma oggi conosciamo i loro nomi. Cosa accadde, dunque?
Prima di ogni cosa, ci furono molti testimoni, perché con ogni probabilità il commando si riteneva al di sopra della legge ed era quindi convinto di poter fare qualsiasi cosa e restare impunito. Ma il fascismo era appena all’inizio, e non aveva ancora potere assoluto su tutte le istituzioni: quindi neppure sulla Polizia.
L’intervento dei testimoni, che erano riusciti a prendere il numero di targa dell’auto utilizzata per il crimine, portarono già due giorni dopo all’arresto del Dumini, seguito a ruota dagli altri. Lo stesso destino occorse anche ad altri fiancheggiatori, che come capita sempre in questi casi accusarono altre persone: Mussolini naturalmente, ma anche De Bono, capo della Polizia.
Inizialmente gli imputati vennero condannati con pene lievi e ci fu anche qualche assoluzione. Nel secondo appello, invece, la situazione si ribaltò e Dumini, Poveromo e Viola si ritrovarono all’ergastolo.
Se non conoscessimo la storia successiva, potremmo pensare che quell’estate del 1924 avesse già condannato il neonato Partito Fascista. Non fu così purtroppo, anche se la commozione dopo il ritrovamento del corpo di Matteotti e le successive esequie fu grande. Di lì a poco, infatti, il fronte unico messo su dall’opposizione si sarebbe del tutto disgregato, lasciando al Partito Fascista libero spazio.
Ma non per questo dobbiamo pensare che il sacrificio di Giacomo Matteotti sia stato vano. La sua morte tragica infatti lo rese un martire, e soprattutto fonte di ispirazione per chiunque volesse opporsi al regime fascista, in quegli anni e anche in seguito. Proprio ciò, a ben vedere, che Benito Mussolini avrebbe voluto evitare, ma che involontariamente era stato lui stesso a concedere.
Il caso Black Dahlia
Sono molti gli omicidi rimasti irrisolti nel corso della Storia. Uno dei più brutali è però senza dubbio quello di Elizabeth Short. Se il nome non vi dice niente, forse la ricorderete meglio con il suo soprannome: Black Dahlia.
Elizabeth Short era una bellissima ragazza dai capelli neri e gli occhi chiari, con alle spalle un’adolescenza travagliata. A ventidue anni approdò a Hollywood, nella speranza di entrare nel mondo del cinema, ma con poca fortuna: costretta a mantenersi con piccoli lavoretti, e forse anche facendo la prostituta, condusse una vita sregolata. Almeno fino al 9 gennaio 1947.
Pochi giorni dopo, il 15 gennaio, una donna sta passeggiando con la sua bambina di tre anni a Leimert Park. Nell’erba scorge qualcosa che le appare inizialmente come un manichino, diviso in due parti. Le è sufficiente avvicinarsi per comprendere che si sbaglia: ciò che ha davanti non è una bambola, ma un corpo umano fatto a pezzi. Il corpo di Elizabeth Short, Black Dahlia.
La ragazza è stata mutilata, le gambe sono aperte e sul viso è stata sfregiata con un taglio chiamato Glasgow smile: per capirci, simile al sorriso procuratosi dal Joker di Batman. Nonostante sia stata torturata e abbia segni di violenza sul viso e sul seno, l’autopsia rileva che è stata proprio la ferita alle labbra a dissanguarla, portandola alla morte. Inoltre, i capelli sono tinti di rosso e il corpo pare essere stato lavato, prima di esser messo in posa. Non c’è stata però violenza sessuale, né la vittima era incinta, come si era supposto in un primo momento (e la presunta gravidanza fosse classificata come possibile movente).
L’indagine iniziò subito con un potente dispiegamento di mezzi, uno dei più vasti che Los Angeles ricordi. Ma si era alla fine degli anni Quaranta, e la scena del crimine non venne analizzata con le doverose attenzioni, oltre ad essere ripetutamente contaminata da forze dell’ordine e giornalisti.
Eppure, i sospettati non mancavano. Ne furono elencati 60, accusati o autoaccusatisi, finché i papabili non vennero ridotti a 22. Il colpevole non venne però mai individuato, e anche il movente tuttora rimane oscuro.
Teorie e ipotesi, però, non mancavano. A parte una scomoda gravidanza, smentita dall’autopsia, si pensò ad un omicidio per gelosia da parte magari di un’altra donna, oppure si batté la pista passionale: si giunse perfino a sospettare Orson Welles. Ma si ragionò anche sulla pista mafiosa, portando come argomento proprio la ferita al volto, che avrebbe indicato una persona che aveva parlato troppo o che non doveva più parlare. Di cosa però Elizabeth Short non dovesse parlare, rimarrà probabilmente un mistero.
Il caso dunque è ancora aperto. Non si è mai trovato un colpevole, e non c’è un vero e proprio movente: Elizabeth Short, la bellissima Black Dahlia, è destinata a rimanere senza giustizia.
La strage di Bologna
Se prendete spesso il treno, o anche raramente, e vi è capitato di fermarvi alla Stazione di Bologna, avrete sicuramente notato una lapide commemorativa. Ebbene, anche se siete troppo giovani per essere stati presenti nel 1980, avrete senza dubbio sentito parlare della strage di Bologna.
Torniamo indietro al 2 agosto 1980, in piena estate. Si era da poco concluso (o così si pensava) uno dei periodi più neri della storia italiana, quello delle stragi terroristiche, che aveva coperto un decennio. Quel giorno la stazione di Bologna era gremita di persone che partivano per le vacanze estive: ma molti di questi non sarebbero mai arrivati a destinazione.
Erano le 10.25 del mattino quando la stazione fu sconquassata da una terribile esplosione. Si scoprì solo più tardi che si trattava di una bomba, sistemata nella sala d’aspetto della seconda classe: la detonazione investì un treno in sosta, al binario 1, e il tunnel sottostante, facendo rovinare l’intera ala sud-ovest della stazione. Il bilancio rimane il più grave registrato in un attentato nella nostra Storia: 85 vittime e oltre 200 feriti.
Come era prevedibile, le ore subito successive furono molto caotiche, fra domande e risposte e ipotesi: inizialmente si parlò di un incidente, l’esplosione di una caldaia nei sotterranei. Soltanto i rilievi e le testimonianze dei sopravvissuti permisero di appurare la tragica verità.
A quel punto era necessario dare un nome al o ai responsabili. Le indagini portarono le autorità a individuare come tali alcuni componenti del N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari), per l’esattezza i suoi leader: Valerio Fioravanti e la sua compagna, Francesca Mambro. Non rimasero gli unici indagati, e a loro si unirono alcuni componenti dei Servizi Segreti, e Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia Massonica P2.
Come spesso accade in questi casi, le indagini vennero complicate da numerosi depistaggi, e il processo si protrasse fino al 1995: Fioravanti e Mambro vennero quindi condannati all’ergastolo, anche se continuavano a dichiararsi innocenti, come esecutori materiali dell’attentato. Nel 2007, con la stessa sentenza e la stessa accusa li seguì Luigi Ciavardini. Altre persone vennero condannate per depistaggio.
Tutto risolto, quindi? Naturalmente no. Anche se (forse) gli autori della terribile strage sono stati assicurati alla giustizia, permangono ancora molti insoluti e molte domande sono rimaste senza risposta.
Le famiglie delle molte vittime si dedicarono, dal giugno 1981, alla realizzazione dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980: l’idea era, naturalmente, di non permettere al nostro Paese di dimenticare quel terribile evento, allo stesso tempo spingendo affinché si proseguissero le indagini. Quanto alla città, Bologna, si mobilitò subito per dare il maggior aiuto possibile, così come fecero gli altri passeggeri della stazione scampati all’esplosione. Non ultimi, diversi radioamatori bolognesi si adoperarono per trasmettere il maggior numero di informazioni utili nei momenti appena successivi all’evento.
Parlando invece delle vittime, erano di diverse nazionalità, non solo italiani ma anche francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, spagnoli e giapponesi. La vittima più piccola aveva appena tre anni e il suo nome era Angela Fresu: era insieme alla sua mamma, Maria, e a due sue amiche. Una di queste, Verdiana Bivona, morì insieme a madre e figlia. Maria Fresu figura tra le vittime, ma in realtà il suo corpo non venne mai ritrovato.
L’immagine più simbolica della strage di Bologna rimane la foto in bianco e nero del grande orologio della stazione, con le lancette ferme all’ora dell’esplosione: lo squarcio causato da essa è ancora là, perché non si possa e non si debba dimenticare.
Gypsy e Dee Dee
In apparenza, la storia di Gypsy e Dee Dee Blanchard sembra quella di un bellissimo rapporto tra madre e figlia, il cui amore reciproco è più forte di qualsiasi avversità e anche della malattia. Ma come spesso accade, dietro la facciata si nasconde una storia ben più inquietante.
Tutto inizia nel 2015, quando sull’account Facebook che madre e figlia gestiscono insieme compare un messaggio, poche parole: “That Bitch is dead!” (la stronza è morta). I molti follower si allarmano, e chiedono spiegazioni, domandandosi se l’account non abbia subito un hackeraggio, come accade spesso. La risposta è ancora più agghiacciante: chiunque si trovi in quel momento dietro i nomi di Gypsy e Dee Dee afferma di aver ucciso la madre e rapito la figlia.
Subito vengono allertate le autorità, che si recano a casa delle due donne: qui trovano effettivamente il corpo di Dee Dee, uccisa da numerose coltellate, mentre non c’è traccia della giovane Gypsy. Convinti quindi della veridicità del rapimento, si mettono in moto per cercare la ragazza, che ha molti problemi di salute. Come dicevamo all’inizio, però, non tutto è quel che appare: ed è proprio Gypsy Rose, ritrovata sana e salva il giorno dopo in compagnia del suo ragazzo, a rivelare tutta la verità.
A questo punto, per meglio comprendere, è necessario fare un passo indietro, fino alla nascita di Gypsy. Era il 1991, Dee Dee aveva 24 anni, e poco dopo l’arrivo della figlia il marito, Rod, appena diciassettenne, le abbandonò entrambe, costringendole a trasferirsi a casa della madre e nonna. I problemi di salute di Gypsy iniziarono molto presto, sotto forma di apnee notturne che la costrinsero a diversi ricoveri ospedalieri. A 7 anni una caduta e una ferita, e una serie di interventi chirurgici che la immobilizzarono su una sedia a rotelle.
Ma il peggio doveva ancora arrivare. Appena un anno dopo i medici diagnosticavano a Gypsy distrofia muscolare e leucemia: Dee Dee affermava inoltre che la bambina soffriva di un ritardo mentale. Intanto le operazioni chirurgiche si susseguivano, e nel corso di una di queste le vennero asportate anche le ghiandole salivari. I suoi denti cominciavano a guastarsi, e anch’essi le vennero tolti. Naturalmente, poiché ci troviamo negli Stati Uniti, tutti questi interventi medici avevano un costo, e la famiglia non era ricca: ma la storia delle due sfortunate donne iniziava a far parlare, e presero il via diverse raccolte fondi per sostenere madre e figlia.
Il 2005 era l’anno del terribile uragano Katrina, che tanta morte e distruzione aveva provocato nel continente americano. Come se tutto ciò che avevano subito non fosse già abbastanza, Dee Dee affermò di aver perso la sua casa, e una volenterosa associazione fece loro dono di un’abitazione in Missouri.
Non tutto però era quello che sembrava, e anche i medici che avevano in cura Gypsy cominciarono a porsi delle domande, anche a fronte del rifiuto di Dee Dee di procurare i referti medici della figlia. E veniamo quindi al 2015, cioè di nuovo all’inizio della storia.
Gypsy, lo abbiamo detto, venne ritrovata il giorno successivo all’assassinio della madre, in buona salute e con il suo ragazzo, Nicholas Godejohn. Interrogata dalla Polizia, confessò di essere colpevole, insieme al giovane, dell’omicidio, ma affermò anche di averlo fatto per una ragione inattaccabile.
Gypsy Rose Blanchard non aveva in realtà mai sofferto di alcuna delle patologie riferite dalla madre, né fisiche né mentali. Dee Dee aveva vessato la figlia sin dalla più tenera età, imponendole il silenzio sulle sue reali condizioni: aveva mentito sul suo stato di salute per poter tenere alta l’attenzione su di sé, e continuare a ricevere le donazioni di amici e seguaci. In certe occasioni, spiegava la ragazza, la madre era giunta al punto da somministrarle lei stessa specifici medicinali che potessero indurle i sintomi riconoscibili alle varie inesistenti patologie.
Ma Gypsy era cresciuta, e non era più disposta a tollerare abusi e violenze. La molla era stato sicuramente l’incontro con Nicholas, avvenuto online: con lui la giovane si era confidata, e insieme avevano predisposto il piano omicidiario e la conseguente fuga.
A chi si trovò a studiare il caso, fu possibile in seguito scoprire che Dee Dee Blanchard soffriva della Sindrome di Münchhausen per procura: si tratta di una patologia che porta il genitore a nuocere volontariamente al proprio figlio, per poter accattivarsi simpatie e attenzioni da quanti gli stanno intorno.
I due giovani vennero quindi processati separatamente, ma mentre Nicholas Godejohn veniva condannato all’ergastolo Gypsy “se la cavava” con 10 anni di reclusione: comprese, naturalmente, le attenuanti per gli abusi subiti. Ad oggi la giovane sta scontando la sua pena, e dalla terribile storia è stata tratta nel 2019 una serie televisiva, The Act, con Patricia Arquette nei panni di Dee Dee e Joey King in quelli di Gypsy.
Il disastro del Vajont
Il nostro Paese ha la sua brava schiera di disastri, naturali o meno, ma più spesso provocati dall’uomo. Abitazioni costruite in luoghi pericolosi, pessima amministrazione, eventi naturali preannunciati ma più spesso no: una miscela esplosiva, che portava a catastrofi oltre ogni immaginazione. Come il nostro argomento di oggi, il disastro del Vajont.
Per chi non lo sapesse, il Vajont è una valle naturale che si trova in Friuli Venezia Giulia, al confine col Veneto. Ma Vajont è anche il nome del fiume, un affluente del Piave, che scorre fra le Dolomiti. La valle è stata “scavata” proprio da questo fiume, mediante un’azione di erosione durata secoli. Stretta fra due monti, il Toc ed il Salta, ospitava alle loro pendici diverse comunità montane: il comune di Erto e Casso, e più sotto ancora Longarone, in provincia di Belluno.
La costruzione della diga in questo punto venne progettata nel 1929. Occorsero però 14 anni, in piena Seconda Guerra Mondiale (1943) perché il progetto venisse approvato, e altri 13 (1957) per l’apertura dei cantieri. Le dimensioni della diga sarebbero state imponenti: 266 m di altezza, con una portata d’acqua di 115 milioni di metri cubici. E come spesso capita in questi casi, le preoccupazioni degli abitanti non furono tenute in considerazione.
Due anni dopo l’inizio dei lavori un’altra diga, quella di Pontesei, venne travolta da una frana che sollevò un’onda di 20 metri e uccise un operaio incaricato della sorveglianza, il cui corpo non venne mai trovato. La zona distava appena pochi km dal Vajont, e i cittadini di Erto e Casso chiesero che si fermassero i lavori. Tutto inutile: la diga si concluse pochi mesi dopo.
La popolazione era preoccupata e temeva una nuova frana, che potesse creare dei danni anche maggiori. I loro timori non vennero ascoltati, ma ciò che era accaduto a Pontesei aveva messo quantomeno in allarme i costruttori, che continuavano a ordinare perizie su perizie. Una di queste stabilì la presenza di una paleofrana sul monte Toc, e nel 1962 si comprese che ci si trovava su una zona a rischio: il livello sopra il mare non avrebbe dovuto superare i 700 metri.
Ma il 1962 era anche l’anno della nascita dell’ENEL, con la nazionalizzazione dell’industria elettrica italiana e il passaggio a proprietà statale della diga del Vajont. I segnali della catastrofe imminente aumentavano sempre di più. Ma quella costruzione era il vanto dell’ingegneristica italica, e nulla venne fatto.
Infine, la tragedia. La sera del 9 ottobre 1963, alle 22:39, il monte Toc rilasciava un blocco di terra di 400 metri: la frana conseguente, 270 milioni di metri cubi di roccia, impiegò appena un minuto a raggiungere il lago artificiale sottostante, ad una velocità di 100 km/h.
Il risultato furono due onde dell’altezza di 250 metri. La prima arrivò a Erto e Casso, radendo al suolo alcune delle sue frazioni ma risparmiando miracolosamente i due paesi: la seconda superò la diga e si riversò nel Piave, raggiungendo Longarone. Tutto questo in appena 4 minuti.
Le vittime furono 1920, e tra queste centinaia di bambini, ma solo 750 vennero identificate: alcuni corpi erano irriconoscibili, altri non vennero mai ritrovati. Quanto alla diga, era rimasta saldamente al suo posto, dove si trova anche oggi.
Il giorno seguente, per il timore di nuove frane i paesi limitrofi vennero evacuati, e com’era ovvio iniziò il rimpallo delle responsabilità. Ciò che appariva evidente era una sola cosa, che metteva d’accordo ogni relazione tecnica eseguita sul caso: il disastro del Vajont poteva essere previsto, e quindi evitato.
La domanda che vi starete facendo sicuramente a questo punto è: qualcuno ha mai pagato? La risposta è: sostanzialmente no.
Il processo iniziò nel 1968 e terminò nel 1972, e la colpa fu divisa tra Alberico Biadene, dirigente della società costruttrice, e Francesco Sensidoni, ispettore del Genio Civile. Il primo venne condannato ad un anno e 6 mesi di prigione, mentre l’azienda veniva inglobata da ENEL e Montedison: furono perciò loro a dover pagare i danni, nel 1997. Nel 2000, infine, si smezzarono le spese con lo Stato italiano.
Le gemelle Gibbons
I gemelli, si sa, hanno un legame quasi simbiotico, ed è indifferente che siano entrambi (o tutti) maschi o femmine. Il caso delle gemelle Gibbons, però, non è uguale a quello di nessun’altra coppia di gemelli.
June e Jennifer Gibbons nascevano nel 1963 alle Barbados, ma piccolissime seguirono i genitori in un paesino del Galles. Qui si ritrovarono ad essere le uniche bambine di colore, e per questo isolate dai coetanei: ciò le portò a costruire un rapporto che andava ben oltre quello, telepatico, tra gemelli.
Svilupparono difficoltà nel parlare, tanto che anche la madre aveva problemi a comprenderle: comunicavano soltanto fra di loro, con uno speciale linguaggio da loro inventato. Neppure iscriverle a due scuole diverse allentò il loro legame, servì soltanto a renderle ancora più schive e silenziose: venivano quindi soprannominate “the silent twins”, le gemelle silenziose.
Soltanto a casa, di nuovo insieme, tornavano ad essere loro stesse e leggevano libri su libri (a scuola si rifiutavano anche di leggere), oltre a scrivere racconti di crimini e a riempire fogli di disegni. Il loro rapporto escludeva chiunque altro, compresi i genitori e i fratelli, rendendole quasi ossessionate l’una dall’altra.
Nell’adolescenza le gemelle iniziarono a commettere piccoli atti di delinquenza (furti, furti con scasso, incendi dolosi) e a ferirsi l’un l’altra, tanto da tentare addirittura di uccidersi a vicenda. Nessuno era stato in grado di capire che esisteva fra loro un patto segreto: solo una delle due avrebbe potuto vivere. Con la morte di una delle gemelle, l’altra avrebbe potuto rompere il silenzio e cominciare una vita normale.
Il loro comportamento sempre più violento causò la detenzione in un istituto psichiatrico, dove rimasero per 14 anni, separate ma con la possibilità di vedersi in modalità e orari ben precisi. Vennero anche intervistate, e al giornalista svelarono proprio il patto che le legava. Affermarono di sapere quale delle due avrebbe dovuto sacrificare la sua vita: June, che era nata per prima, aveva il diritto di vivere. Jennifer doveva morire.
Era il 1993 quando le gemelle Gibbons, ormai ventinovenni, vennero caricate su un minibus per poter essere spostate in un altro istituto. Jennifer si appoggiò alla spalla della sorella, come preparandosi a dormire: soltanto all’arrivo a destinazione ci si rese conto che la giovane era morta.
L’autopsia, condotta sul corpo, stabilì che non c’erano segni di violenza: la morte, sembrava, era stata causata da una miocardite acuta, infiammazione del muscolo del cuore.
Dopo la morte della sorella, June poté finalmente cominciare a vivere. Non manifestò mai tristezza per la perdita, ma a parte un’intervista rilasciata nel 1994 rifiutò sempre di concedere dichiarazioni e di raccontare la sua storia: tornò semplicemente a vivere con i genitori, riuscendo anche ad inserirsi nella sua comunità. Neppure lei, sembra, si spiega ancora fino in fondo cosa ci fosse di così esclusivo nel suo rapporto con la sorella gemella.
La giornalista Marjorie Wallace ebbe diversi incontri con i familiari delle ragazze, ed ebbe la possibilità di leggere i loro numerosi diari: riuscì in tal modo a conquistare anche la loro fiducia, e nel 1986 pubblicò un libro dal titolo Le gemelle che non parlavano. Recentemente, questo libro è uscito in una nuova edizione con un aggiornamento proprio al 2022 grazie al contributo di June (che oggi preferisce farsi chiamare Alison, il suo secondo nome).
La strage di via d'Amelio
Era il 19 luglio 1992, più di 30 anni fa. Erano trascorsi solo 57 giorni dalla strage di Capaci, nella quale avevano trovato la morte il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della sua scorta. Era il giorno deciso per l’esecuzione di un altro giudice, Paolo Borsellino.
Il 25 maggio 1992 si erano svolti i funerali di Falcone, due giorni dopo l’attentato. Paolo Borsellino aveva naturalmente partecipato, ed era ben consapevole che sarebbe stato il prossimo bersaglio. Ciononostante non si fermò: andò incontro al suo destino con la calma consapevolezza che lo contraddistingueva.
Paolo Borsellino era entrato in magistratura nel 1963, come il più giovane del Paese. Pretore a Mazara del Vallo e a Monreale, nel 1975 passò al tribunale di Palermo: negli anni Ottanta si univa al pool antimafia formato da Falcone, Chinnici, Caponnetto, Di Lello Finuoli e Guarnotta. Nel 1986 veniva nominato Procuratore della Repubblica a Marsala, e nel 1992 tornava a Palermo.
Come ben sappiamo, l’attentato che inaugurò le stragi di mafia avvenne già nel 1983, con l’omicidio di Rocco Chinnici. Dopo il maxiprocesso i magistrati erano nel mirino della cupola, e le conseguenze furono tutta una serie di assassinii perpetrati in diverse maniere. Falcone e Borsellino erano costretti a disporre di una scorta, e lo stesso era necessario per le loro famiglie: dopo il 23 maggio 1992, Paolo Borsellino realizzò in maniera definitiva di essere “un morto che cammina”.
Spesso, la domenica mattina il magistrato, con la sua scorta, si recava a far visita alla madre, che viveva appunto in via d’Amelio. Da molto tempo insisteva affinché tutte le auto qui parcheggiate venissero rimosse, proprio per il timore di attentati: l’ordine non fu mai eseguito.
Domenica 19 luglio 1992, Borsellino si presentò quindi con la sua scorta sotto l’abitazione della madre, pochi minuti prima delle cinque del pomeriggio. Scese dall’auto, accese una sigaretta e suonò al citofono: fu la sua ultima azione, prima che un boato sconquassasse l’intero isolato. Si scoprì in seguito che erano 90 kg di esplosivo al plastico Semtex-H, nascosti in una Fiat 126 rossa rubata. Parcheggiata proprio in via d’Amelio, che il magistrato aveva invano tentato di far sgomberare.
Insieme al giudice saltarono in aria gli agenti Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, appena ventiquattrenne, prima donna poliziotto a cadere in servizio. Un sesto agente, Antonio Vullo, scampò al massacro solo perché al momento dell’esplosione stava parcheggiando una delle auto della scorta in fondo alla strada.
Il giudice Paolo Borsellino aveva allora 52 anni, e lasciava la moglie Agnese e tre figli, Lucia (ex assessore regionale alla Sanità), Fiammetta e Manfredi (oggi commissario di Polizia). L’attentato ebbe serie conseguenze verso i detenuti per mafia, 300 per l’esattezza, che la notte stessa vennero trasferiti nelle carceri dell’Asinara e di Pianosa per iniziare a scontare il 41 bis.
Come per Giovanni Falcone, anche la storia di Paolo Borsellino è stata più volte rappresentata sullo schermo. A dargli il volto una serie di grandi attori: Giancarlo Giannini, ad esempio (Giovanni Falcone, 1993). Ma anche Andy Luotto (I giudici – Excellent Cadavers, 1999); Toni Garrani (Gli angeli di Borsellino, 2003); Giorgio Tirabassi (Paolo Borsellino, 2004); Emilio Solfrizzi (Giovanni Falcone – L’uomo che sfidò Cosa Nostra, 2006); Gaetano Aronica (Il capo dei capi, 2007); Luca Zingaretti (Paolo Borsellino – I 57 giorni, 2012); Lollo Franco (Vi perdono ma inginocchiatevi, 2012); Giuseppe Fiorello (Era d’estate, 2016); Cesare Bocci (Paolo Borsellino – Adesso tocca a me, 2017). Infine, com’è giusto che sia, a lui sono intitolate scuole e associazioni, oltre all’aeroporto di Palermo insieme all’amico e collega Falcone.
Elisa Lam
C’è un albergo, a Los Angeles, con una fama decisamente sinistra. È il Cecil Hotel: qui sono state registrate molte morti misteriose, e naturalmente si pensa sia infestato. Uno dei casi più eclatanti riguarda una sfortunata ragazza, il cui nome dirà sicuramente molto a quelli di voi che amano i misteri: Elisa Lam.
Elisa Lam è una studentessa ventunenne canadese di origini asiatiche. È il 26 gennaio 2013 quando arriva a Los Angeles, e prende la tragica decisione di soggiornare proprio al Cecil Hotel. Occorre premettere che la ragazza soffriva di depressione e disturbo bipolare, e che per questo assumeva dei farmaci: ma in occasione del suo viaggio negli Stati Uniti ne aveva sospeso l’utilizzo, pensando di stare decisamente meglio. Fin qui, nulla di strano o di misterioso: almeno fino a febbraio, quando Elisa Lam scomparve nel nulla proprio dal Cecil Hotel.
Ebbene, ci sono migliaia di casi di scomparsa in tutto il mondo, e quindi la domanda è: perché il caso di questa ragazza ha destato tutto questo scalpore, tanto da parlarne ancora oggi? La risposta è in un video, che la mostra poco prima della scomparsa.
Di sicuro molti di voi sapranno a che video mi riferisco, poiché ne parlano ancora molti blogger e youtubers (uno di questi è L’inspiegabile, che mi sento di consigliarvi di seguire). Si tratta della registrazione della telecamera interna di un ascensore: è qui che la giovane viene vista viva per l’ultima volta. Elisa Lam entra nell’ascensore, e attende che le porte si chiudano: quando questo non accade, la ragazza comincia ad agitarsi, come se fosse inseguita da qualcuno. Successivamente (sono quasi le due del mattino) compie tutta una serie di azioni strane: esce dall’ascensore e comincia a muovere le mani e le braccia in maniera bizzarra, come comunicando con qualcuno, magari nel corridoio. Infine si allontana: appena scompare dall’inquadratura, le porte dell’ascensore finalmente si chiudono.
Purtroppo la vicenda si concluse in modo tragico, in quanto la ragazza venne ritrovata cadavere, in una cisterna dell’acqua sul tetto del Cecil Hotel. Tuttavia, video a parte, sussistono ancora molti punti oscuri, poiché sul corpo non venne trovata traccia né di droghe né di violenza di nessun tipo. La zona sul tetto dove si trovava la cisterna, inoltre, era inaccessibile agli ospiti dell’albergo, e le chiavi erano in dotazione esclusivamente ai dipendenti. Sembra, infine, che la cisterna fosse chiusa dall’esterno, il che porterebbe alla pista dell’omicidio: ad oggi il mistero rimane aperto, e se c’è un assassino è ancora impunito.
Se siete curiosi, su YouTube potrete trovare facilmente il video. Mi appello però al vostro buonsenso: non guardatelo se pensate che potrebbe turbarvi o impressionarvi.
La strage di Capaci
È sempre difficile parlare di alcuni argomenti senza scadere nel banale o nel ritrito. Ed è ugualmente difficile non essere prolissi, considerando quante cose ci sarebbero da dire. Mi limiterò ad esporre i fatti così come li conosciamo.
Saprete sicuramente tutti che lo scorso 23 maggio ricorreva un anniversario importante per la storia d’Italia, e in particolare della Sicilia. Trent’anni erano passati, infatti, dalla strage di Capaci, dove avevano trovato la morte il giudice Giovanni Falcone, insieme a sua moglie Francesca Morvillo, anch’essa magistrato, e alla sua scorta: gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. A completare il gruppo Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello, e l’autista Giuseppe Costanza, sopravvissuti al massacro.
Quel 1992 era un periodo particolarmente complesso per il nostro Paese. Ma tutto era iniziato molto prima, nel 1983, con l’assassinio di Rocco Chinnici, anch’egli giudice. Quel primo omicidio portò alla creazione del cosiddetto pool antimafia, formato da Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto, Giuseppe Di Lello Finuoli e Leonardo Guarnotta. Ricorderete il maxi processo, con l’aula più grande mai realizzata a Palermo e ben 460 imputati: il risultato furono 19 condanne all’ergastolo e un totale di 2665 anni di reclusione. Era soltanto l’inizio, poiché la “cupola” era stata scalfita ma non distrutta. Fu questa prima vittoria a condannare a morte il giudice Giovanni Falcone.
Era appunto il 23 maggio 1992, quasi alle sei del pomeriggio. Sull’autostrada A29, che porta dall’aeroporto a Palermo, il giudice faceva rientro in Sicilia con sua moglie e la sua scorta. All’altezza dello svincolo di Capaci un’esplosione squarciava all’improvviso il manto stradale: mezza tonnellata di tritolo, azionata da un detonatore manovrato dalla collina. Quanto bastava per mettere fine alla vita di cinque persone.
Giovanni Falcone e sua moglie morirono in ospedale, a distanza di poche ore l’uno dall’altra. Con questo atroce delitto la mafia cambiava strategia, ricorrendo all’esplosivo per eliminare persone poco gradite. Soltanto 57 giorni dopo anche il giudice Paolo Borsellino, collega e amico di Falcone, avrebbe trovato la morte in una maniera analoga, in via d’Amelio, sotto l’abitazione della madre.
L’eredità di Giovanni Falcone sopravvive ancora oggi. Il 23 maggio è infatti stata scelta come Giornata per la Legalità, e al giudice sono dedicati scuole, strade, e una piazza nel centro di Palermo, oltre a diverse statue in giro per l’Italia. È possibile addirittura trovarne una fuori dal nostro Paese, negli Stati Uniti, nella sede dell’FBI a Quantico.
Un personaggio così importante non poteva non essere ricordato in televisione o nella letteratura. Nel 2012 ha visto la luce il libro Per questo mi chiamo Giovanni, scritto da Luigi Garlando. Quanto alla tv, a dargli il volto sono stati attori del calibro di Michele Placido (Giovanni Falcone, 1993), Ennio Fantastichini (Paolo Borsellino, 2004), Massimo Dapporto (Giovanni Falcone – L’uomo che sfidò Cosa Nostra, 2006). Ma anche Chazz Palminteri (I giudici – Excellent Cadavers, 1999), Andrea Tidona (Il capo dei capi, 2007), Massimo Popolizio (Era d’estate, 2015) e Fausto Russo Alesi (Il traditore, 2019).










































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