Autrici
Romana Petri
Ritorniamo a parlare di Autrici! La protagonista di oggi è una contemporanea, traduttrice, critica letteraria e Autrice televisiva. Lei è Romana Petri.
Classe 1955, nasce a Roma e come abbiamo visto non è solo Autrice, ma si occupa di molte altre cose.
Il suo primo libro, uscito nel 1990, si intitolava Il gambero blu e altri racconti e con questo ottenne il suo primo premio, il Premio Mondello Opera Prima, sempre nel 1990. Era però soltanto il primo di una lunga serie, che non accenna ancora ad interrompersi.
Nella sua carriera ha collaborato e collabora con la rivista Io Donna e con altri giornali quali Il Corriere della Sera, Il Messaggero e La Stampa. Come traduttrice si è invece occupata delle versioni italiane di opere di Annie Ernaux, George Sand e David Machado, fra gli altri.
Oltre ai premi già vinti, per due volte è arrivata alla finale del Premio Strega, e l’ultima è stata lo scorso anno con Rubare la notte: come ben sappiamo allora a trionfare fu Come d’aria, scritto dalla scomparsa Ada D’Adamo.
Ad oggi gli scritti di Romana Petri sono ventisette, compreso l’ultimo uscito solo quest’anno, Tutto su di noi. Ma il suo è anche un successo che valica i confini del nostro Paese: le sue opere sono infatti state tradotte in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia e Olanda, ma anche in Germania e in Portogallo.
Considerando un tale talento, non rimane che aspettare la sua prossima scrittura, che sarà senza dubbio all’altezza delle precedenti.
Annie Ernaux
Ritorniamo a parlare di Autrici! La protagonista di oggi è stata recentemente riscoperta dopo aver vinto il Nobel per la Letteratura due anni fa, nel 2022. Incontreremo qui Annie Ernaux.
Annie Duchesne, questo il suo cognome da nubile, nacque a Lillebonne, in Normandia, nel settembre del 1940. In un primo momento pare che la sua strada non fosse la scrittura, in quanto si diplomò all’Università di Rouen ottenendo l’abilitazione come insegnante di Lettere Moderne. Di fatto però condusse entrambe le carriere, insegnando e scrivendo.
Sposata nel 1964 con Philippe Ernaux, di cui poi mantenne il cognome, ebbe con lui due figli ma la vita di coppia durò sino al 1980, anno della separazione.
Il movimento femminista era però già entrato a far parte della sua vita, tanto che negli anni Settanta vi militava attivamente e collaborava come articolista con il giornale Le Monde. Nel 1974 uscì infine il suo primo romanzo, Gli armadi vuoti.
Da allora diede alle stampe ventidue titoli, non classificabili come romanzi in senso stretto ma neppure come autobiografie, bensì come una commistione delle due cose. Oltre a Gli anni, libro che le valse diversi riconoscimenti, un altro suo testo balzò agli onori delle cronache quando nel 2021 ne venne tratto un film.
Si tratta di L’evento, pubblicato nel 2000 in Francia e solo nel 2019 in Italia. Parlava, come molti di voi sapranno, di un tema ancora oggi dibattuto in molti Paesi (compreso il nostro), cioè l’aborto. La giovane donna protagonista, studentessa negli anni Sessanta, si ritrova suo malgrado costretta ad una decisione difficile, per l’appunto quella di interrompere una gravidanza indesiderata.
La notizia dell’aggiunta del diritto all’interruzione di gravidanza nella Costituzione francese, lo sappiamo, è molto recente, dello scorso 4 marzo: ma una legge sulla questione esisteva già nel Paese dal 1975, pur se approvata dopo il periodo in cui il romanzo è ambientato. Da ciò ne deriva che la protagonista è costretta a chiedere aiuto su canali illegali, e il libro tratta appunto di tutto il percorso necessario per raggiungere lo scopo, prima, durante e dopo.
Il film tratto da quest’opera si intitola La scelta di Anne, e la protagonista ha il volto di Anamaria Vartolomei. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, vinse il Leone d’Oro come Miglior Film, oltre al Premio Lumière e al Premio César nel 2022.
Quanto al Premio Nobel, è stato soltanto l’ultimo di una lunga serie di riconoscimenti ottenuti da questa straordinaria Autrice. Il primo fu già nel 1984, con il romanzo Il posto: seguirono, per citarne alcuni, il Premio Marguerite Duras nel 2008 (Gli anni), il Premio Strega Europeo nel 2016 (sempre con Gli anni), il Premio Marguerite Yourcenar alla carriera nel 2017, il Premio Ernest Hemingway per la Letteratura nel 2018 e il Premio Mondello come Autore Straniero nel 2022.
Annie Ernaux è ancora fra noi, e la speranza è che possa continuare a regalarci la possibilità di vedere il mondo attraverso i suoi occhi con la sua straordinaria potenza narrativa.
Matilde Serao
Ritorniamo a parlare di Autrici! La protagonista di oggi si può considerare la “madre” di altre Scrittrici come Elena Ferrante, poiché per prima ambientò i suoi romanzi a Napoli. Lei è Matilde Serao.
Le circostanze della sua nascita sono quanto mai avventurose. Suo padre, Francesco, era napoletano e anti-borbonico, e per questa seconda ragione era fuggito o era stato esiliato in Grecia. Qui, a Patrasso, aveva però appuntamento con il suo destino, in quanto conobbe proprio in questo Paese la sua futura sposa. Lei, greca, si chiamava Paolina Bonelly ed era una nobile decaduta. Matilde, loro unica figlia, nacque quindi a Patrasso nel 1856.
Come tutti ben sappiamo il regno borbonico cadde nel 1861, dopo la spedizione dei Mille, e soltanto allora la piccola famiglia si sentì sicura di rientrare in Italia, a Napoli, per l’appunto.
Francesco Serao intraprese allora la professione di giornalista, ma la famiglia non era ricca e Matilde non poté seguire un regolare percorso di studio. Iscritta a scuola già in adolescenza, ottenne il diploma di maestra ma, per mantenersi, in un primo momento cominciò a lavorare come telegrafista. Nello stesso tempo collaborava con alcuni giornali della città.
Nel 1882 avvenne il secondo trasferimento della sua vita, questa volta a Roma. Aveva ventisei anni, e anche per lei spostarsi significò presentarsi ad un incontro con il destino. Nella capitale infatti conobbe il suo primo marito, Edoardo Scarfoglio, giornalista come lei.
In realtà, il primo incontro fra i due fu piuttosto uno scontro. All’epoca Matilde Serao aveva già dato alle stampe i suoi primi due libri, Fantasia e il più celebre Il ventre di Napoli. Scarfoglio aveva letto il primo e lo aveva duramente criticato: dopo essersi conosciuti però i due si piacquero, e nel 1885 divennero marito e moglie. Insieme ebbero quattro figli.
Ma i figli non furono le uniche creature a cui Matilde ed Edoardo diedero vita. Infatti, lo stesso anno del matrimonio fondarono insieme un giornale, dandogli nome Il Corriere di Roma. L’avventura editoriale durò appena due anni, e fallito questo giornale la coppia ne fondò un secondo. Questo nome senza dubbio vi sarà più familiare: lo chiamarono Il Mattino.
Le nozze durarono alcuni anni, anche dopo il ritorno a Napoli della famiglia. Circa dieci anni dopo però la coppia si separò, e Matilde lasciò anche la direzione del giornale, nel 1900. Tre anni dopo ne fondò un terzo, Il Giorno, insieme a Giuseppe Natale: i due si sposarono soltanto dopo la morte di Scarfoglio, nel 1917.
Matilde Serao fu la prima donna a fondare un suo giornale, anche se in concorso con un’altra persona. Per tutta la vita fu quindi giornalista e Scrittrice: questa seconda attività fu particolarmente prolifica, contando cinquanta romanzi, otto raccolte di racconti, due saggi e scritti vari. Per ben sei volte venne candidata al Nobel per la Letteratura, ma non ne vinse neppure uno: nell’ultima di queste occasioni, soltanto l’anno prima di morire, le sue posizioni antifasciste le inimicarono Mussolini, che decise di bloccare la sua candidatura. Quell’anno, il 1926, come abbiamo già visto all’inizio della nostra avventura su Gli occhi di Lucrezia ad aggiudicarselo fu Grazia Deledda.
Matilde Serao lasciò questo mondo a luglio del 1927: colpita da un infarto, alla sua scrivania, mentre stava lavorando. Una Donna eccezionale e una professionista, dalla quale ancora oggi abbiamo molto da imparare.
Alba de Céspedes
Parliamo di nuovo di Autrici! La protagonista di oggi sta venendo riscoperta anche grazie ad alcune influencer, lettrici, femministe e... tutte e tre queste cose insieme. Lei è Alba de Céspedes.
Anche se dal cognome non si direbbe, la nostra Autrice nacque a Roma nel 1911, da madre italiana (una nobile, Laura Bertini Alessandrini) e padre cubano: si trattava nientemeno che di Carlos Manuel de Céspedes, ambasciatore cubano nel nostro Paese.
Pare che fu proprio il padre ad intravedere in lei ciò che il futuro le riservava, tanto che poco prima di morire le fece promettere che non avrebbe mai smesso di scrivere.
Il lavoro del padre lo teneva spesso lontano, ma ugualmente la ragazza crebbe con solidi ideali, e nel periodo del Ventennio operò anche come partigiana, con il nome di battaglia di Clorinda. Integrava nella sua battaglia contro il regime il suo impegno nella radio Radio Bari, conduttrice di una trasmissione chiamata L’Italia combatte e redattrice di diversi articoli, dove spingeva le donne a seguire il suo esempio con piccoli gesti di ribellione.
Alba de Céspedes si sposò giovanissima, ad appena quindici anni, con un conte di nome Giuseppe Antamoro. Ebbero insieme un figlio, ma si separarono cinque o sei anni dopo. Da donna nuovamente libera iniziò a farsi un nome come Autrice.
Il suo primo racconto, Il dubbio, vide la luce nel 1934, venendo pubblicato sul Giornale d’Italia con il solo cognome e l’iniziale del nome. Era solo questione di tempo perché qualcuno si accorgesse del suo talento, e la dimostrazione arrivò appena tre anni dopo con il romanzo Nessuno torna indietro, pur se con pesanti censure da parte del regime. Nel frattempo, però, anche all’estero il suo nome cominciava ad esser conosciuto, e lei si dedicò quindi esclusivamente alla scrittura con fervore.
Tra i suoi molti incarichi figura quello di direttrice della rivista letteraria Mercurio, che vide nel tempo collaboratori eccellenti come Ernest Hemingway, Sibilla Aleramo, Maria Bellonci e Alberto Moravia. Inoltre, negli anni Quaranta curò una rubrica sul settimanale Epoca, che si intitolava Dalla parte di lei e che, nel 1949, diede vita e nome ad uno dei suoi romanzi più famosi.
In totale pubblicò quindici romanzi, di cui uno in francese (uno era Quaderno proibito, edito nel 1952, e l’ultimo, Con gran amor, uscì postumo), due raccolte di poesie e un’antologia per ragazzi. La sua ultima opera non vide la conclusione, perché Alba de Céspedes lasciò questo mondo prima di poter scrivere la parola fine.
Donna colta e intelligente, parlava correntemente italiano e spagnolo, e se la cavava con inglese, francese e tedesco, anche se la maggior parte delle sue opere erano scritte nella nostra lingua. Venne a mancare nel novembre del 1997 a Parigi, ma da allora cadde nell’oblio insieme alla sua produzione.
Fortunatamente, come dicevamo all’inizio, venne riscoperta e oggi si è ritornati a leggerla, senza più considerarla una semplice scrittrice di romanzi rosa (come altre nostre protagoniste che abbiamo già incontrato). E non sarà certo un caso se la città in cui è nata, Roma, le ha dedicato una strada, e a Cuba dal 2002 esiste un premio letterario che porta il suo nome (oltre ad una sala nel Museo Storico Carlos Manuel de Céspedes a Bayamo, nella provincia di Granma). Oltre che per tutto il resto, anche solo queste potrebbero essere ragioni sufficienti per pensare almeno di conoscerla meglio.
Vittoria Colonna
Ritorniamo a parlare di Autrici! La Donna di oggi non è soltanto una Poetessa, ma anche un’aristocratica, membro di una delle famiglie più nobili d’Italia. Lei è Vittoria Colonna.
Vittoria Colonna nacque… non conosciamo il giorno esatto, ma sappiamo che l’anno era il 1490 e il luogo Marino, in provincia di Roma. I suoi genitori erano Fabrizio Colonna e Agnese da Montefeltro, figlia del duca di Urbino, Federico, e lei era la prima di sei figli, quattro maschi e due femmine.
Come si conveniva ad una fanciulla del suo lignaggio, anche Vittoria andò presto sposa: lo sposo era Ferdinando Francesco d’Avalos, e le nozze sarebbero state utili per rinsaldare il legame già forte tra le due famiglie.
I due si sposarono nel 1509 a Ischia, e pare che il matrimonio fosse ben riuscito. Lui era però un soldato ed era spesso assente, e per questa ragione non ebbero mai figli.
Comunque Vittoria non si annoiava nel suo palazzo, anche quando il marito non c’era: riuniva infatti intorno a sé artisti e letterati, e fra questi Ludovico Ariosto e Pietro Aretino, soltanto due dei tanti. Non c’è dunque da stupirsi se iniziò lei stessa a scrivere delle poesie.
Pare che la prima di queste sia nata a seguito della cattura del marito, preso a Ravenna nel 1512 insieme al padre di lei, Fabrizio. In questo caso la fortuna aiutò il d’Avalos: trasferito a Ferrara e poi a Milano, venne infine liberato grazie all’interessamento del parente Gian Giacomo Trivulzio.
Scampato a questa esperienza, comunque, Ferdinando non ne aveva ancora avuto abbastanza e si arruolò nuovamente, questa volta sotto re Carlo V di Francia. Ferito a morte nel 1525, nel corso della Battaglia di Pavia, non fece neppure in tempo a rivedere per l’ultima volta la moglie, che aveva preso subito la strada per raggiungerlo.
Rimasta vedova, Vittoria decise di entrare nel convento delle Clarisse a Roma, ma le sue avventure erano appena all’inizio. Ebbe qui occasione di entrare in contatto con alcune correnti di pensiero che avrebbero voluto una riforma importante all’interno della Chiesa cattolica, ma non rimase a lungo nel luogo sacro: suo fratello Ascanio la coinvolse, suo malgrado, in alcuni screzi con papa Clemente VII, e lei lasciò quindi la capitale per mediare fra i due. Come spesso capita, però, questa fu la sua fortuna: riuscì infatti in questo modo a schivare il Sacco di Roma del 1527, e prestò aiuto e assistenza a diverse persone.
Nel 1531 fece rientro a Roma. Sei anni dopo visse per un periodo a Ferrara, e accarezzò l’idea di un viaggio in Terrasanta spezzando il tragitto a Venezia, ma la salute fragile non glielo permise. Tra il 1536 e il 1538 (non sappiamo la data esatta) fece la conoscenza nientemeno che di Michelangelo Buonarroti, e il loro rapporto si saldò subito con rispetto e stima reciproci. Qualche fonte afferma, anzi, che l’artista nutrisse un sentimento ben più profondo per lei, ma che nulla fosse mai accaduto, che sia rimasto insomma un legame platonico. Ciò che appare certo è che lei ebbe notevole influenza su di lui, e lui le fece dono di tre suoi disegni.
È questo il periodo in cui alcuni dei suoi sonetti vennero pubblicati, nel bel numero di 153, pare contro la sua volontà. Questo però non fermò né questa né le pubblicazioni successive.
Ma erano anche gli anni dell’Inquisizione, e la Chiesa perseguitava senza pietà chiunque mostrasse anche solo di simpatizzare per la corrente contraria di cui parlavamo poco sopra. Uno degli esponenti di questo pensiero era il cardinale inglese Reginald Pole, che Vittoria conobbe nel 1541 a Viterbo e che per la sua mentalità ebbe non poche noie.
Probabilmente anche Vittoria Colonna, nonostante fosse una nobildonna, avrebbe rischiato di avere guai con l’Inquisizione. Nel 1547 invece la sua salute andò progressivamente declinando, e infine morì sempre a Roma, ad appena cinquantasette anni.
Dopo la sua morte molti furono i letterati che la ricordarono nelle loro opere: uno di questi fu l’Ariosto nel suo Orlando furioso, ma anche Veronica Gambara, che abbiamo incontrato pochi appuntamenti fa.
Per terminare vi lascio uno dei componimenti di Vittoria Colonna: nobildonna, Autrice, Poetessa, uno dei personaggi più influenti del suo tempo.
“Tempo è pur ch’io, con la precinta vesta,
con l’orecchie e con gli occhi avidi intenti,
e con le faci in man vive e ardenti,
aspetti il caro Sposo e lieta e presta
per onorarLo reverente onesta,
avendo al cor gli altri desiri spenti,
e brami l’amor Suo, l’ira paventi,
sì ch’Ei mi trovi al gran bisogno desta.
Non ch’io sol prezzi i Suoi doni infiniti
e le soavi Sue alte parole,
onde vita immortal lieto m’offerse.
Ma perché la man santa non m’additi,
dicendo: <<Ecco la cieca che non scerse
fra i tanti chiari raggi il suo bel Sole!>>.
Isabel Allende
Torniamo a parlare di Autrici! La protagonista di oggi è un’artista vivente, che ha scritto fra le più belle pagine della letteratura mondiale. Lei è Isabel Allende.
Nacque nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, nell’agosto del 1942 a Lima, in Perù, e suo padre era cugino dell’ex presidente del Paese, Salvador Allende. Tuttavia, ad appena tre anni i genitori divorziarono e lei seguì la madre e i fratelli in Cile.
Negli anni seguenti si spostò spesso, prima in Bolivia e poi in Libano, al seguito questa volta del secondo marito della madre, il diplomatico Ramón Huidobro. Nel 1958 Isabel da sola ritornò in Cile, impiegata presso la FAO: qui conobbe anche il futuro marito, Miguel Frias, e insieme i due ebbero due figli, Paula e Nicholas.
In un primo momento la sua vocazione parve essere quella di giornalista, quando nel 1967 cominciò a collaborare con la rivista Paula, dedicata in larga parte alle donne. Solo pochi anni dopo si ritrovò testimone di un evento che avrebbe cambiato per sempre la storia del Cile: suo zio, Salvador Allende, rimase vittima del colpo di stato del 1973 ad opera del generale Augusto Pinochet. Isabel, insieme alla sua famiglia, fu costretta a trasferirsi in Venezuela. Qui avrebbe vissuto per tredici anni, e qui prese il volo la sua carriera di Scrittrice.
Il suo primo libro, La casa degli spiriti, uscì nel 1982 e fu subito un enorme successo, tanto da ispirare il film omonimo con Meryl Streep e Jeremy Irons. Fu quindi incoraggiata a continuare, e così videro la luce D’amore e d’ombra (1984) ed Eva Luna (1987). Era questo l’anno in cui lasciò il Venezuela e si stabilì definitivamente negli Stati Uniti, in California.
Nel 1989 e 1991 uscirono Eva Luna racconta e Il piano infinito, ma in quest’ultimo periodo la scrittura si interruppe a causa di un dramma familiare, il peggiore che possa capitare ad una madre. La figlia Paula, ventottenne, venne ricoverata in ospedale in Spagna a causa della porfiria, una malattia che generalmente aggredisce la pelle o il sistema nervoso. La morte della figlia abbatté la Allende, che per un paio d’anni fermò la sua opera artistica. Nel 1994 il suo lutto prese una nuova forma, e l’inizio del processo di guarigione si concretizzò nel libro autobiografico Paula, una sorta di lettera-diario dedicata alla figlia scomparsa.
Dal 1997 Isabel Allende riprese a pieno ritmo la sua attività di scrittura, pubblicando un libro all’anno o al massimo ogni due anni. Il primo di questa nuova serie fu Afrodite, uscito per l’appunto nel 1997.
L’ultimo lavoro, per il momento, di Isabel Allende è uscito lo scorso anno con il titolo Il vento conosce il mio nome. Nelle sue opere l’Autrice si occupa prevalentemente delle donne, ma spazia attraverso il cosidetto “realismo magico”, trattando temi come la memoria, l’immaginario latinoamericano, senza dimenticare riferimenti alla sua propria storia personale e a quella di chi incontra. Una Scrittrice che vale la pena approfondire, anche nei suoi romanzi meno conosciuti.
Gaspara Stampa
Torniamo a parlare di Autrici, in questo caso di una Poetessa nostrana e spesso poco ricordata: Gaspara Stampa.
Per parlare di lei dobbiamo fare un salto molto indietro nella nostra Storia, fino al 1500. Gaspara nacque infatti nel primo ventennio del Cinquecento, forse nel 1523, a Padova, figlia del gioielliere e orefice Bartolomeo. Perse presto il padre, e la madre, rimasta vedova prese i tre figli (Gaspara aveva un fratello e una sorella) e si trasferì con loro a Venezia. Qui l’educazione dei ragazzi prese una piega artistica: Gaspara e la sorella Cassandra impararono la musica e divennero valenti musiciste di liuto e cantanti, mentre il fratello Baldassarre, come Gaspara stessa, cominciò presto a comporre poesie.
Il salotto della famiglia iniziò presto ad essere ben frequentato, ma purtroppo una tragedia venne a scuotere la loro vita: la morte precoce, ad appena vent’anni, dell’unico figlio maschio Baldassarre. Come accadde poi a Gaspara, i suoi componimenti poetici furono pubblicati solo postumi, addirittura nel 1738.
Per Gaspara Stampa dovette essere un brutto colpo, ma si riprese e fece riprendere quota anche alla sua vivace vita mondana. Non si sposò mai ma ebbe molte relazioni, e probabilmente quella che la coinvolse di più fu quella con il conte Collaltino di Collalto, iniziata forse nel 1548. Anche lui era poeta, mecenate e intratteneva relazioni con diversi letterati. La storia fra i due fu abbastanza tormentata, fatta di alti e bassi, ma contribuì anche a dare vita ad una buona parte delle loro creazioni poetiche.
La relazione durò circa due anni, ma anche alla sua fine Gaspara non rimase sola a lungo, legandosi ad altri uomini: un altro suo amore importante pare che fu il gentiluomo veneziano Bartolomeo Zen.
Poco sopra abbiamo detto che le poesie di Gaspara Stampa rimasero private finché lei fu in vita. Ebbene, questo non è del tutto esatto. Sappiamo che in totale compose 311 opere, ma solo tre di esse vennero pubblicate con lei vivente. Il restante vide la luce poco dopo la sua scomparsa.
Come abbiamo già detto, la nostra Autrice non si sposò mai, ma il testamento della sorella Cassandra pare accennare a due figlie di Gaspara, avute con un nobile di nome Andrea Gritti.
Purtroppo Gaspara Stampa non ebbe una vita lunga. Aveva appena 31 anni, nel 1554, quando quindici giorni di malattia la portarono alla morte, in aprile (pare per problemi intestinali, anche se si ipotizzarono l’avvelenamento e il suicidio). In molti insinuarono che non fosse stata altro che una cortigiana, pur se con talento nella scrittura: sicuramente fu una Donna libera, bellissima ma anche dal grande intelletto, purtroppo sempre troppo poco menzionata.
“Una inaudita e nova crudeltate,
un esser al fuggir pronto e leggiero,
un andar troppo di sue doti altero,
un torre ad altri la sua libertate,
un vedermi penar senza pietate,
un aver sempre a’ miei danni il pensiero,
un rider di mia morte quando pèro,
un aver voglie ognor fredde e gelate,
un eterno timor di lontananza,
un verno eterno senza primavera,
un non dar giamai cibo a la speranza
m’han fatto divenir una Chimera,
uno abisso confuso, un mar, ch’avanza
d’onde e tempeste una marina vera”
Una inaudita e nova crudeltate, Gaspara Stampa
Saffo
Torniamo a parlare di Autrici! Avete mai sentito l’aggettivo “saffico”, riferito all’amore fra donne? Sì, senza dubbio. E magari vi sarete anche chiesti da cosa derivasse. Molti di voi lo sapranno già: oggi parleremo quindi di un’Autrice molto più antica di tutte quelle viste fin qui. Parleremo di Saffo, Donna e Poetessa.
Non conosciamo, ovviamente, la data esatta della sua nascita, ma possiamo dire che sia collocabile approssimativamente tra la fine del VII secolo e la prima metà del VI secolo a.C. Sappiamo invece con ragionevole certezza il luogo in cui nacque, Ereso, sull’isola di Lesbo, anche se poi visse in prevalenza a Mitilene, sempre a Lesbo.
Della sua vita non si sa molto, se non che era di famiglia aristocratica e sviluppò un legame di amicizia con un altro poeta, suo compaesano, Alceo.
Sappiamo che in ogni tempo era difficile per le Donne far valere la loro Arte, fosse questa la scrittura, la pittura o la poesia, appunto. Nella cultura greca questo era ancora più complesso, anche se occorre premettere che, vivendo Saffo in una piccola isola, godeva di un maggiore privilegio in quanto qui le Donne stavano gradualmente prendendosi maggiore spazio. Questo si concretizzò, a Lesbo, con la formazione di un’associazione religiosa (anche se non come la intenderemmo oggi) di nome tìaso.
Il tìaso era esclusivamente femminile, e Saffo era proprio una sacerdotessa di questo culto, votato alla dea Afrodite. Qui le fanciulle venivano accolte e istruite ai loro futuri ruoli di mogli, non solo nel senso più pratico volto all’accudimento ma anche, e soprattutto, dal punto di vista sessuale. Si praticava anche l’amore fra donne, il che spiega perché oggi esiste il termine “lesbica” riferito alle donne omosessuali: e non si trattava di casi rari, ma era strettamente integrato nell’educazione che qui veniva fornita. E appare ovvio come spesso i legami tra fanciulle potessero anche sfociare in tutt’altro.
La parte più difficile era, per Saffo, lasciar andare le sue allieve una volta che avevano completato i loro studi ed erano quindi pronte per convolare a nozze: le sue poesie si rifacevano proprio a questo, ai suoi sentimenti per loro e alla malinconia perché stava per perderle. Saffo fu la prima Poetessa della Storia a scrivere esplicitamente di amore omosessuale, o lesbico.
A questo punto vi chiederete: ma quindi anche Saffo era omosessuale? Questo non potremo mai saperlo per certo, ma sappiamo che era sposata con un uomo e aveva una figlia. Ciò non significava però che non intrattenesse rapporti con le sue allieve, rapporti che come abbiamo detto facevano parte dell’educazione che doveva loro impartire.
Ma le poesie di Saffo non erano dedicate solamente alle sue fanciulle. Fra i suoi versi possiamo infatti ritrovare liriche dedicate alla figlia, o al fratello in procinto di partire per un viaggio.
Ciò che oggi sappiamo di Saffo sono pressoché leggende, riprese da chi venne dopo di lei. Il primo fu Ovidio, e lo seguì anche Giacomo Leopardi, che compose in suo nome L’ultimo canto di Saffo. Questo si rifà ad una leggenda che la riguarda, che la voleva innamorata ma non ricambiata di un pescatore: rifiutata, si sarebbe suicidata gettandosi da una rupe. Una fine molto mitologica, per una Poetessa altrettanto mitica.
Faustina Maratti
Torniamo a parlare di Autrici! La protagonista di oggi è la poetessa Faustina Maratti!
Faustina Maratti nacque illegittima nel 1679 a Roma, figlia del pittore Carlo e di una popolana, Francesca Gommi. Dovette però trascorrere quasi un ventennio prima che il padre di decidesse a riconoscerla, nel 1698.
La sua attitudine alle arti cominciò già in giovane età, studiando lettere, musica e pittura.
Ventenne, rischiò di venir rapita da un insistente corteggiatore. Era il 1703, e Faustina aveva conosciuto Giangiorgio Sforza Cesarini a Genzano. Sui sentimenti di lei non ci sono certezze, e non sappiamo quindi se stesse accettando quello che all’inizio sembrava un semplice corteggiamento. Sappiamo però che lui passò all’azione, ma venne bloccato dalla feroce reazione della giovane, che si stava recando alla messa in compagnia della madre. Il rapimento fu quindi sventato, ma il padre di Faustina, protetto da papa Clemente XI, chiese giustizia per il fattaccio. Il pontefice stabilì che lo Sforza Cesarini venisse decapitato e i suoi beni confiscati: ma lui si rese irreperibile, scomparve da Roma e si arruolò nell’esercito del Regno di Napoli.
Soltanto l’anno seguente questa aggressione Faustina Maratti, che aveva nel poeta Alessandro Guidi il suo maestro, venne introdotta in Arcadia, accademia di letterati fondata a Roma nel 1690 dalla regina Cristina di Svezia. Qui ogni membro prendeva uno pseudonimo, e Faustina Maratti divenne Aglauro Cidonia.
Un altro personaggio inserito in Arcadia era Giovan Battista Zappi, uno dei suoi fondatori, che nell’accademia si faceva chiamare Tirsi Leucasio. Il rapporto tra lui e Faustina si concretizzò nel matrimonio nel 1705, e l’unione pare si rivelò ben riuscita e feconda.
La coppia ebbe insieme tre figli, ma la perdita del più giovane, Rinaldo, ad appena due anni di vita fu il primo di una serie di lutti che la colpirono tra il 1711 e il 1719. Il secondo fu il padre, ormai novantenne, seguito dal marito.
Rimasta sola coi due figli, un maschio di nome Luigi e una femmina chiamata Livia, si dedicò alla loro educazione e nel frattempo continuava a scrivere i suoi versi. Aveva ancora corrispondenze eccellenti e viaggiò molto, intrattenendo altre relazioni.
Anche se il tentato rapimento da parte di Sforza Cesarini sembrava ormai dimenticato, nel 1728 il figlio di quest’ultimo, Francesco, la citò con l’intenzione di obbligarla a riconoscerlo come suo figlio. Sosteneva infatti di essere il frutto della relazione fra Faustina Maratti e Giangiorgio Sforza Cesarini, e la sentenza non venne pronunciata fino al 1744, a favore della Poetessa. Del resto non esisteva l’esame del DNA, ed era necessario fidarsi della parola della diretta interessata. Quanto a Sforza Cesarini, era morto in battaglia un decennio prima, e non poteva più parlare.
Soltanto l’anno successivo la vita di Faustina si spegneva in seguito a malattia. Faustina Maratti aveva 66 anni, e lasciava una produzione composta in larga parte da sonetti, completata da un madrigale, un madrigaletto, un’epistoletta in versi e qualche altro scritto in prosa. Tacciata, a torto, di eccessivo sentimentalismo, trattò in particolar modo nel periodo del suo matrimonio d’amore, di dolore per il figlio perduto, di affetti in generale. Ma compose anche delle liriche in onore di diverse donne iconiche della cultura e della storia romana, come Lucrezia e Cornelia. Una figura, insomma, che non sarebbe male riscoprire e conoscere meglio.
Zora Neale Hurston
Parliamo di nuovo di Autrici! La protagonista di oggi è Zora Neale Hurston, scrittrice e antropologa. È altamente probabile che non ne abbiate mai sentito parlare o che la conosciate poco, ma niente paura: la conosceremo insieme.
Nacque nel 1891 a Notasulga, in Alabama, sesta figlia di un reverendo battista e di un’insegnante. Insieme alla famiglia però si trasferì ad appena tre anni a Eatonville, una delle prime città abitata esclusivamente da afroamericani.
Perse presto la madre, nel 1904, e il padre si risposò mentre lei veniva mandata a Jacksonville, in Florida, a studiare. Diplomatasi nel 1918, si iscrisse alla Howard University, e nel 1925 ottenne una borsa di studio per il Barnard College: qui era l’unica studentessa nera. Iniziò i corsi di antropologia e si laureò nel 1927, trascorrendo i due anni successivi alla Columbia University.
Erano quelli gli anni del movimento artistico letterario afroamericano Harlem Renaissance, che prendeva il nome dall’omonimo quartiere “nero” di New York. Zora Neale Hurston ne fu uno degli esponenti più attivi, e fondò anche una rivista insieme ad altri autori.
Al momento del diploma aveva ventisei anni, ma disse di averne dieci di più, sostenendo quindi di essere nata nel 1901. In totale nel corso della sua vita da Autrice scrisse quattro romanzi (il più famoso, I loro occhi guardavano Dio, uscì nel 1937) e cinquanta racconti, oltre a diverse sceneggiature teatrali e saggi.
La sua vita privata fu un po’ più turbolenta. Si sposò per la prima volta con il musicista jazz Herbert Sheen, ma il matrimonio durò solo quattro anni: successivamente sposò l’impiegato Albert Price. Questa volta durò appena qualche mese.
Nel periodo in cui lavorò al North Carolina College for Negroes (oggi North Carolina Central University) un bambino di dieci anni la accusò di molestie, nonostante lei si trovasse altrove, in Honduras. La presunta vittima venne considerata persona disturbata, e il caso venne così archiviato: ma sappiamo tutti quanto in questi casi non si venga mai assolti del tutto, così i dubbi su di lei rimasero e la accompagnarono fino alla morte.
Con le sue opere Zora Neale Hurston aveva portato un enorme contributo alla sua comunità, ma nonostante questo alla sua morte, nel 1960, venne completamente dimenticata. I suoi scritti non incontravano i gusti di tutti (sarebbe impossibile) e fu oggetto di critiche feroci dai suoi contemporanei, che ritenevano il linguaggio che utilizzava “razzista”, o pensavano che lo usasse a uso e consumo dei bianchi e non della comunità nera cui apparteneva. Inoltre non si occupava di politica nei suoi testi, anche se era spiccatamente repubblicana. Quindi, l’oblio storico e letterario aveva sia ragioni culturali che politiche.
Prima che venisse riscoperta dovette trascorrere quasi un decennio. La scrittrice e attivista Alice Walker avrebbe pubblicato negli anni Ottanta Il colore viola, che molti di voi ricorderanno per il film omonimo interpretato magistralmente da Whoopi Goldberg: fu lei, nel 1975, ad appassionarsi alla storia di Zora Neale Hurston. Cercò la sua tomba, ancora senza nome, in Florida dove era stata seppellita, e si occupò personalmente di far incidere il nome dell’Autrice e l’epitaffio Un genio del Sud. Da quel momento il mondo e la comunità riscoprirono questa Autrice, dalla quale presero spunto altre sue colleghe successive come Toni Morrison e Maya Angelou.
Veronica Gambara
Era da un po' che non parlavamo di Poetesse, vero? Rimediamo subito oggi, con Veronica Gambara.
Veronica Gambara nasceva nel 1485 a Pralboino, in provincia di Brescia, da una nobile famiglia con ascendenti illustri. Il padre, Gianfrancesco, era un signore feudale e un suo fratello, Pietro, possedeva una tipografia, oltre ad un'immensa cultura umanistica ereditata dalla madre. La madre di Veronica, Alda Pio di Carpi, era invece sorella di Emilia, anch'essa umanista e compagna di Elisabetta Gonzaga.
Tutti i sette figli della coppia (Veronica ebbe quattro fratelli e due sorelle, tutti più giovani) ebbero un'ottima educazione che comprendeva filosofia, teologia, greco e latino. Ma come spesso capita in questi casi, Veronica si distinse già nell'adolescenza, iniziando allora a scrivere i suoi primi versi. Ebbe quindi occasione, grazie ai legami paterni, di conoscere un personaggio che abbiamo già incontrato nel nostro viaggio, nell'articolo dedicato a Lucrezia Borgia. Si tratta di Pietro Bembo, con il quale la ragazza scambiò lettere e sonetti fino alla di lui morte, nel gennaio del 1547.
Ma Veronica Gambara intessé altre corrispondenze eccellenti. Infatti, il suo primo documento di cui si abbia conoscenza è proprio una lettera, indirizzata nientemeno che ad Isabella d'Este, marchesa di Mantova e cognata, come ben sappiamo, sempre di Lucrezia Borgia. E parliamo anche di Vittoria Colonna, e di diversi esponenti dei Gonzaga e dei Farnese.
Nel 1506 iniziarono per i genitori di Veronica le trattative per le sue nozze. Il prescelto fu Giberto o Gilberto di Correggio, già vedovo e con una figlia. I due erano però imparentati, o meglio lui era imparentato con la madre di lei, Alda, così fu necessario richiedere una dispensa papale. Dall'inizio delle trattative al matrimonio per procura trascorsero due anni, mentre per quello di persona un anno ancora. Quest'ultimo avvenne nel 1509, ad Amalfi, e gli sposi si erano visti per la prima volta soltanto poco prima, a Correggio (sì, il luogo di nascita del signor Luciano Ligabue).
Qui gli sposi si trasferirono, ed ebbero insieme due figli, Ippolito e Gerolamo. Pare che il matrimonio fosse ben riuscito, tanto che lei dedicò al marito numerose poesie.
Perse lo sposo nel 1518, e si dedicò quindi sia all'amministrazione del suo feudo che al futuro dei figli. Ippolito, il maggiore, divenne soldato, mentre Gerolamo prese i voti. Oltre a questo, naturalmente, continuò a scrivere i suoi versi, molto apprezzati dagli intellettuali del suo tempo.
Veronica Gambara lasciò questo mondo nel giugno del 1550, dopo una vita evidentemente soddisfacente. Rimane ancora oggi una delle voci più interessanti del suo periodo storico, dove pure le poetesse non mancavano.
Harriet Martineau
Eccoci tornati con una nuova storia, e una nuova Autrice! La protagonista di oggi è Harriet Martineau. Come dite? Non ne avete mai sentito parlare? Bene, allora la conosceremo insieme.
Harriet Martineau nacque nel Norfolk, nell’Inghilterra orientale, nel giugno 1802. Come il cognome denuncia, la sua famiglia era di origini francesi, appartenente alla borghesia industriale.
In un primo momento frequentò la scuola unitaria di Norwick, capoluogo della contea, mentre in seguito passò a Bristol, nell’Inghilterra sud-occidentale. Qui fu allieva di Lant Carpenter, educatore e ministro.
Di costituzione fragile, già in adolescenza cominciò a soffrire di una forma di sordità, ma questo non spense le sue velleità artistiche. Continuò i suoi studi e la sua determinazione la aiutò a proseguire sulla strada che aveva scelto, quella della scrittura.
La sua carriera iniziò, come abbiamo visto spesso, collaborando con un periodico, Monthly Repository, un giornale che si occupava di libertà religiosa e funzione della ragione. Harriet Martineau aveva appena vent’anni, ed era il 1822.
Mentre dunque realizzava articoli per questo giornale, scriveva anche diversi opuscoli, sempre a tema religioso e biblico.
I moti di Manchester contro le macchine dell’industria, oltre ai consigli di un libraio, la convinsero a darsi alla narrativa. Venne così alla luce prima Rioters (1826), seguito da Turnout (1827) e da Principle and practice.
Nel 1829 la Grande Depressione cambiò tutto, in quanto la fabbrica tessile di proprietà della famiglia fallì. Il lavoro di Harriet dunque divenne l’unica fonte di sostentamento, e lei vi si dedicò con rinnovato entusiasmo. La sua fatica letteraria successiva, Illustration of political economy (1832), venne quindi pubblicata a puntate, a sue spese, e il successo fu tale che ebbe diversi seguiti. Il primo fu Illustrations of taxation, quindi fu la volta di Poor law and paupers, tutti nello stesso anno.
Con il crescere della sua fama, decise che per lei era meglio trasferirsi a Londra, dove avrebbe potuto incontrare personalità importanti. Così accadde, infatti: fece la conoscenza anche di diversi parlamentari, che le chiesero di aggiungere alle sue Illustrations dei nuovi elementi che riportassero alla legislazione in corso.
Cinque anni dopo fece un viaggio negli Stati Uniti in compagnia dell’amica Louisa Jeffery. Vi rimase quasi due anni: al ritorno aveva scritto due libri, Society in America e Retrospect of a western travel. Quest’ultimo era una sorta di diario di viaggio, mentre il primo parlava dell’esclusione femminile dalla cittadinanza e delle differenze fra i principi della Costituzione Americana e la loro effettiva applicazione.
In questo periodo allacciò anche un’amicizia importante: quella con Margaret Fuller, giornalista e traduttrice.
Pur lavorando molto, o forse proprio per questo, la sua salute cominciò a darle problemi, tanto vero che lord Grey e lord Melbourne proposero di assegnarle una pensione annuale di 150 sterline. Lei però rifiutò, per rimanere coerente con sé stessa e con la condanna al sistema tributario che era una delle sue battaglie.
Dal 1839 al 1844 fu malata, e visse in casa della sorella che aveva sposato un medico. Tuttavia, poiché le cure tradizionali non sortivano alcun effetto, decise di spostare altrove la sua attenzione e scoprì il mesmerismo, che allora non era benvisto da molti dottori. Che fosse una coincidenza o meno, recuperò la salute e riprese anche a scrivere. Una delle prime opere successive, Life a sick room, trattava proprio della sua esperienza di malata.
Nel 1844 intraprese un progetto a quattro mani con Henry G. Atkinson, anch’egli seguace del mesmerismo. Il titolo era Letters on Mesmerism, e il clamore fu grande, così come il dibattito che ne seguì. Qualche anno dopo riprese il discorso con Letters on the Laws of Man’s Nature and Development, sempre in collaborazione con Atkinson.
Seguirono altre opere, e nel 1852 divenne editorialista per il Daily News. Fu anche traduttrice e insegnante, e conobbe fra gli altri Giuseppe Mazzini, che spese per lei molte belle parole.
Nel 1855 ebbe una diagnosi medica terribile: un disturbo cardiaco, che di fatto appendeva la sua vita ad un filo. Decise quindi di cominciare a scrivere la sua autobiografia, che in effetti uscì postuma, nel 1877.
Di Harriet Martineau, come di tante altre nostre protagoniste, possiamo ben dire che fosse convintamente femminista, pur senza mai essersi dichiarata tale. Sono una realtà diverse sue battaglie per le donne, come l’abolizione della legge sulle malattie contagiose, che contava appoggi come lo stesso Mazzini, Florence Nightingale e Victor Hugo. Inoltre, promosse il movimento suffragista e fu un’accanita sostenitrice del voto alle donne (battaglia che sarebbe poi stata ripresa da una signora di nome Virginia Woolf).
Harriet Martineau lasciò questo mondo nel 1876, dopo una vita intensa e ricca di soddisfazioni. Ci lascia una ricca eredità, purtroppo poco conosciuta in Italia: speriamo quindi di aver fatto la nostra piccola, modestissima parte con questo scritto, magari invogliandovi a scoprirne di più.
Caterina Percoto
Eccoci di nuovo a parlare di Autrici! La protagonista di oggi è un po’ meno conosciuta delle grandi Donne che abbiamo già incontrato, ma sarà questa un’ottima occasione per saperne di più. Lei è Caterina Percoto.
Siamo nel febbraio del 1812 quando Caterina Percoto viene al mondo, in provincia di Udine (a San Lorenzo di Soleschiano, per l’esattezza). È l’unica femmina di sette fratelli, la secondogenita, e la famiglia appartiene alla nobiltà terriera del luogo.
Perse il padre già nel 1821, a nove anni: un duro colpo, poiché pare che i due fossero molto legati. Per questa ragione la famiglia si trasferì a Udine, e Caterina fu costretta ad entrare nel Convento di Santa Chiara per proseguire i suoi studi. Qui, infatti, aveva preso il velo una zia, sorella del padre.
Trascorsi otto anni in questo luogo, le difficoltà economiche spinsero la madre a riportarla a casa con sé, e la giovane proseguì i suoi studi da autodidatta. In particolare si dedicava agli autori italiani, Dante e Manzoni in testa, e si perfezionò nello studio della lingua tedesca e del francese.
Costretta ad abbandonare il suo primo amore, un ragazzo di origini ebraiche, si trasferì nuovamente con la madre nel loro paese di origine, per aiutarla a crescere i fratelli minori. La famiglia possedeva alcuni fondi rustici, e occorreva gestirli: ad affiancare le due donne la guida spirituale di Caterina, don Pietro Comelli.
Proprio grazie a don Comelli Caterina Percoto fece il suo ingresso nel mondo delle lettere. Fu lui, infatti, ad inviare a sua insaputa alcuni suoi scritti al giornale triestino Favilla. Si trattava di una critica ad una traduzione della Messiade di Friedrich Gottlieb Klopstock, effettuata dal poeta e librettista Andrea Maffei. Era il 1839, e iniziò così la collaborazione di Caterina con l’editore Francesco Dall’Ongaro.
L’editore le scrisse per congratularsi con lei, e allo stesso tempo le consigliò di scrivere qualcosa “da donna”, descrivendo la sua vita nelle campagne dove viveva. Lei lo fece, e nel 1845 uscì il suo primo libro di narrativa su questo argomento: Lis Cidulis. Scene carniche.
Era soltanto l’inizio, venne poi pubblicata da altri giornali, come Il Giornale di Trieste e La Giunta Domenicale del Friuli.
Caterina Percoto riuscì così ad intessere legami importanti, composti in larga parte da letterati triestini e friulani. Rimanendo sempre defilata, poiché ad interessarle era la scrittura e non l’essere al centro della scena, i suoi scritti facevano parlare di lei e le garantirono anche, nei pochi viaggi effettuati, incontri di tutto rispetto. Tanto per fare un nome, nel 1867 ebbe la possibilità di conoscere Giuseppe Garibaldi.
Uno dei suoi molti amici, Pacifico Valussi, la spinse ad occuparsi dell’istruzione delle donne nella società contadina, dando così il la ad un nuovo tipo di letteratura. Anche in questo caso Caterina seguì il consiglio, con una serie di quattordici lettere riunite sotto il titolo Una pagina del Giornale della Zia. In queste lettere fittizie si potevano chiaramente percepire le influenze di Jean Jacques Rousseau, che l’Autrice aveva studiato in gioventù.
Altri racconti seguirono. Caterina Percoto era davvero una scrittrice moderna, con uno sguardo decisamente più avanti della sua epoca: ad esempio, si occupò dell’inadeguata educazione impartita alle fanciulle nei conventi di suore, del tutto inadatta al ruolo che esse avrebbero poi dovuto svolgere come mogli e madri.
Nel 1859 Caterina si ritrovò socia corrispondente dell’Accademia di Udine, e nel 1878 socia onoraria. Nel 1866 ottenne l’Ordine del Merito Civile e nel 1871 fu ispettrice degli istituti femminili veneti, ma erano anni difficili e funestati da problemi di salute e lutti familiari.
Caterina Percoto, dopo una vita tanto densa di soddisfazioni lavorative, lasciava infine la vita il 15 agosto 1887, a 75 anni. Il liceo di Udine porta il suo nome, e le ha dedicato alcune strade, così come anche Pordenone e Fontanafredda (sempre in provincia di Pordenone).
Hannah Arendt
Torniamo a parlare di Autrici! La protagonista di oggi è stata la penna di un libro dal titolo che ancora oggi utilizziamo, di solito quando si parla di crimini violenti: La banalità del male. Lei è Hannah Arendt.
Come il nome lascia capire le sue origini erano ebraiche, uno status molto difficile da sostenere nel periodo della sua nascita. Hannah Arendt nacque infatti nel 1906 ad Hannover, e proprio la sua appartenenza alla razza ebraica la costrinse a lasciare la Germania dopo aver completato l’università. In un primo momento emigrò in Francia, prima di raggiungere gli Stati Uniti, dove fu per lungo tempo insegnante.
Fu allieva di filosofi quali Martin Heidegger, col quale ebbe una relazione della durata di quattro anni, ed Edmund Husserl, e il suo primo lavoro riguardò il concetto di amore legato a Sant’Agostino. Era il 1929.
Ma il primo libro a darle la notorietà fu un saggio intitolato Le origini del totalitarismo, uscito nel 1951 e che si proponeva appunto di analizzare il fenomeno di ogni tipo di regime totalitario. Nel 1958 poi ne uscì un secondo, La condizione umana, anche se Hannah Arendt avrebbe preferito un altro titolo, Vita Activa.
Abbiamo nominato poco sopra quella che è senza dubbio la sua opera più famosa, La banalità del male. Uscito nel 1963, questo libro trasse spunto dalla sua partecipazione ad un processo celebre: quello al gerarca nazista Adolf Eichmann, svoltosi a Gerusalemme. Lei era in aula su mandato del New York Times, e in questa occasione ebbe modo di interrogarsi su diverse questioni. Giunse alla conclusione che tutte le atrocità commesse nell’Olocausto non erano state frutto di una qualche rivalsa o vendetta nei confronti degli ebrei su cui erano state consumate: non c’era, in quei gerarchi, una sorta di cattiveria di fondo. Si trattava perlopiù di uomini anonimi, che non avevano mai fatto del male a nessuno prima di indossare la divisa delle SS: prima, insomma, di ottenere il potere derivato da quel ruolo. Se erano giunti a farlo, era stato perché qualcuno gliene aveva data la possibilità, promettendo loro qualcosa in cambio, qualche privilegio e vantaggio. Perciò La banalità del male. Un male che è forse ancora più pericoloso perché potrebbe nascondersi ovunque, anche nelle persone più ordinarie.
Questa opera le attirò comunque delle critiche anche dalla sua stessa comunità ebraica, convinta che in tal modo l’Autrice volesse quasi “giustificare” quanto accaduto nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1968 vide la luce il suo ultimo lavoro completo, L’umanità in tempi bui. E stava lavorando ad una nuova opera nel dicembre del 1975, quando un infarto la strappò alla vita: il libro era La vita della mente, e lei aveva 69 anni.
Sveva Casati Modignani
Torniamo a parlare di Autrici di casa nostra! La protagonista di oggi è Sveva Casati Modignani, anche se i suoi primi tre libri portavano una doppia firma. Ma vediamo nel dettaglio.
Come molti di voi sapranno, Sveva Casati Modignani è uno pseudonimo, ottenuto mixando due nomi importanti, le casate Casati-Stampa e Litta-Modignani. Dietro questo nome si nasconde ancora oggi Bice Cairati, e inizialmente anche suo marito, Nullo Cantoni, mancato nel 2004. La signora Cairati, dunque, è nata nel 1938 a Milano, dove vive ancora oggi e continua a scrivere, mantenendo il nome con cui i lettori hanno cominciato a conoscerla ed amarla.
Sembra che Sveva Casati Modignani non fosse partita con l’idea di fare la scrittrice. In un primo momento infatti lavorò in una galleria d’arte come impiegata, poi intraprese la carriera di giornalista, intervistando anche personalità importanti: la prima fu la cantante Josephine Baker, seguita da qualche nome a caso. Potremmo dire Mina, oppure Umberto di Savoia, Wanda Osiris o Luchino Visconti, tanto per citarne qualcuno.
L’esordio alla scrittura del duo Cairati-Cantoni, già Sveva Casati-Modignani (suggerito dal loro primo editore, Sperling & Kupfer) avveniva nel 1981 con il romanzo Anna dagli occhi verdi. La coppia realizzò insieme anche i due libri seguenti, Il barone (1982) e Saulina (1983), ma la malattia di Nullo Cantoni lo costrinse a fermarsi mentre Bice Cairati proseguiva.
Da allora sono trascorsi 40 anni e 35 libri, e la fama di questa Autrice si è consolidata fra le donne, ma non soltanto. Il suo genere letterario è stato definito, in tono quasi dispregiativo, “romanzo rosa”, ma lei dice di non sentirsene offesa. Da considerare è anche il fatto che una tanto lunga carriera non sia, almeno finora, stata coronata da premi prestigiosi, come il Premio Strega, ad esempio. Neppure questo, però, sembra dare pensiero alla signora Casati Modignani, che si sente invece ugualmente ricompensata dall’affetto del suo pubblico.
Il libro più recente di questa Autrice è datato proprio il 2023 che sta finendo, e si intitola La vita è bella, nonostante. E considerata la vivacità di questa Donna, c’è da scommettere che non sarà affatto l’ultimo.
Anne Rice
L’Autrice di oggi è una delle preferite di chi vi scrive, per cui vi domando scusa fin da subito se sembrerà che sia di parte. Avrete certo sentito parlare, e forse avrete anche visto il film Intervista col vampiro, interpretato da Tom Cruise e Brad Pitt e con una giovanissima Kirsten Dunst, vero? Saprete anche che quel film era tratto da un libro, che a sua volta faceva parte di una saga (o meglio, di Cronache). E a creare quell’universo è stata lei. Anne Rice, naturalmente.
Nata Howard Allen Frances O’Brien nel 1941 a New Orléans, era seconda di quattro figlie e come si evince dal cognome, la sua famiglia era di origini irlandesi. I genitori erano profondamente cattolici, e la stessa Anne seguiva la dottrina, ma con alternanze di devozione e crisi di ateismo. Allo stesso tempo era affascinata da tutto quanto era paranormale, oltre, come sempre accade quando si parla di Autrici, a scrivere storie fin dalla prima infanzia.
Il primo vero lutto della sua vita la colpì a quindici anni, quando la madre Katherine morì a causa di problemi legati all’alcolismo. Dopo questo tragico evento il padre prese la famiglia e insieme si trasferirono in Texas, a Richardson, Dallas.
A vent’anni sposò il poeta Stan Rice, di cui conservò poi il cognome per firmare i suoi libri. Egli sarebbe morto di cancro nel 2002, e insieme ebbero una figlia, Michelle: anche questa bambina ebbe un tragico destino, uccisa dalla leucemia ad appena cinque anni. Diversi anni dopo, nel 1978, nacque il secondo figlio della coppia, Christopher: scrittore a sua volta, oggi è lui a tenere in vita la memoria di Anne, oltre che ad occuparsi della sua pagina Facebook.
Il suo primo libro, Intervista col vampiro appunto, dovette attendere tre anni prima di esser pubblicato. Scritto nel 1973 e dato alle stampe, dopo diverse traversie, nel 1976, scardinò totalmente l’idea del vampiro nell’immaginario collettivo, fino a quel momento considerato un essere totalmente malvagio e sanguinario, bramoso di vita e incapace di provare sentimenti (pensiamo al Dracula di Bram Stoker o al perfido Barlow di Le notti di Salem). I vampiri di Anne Rice non erano mostri, ma non erano neppure del tutto umani: provavano amore e pietà, rimorso e paura, e in particolare proprio il personaggio di Louis de Point du Lac, il vampiro del titolo avrebbe volentieri barattato la sua vita eterna pur di non dover più uccidere innocenti per vivere.
Diversa è invece la figura di Lestat de Lioncourt, il vero protagonista delle Cronache dei Vampiri: nel primo volume la voce narrante è quella di Louis, e Lestat appare come un essere immondo, incapace di qualsiasi empatia. Nel secondo libro invece, Scelti dalle tenebre, la voce passa proprio a Lestat, che racconta come è stato reso ciò che è e le ragioni dietro a molti discutibili comportamenti. Alterni punti di vista per raccontare storie speculari fra loro, che dimostrano come spesso si possa diventare i “cattivi”, in una storia narrata male.
La saga, denominata Le Cronache dei Vampiri, conta tredici libri, ma gli ultimi due sono inediti in Italia, l’uno uscito nel 2016 e l’altro nel 2018.
Scorrendo questi tredici titoli, potremmo trovare un’intrusa, per così dire. Si tratta di Merrick la strega, e qui la Rice fa incontrare i personaggi delle Cronache con quelli di un’altra saga, una trilogia per l’esattezza, quella delle Streghe di Mayfair. Già, perché Anne Rice non è solo vampiri, e in questa trilogia ha esplorato una vera e propria dinastia di streghe, effettuando altre volte questi scambi.
A queste opere, senza dubbio le più conosciute, si affiancano altri titoli minori, come la trilogia di Ramses il Dannato (solo il primo libro è stato tradotto in Italia), la duologia degli Angeli e quella delle Cronache del Lupo, oltre a quattro storie autoconclusive.
Ma non è tutto qui. Nella sua carriera Anne Rice ha sperimentato anche il romanzo erotico, e per farlo si è avvalsa di due pseudonimi. Con il primo, A.N. Roquelaure, ha rivisitato in chiave erotica la storia della Bella Addormentata in quattro volumi. Con il secondo, Anne Rampling, ha pubblicato due libri, sempre erotici, Exit to Eden e Belinda. Dei due, solo quest’ultimo è stato tradotto in Italia.
Purtroppo Anne Rice ci ha lasciati nel 2021 a 80 anni, e l’11 di questo mese ricorrerà il secondo anniversario della sua dipartita. Ci lascia però un mondo immenso, molto più vicino a noi di quanto crediamo: la Grande Famiglia di cui si parla in La Regina dei Dannati, infatti, non è altro che l’enorme famiglia umana.
Oriana Fallaci
L’Autrice di oggi è stata una scrittrice e una giornalista, ma soprattutto un personaggio quanto mai controverso. Parliamo di Oriana Fallaci.
Nacque a Firenze nel 1929, prima di quattro sorelle. Il padre, Edoardo, faceva il muratore ed era convintamente antifascista: per questa ragione venne arrestato e torturato dalle camicie nere. Le figlie non potevano quindi non seguire le sue orme, e così anche Oriana, che in adolescenza fu staffetta partigiana.
Fin dall’inizio il suo sogno sarebbe stato di diventare scrittrice, ma dietro consiglio di uno zio si iscrisse invece a Medicina. Quello che in seguito sarebbe diventato il suo mestiere principale, quello della giornalista, la raggiunse attraverso vie secondarie, poiché cominciò a praticarlo proprio per pagarsi gli studi.
Trasferitasi a Milano negli anni Cinquanta, sempre lo stesso zio le offrì un posto di redattrice nel giornale di cui era editore, Epoca. Qui la ragazza mostrò subito il suo carattere, e al licenziamento dello zio lo seguì, approdando a L’Europeo, diretto da Michele Serra: avrebbe lavorato qui sino al 1977.
Il suo lavoro di inviata la portò a viaggiare molto, e come prima tappa si trasferì a New York. Avida di scoperte, documentò tutto ciò che vedeva e sentiva e il risultato fu il libro I sette peccati capitali di Hollywood, con prefazione nientemeno che di Orson Welles.
Alla fine degli anni Sessanta divenne corrispondente di guerra, la prima donna a ricoprire tale ruolo, direttamente sul campo della Guerra del Vietnam.
Tornata negli Stati Uniti si tenne informata sui principali fatti che avvenivano in quel periodo, dall’omicidio di Martin Luther King a quello di Robert Kennedy. Sempre nel 1968 si trovava a Città del Messico nel giorno della strage di piazza delle Tre Culture. Ferita gravemente e data per morta, venne portata in obitorio: fortunatamente un sacerdote si accorse che era viva e la fece trasferire in ospedale. Anche in quel caso riuscì comunque a documentare attivamente l’accaduto.
Nello stesso anno conobbe il politico greco Alexandros Panagulis, appena uscito dal carcere dopo aver tentato di uccidere il dittatore Papadopulos. Ne nacque una storia intensa e tormentata, durata fino alla morte di lui, avvenuta nel 1976 per un supposto incidente stradale. Da questa relazione trassero spunto due libri, Un uomo e Lettera a un bambino mai nato, considerati ad oggi tra i suoi migliori scritti.
Come giornalista, ebbe diversi incontri e possibilità di intervista con molti potenti della Terra. Celebre è l’intervista all’ayatollah Khomeini, quando la Fallaci si tolse il velo in sua presenza rivendicando la libertà femminile.
Nel 1990 uscì il libro Insciallah, romanzo che traeva spunto dalla guerra in Libano e dove trattò per la prima volta il fondamentalismo islamico, tema che sarebbe poi diventato ricorrente nei suoi scritti.
All’inizio degli anni Novanta si fermò definitivamente a New York, e fu allora che si presentò il tumore che l’avrebbe uccisa. In quegli anni di silenzio si impegnò in un progetto ambizioso: scrivere una saga sulla sua famiglia.
Nel 2001 Oriana Fallaci faceva risentire la sua voce, subito dopo l’attentato dell’11 settembre. Scrisse al Corriere della Sera una lunga lettera, che intitolò La Rabbia e l’Orgoglio: questa sarebbe poi diventata un libro, che rese nuovamente ben tangibile la sua presenza sui temi internazionali. Oriana Fallaci ha sempre sostenuto che un rapporto civile fra Islam e Occidente non fosse attuabile, e continuò nella sua crociata con altri due libri, usciti nel 2004 dal titolo La forza della ragione e L’Apocalisse. In un’occasione finì anche in tribunale, accusata di vilipendio alla religione islamica, ma la sua prematura morte rese inutile ogni sentenza.
Nell’agosto del 2006 il male stava ormai per avere la meglio su Oriana Fallaci: chiese quindi di essere riportata a Firenze, il luogo in cui era nata, per poter morire guardando il fiume Arno. Lasciò questo mondo appena un mese dopo. Aveva 77 anni: il libro che stava preparando uscì postumo, naturalmente incompleto, con il titolo Un cappello pieno di ciliegie, nel 2008. Fu il nipote Edoardo, suo erede e figlio della sorella Paola, a curarne la pubblicazione, in accordo con le disposizioni della zia.
Un simile personaggio non poteva non ispirare la fiction, e così nel 2015 su Rai 1 ecco L’Oriana, miniserie dove l’Autrice ha il volto di Vittoria Puccini. È invece notizia recente, dello scorso gennaio, di una nuova miniserie sulla giornalista, questa volta nel suo periodo giovanile: Miss Fallaci, con protagonista Miriam Leone, dovrebbe comparire in streaming su Paramount+ entro il 2024.
Simone Weil
E si torna a parlare di Autrici! Oggi parliamo di una Donna straordinaria, contemporanea di una sua omonima, Simone de Beauvoir. Parliamo di Simone Weil.
Cominciamo col dire che Simone Weil fu anche Autrice, ma non soltanto. Se provate a digitare il suo nome su Google, infatti, per prima cosa vi apparirà la dicitura “filosofa”, e in alcuni casi “mistica”. Abbiamo dunque di fronte un personaggio particolare, purtroppo dalla vita troppo breve.
Nacque nel 1909 a Parigi, in una famiglia ebraica non praticante, e crebbe con un fratello, André, matematico e insegnante. Lei stessa per un periodo sarebbe stata insegnante, scegliendo come materia la filosofia.
Dopo un primo periodo di studio in casa, i suoi studi proseguirono all’Ècole Normale, fino a condurla come dicevamo alla strada dell’insegnamento. Si interessava però a molti temi sociali, fra cui la condizione degli operai. Per meglio immedesimarsi in tale mondo decise di farne esperienza diretta, e si fece assumere in una fabbrica metallurgica parigina, nonostante la salute fisica non l’assistesse: soffriva infatti di frequenti emicranie, e il suo fisico era da sempre molto gracile.
I suoi molti viaggi in Europa l’aiutarono, negli anni Trenta, a rendersi conto del pericolo rappresentato dall’avvento del nazismo, anche se non ebbe occasione di vivere in prima persona le persecuzioni contro la sua razza (appena tre anni prima di morire i genitori l’avevano convinta a fuggire da Parigi per salvarsi).
Militò in diversi sindacati anche in Spagna, e in occasione di un viaggio ad Assisi cominciò ad avvicinarsi al cristianesimo. Non si convertì mai nel vero senso del termine, ma assimilò i dogmi della religione in un modo che forse manca, anche oggi, ai cristiani praticanti. Si limitava, si può dire, ad osservare e comprendere. E le sarebbe molto piaciuto conoscere anche il mondo musulmano, ma non le fu possibile: la sua vita era troppo breve per fare tutto ciò che avrebbe voluto.
Come dicevamo poco sopra, agli inizi degli anni Quaranta lasciò Parigi con i familiari a causa delle leggi razziali, spostandosi prima a Marsiglia e poi a New York. Ma non riuscì a rimanere a lungo ferma, appena le fu possibile rientrò in Europa per unirsi alla Resistenza, e nel frattempo conquistò un posto da redattrice per il comitato nazionale France Libre di De Gaulle, a Londra. I suoi punti di vista vennero però ritenuti troppo intransigenti, e fu costretta a lasciare l’incarico poco dopo.
Sappiamo bene che in tempo di guerra la salute di tutti spesso va a compromettersi. Simone Weil era già, come dicevamo, di costituzione fragile, e le privazioni cui venne sottoposta aggravarono le sue condizioni. Nella seconda metà del 1943 si ammalò di tubercolosi, e venne ricoverata nel sanatorio di Ashford. Morì alla fine di agosto, ad appena trentaquattro anni.
Caso quasi unico nella letteratura, analogamente alla poetessa Emily Dickinson, tutte le sue opere videro la luce postume, e solo grazie al duro lavoro di Albert Camus, che si dedicò a raccoglierle e pubblicarle. Si tratta perlopiù di saggi sulla condizione operaia, sulla religione, sul misticismo e sulla filosofia, ma anche di scritti che raccontavano la sua esperienza in fabbrica. Un’Autrice, oltre che una Donna, da scoprire anche e soprattutto attraverso le sue parole, per fortuna oggi fruibili a tutti.
Goliarda Sapienza
Torniamo a parlare di Autrici. Lo facciamo con una delle donne più controverse della letteratura, scrittrice ma anche attrice: Goliarda Sapienza.
Nacque a Catania nel 1924, figlia di due socialisti: il padre, Giuseppe, era avvocato mentre la madre, Maria Giudice, era sindacalista e a sua volta una donna dalla forte personalità. Ebbe molti fratelli, tutti nati dai precedenti matrimoni dei genitori, tre dal padre e sette dalla madre. Il suo stesso nome, Goliarda, le venne dato in memoria di un fratello morto annegato fra il 1920 e il 1922.
Manifestò attitudini artistiche fin dall’infanzia, ma compì in casa i suoi studi, almeno fino al 1943, quando si trasferì a Roma con la madre. Qui si iscrisse all’Accademia di Arte Drammatica, ma non si diplomò e decise invece di fondare la sua compagnia, che adottava il metodo Stanislavskj, insieme ad alcuni compagni. Oltre a recitare in teatro prese parte ad alcuni film, quali Un giorno nella vita (Blasetti), Senso (Visconti) e Gli sbandati (Maselli). Con quest’ultimo intrecciò un’intensa relazione, della durata di 18 anni e al termine della quale rimase un legame altrettanto profondo.
Il suo primo approccio con la scrittura si concretizzò nel 1967, con il romanzo Lettera aperta, dove narrava la sua infanzia a Catania. Altri titoli seguirono: autobiografie e poesie, ma un unico grande romanzo, forse la sua opera più rappresentativa, L’arte della gioia. Nonostante fosse stato terminato nel 1976, non riuscì ad ottenere una pubblicazione sino al 1994, e anche in quel caso non poté pubblicarlo per intero, ma solo la prima parte. Infine nel 1998, dopo la morte dell’Autrice, il marito Angelo Pellegrino mise mano al portafogli e riuscì a pubblicarlo nella sua versione integrale. In seguito non solo venne ristampato e riscoperto, ma venne anche tradotto in francese, inglese, tedesco, danese e polacco.
Particolarmente interessanti sono anche i Taccuini di Goliarda Sapienza, pubblicati soltanto recentemente. Il primo, Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989, nel 2011; il secondo, La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992, nel 2013; il terzo e ultimo, Scrittura dell’anima nuda. Taccuini 1976-1992 appena un anno fa, nel 2022.
Negli ultimi anni questa straordinaria Autrice è stata riscoperta, ed è fonte di ispirazione per le giovani donne e non solo. Di più, è considerata una delle più grandi Autrici del Novecento, e ci ha lasciati nel 1996 a Gaeta, a 72 anni. La sua scrittura è il suo più grande lascito, con la giusta fama che non ha potuto ottenere in vita.
Banana Yoshimoto
Fino ad oggi, per la pagina Autrici, ci siamo occupate sempre e solo di scrittrici occidentali. Rimediamo subito oggi, parlando forse dell’esponente più famosa della letteratura giapponese: Banana Yoshimoto.
Nacque come Mahoko nella città di Tokyo, nel luglio 1964. Suo padre, Takaaki, era uno dei più famosi critici e poeti giapponesi, mentre sua sorella, Haruno Yoiko, è una mangaka: una famiglia di creativi, insomma.
Decise di adottare lo pseudonimo “Banana” nel periodo della sua laurea alla Nihon University, presa con specializzazione letteratura. Pare che lo scelse in larga parte perché “lo trovava carino”, ma forse anche perché era un nome facilmente pronunciabile in quasi tutte le lingue e semplice da ricordare. Così firmò il suo primo libro, Kitchen, uscito nel 1988 e che divenne subito un caso letterario, tanto da venir ristampato ben 60 volte.
Nonostante la critica non la consideri un’Autrice di alto livello, Banana Yoshimoto è molto amata anche in Italia, e non è forse un caso che sia il Paese dove Kitchen è stato tradotto per la prima volta. Successivamente sono arrivati altri libri: sempre nello stesso anno Presagio triste, poi Sonno profondo e Tsugumi (1989), Amrita (1994), Honeymoon (1997) solo per citare forse i più conosciuti.
Chi la legge e la ama sostiene che nei suoi scritti si ritrovino molti elementi della cultura giapponese ma soprattutto del manga: il che non è strano, non soltanto per la presenza di una sorella che di mestiere disegna proprio manga, ma anche perché una delle sue amiche è a sua volta una mangaka, Kyoko Okazaki.
In totale Banana Yoshimoto ha dato alle stampe più di trenta titoli, anche se non tutti sono stati tradotti nella nostra lingua. L’ultimo in ordine di tempo è uscito in Italia proprio quest’anno, e il titolo è Ciotole di riso. Le strane storie di Fukiage.
Fra le passioni di questa fantasiosa Autrice c’è Stephen King, anche se lo preferisce nei suoi libri meno horror, insieme alla Emily Brontë di Cime tempestose. Ma anche Dario Argento e in particolare il film Suspiria. Per terminare, è una fervente sostenitrice della comunità LGBT+, e non manca mai di inserire personaggi appartenenti alla comunità nelle sue opere.
Maria Bellonci
Torniamo a parlare di Autrici, e lo facciamo in grande stile. La protagonista di oggi è Maria Bellonci, scrittrice, traduttrice ma non solo.
Maria Villavecchia nacque nel 1902 a Roma, ma suo padre era piemontese e faceva il chimico. I suoi furono studi classici, e probabilmente già allora viveva in lei la passione per l’approfondimento storico. Basti pensare che scrisse il suo primo romanzo a vent’anni appena: lo sottopose a Goffredo Bellonci, critico e letterato, di vent’anni più grande di lei. Sarebbe diventato suo marito nel 1928, ma sarebbero stati anche compagni di studi e insieme avrebbero creato, con un gruppo di amici, un famosissimo premio letterario che resiste ancora oggi. Ma ci arriviamo.
Uno dei titoli che associamo a Maria Bellonci è senza dubbio Lucrezia Borgia, la biografia sulla vita della figlia di papa Alessandro VI. Ebbene, la “storia” fra Maria e Lucrezia nacque all’inizio degli anni Trenta, quando le venne proposto di catalogare proprio i gioielli della duchessa di Ferrara. Qui venne a contatto con qualcosa di incredibile, un gioiello con un’incisione di Pietro Bembo, che come vi raccontavo nella pagina dedicata a Lucrezia Borgia fu uno dei suoi più appassionati (seppur platonici) amori. Da qui tutto cominciò, e nel 1932 Maria Bellonci iniziò le sue ricerche storiche fra Roma, Mantova e Ferrara. Furono necessari sette anni, ma infine la biografia vide la luce, nel 1939, e vinse il Premio Viareggio.
Fra i vari personaggi nominati dalla Bellonci, contemporanei della Borgia e che l’avevano conosciuta, c’era senza dubbio Isabella d’Este, sorella del suo terzo marito Alfonso e sposa di Francesco Gonzaga, signore di Mantova. E se dalla biografia di Lucrezia Borgia traspare un senso di antipatia, come se Isabella fosse la sua rivale e se la Bellonci stessa la trovasse poco gradevole, negli anni le cose sarebbero cambiate.
Dal 1944 al 1947 il salotto di casa Bellonci avrebbe ospitato un gruppo di amici e intellettuali, e insieme al contributo di Guido Alberti, proprietario della ditta che produceva il liquore Strega, nacque il Premio omonimo, che nel corso degli anni vide la vittoria di parecchi nomi illustri. Il primo, proprio nel 1947 fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere; ma figurano anche, fra gli altri, Cesare Pavese (che si sarebbe suicidato due mesi dopo, nell’agosto 1950), Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Elsa Morante (la prima delle dodici donne totali), Dino Buzzati, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Carlo Cassola, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano, Fausta Cialente, Primo Levi, Umberto Eco, la stessa Bellonci (postumo), Gesualdo Bufalino, Dacia Maraini, Domenico Starnone, Margaret Mazzantini, Melania Mazzucco, Sandro Veronesi, Niccolò Ammaniti, per concludere con Ada D’Adamo, vincitrice nel 2023 con il suo Come d’aria. Oltre a questo, dal 2014 si sono aggiunte due categorie, una per lo Strega Europeo e l’altra per i Giovani, mentre dal 2016 il Premio Ragazze e Ragazzi dedicato appunto alla narrativa per i più giovani. Da quest’anno invece è stato istituito il Premio Strega per la Poesia, assegnato alla poetessa Vivian Lamarque.
Ad oggi ad occuparsi del Premio è la Fondazione Goffredo e Maria Bellonci, nata nel 1986 grazie ad Anna Maria Rimoaldi, anch’essa Autrice e curatrice di progetti televisivi e radiofonici, mancata nel 2007 all’età di 82 anni a Poggio, all’Isola d’Elba.
Ma torniamo alla vera protagonista, Maria Bellonci. Dicevamo che il personaggio di Isabella d’Este aveva comunque segnato l’Autrice, e negli anni la rivalutò, fino a dedicarle un racconto della raccolta I segreti dei Gonzaga nel 1947 e a sceglierla come voce narrante di un suo capolavoro successivo, Rinascimento privato (edito nel 1985).
Nel 1956 uscì un altro romanzo, Milano viscontea, ma la Bellonci non disdegnava ulteriori collaborazioni con giornali come Il Messaggero e con case editrici come la Giunti.
Nel 1964 il marito Goffredo lasciava questo mondo, ma non per questo la vena narrativa di Maria si fermò. Uscirono altri scritti: Pubblici segreti (1965), Come un racconto gli anni del Premio Strega (1971), Tu, vipera gentile (1972). E nel 1985 Rinascimento privato, ultimo lavoro che le valse il Premio Strega alla memoria l’anno successivo. Sfortunatamente Maria Bellonci aveva già lasciato il mondo, sempre a Roma, all’età di 85 anni. Dopo la sua morte sarebbero stati pubblicati ancora due ultimi lavori, Io e il Premio Strega (1987) e Segni sul muro (1989). Il canto del cigno di un’Autrice stupefacente, che si occupò delle opere altrui ma senza mai dimenticare le sue, e soprattutto seppe ridare voce ad una donna, Lucrezia Borgia, che come sappiamo è spesso stata ingiustamente maltrattata dalla Storia. Come diceva Maria Bellonci, “un vero destino da donna”.
Mary Shelley
Quando pensiamo ai romanzi o ai racconti gotici, tendiamo sempre ad immaginarli scritti da uomini. L’Autrice di oggi ribalta questo stereotipo, e ci consegna un personaggio che non smette di stupirci. Parliamo di Mary Shelley.
La madre di Mary Shelley aveva il suo stesso nome di battesimo, ma di cognome faceva Wollstonecraft: come la figlia fu Autrice, e di lei parleremo quindi più avanti.
Il padre, William Godwin, era un saggista e Mary nacque nel 1797, unica figlia della coppia. Sua madre purtroppo morì poco dopo, e la ragazza rimase sola col padre e con una sorellastra, Claire, nata da un precedente matrimonio della madre.
Quando la futura Autrice ebbe tre anni il padre si risposò con Mary Jane Clairmont, già madre di due figli. I rapporti tra matrigna e figliastra pare non fossero buonissimi, ma questo non impedì alla nostra artista di ricevere un’educazione liberale e progressista, soprattutto per l’epoca. Di questo il merito fu soprattutto delle frequentazioni del padre, che contribuirono a formare i gusti letterari della ragazza.
Mary era molto giovane quando incontrò il suo futuro marito, Percy Bysshe Shelley, aveva appena sedici anni. Lo scrittore era un frequentatore abituale della casa paterna, e i due si innamorarono nonostante lui fosse più grande, fosse già sposato e avesse addirittura due figli. William Godwin non era felice della relazione, ma la coppia fuggì prima in Francia e poi in Svizzera, vivendo in maniera frugale. Le difficoltà economiche li costrinsero a rientrare in Inghilterra, ma non riuscirono a inserirsi nella società e anche il padre di lei le voltò le spalle. Oltre a questo, la nascita di una figlia che morì ad appena un mese di vita nel 1815 prostrò Mary, oltre alla mole di debiti accumulati dal marito e che non sapeva come ripagare.
Un anno dopo Mary e Percy presero con loro la sorellastra di lei, Claire, e tornarono in Svizzera, per la precisione a Ginevra. Alloggiarono in una villa sul lago omonimo, e si ritrovarono vicini di casa di lord Byron, che in quel periodo aveva un legame affettivo con Claire. Il gruppo di amici contava nomi prestigiosi: a parte i già citati, era con loro anche il medico e scrittore John Polidori. Le serate invernali erano piovose e quindi era impossibile non annoiarsi: per questo gli amici si intrattenevano l’un l’altro raccontando storie di fantasmi.
Il primo germe di Frankenstein, o Il moderno Prometeo, si formò per Mary quasi per caso quando lord Byron lanciò la proposta di scrivere ognuno un racconto horror. A contribuire furono sicuramente le discussioni su chimica ed elettricità che si tenevano nella villa, oltre alle idee filosofiche di Rousseau. Il suo racconto quindi risultò il meglio riuscito, e venne in seguito pubblicato, nel 1818 in forma anonima.
Mentre tutto questo accadeva Harriet, la moglie tradita di Percy, si suicidò, permettendo così a lui di sposare Mary. La coppia si trasferì in Italia, partendo da Napoli, passando da Roma e stabilendosi infine a Firenze. Ebbero altri tre figli, ma uno soltanto, Percy jr, sopravvisse e arrivò all’età adulta.
Nel 1822 infine una disgrazia spezzò definitivamente lo spirito di Mary Shelley. Suo marito annegò mentre navigava nel golfo di La Spezia, lasciandola sola con il figlio. Lei quindi tornò in Inghilterra, senza mai smettere di scrivere.
Già, pensavate che Mary Shelley fosse solo Frankenstein? Sbagliato! Scrisse infatti numerosi racconti negli anni successivi, anche se purtroppo solo una minima parte della sua produzione è stata tradotta nella nostra lingua. Come capita a molte donne, rimase per decenni dietro il nome ingombrante del marito. Nonostante questo, anche dopo la morte di lui non smise di occuparsi di pubblicizzare le sue opere.
La perdita del marito aveva segnato profondamente Mary, ma in questo caso non è esagerato dire che lui le avesse donato il suo cuore per intero. Dopo la tempesta in cui aveva trovato la morte, infatti, trascorsero alcuni giorni prima che il corpo venisse recuperato, sulla spiaggia, quasi completamente bruciato. Quasi completamente… tranne il suo cuore, appunto, che appariva intatto. Non si sa se sia una leggenda, se fosse davvero il cuore oppure un altro organo (il fegato, magari), se si fosse salvato perché calcificato dopo una brutta tubercolosi che l’aveva colpito tempo prima: fatto sta che l’amico portò il cuore a Mary, che lo tenne con sé e lo conservò fino alla propria morte, nel 1851. Fu il figlio a ritrovarlo un anno dopo, dentro una scatola in un cassetto della sua scrivania. Era avvolto da un drappo di seta e da un foglio con scritta una delle poesie dello stesso Percy sr, la sua preferita.
Mary Shelley morì in Inghilterra a soli 54 anni, presumibilmente per un tumore al cervello. Nella sua vita aveva molto sofferto e molto amato, e ogni sua opera sembrava sempre essere un grido d’aiuto, per una disperazione e un male di vivere che l’aveva accompagnata fin dai primi anni. Pare che si sentisse fortemente in colpa per la morte prematura della madre, e senza dubbio la sua figura la ispirò anche negli anni successivi. Ecco quindi il ritratto, in breve, di un’Autrice ingiustamente sottovalutata, ma che ha saputo consegnarci una delle figure più tragiche del panorama che oggi chiamiamo “horror”.
Bianca Pitzorno
Alcune Autrici vengono definite solo per ragazzi, ma sono molto di più. È il caso della protagonista di oggi, Bianca Pitzorno.
Nata nel 1942 a Sassari, fin da bambina dimostrò molteplici interessi: oltre alla lettura e alla scrittura amava dipingere e fare fotografie, mentre dalla prima adolescenza si sviluppò in lei anche la passione per il cinema. Terminato il liceo si iscrisse, a Cagliari, alla Facoltà di Lettere Antiche, e qui si laureò in Archeologia Preistorica. Nel frattempo collaborava con un quotidiano della sua città natale, scrivendo di cinema e costume.
La sua passione l’accompagnò anche quando, nel 1968, si trasferì a Milano, tanto vero che si iscrisse alla Scuola Superiore di Comunicazioni Sociali, specializzazione Cinema e Televisione.
Il suo primo libro per l’infanzia è datato 1970, e il titolo era Il grande raduno dei cowboys. Allo stesso tempo si impiegava presso la RAI, sempre occupandosi di programmi per ragazzi e bambini. Avrebbe lavorato per la tv pubblica fino al 1977, e in questo arco di tempo pubblicò altri due libri, uno nel 1973 (Sette Robinson su un’isola matta) e uno nel 1974 (Clorofilla dal cielo blu). Anche dopo le sue dimissioni dalla RAI però avrebbe continuato con collaborazioni saltuarie, una fra tutte per la trasmissione L’albero azzurro.
Dal 1981 collaborò con la Casa Editrice Fabbri-Sonzogno-Bompiani, prima come Assistente di Catalogo del Direttore Editoriale e poi come consulente esterna. Seguirono diverse pubblicazioni: La bambina col falcone (1982), Vita di Eleonora d’Arborea (1984), L’incredibile storia di Lavinia (1985), Streghetta mia (1988) e alla fine del decennio Parlare a vanvera (1989).
Anche gli anni Novanta furono decisamente prolifici: di questo decennio è infatti uno dei suoi maggiori successi, Ascolta il mio cuore (1991), che aveva seguito La casa sull’albero (1990).
Negli anni Duemila venne insignita della nomina di Goodwill Ambassador dall’UNICEF, e i titoli con la sua firma giunsero al numero di 40 nel 2009. Fu proprio questo l’anno in cui curò una biografia dell’artista Giuni Russo, sua intima amica che ha purtroppo lasciato questo mondo troppo presto.
In ordine di tempo il suo ultimo libro è datato 2022, in concomitanza con il suo ottantesimo compleanno, e si intitola A cavallo della scopa. Anche qui, come in tutte le sue opere, l’Autrice ha mescolato sapientemente tempi antichi e modernità, con l’ironia che le è sempre stata propria. È considerata ad oggi la più grande scrittrice per ragazzi, e i suoi libri sono stati tradotti in francese, spagnolo e tedesco.
J.K. Rowling
Negli ultimi anni c’è un’Autrice di cui è pressoché impossibile non aver sentito parlare, e lo stesso dicasi per il più famoso dei suoi personaggi, un maghetto dagli occhi verdi e gli occhiali tondi. Avrete capito che in questo appuntamento parleremo di J.K. Rowling.
Il suo nome completo è Joanne Kathleen, e nasceva alla fine di luglio del 1965 a Sodbury, nel Gloucestershire. Di origini scozzesi e francesi da parte di madre, il talento per la scrittura si mostrò da subito in lei, tanto che in giovanissima età inventava racconti coi quali intratteneva la famiglia e i compagni di scuola.
Nel giro di pochi anni si trasferì due volte, una nel 1971 e una nel 1974: la prima volta conobbe la famiglia vicina di casa, il cui cognome oggi riporta subito al suo protagonista. Erano infatti i signori Potter, che probabilmente non avevano idea che il loro nome avrebbe un giorno fatto il giro del mondo.
Anche se il sogno di Joanne era la scrittura, proseguì comunque gli studi, studiò il francese e si diplomò con il preciso scopo di diventare segretaria. Si trasferì quindi a Londra per intraprendere la sua professione.
All’inizio degli anni Novanta J.K. Rowling conobbe suo marito, dopo il trasferimento in Portogallo dove aveva trovato impiego come insegnante. Insieme i due ebbero una figlia, ma il matrimonio entrò presto in crisi e lei andò a vivere con la sorella a Edimburgo. Questo fu probabilmente il periodo più duro per l’Autrice, che però non aveva mai smesso di scrivere e di inventare le sue storie. Nonostante avesse cominciato a soffrire di depressione, il primo manoscritto di Harry Potter cominciava a prendere corpo e venne infine completato nel 1995. In seguito l’Autrice dichiarò di aver preso diversi appunti sui tovaglioli del pub di proprietà del cognato.
Dovettero trascorrere ben due anni e diversi rifiuti da molte Case Editrici prima che J.K. Rowling e il maghetto con gli occhiali si vedessero accordare un po’ di fiducia. Fu infine una piccola Casa Editrice, la Bloomsbury, a scommettere sulla sua storia, e abbiamo ben visto che fu una scelta vincente.
Negli anni successivi arrivarono tutti gli altri libri: nel 1998 Harry Potter e la Camera dei Segreti, nel 1999 Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, nel 2000 Harry Potter e il Calice di Fuoco, nel 2003 Harry Potter e l’Ordine della Fenice, nel 2005 Harry Potter e il Principe Mezzosangue e nel 2007 l’ultimo, Harry Potter e i Doni della Morte. A undici anni di distanza infine, nel 2016, vide la luce l’opera teatrale Harry Potter e la Maledizione dell’Erede, di cui però la Rowling scrisse solo il soggetto. Ad oggi pare che sia considerata a tutti gli effetti canonica, anche se molti fan non sono d’accordo.
Il successo del maghetto cambiò completamente la vita di J.K. Rowling. Nel 2001 contrasse un secondo matrimonio ed ebbe altri due figli, e ricevette diverse onorificenze, tra cui quella di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico. Si stima che ad oggi sia anche più ricca della defunta regina Elisabetta II, e figura fra le cento personalità più ricche al mondo.
Quanto ai film, sappiamo che fu la Rowling stessa a scegliere gli attori che avrebbero interpretato i suoi personaggi, ponendo come condizione che fossero tutti di origini inglesi, come lei e come Harry stesso. Conosciamo anche diverse curiosità sui retroscena, come il fatto che il compianto Alan Rickman (che dava il volto al professore di Pozioni Severus Snape) era l’unico a conoscere sin da subito il destino del suo personaggio, al contrario degli altri. Purtroppo dall’ultimo ciak dell’ultimo film alcuni degli interpreti hanno lasciato questo mondo, e l’ultimo in ordine di tempo è stato Robbie Coltrane, volto del gigante buono Hagrid.
Sappiamo però che J.K. Rowling non è soltanto Harry Potter. Se pensate che la saga di Animali Fantastici abbia avuto il medesimo iter, cioè i film tratti dai libri, sappiate che invece è esattamente l’opposto: prima infatti sono nati i film, ad oggi solo due, con la sceneggiatura scritta dalla Rowling, e poi da questi sono stati tratti i libri. Si parla comunque di un prequel della saga del maghetto, che vede un giovane Silente contrastare un suo vecchio compagno (e amore, come confermato dalla stessa Rowling), Grindelwald, mentre scorre la storia parallela di Newt Scamander e dei suoi Animali Fantastici, appunto.
Come molti Autori hanno fatto, ad esempio Stephen King, anche J.K. Rowling si è cimentata in un genere del tutto diverso con l’ausilio di uno pseudonimo. Con il nome di Robert Galbraith, nel 2012 quindi inaugurò la serie thriller di Cormoran Strike, e nel 2017 anche il detective ebbe la sua serie tv. Soltanto all’inizio la Rowling riuscì a mantenere segreta la sua vera identità, ma il suo stesso stile narrativo e la manifesta esperienza la tradirono: la stessa Autrice si svelò appena un anno dopo, nel 2013. La serie riscosse un buon successo, anche se Harry Potter rimaneva inarrivabile.
Negli ultimi anni la Rowling ha commesso una serie di scivoloni con alcune dichiarazioni poco ortodosse sulle persone transgender. La situazione si è fatta gradualmente più complessa, tanto che in molti hanno cominciato ad insultarla e addirittura a boicottare l’ultimo videogioco uscito sotto il nome di Harry Potter, Hogwarts Legacy. Diversi dei suoi protagonisti, come Emma Watson (Hermione Granger) e Daniel Radcliffe (Harry Potter) hanno per le sue dichiarazioni preso le distanze da lei, mentre altri, come Ralph Fiennes (Voldemort) e Helena Bonham-Carter (Bellatrix Lestrange) l’hanno invece sostenuta. Lo scorso anno è stata realizzata una reunion del cast per i vent’anni dell’uscita del primo film, ma senza l’Autrice, proprio a causa di queste polemiche. È stata comunque trasmessa su HBO, ed è stato ben presente l’omaggio agli attori scomparsi: Alan Rickman per primo, ma anche, tra gli altri Helen McCrory (Narcissa Black), Richard Harris (il primo Albus Silente), Richard Griffiths (Vernon Dursley), John Hurt (Garrick Olivander) e Roger Lloyd Pack (Barty Crouch).
Terminiamo con la notizia giunta ad aprile di quest’anno: è in progetto una nuova serie tv, un reboot dei film di Harry Potter. Non sappiamo ancora nulla del cast, ma appare certo che J.K. Rowling sarà coinvolta nell’opera che, ha dichiarato, permetterà di approfondire alcuni aspetti dei libri che non hanno potuto essere trattati nei film. Probabilmente vedrà la luce fra il 2025 e il 2026, e anche se non si hanno certezze sugli attori, si vocifera che si cercherà di rendere il cast il più inclusivo possibile: si dice, infatti, che la brillante Hermione Granger potrebbe essere interpretata da una ragazza di colore, come è già accaduto nella messa in scena di La Maledizione dell’Erede.
Quanto a J.K. Rowling, la magia che ha saputo creare è ormai mondiale e inarrestabile, ed è oltremodo riduttivo pensare ad Harry Potter come una saga adatta solo ai bambini: andando avanti con i libri, infatti, i piccoli lettori sono cresciuti insieme ad Harry e i suoi amici, sperimentando l’amicizia, l’amore e purtroppo anche la sofferenza e il dolore, da cui nessuno di noi è e sarà mai immune. Di questo, dunque, dobbiamo renderle merito, nella speranza che possa continuare a creare nuovi mondi a misura di bambino, e non solo.
Elena Ferrante
Torniamo a parlare di Autrici. Il caso di oggi è abbastanza particolare, perché nella realtà sappiamo poco o nulla di questa scrittrice, e neppure se sia davvero una donna (o una persona sola, se per questo). Parliamo, lo avrete già indovinato, di Elena Ferrante.
Sappiamo però la data e il luogo di nascita: l’anno è il 1943, la città naturalmente Napoli, i cui sobborghi ha descritto con tanta minuzia nella sua tetralogia più famosa, L’amica geniale. Sappiamo anche che ha intrapreso studi classici, e che il suo pseudonimo è un omaggio ad una delle sue Autrici preferite, Elsa Morante.
Il suo primo libro è invece datato 1992, e si intitola L’amore molesto. Un esordio di tutto rispetto, considerando che le fece vincere il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante, e che in seguito ne venne tratto un film: era il 1995, e la pellicola veniva presentata al Festival di Cannes.
Nel 2002 vide la luce I giorni dell’abbandono, anch’esso diventato un film. Nel 2005 venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, e i suoi protagonisti erano Margherita Buy e Luca Zingaretti. Nel 2021 era uscita la notizia di un nuovo adattamento dello stesso libro, realizzato a Hollywood, con Natalie Portman nella parte della Buy: poco dopo la cancellazione dell’intero progetto a causa del licenziamento dell’attrice.
L’esperienza letteraria di Elena Ferrante ci ha però resi consapevoli che già allora l’Autrice aveva altre frecce al suo arco. Nel 2006 infatti pubblicò La figlia oscura, e nel 2021 Hollywood ne acquistò i diritti per un film con Maggie Gyllenhaal, nella doppia veste di attrice e regista.
Nel 2011, infine, l’opera che le diede la definitiva consacrazione. La quadrilogia dell’Amica geniale consiste in quattro libri, appunto: il primo dal titolo omonimo, seguito da Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013) e Storia della bambina perduta (2014). Il successo che ne seguì non rimase confinato al nostro Paese, se è vero che l’intera tetralogia venne tradotta in ben 40 lingue. Nel 2018 ne venne realizzata una serie tv, che cominciava con le attrici bambine Elisa Del Genio (Lenù) e Ludovica Nasti (Lila), sostituite in seguito dalle emergenti e talentuose Margherita Mazzucco e Gaia Girace. Al momento sono andate in onda su Rai 1 tre stagioni, e si attende la quarta: questa volta a dare il volto a Lenù sarà Alba Rohrwacher, che nelle prime stagioni interpretava la sola voce narrante. Il personaggio di Lila invece sarà affidato ad Irene Maiorino, già vista in 1994 e Gomorra.
Nel 2019 è stata la volta di La vita bugiarda degli adulti, concretizzatasi anche in questo caso in una serie tv in 6 episodi distribuita da Netflix: nel cast l’esordiente Giordana Marengo e Alessandro Preziosi, oltre a Valeria Golino.
Torniamo per un attimo a parlare dell’identità di Elena Ferrante. L’Autrice, per spiegare le ragioni della sua decisione, ha sempre affermato che “i libri sono organismi indipendenti: non hanno bisogno del loro Autore, una volta usciti”. Per questa ragione non ha mai presenziato a presentazioni né ha concesso interviste, se non con l’ausilio delle e-mail. Ciò non significa però che non siano state fatte le più svariate ipotesi sulla sua identità. C’è chi pensa che dietro questo pseudonimo ci sia Domenico Starnone, altro Autore di grande successo, magari affiancato dalla moglie Anita Raja. C’è invece chi punta sulla sola Raja. Se tuttavia queste teorie fossero giuste e il segreto fosse solo un segreto di Pulcinella, una cosa è certa: la scrittura di Elena Ferrante è un arricchimento della cultura italiana, e quindi non dovrebbe importarci più di tanto se la mano che muove la penna sia maschile o femminile.
Patricia Cornwell
Qualche tempo fa siamo entrati, per le Autrici, nel mondo delle scrittrici di thriller con Kathy Reichs, “mamma” della dottoressa Temperance Brennan. Oggi invece ci occuperemo di colei che ispirò la Reichs, creando un personaggio non meno iconico: Patricia Cornwell.
Nacque Patricia Daniels nel 1956 a Miami, figlia di un avvocato e di una segretaria. Lei e il fratello vennero presto abbandonati dal padre, che iniziò una convivenza con la sua segretaria: il rapporto fra Patricia e il genitore da allora si sarebbe interrotto, fino alla morte di quest’ultimo. A quanto raccontato dalla scrittrice, sul letto di morte egli avrebbe abbracciato soltanto il figlio maschio, mentre a lei si sarebbe limitato a chiedere come andava il lavoro.
I guai però non sarebbero finiti con l’abbandono del padre. La madre iniziò a soffrire di depressione dopo il trasloco in Carolina, e nel tentativo di curarsi lasciò i figli in una casa famiglia, mentre lei si faceva ricoverare in una clinica psichiatrica. L’aggressione di cui Patricia rimase vittima, prontamente sventata dal fratello, la segnò profondamente e la condusse all’anoressia. Trovò quindi aiuto nella stessa clinica che ospitava la madre, ad appena diciotto anni.
Lo studio riuscì a salvarla, e nel 1979 conseguì la Laurea in Letteratura Inglese al Davidson College. Incontrò qui suo marito, Charles Cornwell, di cui ad oggi ha mantenuto il cognome, di 17 anni più vecchio di lei (avrebbero divorziato nel 1989). E come spesso capita alle Autrici di cui parliamo, anche la scrittura contribuì a darle una possibilità di riscattarsi.
Inizialmente lavorò al Charlotte Observer, occupandosi di cronaca nera. Imparò a sparare e prese parte a ronde notturne. Il suo interesse per la medicina forense sarebbe poi stato di ispirazione per i suoi romanzi.
Insieme al marito, all’inizio degli anni 90 si trasferì in Virginia e diede dapprima il suo contributo per testi tecnici al Virginia Chief Medical Examiner, quindi si impiegò sempre nello stesso posto come analista informatico. Nel 1990, infine, vide la luce il suo primo libro, Postmortem: insieme alla sua nuova carriera sarebbe nata l’ormai iconica dottoressa Kay Scarpetta, una dei protagonisti delle sue storie.
La fama e il successo, uniti alla ricchezza ottenuta con il suo lavoro autorale, avevano dunque dissipato tutte le ombre della sua infanzia? Purtroppo no. L’improvvisa notorietà le riusciva difficile da gestire, e l’alcolismo si impadronì della sua vita, fortunatamente per poco tempo. Nel 1993 infatti, decise di intraprendere un percorso di disintossicazione, riuscendo così a riprendere in mano la sua esistenza.
Ad oggi sono 26 i titoli che hanno come protagonista la dottoressa/detective Kay Scarpetta, che probabilmente assomiglia molto alla sua Autrice, così come anche la nipote di Kay, Lucy, che fa la sua comparsa da bambina e crescendo diventerà tecnico informatico presso l’FBI. L’ultima avventura in ordine di tempo è Livore, uscita soltanto lo scorso anno.
Ma Patricia Cornwell, lo sappiamo, non è soltanto Kay Scarpetta. Altri suoi protagonisti sono Calli Chase (2 libri), Virginia West (3 libri) e Win Garano (2 libri), oltre ad altri titoli sparsi. Nessuno però riscosse lo stesso successo.
Potrà sembrare strano che, considerata la fama raggiunta dalla dottoressa Scarpetta, nessuno abbia mai pensato a creare un film o una serie tv con le sue gesta. Ebbene, nel tempo ci sono stati due tentativi di portare questo personaggio sullo schermo, inizialmente dandole il volto di Demi Moore e in seguito di Angelina Jolie. Nessuna di queste due produzioni si è realizzata, ma è della fine del 2021 la notizia che Jamie Lee Curtis ha acquistato, insieme ad Amazon Studios e Blumhouse, i diritti dei libri. La stessa Curtis dovrebbe vestire i panni di Dorothy, sorella maggiore di Kay, mentre la dottoressa (forse) avrà il volto di Nicole Kidman. Dovrebbe constare in due stagioni da otto episodi l’una, ma occorrerà aspettare per avere la conferma.
Nel 2007 Patricia Cornwell ha reso note le sue seconde nozze con la dottoressa Staci Ann Gruber, avvenute però già due anni prima. A tal proposito ha spiegato di aver “fatto pace” con la sua sessualità al compimento dei cinquant’anni. Oggi vive con sua moglie nel Massachusetts, e la speranza è che ci regali ancora tanti dei suoi successi: è indubbio, infatti, che molte delle serie tv o dei film crime di oggi non sarebbero gli stessi senza l’ispirazione della sua Kay Scarpetta.
Ada Negri
Dopo tanto tempo torniamo a parlare di poetesse, e di nuovo di un’Autrice italiana. La protagonista di oggi è Ada Negri, poetessa e scrittrice.
Nasceva all’inizio di febbraio del 1870 a Lodi, secondogenita di Giuseppe Negri e Vittoria Cornalba. Ad appena un anno di vita perse il padre, vittima della febbre tifoidea, e insieme alla madre si trasferì presso la nonna. Quest’ultima era custode presso la famiglia Barni, e in precedenza era stata cameriera personale della signora, Giuditta Grisi, famosa cantante (soprano, per l’esattezza). Il fratello maggiore di Ada era invece rimasto a vivere con lo zio.
La madre, Vittoria, trovò un buon posto di lavoro in un lanificio come operaia, e madre e figlia vissero insieme alla nonna fino ai 18 anni della futura poetessa.
Il periodo scolastico fu fruttuoso per Ada Negri, che era una buona studentessa e conseguiva buoni voti. Uno dei suoi insegnanti, quello di italiano, si rese conto del suo talento letterario già in giovane età, ma la sua strada sembrava già decisa: avrebbe fatto la maestra.
La sua prima classe fu a Codogno, in un convitto femminile, poi passò a Motta Visconti, in questo caso però come supplente, diremmo oggi. La classe era numerosa, per usare un eufemismo. Sembra che fossero ben 109 gli alunni, tutti ragazzi “sporchi e selvaggi”. Lei però si trovava bene con loro, pensava che fossero spontanei e pieni di vita.
Seguendo il consiglio di alcune amiche, Ada Negri inviò alcune sue poesie a diverse riviste. La prima venne pubblicata nel 1888 sul settimanale Fanfulla da Lodi, e il titolo era La nenia materna: era appena l’inizio.
La vera svolta accadde però nel 1891. Ada Negri aveva vent’anni, e una giornalista, Sofia Bisi Albini, la cercò per realizzare un articolo su di lei e sulla sua scrittura. Il risultato comparve sulla prima pagina del Corriere della Sera.
Soltanto l’anno seguente uscì la prima raccolta di poesie, Fatalità, sull’onda di un successo già inarrestabile. Sempre in quell’anno incontrò Ettore Patrizi, che le propose un progetto per un’opera lirica. Non se ne fece niente, ma egli lavorò per lei affinché potesse abilitarsi per insegnare lingua e lettere italiani nelle scuole Normali.
Ada Negri ed Ettore Patrizi si fidanzarono nel 1893, e tramite lui lei iniziò a frequentare i salotti milanesi, incontrando diversi personaggi fra cui Benito Mussolini.
Appena un mese dopo il fidanzamento, Patrizi si imbarcò per gli Stati Uniti sul piroscafo Kaiser Wilhelm. Per qualche tempo la corrispondenza fra loro continuò, si interruppe per qualche anno, poi si ravvivò fino al 1941: ma il sodalizio personale si ruppe nel momento in cui lui le fece sapere che non sarebbe più tornato.
Ottenuta l’abilitazione necessaria per l’insegnamento, Ada Negri partì con la madre per trasferirsi a Milano. Qui incontrò il suo futuro marito, Giovanni Garlanda, e i due convolarono a nozze nel 1896. Nello stesso anno era uscita la sua seconda raccolta di poesie, Tempeste.
Gli sposi ebbero subito una bambina, Bianca, e circa due anni dopo una seconda, Vittoria, che però visse solo poche settimane. Nel frattempo il nome di Ada Negri circolava su sempre più riviste e quotidiani anche importanti, tra cui una fondata da lei stessa insieme ad alcune amiche: l’Unione Femminile.
Nel 1902, insieme all’amica Ersilia Bronzini Majno fondò l’Asilo Mariuccia, sempre a Milano: questa struttura avrebbe accolto, e accoglie ancora oggi, donne sole con i loro bambini, aiutando le madri a comprendere meglio il loro ruolo e a gestire i loro piccoli in autonomia.
Il matrimonio cominciò ad andare male nel 1913, e Ada Negri decise di partire per Zurigo al seguito della figlia, che qui frequentava il collegio svizzero. Ormai nuovamente libera, riprese la corrispondenza con l’ex fidanzato, ma già nel 1915 tornava a Milano, dove incontrò, nella redazione del giornale Il Popolo d’Italia, Margherita Grassini Sarfatti, molto vicina a Mussolini, ma della quale ci occuperemo più avanti.
Negli anni della Prima Guerra Mondiale accaddero molte cose, non tutte piacevoli. Nel 1916 la figlia Bianca rientrò dalla Svizzera; nel 1917 la Negri acquistò una casa dove andò a vivere insieme a lei e alla madre; nel 1918 il suo nuovo amore, un costruttore edile, morì a causa della spagnola; il figlio di Margherita Sarfatti, Roberto, che anche la Negri considerava come un figlio morì al fronte; nel 1919 anche la madre Vittoria morì.
Ma per fortuna anche le buone notizie non mancavano. Nel 1921 riuscì a pubblicare il romanzo autobiografico Stella mattutina, e la figlia Bianca sposò Antonio Scalfi: nel dicembre successivo nacque la sua prima nipotina, Donata, seguita nel 1924 da Gianguido. Mentre tutto questo accadeva, Ada Negri faceva la conoscenza dello scrittore Cesare Angelini, col quale intrattenne una fitta corrispondenza.
Nel 1926 Ada Negri era candidata al Premio Nobel, ma come abbiamo già visto a conseguirlo fu invece un’altra illustre Autrice, Grazia Deledda. Nel 1928 invece fondò, con due amiche, il Club Soroptimist International.
Seguirono anni prolifici, densi di lavoro, conoscenze e riconoscimenti, tra cui la Medaglia d’Oro di Benemerenza Scolastica, nel 1937: nel 1940 veniva nominata all’Accademia d’Italia. Sarebbe stata la prima donna, ma è rimasta, finora, anche l’unica.
Gli ultimi anni della sua vita coincisero con la Seconda Guerra Mondiale. Distrutta la sua casa a causa dei bombardamenti, trovò riparo presso la figlia, e qui un attacco cardiaco la strappò alla vita: era l’11 gennaio 1945, e Ada Negri aveva 75 anni. Il funerale venne celebrato il giorno dopo, e l’8 febbraio la salma venne traslata al Famedio, nel Cimitero Monumentale di Milano. Il 3 aprile del 1976 l’ultimo viaggio, nella chiesa di San Francesco a Lodi, dove riposa tuttora.
“Io non ho nome. -Io son la rozza figlia/dell’umida stamberga;/plebe triste e dannata è mia famiglia,/ma un’indomita fiamma in me s’alberga”
Senza nome, 1892
Kathy Reichs
Torniamo a parlare di Autrici! A chi pensereste, se vi chiedessi di nominare una scrittrice di thriller? Magari a Patricia Cornwell?
Ebbene, sì, ma non è l’unica. Al suo fianco c’è anche lei: Kathleen Reichs, chiamata Kathy.
Kathy Reichs è, come Patricia Cornwell, stata lungamente impiegata negli stessi ruoli dei personaggi che le hanno dato notorietà. È infatti un’antropologa forense, che ha collaborato anche con il Pentagono.
Classe 1948, è fra le altre cose docente negli Stati Uniti e in Canada, in quanto conosce perfettamente anche la lingua francese.
La sua ispirazione letteraria è stata proprio la Kay Scarpetta di Patricia Cornwell, ma gli inizi non furono incoraggianti. Soltanto nel 1997 ritentò il colpo, e così vide la luce il personaggio di Temperance Brennan, la Bones della serie televisiva omonima di grande successo interpretata da Emily Deschanel. In totale, ad oggi sono ben ventitré i libri che hanno la dottoressa Brennan come protagonista: l’ultimo è uscito proprio nel 2023, con il titolo Freddo nelle ossa.
Ma Kathy Reichs non è solo Temperance Brennan. Nel suo curriculum letterario c’è anche la serie Virals, realizzata in collaborazione con il figlio Brendan, che comprende sei volumi.
Quanto alla serie Bones, la Reichs ha collaborato come consulente in concorso con altri nove scrittori. In alcuni casi anche Emily Deschanel compare come produttore esecutivo: la serie è andata in onda dal 2005 al 2017, per un totale di 12 stagioni, con un grande successo di pubblico. La stessa Autrice si è prestata come cameo in un episodio della seconda stagione, nel ruolo di un’antropologa forense… naturalmente.
Sibilla Aleramo
Si ritorna a parlare di Autrici. E lo facciamo con Sibilla Aleramo, e il suo femminismo progressista.
Nasceva come Rina Faccio nel 1876 ad Alessandria, ma visse la sua infanzia a Civitanova Marche. Primogenita di quattro figli, dovette supplire presto alla malattia della madre, afflitta dalla depressione e per questo mancata suicida. Anche in seguito i problemi materni le impedivano di svolgere il suo ruolo, costringendola, probabilmente, a crescere prima del tempo.
Per questa ragione cominciò a lavorare appena dodicenne al fianco del padre, almeno fino alla scoperta di una sua relazione extraconiugale. Nello stesso tempo si faceva strada in lei la passione per la scrittura.
Alla fine del 1800 rimase incinta di un operaio della fabbrica, un uomo ben poco tollerante e affatto lieto della sua passione per il nascente femminismo. La gravidanza non giunse a termine, ma Rina Faccio venne comunque costretta a sposare l’operaio, e nel 1895 ne ebbe effettivamente un figlio. Il bambino, chiamato Walter, era da lei amatissimo, ma la condotta del marito la spinse alla ribellione. Nonostante il suo divieto lei continuò a scrivere, e si avvicinò sempre di più al movimento femminista. Inizialmente la famiglia si trasferì a Milano, e qui la futura Autrice diresse la rivista L’Italia femminile. Firmava anche una rubrica, con il nome di Favilla.
Ma il marito non era soddisfatto, e decise che dovevano lasciare Milano e tornare a Civitanova. Era il 1900: Rina Faccio non era più disposta ad obbedire agli ordini. Due anni dopo lasciava il marito, ed era costretta anche ad abbandonare il figlio, che rivide soltanto trent’anni dopo.
Approdata a Roma, incontrò Giovanni Cena, romanziere, poeta e direttore della Nuova Antologia. Fu lui a far diventare Rina Faccio Sibilla Aleramo, ispirandosi alla poesia Piemonte di Giosuè Carducci. Per lei, Cena fu molto più di un compagno e un collega, ma le rese fiducia in sé stessa, incoraggiandola come il marito non aveva mai fatto.
Nel 1906 venne quindi alla luce Una donna, considerato ad oggi il suo capolavoro. In sorta di autobiografia, l’opera spingeva al dibattito sulla questione femminile, in un modo che per l’epoca fece scalpore. Lo stesso Luigi Pirandello ne fece eccellenti recensioni, e tanto fu il suo successo che lo scultore Leonardo Bistolfi riprese la sua effigie, da riportare sulla moneta da venti centesimi di lire.
Dopo diverse “missioni” umanitarie effettuate con Cena, Sibilla Aleramo perse la testa per un’altra persona: questa volta una donna, Lina Poletti, impiegata nella Biblioteca Classense. Ma questa relazione dura poco, perché un altro uomo si affaccia nella vita della Aleramo, suscitandole una passione più intellettuale che fisica: il nuovo amore è il poeta Nazareno Caldarelli. Insieme i due si trasferiscono a Firenze. È il 1911, e intanto lei continua a scrivere, il monologo Trasfigurazione e diversi articoli.
La vita di Sibilla Aleramo si può dunque riassumere fra scrittura e amore, entrambi inscindibili l’uno dall’altra e che si influenzano a vicenda. Nel 1914 giunge ad avere tre uomini insieme, che diventano protagonisti dell’opera Il frustino.
Nel 1916 è invece la volta di Dino Campana: una storia breve ma folle, terminata con l’internamento di quest’ultimo in manicomio. Il suo congedo furono parole ben poco gentili nei confronti dell’amante.
Da questa esperienza Sibilla Aleramo trasse l’autobiografia Il passaggio, che però le procurò più scandalo che lodi. Era il 1919.
La Seconda Guerra Mondiale portò con sé l’avvento del fascismo, e nuovi problemi per l’Autrice. Essendo da sempre socialista, frequentava al tempo un deputato che nel 1925 progettava l’assassinio di Mussolini. Sospettata di complicità venne arrestata a Firenze, ma anche dopo il rilascio la sua carriera da articolista subì una battuta d’arresto.
Fra nuovi amori e ispirazione realizzò opere teatrali e poesie, ma gli ultimi anni furono avari di successi. Conobbe però molti nomi illustri: Gabriele D’Annunzio, Salvatore Quasimodo, Alba de Cèspedes, Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia.
Nel 1959 infine il ricovero in clinica, e la morte un anno dopo. Ad oggi il suo lavoro più grande è Una donna, dibattuto e tradotto in dodici lingue, e considerato fra i capisaldi della letteratura femminista. Le ristampe continuano ancora, e continuano a ravvivare la questione femminile a livello globale.
Agatha Christie
Fra le Autrici di cui ci siamo occupate finora è mancata ancora una giallista. Oggi rimediamo con lei: Dame Agatha Christie.
Nacque Agatha Miller nel 1890 a Torquay, nel Devonshire, da padre americano e madre irlandese. Unica femmina di tre fratelli, non andò a scuola e venne educata privatamente dalla madre: questo però non le impedì di imparare prestissimo a leggere, e soprattutto a scrivere. Due dei suoi autori preferiti erano Arthur Conan Doyle e Lewis Carroll.
La sua famiglia era abbastanza particolare, e Agatha insieme ai suoi fratelli era saldamente convinta che la madre possedesse poteri da medium. L’interesse per l’esoterismo traspariva dai suoi primi libri.
Agatha Christie aveva circa undici anni quando il padre morì: un anno dopo iniziò i suoi studi, prima in Inghilterra e poi a Parigi, ritornando in patria nel 1910. La malattia della madre, di cui era rimasta all’oscuro finché lontana, la convinse a prenderla con sé e a trascorrere insieme una vacanza in Egitto.
I suoi primi lavori furono racconti in cui si firmava con uno pseudonimo, Monosyllaba: nessuno di questi venne però pubblicato.
Nel 1913 incontrò l’aviatore Archibald Christie, e si sposarono un anno dopo. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale i due ebbero ruoli diversi: lui andò a combattere in Francia, mentre lei era impegnata come infermiera. A guerra finita si trasferirono stabilmente a Londra, e nel 1920 prese vita un personaggio che ancora oggi è sinonimo di detective acuto e brillante: Hercule Poirot compariva per la prima volta, nel romanzo Poirot a Styles Court. In realtà l’opera era stata scritta cinque anni prima, ma la pubblicazione aveva dovuto attendere. Sappiamo tutti, come tiene lui stesso a sottolineare, che Poirot non è francese, ma belga: e pare che la Christie si sia ispirata, per crearlo, ad un rifugiato belga che aveva avuto occasione di conoscere.
Nel romanzo successivo comparve una nuova coppia di personaggi, i detective Tuppence e Beresford, che però non ebbero lo stesso successo e furono infatti protagonisti di soli quattro libri.
Nel 1926 la madre di Agatha Christie morì. Oltre a questo, il matrimonio con Archibald era giunto al capolinea, poiché lui si era innamorato di un’altra donna, sua amante già da due anni. È di quell’anno uno dei maggiori misteri che avvolgono ancora la vita di Agatha Christie: assente il marito, andato a raggiungere l’amante, l’Autrice uscì di casa a sua volta, lasciando una lettera alla sua segretaria e facendo sapere che sarebbe andata nello Yorkshire. Non si fece rivedere per ben undici giorni, e la sua auto venne ritrovata davanti ad una cava di gesso, a Newlands Corner. Probabilmente si pensò ad una disgrazia o ad un gesto estremo, conseguente alla perdita dell’amata madre e all’imminente divorzio: molti furono i volontari impegnati nella sua ricerca. Venne infine ritrovata, effettivamente nello Yorkshire, del tutto incolume, in un albergo con un nome diverso dal suo: Neele, il cognome dell’amante del marito.
Ripresa la sua vita, Agatha Christie effettuò un viaggio a bordo dell’Orient-Express, treno che sarebbe poi diventato lo sfondo di uno dei suoi romanzi più famosi e amati. Fu durante questo tragitto che incontrò il suo secondo marito, l’archeologo Max Mallowan, più giovane di lei di quattordici anni. Evidentemente però la differenza di età non era rilevante, perché questo secondo matrimonio fu molto felice e duraturo.
La scrittrice seguiva sempre il marito nei suoi numerosi viaggi, prendendo appunti che le sarebbero poi stati utilissimi per i suoi scritti. Nel 1930 nacque un altro personaggio amatissimo dal pubblico, questa volta femminile: l’arzilla detective dilettante Miss Marple, che sullo schermo venne interpretata anche dalla compianta Angela Lansbury. Il libro era La morte nel villaggio.
Voci ben informate sostengono che l’Autrice preferisse questo suo personaggio a Poirot, che ben presto cominciava a mal sopportare: lo fece infatti morire nell’ultimo romanzo a lui dedicato, Sipario, pubblicato nel 1975. Era comparso in 33 romanzi e in 54 racconti, mentre miss Marple in 12 romanzi e 20 racconti.
Al sopraggiungere della Seconda Guerra Mondiale, Agatha Christie si impiegò nella farmacia dell’University College Hospital di Londra: qui si fece una cultura su diversi tipi di veleni, e anche queste conoscenze le furono utili per i suoi libri.
Gli ultimi vent’anni della sua vita furono densi di soddisfazioni, non solo per la sua fama da Autrice. Nel 1956 divenne Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico: nel 1971 Dama (Dame) Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico, come anche la stessa Angela Lansbury.
Non tutti lo sanno, ma Agatha Christie era anche un’esperta surfista: pare infatti che sia stata fra i primi in Europa a surfare su Blide, e senza dubbio fra le prime donne. Era però anche una donna molto riservata, che amava poco apparire e preferiva scrivere. Scrisse inoltre alcuni romanzi rosa con lo pseudonimo Mary Westmacott; due saggi; diciassette opere teatrali e una autobiografia, pubblicata postuma nel 1977.
Agatha Christie morì nel 1976, a 85 anni di età, nella sua abitazione di campagna a Wallingford, in Inghilterra. Vicino a lei il secondo marito e la figlia, Rosalind, avuta da Archibald Christie e che è mancata nel 2004.
Susanna Tamaro
Ritorniamo ad occuparci di Autrici, e ancora una volta di casa nostra. La protagonista di oggi ha recentemente fatto parlare di sé per alcune dichiarazioni contro Verga, proposto nei regolari programmi scolastici. Parliamo quindi di Susanna Tamaro.
La sua famiglia è di origini ebraiche, e lei è nata nel 1957 a Trieste, unica femmina di tre figli. La passione per la letteratura e quella per il cinema vanno fin da subito di pari passo, e a seguito del diploma, nel 1976, Susanna Tamaro si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma grazie ad una borsa di studio. Qui consegue il diploma in regia, con un cortometraggio animato: il titolo è L’origine del giorno e della notte. Ed è appena l’inizio.
Quanto al suo esordio letterario, avviene nel 1989 con il libro La testa fra le nuvole. Nel 1991 è la volta della raccolta di racconti Per una voce sola.
A questi due primi lavori si affiancano, negli anni successivi, due libri per ragazzi, Cuore di ciccia e Il cerchio magico: i tempi sono maturi per quello che è considerato il suo capolavoro.
Và dove ti porta il cuore vede la luce nel 1994, e anche se poco apprezzato dalla critica i lettori la pensano molto diversamente. Ne verranno vendute 15 milioni di copie in tutto il mondo, e ne verrà tratto il film omonimo interpretato da Margherita Buy e Virna Lisi, e diretto da Cristina Comencini. Dopo questo exploit Susanna Tamaro comincia a collaborare con diverse riviste e scrive canzoni per alcuni grandi interpreti della musica italiana.
Negli anni seguenti escono altri libri, anche se nessuno riesce ad eguagliare i risultati di Và dove ti porta il cuore. Fra questi ricordiamo Anima Mundi (1997), Ascolta la mia voce (2006), Ogni angelo è tremendo (2013) e Il tuo sguardo illumina il mondo (2018). È proprio in questa opera che Susanna Tamaro annuncia di avere la Sindrome di Asperger, diagnosticatale di recente e che la costringerà a ritirarsi dalla vita pubblica: in diverse interviste spiegherà di essere riuscita a gestirla prima dei 50 anni, ma che dopo questo momento ha cominciato a renderle le cose difficili. Da cui la decisione: ma senza, chiarisce, smettere mai di scrivere.
All’inizio parlavamo di alcune sue dichiarazioni legate all’insegnamento di Verga. La realtà è molto più semplice, e anche in questo caso si tratta di gusti e scelte personali: l’Autrice sosteneva che fosse poco stimolante per i ragazzi, e che lei stessa lo avesse poco gradito da studentessa. Fin qui, tutto legittimo: anche gli autori più popolari non possono, anzi, non devono incontrare i gusti di tutti. Come spesso accade, però, la frase è stata da più parti male interpretata, fino ad attribuirle addirittura un odio per questo scrittore. Intervenuta di nuovo su questo punto, Susanna Tamaro ha cercato di chiarire il suo pensiero: non aveva alcuna intenzione di sostituire il proprio nome e le proprie opere a quelle del buon Giovanni Verga. Semplicemente, ha spiegato, il programma di letteratura insegnato a scuola è ancora fermo agli anni Sessanta, e dovrebbe quindi essere rivisto, aggiornato e completato. Ha aggiunto che l’imposizione della lettura dei soliti autori può, alla lunga, atrofizzare il desiderio di leggere che già, spesso, latita nei giovani e giovanissimi.
Si debba poi a questo aggiungere che nei programmi scolastici le Autrici sono una minima parte in confronto ai colleghi uomini… ma questo è un discorso a parte.
Erica Jong
Torniamo a parlare di Autrici contemporanee, con una scrittrice che ha molto in comune con Anaïs Nin e Liala. Oggi parleremo di Erica Jong.
Nata Erica Mann, nel 1942, iniziò come poetessa “in una famiglia di pittori, sono cresciuta scrivendo” come disse lei stessa. Il suo primo lavoro, uscito nel 1973, fu infatti una raccolta di poesie, intitolata Frutta e verdura. Tuttavia, non era la poesia che doveva darle la notorietà.
Avete mai sentito parlare dell’espressione “scopata senza cerniera”? Se sì, saprete sicuramente che ad introdurla fu proprio lei, Erica Jong, nel suo primo e scandaloso libro, Paura di volare. Era il 1974, e la protagonista, Isadora, era una donna sposata con uno psicanalista ed in parte l’alter ego della stessa Autrice. Nonostante il matrimonio, non smetteva di cercare la passione, principalmente in altri uomini: era questa la famosa “scopata senza cerniera” di cui sopra.
In seguito Erica Jong pubblicò altri libri, tutti con una protagonista fortemente autobiografica (tranne, forse, la Fanny del romanzo omonimo) ma soprattutto chiaramente femminista. Questo libro in particolare vide la luce nel 1980, e la Jong lo scrisse, come spiega nella postfazione, mentre era incinta della figlia Molly.
Negli anni Duemila pubblicò Il salto di Saffo, dedicato alla famosa poetessa: nel 2006 usciva Sedurre il demonio, un’autobiografia come anche Senza cerniera: la mia vita, pubblicato nel 2021.
Ormai il successo di Erica Jong ha ricevuto da tempo la sua consacrazione, per la sua scrittura intensa e scorrevole e per il modo in cui sa raccontare le donne, la loro passione, i loro ideali e tutto quanto ne consegue. Non stupisce, quindi, che il suo Paura di volare sia ad oggi riconosciuto come uno dei testi più importanti per il femminismo contemporaneo e non.
Elisabetta Gnone
In uno dei nostri ultimi appuntamenti con le Autrici abbiamo parlato di una nostra conterranea, la scrittrice fantasy Licia Troisi. Oggi invece ci occuperemo di una sua collega, sempre italiana e sempre Autrice di fantasy: Elisabetta Gnone.
Sua città natale è Genova, dove è venuta al mondo nel 1965. I suoi studi si sono però svolti a Milano, spingendola a diventare giornalista.
Il 1990 è l’anno del suo ingresso nella Walt Disney Company: da qui collabora con diversi mensili, tra cui Topolino e Minni & Co. Sette anni dopo è lei stessa a lanciare un nuovo periodico, il mensile Winnie The Pooh. Ma questo è soltanto l’inizio: chi era ragazzina all’epoca si ricorderà che il suo nome figurava in un famosissimo fumetto per giovanissimi, che aveva come protagonista un gruppo di cinque streghe adolescenti.
Avrete sicuramente capito che parliamo di W.i.t.c.h., di cui nel 2022 ricorreva il ventesimo anniversario della nascita. È stata lei, infatti, a pensare il fumetto, oltre che a scrivere le storie dei primi due albi. Oggi sappiamo che il successo fu mondiale, portando alla traduzione dell’opera in ben 120 Paesi, oltre alla creazione di un manga e di due serie animate.
Ma torniamo ad Elisabetta Gnone. Il suo primo libro uscì nel 2005, e fu il capostipite della trilogia fantasy di Fairy Oak, con protagoniste le streghe gemelle Vaniglia e Pervinca. Seguirono altri due libri, e inizialmente la saga avrebbe dovuto concludersi qui: ma il successo avuto la indusse ad aggiungere altri quattro libri, di cui l’ultimo (Addio Fairy Oak) vide la luce nel 2010.
Dal 2015 invece prese il via un’altra serie di storie, quella dedicata ad Olga di carta. Fino a questo momento la serie si compone di tre libri, l’ultimo pubblicato nel 2018.
Come anche per Licia Troisi, Elisabetta Gnone ha già scritto molto ed è amatissima dai ragazzi. A noi non rimane che attendere nuove storie, con nuovi mondi che solo lei è in grado di creare.
Anaїs Nin
Anche fra le Autrici ci sono diverse distinzioni per generi: letteratura rosa, thriller, oppure erotismo. Una delle maggiori esponenti di quest’ultima categoria è lei: Anaїs Nin.
Come in molti altri casi, la nostra protagonista non è soltanto una scrittrice erotica, e andando avanti nella sua storia capiremo il perché.
Nasceva nel febbraio del 1903 in Francia, a Neuilly-sur-Seine, figlia di un pianista cubano di origini spagnole e di una cantante, pure cubana ma con ascendenze francesi e danesi. Quando ebbe undici anni l’amato padre abbandonò la famiglia: da quel momento Anaїs avrebbe ricercato l’amore paterno in ogni altra figura maschile. I due si sarebbero in seguito rivisti pochissime volte.
Fu questa la molla che la spinse a cominciare a scrivere, e lo fece con i suoi ormai celebri Diari. Questa raccolta vide la luce in pubblicazione nel 1966, con la bellezza di sei volumi. Anche nella sua vita adulta la Nin affermò che questa era la forma letteraria che le riusciva più congeniale.
Dopo l’abbandono del padre viaggiò con la madre e i due fratelli minori fino a New York, dove la famiglia così ridotta si stabilì. Anaїs fece allora diversi lavori, e a vent’anni sposò Hugo Guiler, bancario e regista. Per più di un decennio la coppia visse in America, quindi si spostò a Parigi: la pubblicazione del suo primo libro, D.H. Lawrence, è datata 1931.
Ma più di tutto qui incontrò lo scrittore Henry Miller, con il quale intrecciò una relazione sia fisica che intellettuale. Né da questa liaison rimase esclusa la moglie di Miller, June Mansfield: i tre diedero infatti vita ad un passionale triangolo amoroso.
Dicevamo che Anaїs Nin non era solo una scrittrice erotica. In realtà, non era soltanto una scrittrice. Per breve tempo infatti svolse la professione di psicoanalista, dopo essere stata ingaggiata come assistente dal professor Otto Rank (uno dei primi seguaci di Freud). Rank e la Nin ebbero una relazione, ma l’avventura medica non fu di suo gradimento.
Dopo questa breve parentesi tornò a Parigi, ma allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale rientrò precipitosamente negli USA.
Fu allora, anche per merito di Miller, che le venne offerto di cominciare a scrivere racconti erotici per 100 dollari al mese. Inizialmente l’offerta era stata rivolta principalmente a lui, ma la Nin ne venne coinvolta dietro sua espressa richiesta. Da qui ebbe inizio la sua carriera come Autrice erotica, con la debita fama che le conosciamo ancora oggi.
Per un periodo Anaїs Nin si ritrovò ad essere bigama: pur se rimase con Guiler tutta la vita, infatti, nel 1955 sposò un amico più giovane, Rupert Pole. Nel 1966 decise però di far annullare queste seconde nozze, anche se Pole le rimase comunque al fianco sino alla fine.
Proprio nel 1966 videro finalmente la luce i suoi Diari, pur se con diverse rimaneggiature atte a non offendere la memoria delle molte persone che aveva conosciuto. Nella sua opera integrale, infatti, i volumi sono ben 150, per un totale di 35.000 pagine: oggi sono conservate nello Special Collections Department della UCLA, e curati dall’Anaїs Nin Trust.
Nel 1973 fu insignita della laurea ad honorem nel Philadelphia College of Art. Appena quattro anni dopo lasciava questo mondo, per un cancro, sempre assistita da Rupert Pole. Il libro con cui è maggiormente conosciuta, Il delta di Venere, raccolta di racconti erotici fu pubblicato postumo.
Da allora Anaїs Nin è stata il simbolo del racconto di un nuovo tipo di piacere: quello dal punto di vista femminile, libero e senza filtri, così come era lei.
Licia Troisi
In Europa ci sono moltissimi autori e autrici di genere fantasy, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il Regno Unito ci ha dato J.K. Rowling e il suo Harry Potter. Ma anche in Italia c’è chi sta portando avanti questo filone, sempre più amato. Come l’Autrice di oggi: Licia Troisi.
Premettiamo che Licia Troisi è ANCHE un’Autrice, ma non soltanto. È infatti un’astrofisica e un’astronoma, e solo in seguito una scrittrice di fantasy.
Nata nel 1980, la vocazione per la scrittura è iniziata presto con i primi racconti, inframezzati agli studi intrapresi in fisica (fino alla laurea in astrofisica cui accennavamo poco sopra). Leggendo moltissimo, dai manga ai fantasy, la sua passione per la scrittura è cresciuta ed è nato così il suo primo romanzo: Le Cronache del Mondo Emerso. Era allora il 2004.
Il primo titolo che fa parte del ciclo è Nihal della terra del vento: sarà seguito nell’ottobre del 2004 da La missione di Sennar e nel 2005 da Il talismano del potere, che conclude la prima trilogia. Nel 2006 è la volta della seconda trilogia: La setta degli assassini, Le due guerriere (2007) e Un nuovo regno (2007).
Dopo il successo datole dalle Cronache, Licia Troisi decide di passare ad altre ambientazioni e pubblica I dannati di Malva (2008) e L’eredità di Thuban. C’è però sempre tempo per nuove incursioni nel Mondo Emerso, e Licia Troisi lo fa con un nuovo progetto, un libro illustrato dal titolo Le creature del Mondo Emerso.
Poi, via con una nuova trilogia, il ciclo di Adhara, e con una quadrilogia, La ragazza drago. Nel 2011 ancora una quadrilogia, I regni di Nashira, e dal 2016 l’inizio di una nuova trilogia, La saga del Dominio. Il progetto più recente è uscito lo scorso anno, e si intitola Poe. La nocchiera del tempo.
Oltre a tutto questo, Licia Troisi ha pubblicato anche due libri di divulgazione scientifica sulla sua materia, Dove va a finire il cielo (2015) e La sfrontata bellezza del cosmo (2020).
La sua carriera è ancora tutta da scrivere, naturalmente, ma fino ad oggi Licia Troisi è riuscita a conquistare un successo di pubblico che in Italia non si era mai visto nel filone fantasy. Un primato che ha tutti i numeri per mantenere ancora per moltissimo tempo.
Virginia Woolf
Abbiamo parlato di Jane Austen, delle sorelle Brontë e di Emily Dickinson. È dunque il momento di dedicarci a lei: l’unica e sola Virginia Woolf.
Venne al mondo nel 1882 a Londra, figlia di un critico letterario e filosofo. La sua famiglia era benestante, e l’atmosfera era colta e stimolante: nonostante questo, soltanto i suoi fratelli ebbero la possibilità di frequentare l’università, mentre Virginia e le sorelle dovettero istruirsi a casa.
Tutte le cronache ci riportano una donna fragile, la cui esistenza fu minata fino all’ultimo da pensieri suicidi e depressione. Se tutto ciò è vero, l’elemento scatenante fu senza dubbio la morte della madre, avvenuta quando Virginia aveva appena tredici anni. Soltanto due anni più tardi fu la volta della sorella Stella. Sembrava probabile che la malattia di cui Virginia soffrì fino alla fine fosse ereditaria, ma c’è qualcosa che non tutti sanno della vita di questa sfortunata Autrice: pare, infatti, che fin dall’età di sette anni fosse vittima di abusi sessuali da parte dei fratellastri più grandi, figli di un precedente matrimonio della madre. Non c’è quindi da sorprendersi se il suo quadro psichico-emotivo fosse così instabile.
Il suo rapporto col padre, che considerava “tirannico”, era molto conflittuale, e dopo la sua morte, nel 1904, Virginia con la sorella Vanessa e i fratelli Adrian e Thoby lasciarono la casa dove avevano vissuto con la famiglia e si trasferirono nel quartiere di Bloomsbury, a ovest di Londra.
La loro nuova casa era ben frequentata e divenne presto il centro di un circolo intellettuale poi battezzato Bloomsbury Group. Tra le loro conoscenze il critico d’arte Clive Bell, che avrebbe sposato la sorella Vanessa, e il suo futuro marito, Leonard Woolf.
Sposatasi con Woolf a trent’anni, Virginia aveva già avuto diversi crolli emotivi e in alcune occasioni aveva tentato il suicidio. Come spesso capita agli artisti, la scrittura la aiutò a sopravvivere, e il marito teneva un diario dove annotava tutti i suoi cali emotivi, nel tentativo di esserle di supporto. La coppia era solida: insieme fondarono la casa editrice Hogarth Press, e Virginia era attiva in diversi temi a lei cari, quali il femminismo (ricordiamo il saggio Una stanza tutta per sé, ancora considerato uno dei testi base per le femministe di ogni tempo), l’emancipazione femminile, l’uguaglianza e il pacifismo.
Nel 1925 il suo romanzo La signora Dalloway consacrò il suo successo, e sempre in quel periodo fece la conoscenza della scrittrice Vita Sackville-West. Virginia Woolf era dichiaratamente bisessuale, e la relazione che intrecciò con Vita, anch’essa sposata, rimase intensa e importante per entrambe.
Ad oggi gli esperti sono portati a pensare che la scrittrice soffrisse di un disturbo bipolare, e l’avvento della Seconda Guerra Mondiale non fece che acutizzare il suo stato. Fu questo, probabilmente, a sopraffarla del tutto: il 28 marzo 1941 riempì le tasche del suo cappotto di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse, dopo aver lasciato due lettere, indirizzate a suo marito e a sua sorella Vanessa. Il suo corpo riaffiorò solo tre settimane dopo: il marito decise di farla cremare, e di spargere le ceneri nel loro giardino.
Studi successivi sul suo caso stabilirono che la causa dei suoi problemi mentali non fu l’ereditarietà, ma gli stessi abusi che si erano protratti per anni, e dei quali non ebbe mai remore di parlare: come sempre accade, però, la sua voce di bambina e poi di donna non venne mai ascoltata. Nonostante questo, è fondamentale conoscere e riconoscere l’importanza di Virginia Woolf come Autrice e come donna, con le donne e per le donne. Femministe e non.
Michela Murgia
È senza dubbio una delle Autrici più controverse degli ultimi anni, ed è orgogliosa di esserlo. Oggi parliamo di Michela Murgia.
Nata in provincia di Oristano nel 1972, non è solo scrittrice. Ha infatti svolto diversi lavori fino al suo esordio letterario, datato 2006: il suo primo romanzo si intitolava Il mondo deve sapere, e si ispirava al suo impiego presso un call center. Successivamente si trasformò anche in un’opera teatrale, dal titolo Tutta la vita davanti.
La Sardegna, sua terra natia, si fa sentire ancora potente dentro di lei, e sempre del 2006 è la nascita di un blog che parla proprio di questa meravigliosa isola, Il mio Sinis.
Dal 2008 la sua opera narrativa è un crescendo: si comincia con Viaggio in Sardegna: undici percorsi nell’isola che non si vede. La vera consacrazione è però nel 2009. Esce allora infatti L’Accabadora, romanzo che si ispira ad una figura leggendaria, forse realmente esistita, della tradizione sarda: una donna che interveniva per porre fine alle sofferenze dei moribondi. Questo romanzo si aggiudicò il Premio Super Mondello e il Premio Campiello.
L’educazione di stampo cattolico non ha impedito a Michela Murgia di appassionarsi al femminismo e di lottare per i diritti delle donne. Ne è un esempio il libro del 2021 Stai zitta e altre 9 frasi che non vogliamo sentire più, e la collaborazione con Chiara Tagliaferri nel 2019 per l’opera Morgana. Degno di nota è anche il breve saggio del 2013, scritto in collaborazione con Loredana Lipperini e dal titolo L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!
Attiva sui social, principalmente su Instagram, è anche un personaggio televisivo e radiofonico: ha partecipato a programmi come Le invasioni barbariche e Quante storie, e per circa un anno ha condotto, con Edoardo Buffoni, la trasmissione TgZero su Radio Capital dopo la scomparsa di Vittorio Zucconi.
La sua attività letteraria continua, e va di pari passo con l’impegno politico e sociale. Recentemente è salita alla ribalta per aver criticato il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in particolar modo proprio a causa della decisione di quest’ultima di farsi chiamare “il presidente” al maschile.
Per concludere, segnaliamo il suo ultimo libro, uscito lo scorso anno e dal titolo God save the Queer: catechismo femminista.
Simone de Beauvoir
Non si può parlare di femminismo (e neppure di scrittura, è il caso di dirlo), se si vuole farlo in maniera completa, senza menzionare lei: Simone De Beauvoir.
Nacque nel 1908 a Parigi, erede di una famiglia benestante, ebbe un’educazione rigidamente cattolica. Simone era però più interessata allo studio delle lettere, e la sua passione sin da bambina furono i libri.
Raccontò la sua esperienza all’Istituto Cattolico Désir, compresa la sua forte amicizia con Elizabeth Mabille, nel libro Memorie d’una ragazza perbene. La morte della sua amica, avvenuta nel 1929 ufficialmente per encefalite, ma forse per l’impossibilità di rimanere insieme all’uomo amato, segnò profondamente Simone De Beauvoir, che la rese il simbolo delle aspirazioni “uccise” dalle aspettative di una civiltà borghese.
Decisa a intraprendere la strada dell’insegnamento, si iscrisse all’università e qui incontrò colui che sarebbe rimasto al suo fianco per tutta la vita, il filosofo e scrittore Jean Paul Sartre. Per una loro precisa scelta non si sposarono mai, ma i loro ideali si assomigliavano e la loro affinità era ben più che simbiotica.
Simone De Beauvoir dunque insegnò sino al 1943, quando decise che voleva vivere solo di scrittura. Con il compagno e altri scrittori fondò quindi la rivista Tempi moderni, e la sua produzione letteraria poté prendere il volo. In parallelo, aveva cominciato ad avvicinarsi al socialismo.
Una delle sue opere principali, Il secondo sesso, venne pubblicato nel 1949 e divenne quasi una Bibbia del femminismo come lo conosciamo oggi. Lei però disse di considerarsi femminista solo dal 1970, e l’anno dopo appose la sua firma per la legalizzazione dell’aborto. Naturalmente non fu l’unica battaglia che supportò o della quale si fece voce.
Simone De Beauvoir scrisse opere autobiografiche, certo, ma anche romanzi, senza mai dimenticare di sottolineare il ruolo delle donne in diverse epoche. Ancora oggi rimane una delle più illustri esponenti del femminismo francese, ma non soltanto.
Jean Paul Sartre morì nel 1980: Simone De Beauvoir lo raggiunse sei anni dopo. Oggi entrambi riposano, fianco a fianco, nel Cimitero di Montparnasse.
Liala
Nacque Amalia Liana Negretti Odescalchi, e ai più questo nome probabilmente non dirà nulla. Forse, in effetti, la conosciamo meglio come Liala.
Le sue ascendenze erano nobili, come il cognome lascia capire. Venne al mondo nel 1897, a Carate Lario, sul lago di Como.
Anche se non avete letto nulla di suo, la conoscerete sicuramente come la maggiore scrittrice di romanzi rosa. Ma non è proprio tutto così semplice.
Nonostante la madre fosse di origini altolocate, i genitori non erano così abbienti come sarebbe logico pensare. E se non fu l’unica ragione, fu senza dubbio una delle ragioni che la spinsero, giovanissima, a sposare il marchese Cambiasi, molto più vecchio di lei.
I due ebbero insieme due figlie, ma il marito le dedicava poche attenzioni e lei, bellissima e risoluta, cercò nuove e più interessanti compagnie.
Ne trovò una nel marchese Vittorio Centurione Scotto, aviatore. Inizialmente, per poter vivere questa nuova storia, lei e il marito intrapresero la strada del divorzio, rigorosamente all’estero: ma il destino aveva altri piani.
Centurione fu infatti vittima di un terribile incidente, nel corso di un allenamento per la Coppa Schneider: una tragica manovra errata, l’inclinazione sbagliata nelle curve del suo idrovolante, lo condannò ad annegare nel lago di Varese. Era il 1926.
La morte del suo vero amore fu linfa per molti romanzi di Liala: l’amore più perfetto, più puro, senza dubbio idealizzato proprio perché tragicamente perduto.
Dato il brusco cambiamento di scenario, Cambiasi le propose di riprovarci, e la coppia tornò insieme.
Il primo romanzo di Liala, Signorsì, vide la luce nel 1931, edito da Mondadori: contro ogni previsione le copie disponibili terminarono in appena venti giorni. L’avrebbero seguito ben 81 titoli, e la scrittrice avrebbe da quel momento in poi completamente riscritto le regole del classico romanzo rosa. Lasciato definitivamente il marito, si legò nuovamente ad un altro aviatore, Pietro Sordi, che le rimase vicino sino al 1948.
Quanto al suo pseudonimo, fu nientemeno che Gabriele D’Annunzio a coniarlo per lei: sosteneva che una donna come lei, vicina agli aviatori, dovesse necessariamente avere un’ala nel suo nome.
Tutti i primi libri di Liala avevano come protagonisti maschili uomini ispirati al suo amore perduto, almeno fino agli anni Cinquanta: da questo momento avrebbe attinto solamente dalla sua vena creativa, e alla sua fantasia che compensava la mancanza di una vera e propria conoscenza del mondo. Si spostava infatti pochissimo dalla sua casa, ma aveva delle rigide regole di lavoro: scriveva soltanto il mercoledì, essendo il giovedì giorno di consegne.
Non occorre dire quanto successo riscosse Liala fra le donne dell’epoca, che faceva sospirare con le sue storie. Le critiche però non mancavano, condannandola a restare nel novero delle autrici “rosa”. Senza dubbio (e chi vi scrive parla per esperienza personale) tutti voi, nella casa di vostra nonna o di vostra madre, avrete visto anche di sfuggita un titolo firmato Liala.
In totale Liala vendette 10 milioni di copie, ed ebbe una vita lunga e soddisfacente. Morì nell’aprile del 1995, a Varese, all’età di 98 anni: per tutta la sua esistenza rifiutò di essere considerata una semplice scrittrice di romanzi rosa.
George Sand
Il nome non deve ingannarci: George Sand era infatti uno pseudonimo. Le sue origini erano nobili, e il suo vero nome era Aurore Dupin.
Suo padre, Maurice Dupin, era nipote del maresciallo Maurizio di Sassonia e discendente diretto del re di Polonia, Augusto II. Sua madre era invece una grisette, ossia una giovane sarta. Aurore venne al mondo a Parigi, nel 1804.
Perso precocemente il padre per una caduta da cavallo, venne cresciuta dalla madre e dalla nonna nella tenuta di quest’ultima, a Nohant, nella provincia del Berry. Fu istruita da un precettore ed ebbe la possibilità di dedicarsi ad una quantità di attività, dopo un periodo trascorso in convento. Tra queste attività c’erano senza dubbio l’equitazione, che praticava spesso in abiti maschili, ma soprattutto la lettura.
Forse per tacere i pettegolezzi intorno alla sua persona venne infine data in sposa, a diciotto anni, all’ereditiere Casimir Dudevant: da questo ebbe due figli, ma era evidente che il marito non poteva soddisfarla in alcun modo, tanto che iniziò presto ad intrecciare diverse relazioni adulterine. Tuttavia, neppure il matrimonio durò molto. Dopo 11 anni lasciava il marito e si trasferiva a Parigi, al seguito dell’amante del momento, Jules Sandeau.
Da sempre Aurore aveva amato scrivere oltre che leggere, e in compagnia di Sandeau il suo talento poté finalmente sbocciare. Il suo primo romanzo nacque infatti a quattro mani con lui, si intitolò Rose et Blanche e venne firmato con lo pseudonimo J. Sand. Nel 1832 infine venne alla luce la sua prima opera da sola, Indiana, che firmò con il nome che conosciamo oggi. Nasceva allora la scrittrice/scrittore George Sand.
Per tutta la vita ebbe un comportamento ben distante da quello che si conveniva ad una signora, soprattutto del suo lignaggio. Amava infatti vestirsi da uomo e fumare la pipa, ma più di tutto passava da un amante all’altro: Prosper Mérimée, ad esempio, poi Alphred de Musset, ma non disdegnava neppure le amicizie femminili. Una di queste fu Cristina Trivulzio di Belgiojoso, soprannominata “la principessa rivoluzionaria”.
Nelle sue opere (più di un centinaio) si occupò di diversi argomenti, primo fra tutti il femminismo e l’uguaglianza fra i sessi, oltre che l’emancipazione femminile. Fra i suoi contatti ci furono anche il musicista Frédéric Chopin e gli scrittori Alexandre Dumas figlio e Gustave Flaubert: con questi ultimi collaborò attivamente. Anche Victor Hugo le fu amico, e rimase molto colpito dalla sua morte, avvenuta nel 1876 a 72 anni.
Si tende a pensare che la sua opera più grandiosa fosse la sua autobiografia, dal titolo L’Histoire de Ma Vie e che iniziò a comporre nel 1847, a 42 anni. Questa giunse a comprendere ben venti volumi, per un lavoro complessivo che occupò otto anni. Di per sé, l’opera è divisa in cinque parti, che ripercorrono la sua infanzia, la sua educazione, la sua adolescenza, il matrimonio e i figli, fino al trasferimento a Parigi e successiva carriera autorale.
Come sempre capita a questo tipo di personaggi, il talento di George Sand venne riconosciuto solo postumo. Oggi dobbiamo però darle merito di aver vissuto sempre nel modo che preferiva, e soprattutto di essersi spesa per le cause femministe così attuali nella nostra epoca. Ogni nostro traguardo raggiunto come donne, insomma, è stato anche in parte merito suo.
Dacia Maraini
Fino ad oggi, ci avrete fatto caso, abbiamo parlato di Donne che non sono più in questo mondo. Oggi invece la nostra protagonista “vive e lotta con noi”: oggi la protagonista è Dacia Maraini.
Classe 1936, nacque a Fiesole da un orientalista, Fosco, e da una nobildonna siciliana, Topazia Alliata. Ad appena due anni Dacia Maraini seguiva i genitori in Giappone: ma il conflitto mondiale non li risparmiò neppure lì, e nel 1943 tutta la famiglia venne internata in un campo di concentramento. Vivi, ma provati dall’esperienza, dopo la Liberazione i Maraini tornarono in Italia, stabilendosi in Sicilia, a Bagheria, presso i nonni materni. Soltanto pochi anni dopo i genitori si separarono, e il padre si trasferì a Roma, dove Dacia avrebbe potuto raggiungerlo solo al compimento della maggiore età.
Arrivata a Roma, infine, la futura scrittrice proseguì gli studi iniziati in Sicilia, impegnandosi allo stesso tempo in piccoli lavoretti, prevalentemente come archivista, segretaria e giornalista. Nel 1957 fondò con alcuni giovani scrittori e intellettuali una rivista letteraria, Tempo di letteratura: ma continuava comunque a scrivere per altri periodici.
Il suo primo romanzo ebbe titolo La vacanza, e vide la luce nel 1962, seguito l’anno successivo da L’età del malessere. In effetti, proprio gli anni Sessanta sarebbero stati l’età della scoperta del suo talento letterario, fra romanzi, poesie e teatro (avrebbe in seguito fondato un suo teatro gestito esclusivamente da donne). A tutte le sue attività bisogna infatti aggiungere quella legata al femminismo e alle problematiche di genere.
Per quanto riguarda la vita privata, ebbe una lunga relazione con lo scrittore Alberto Moravia, reduce da un matrimonio ventennale con un’altra grande Autrice, Elsa Morante. Inoltre, intrecciò intense relazioni di amicizia con altri grandi nomi della cultura italiana: un nome su tutti, il regista e poeta Pier Paolo Pasolini, ma anche la divina Maria Callas.
Il femminismo ha segnato profondamente anche l’opera di Dacia Maraini, che si è spesso occupata nei suoi romanzi di donne alle prese con vite difficili e tese verso una complessa emancipazione. La sua produzione è imponente: venti romanzi, diciannove racconti, cinque racconti per bambini, dieci raccolte di poesie, numerose rappresentazioni teatrali, saggi e interviste.
Emily Dickinson
È una delle poetesse più grandi della storia della letteratura, ma la sua vita privata sembra le abbia riservato ben poche gioie. La protagonista di oggi è Emily Dickinson.
Nacque nel 1830 ad Amherst, nel Massachussetts, secondogenita di tre figli. La sua corrispondenza aiuta a delineare un ritratto più preciso dei genitori, entrambi descritti come persone abbastanza rigide e non molto affettuosi nei confronti dei figli. La famiglia era molto religiosa, ma Emily non sentiva allo stesso modo il richiamo della fede, anche se si interessava all’aspetto spirituale della vita.
Era una giovane già brillante in tenera età, e per sette anni frequentò l’Accademia di Amherst: in seguito, anche se solo per un breve periodo, si iscrisse alla Mount Holyoke Female Seminary, che lasciò proprio per l’eccessivo attaccamento alla religione qui imposto alle studentesse. Questo accadeva nel 1848, e successivamente Emily si dedicò ai suoi studi da autodidatta.
Emily Dickinson iniziò a scrivere poesie intorno ai vent’anni, e intrecciò corrispondenza con diversi amici, tra cui il reverendo Wadsworth e il critico letterario Thomas Wentworth Higginson. Ad oggi, il numero delle sue poesie si aggira intorno ai 1800 componimenti, un numero notevole se si considera che visse appena cinquantasei anni e scrisse per forse un trentennio.
Non si sa per quale motivo, ad un certo punto della sua vita, Emily Dickinson decise di isolarsi da tutto e da tutti, pur mantenendo i suoi rapporti epistolari. Sappiamo però che si chiuse nella sua stanza, rifiutando di uscire, e che con lei visse fino all’ultimo la sorella minore Lavinia, che come lei non si sposò mai. Dal 1860 si susseguirono diversi eventi ai quali lei partecipò solo dietro la porta chiusa della sua stanza: la nascita dei tre nipoti, figli di suo fratello Austin; la morte del padre nel 1874; quella della madre, nel 1882; e quella del giovane nipote, di appena otto anni, avvenuta nel 1883 a causa della febbre tifoide.
Emily Dickinson morì il 15 maggio 1886, sola nella sua stanza; pochi giorni dopo sua sorella Lavinia trovò nei cassetti della sua scrivania le sue poesie, tutte scritte su foglietti ripiegati e cuciti accuratamente con ago e filo. Non pubblicò mai nessuna di queste in vita, anche perché sconsigliata dal farlo dall’amico editore Higginson. Continuò a scrivere per sé stessa, toccando temi quali la solitudine, l’immobilità e il silenzio: e come sempre accade, venne rivalutata solo molto tempo dopo.
La
speranza è un essere piumato
che si posa sull’anima,
canta
melodie senza parole
e non finisce mai
La brezza ne
diffonde l’armonia,
e solo una tempesta violentissima
potrebbe
sconcertare l’uccellino
che ha consolato tanti.
L’ho
ascoltato nella terra più fredda
e sui più strani mari.
Eppure
neanche nella necessità
ha chiesto mai una briciola – a me.
E.D.
Angela e Luciana Giussani
Se amate i fumetti, conoscerete senza dubbio Diabolik, il feroce criminale vestito di nero che doveva il suo nome ad una pantera nera. Sapevate che a crearlo sono state due donne? I loro nomi erano Angela e Luciana Giussani, ed erano due sorelle milanesi.
Nate nel 1922 (Angela) e nel 1928 (Luciana), le due sorelle vengono ricordate insieme perché vissero e lavorarono sempre in coppia. La maggiore era la più intraprendente, ed entrambe erano già molto più avanti per la loro epoca: negli anni Cinquanta, quando erano in poche donne a farlo, le sorelle guidavano l’auto, mentre Angela possedeva il brevetto di pilota d’aereo, andava a cavallo, sciava e si impegnava in altri sport.
Inizialmente lavorò come modella, attrice per spot pubblicitari, giornalista e redattrice. Nel 1946 sposò Gino Sansoni, editore e proprietario della Casa Editrice Astoria: nei primi anni ottenne l’incarico di occuparsi di una collana di libri per ragazzi, ma Angela aveva altre ambizioni. Decise quindi di licenziarsi, e con la liquidazione ottenuta fondò la sua Casa Editrice, l’Astorina, per distinguerla da quella del marito. Il primo fumetto pubblicato non andò bene, ma Angela non aveva intenzione di arrendersi, e la nuova ispirazione le arrivò da un caso fortuito: una copia del fumetto francese Fantomas, in versione tascabile, abbandonata nel vagone di un treno. Pensò che un fumetto doveva necessariamente avere quelle dimensioni, abbastanza piccolo da essere portato in tasca o in borsa, con storie autoconclusive da poter agevolmente leggere nello spazio di un viaggio in treno. Soprattutto se si era pendolari e si faceva la stessa strada tutti i giorni, per andare e tornare dal lavoro.
Così nacque Diabolik, l’antieroe dalla tuta nera, anche se inizialmente in solitaria: la sua bellissima compagna, lady Eva Kant, sarebbe arrivata solo in un secondo momento. Era il 1962, quando il Re del Terrore fece la sua prima comparsa nelle edicole.
E in tutto ciò, Luciana dov’era? Meno intraprendente della sorella, aveva frequentato e si era diplomata in una scuola tedesca, e nelle intenzioni avrebbe dovuto accontentarsi di un posto fisso, come impiegata in una fabbrica di aspirapolveri. Ma guardava con interesse all’operato della sorella, ed era certa di poterle essere utile nella conduzione della Casa Editrice: decise quindi di affiancarla, disegnando e scrivendo insieme a lei le avventure del ladro dagli occhi d’acciaio.
Com’è ovvio pensare, il successo fu immediato e costò loro diversi guai, più per il loro sesso che per l’effettiva pericolosità del personaggio. Ciò che le sorelle Giussani inventarono è molto più di un antieroe: era tutto l’opposto di quello che era stato il fumetto fino a quel momento. Prima di Diabolik, il ladro e/o assassino era sempre il cattivo, il poliziotto era il buono e la lotta fra i due si concludeva sempre allo stesso modo, con l’arresto. Negli anni invece la psicologia del personaggio di Diabolik si rivelò molto più complessa e sfaccettata di così: era un killer, naturalmente, ma non uccideva indiscriminatamente e senza una ragione. Soltanto se qualcuno provava a mettergli i bastoni fra le ruote, o faceva mostra di ingannarlo, la condanna era certa e poteva colpire ovunque.
La stessa evoluzione accadeva a lady Kant, comparsa nel 1963 nell’albo L’arresto di Diabolik. Presentata come una vedova nera e accusata di aver ucciso il marito, i primi tempi la bionda Eva era più remissiva e quasi sottomessa: in seguito, con l’accrescere del sentimento e della sicurezza di sé, la semplice spalla decideva di diventare una complice alla pari, cosa che portava ad una serie di scontri, di cui uno quasi mortale. Stabiliti infine i ruoli e i patti, Eva Kant si sarebbe presa il suo spazio e avrebbe preteso il rispetto da parte del suo uomo, e non solo perché gli aveva salvato la vita in più occasioni. Insomma, uno dei personaggi femminili più forti del fumetto italiano, ritratto di carta di Angela Giussani con il volto della diva Grace Kelly.
Tornando alle sorelle Giussani, Angela avrebbe diretto insieme a Luciana la Astorina fino al 1987, anno della sua morte. La sorella minore ha quindi proseguito da sola, sino al 2001, quando anche lei ha lasciato questo mondo.
Oggi, Diabolik continua a vivere come le sue creatrici avrebbero voluto, evolvendosi ed equipaggiandosi con le tecnologie più avanzate, anche nella realizzazione delle sue celeberrime maschere di plastica. A lui sono state dedicate due serie animate, una nel 1997 e una nel 2000; e tre film, uno nel 1968, uno nel 2021 (con Valerio Mastandrea nei panni di Ginko, Miriam Leone in quelli di Eva Kant e Luca Marinelli in quelli di Diabolik) e il suo seguito, uscito lo scorso novembre. In questo caso Luca Marinelli è stato sostituito da Giacomo Gianniotti, e compare per la prima volta il personaggio della duchessa Altea di Vallenberg, compagna di Ginko, che per l’occasione ha il volto di Monica Bellucci.
Non possiamo quindi che ringraziare due donne coraggiose, le sorelle Giussani, per aver dato vita all’antieroe più interessante di tutto il panorama fumettistico del nostro Paese.
Emily Brontë
Abbiamo già conosciuto la talentuosa famiglia Brontë. Abbiamo cominciato con Anne e proseguito con Charlotte: oggi terminiamo con Emily, senza dubbio la più famosa.
Emily nacque nel 1818, quintogenita del reverendo e della sua sfortunata sposa. Insieme alle sorelle Mary, Elizabeth e Charlotte fu mandata in collegio, ma il clima malefico del luogo le segnò tutte quante: le due maggiori morirono, mentre Charlotte e la stessa Emily ne portarono i segni a vita.
La vena letteraria era, si può dire, nata insieme alle tre sorelle, ma non tutti sanno che anche Branwell, l’unico fratello, possedeva a sua volta una fervida fantasia. Quando i Brontë erano ancora bambini, infatti, si dilettavano nell’invenzione di mondi straordinari da loro creati, dividendosi in due coppie: Charlotte con Anne, Emily con Branwell. Non sappiamo cosa avrebbe potuto creare questo fratello sfortunato, se la sua vita non fosse stata condizionata dal vizio.
Ma torniamo ad Emily. Per lo più scriveva poesie, cosa che continuò a fare per tutta la vita, e proprio per questo Charlotte decise di riunire in un solo volume i componimenti poetici di tutte e tre le sorelle, pubblicandoli sotto pseudonimi: era il 1846. Emily divenne quindi Ellis Bell.
Anche l’unico capolavoro di Emily Brontë, Cime tempestose, uscito nel 1847 inizialmente venne firmato come Ellis Bell. Questo venne pubblicato in concomitanza con Agnes Grey, scritto dalla sorella Charlotte, finendo per oscurarlo completamente. Eppure il successo, come spesso accade, arrivò pienamente soltanto postumo.
In Cime tempestose si può ravvisare una sorta di nota autobiografica, se non di Emily, della sua famiglia. Potremmo infatti trovare tracce di Branwell nel crudele Heathcliff, il protagonista maschile: oppure la mitezza d’animo di Anne nella dolce Isabella. Ma più di tutto, a farla da padrone è la natura intorno, la brughiera che Emily descrive aspra e sempre battuta dal vento: apparentemente lo sfondo della casa paterna, ad Haworth. Tuttavia, il romanzo non venne compreso appieno che parecchi anni dopo.
Come ben sappiamo, Emily Brontë non ebbe il tempo di realizzare altre opere. Il fisico debilitato a causa del clima malsano del collegio frequentato da ragazza, contrasse la tubercolosi e morì il 19 dicembre del 1848, ad appena trent’anni. Si trovava nella casa del padre, e di lì a pochi mesi la giovane sorella Anne avrebbe seguito la stessa sorte.
Natalia Ginzburg
Conosciamo la protagonista di oggi con il cognome del suo primo marito, ma da ragazza il suo cognome era Levi, e denunciava le sue origini ebraiche. L’Autrice che incontriamo oggi è Natalia Ginzburg.
Suo padre era Giuseppe, noto scienziato triestino, che nel periodo del fascismo aveva preso nette posizioni antifasciste e fu insegnante, fra gli altri, del premio Nobel Rita Levi Montalcini. Natalia nacque nel 1916 a Palermo, ma insieme alla famiglia si trasferì ancora bambina a Torino. Come molti bambini ebrei venne emarginata a causa della sua religione, e trovò conforto nella scrittura.
A metà degli anni Trenta pubblicava già i suoi racconti, su una rivista chiamata Solaria. Nel 1938 conobbe Leone Ginzburg, che divenne suo marito e del quale acquisì il cognome: per suo tramite incontrò e strinse legami con intellettuali torinesi antifascisti, tutti vicini alla casa editrice Einaudi dove egli lavorava. La coppia ebbe tre figli, il maggiore dei quali, Carlo, divenne storico e saggista.
La Seconda Guerra Mondiale iniziò a rendere la vita della famiglia molto difficile, tanto che nel 1940 venne spedita al confino in Abruzzo. Questo però non impedì a Natalia Ginzburg di pubblicare il suo primo romanzo, La strada che va in città, uscito nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte e nel 1945 firmato con il suo vero nome.
Nel 1944 il marito Leone venne arrestato e torturato dai fascisti nel carcere di Regina Coeli: qui trovò la morte, pochi mesi prima della liberazione di Roma da parte degli Alleati. L’anno seguente la vedova, con i figli, tornò a vivere a Torino.
Il periodo di maggiore creatività stava però per giungere. Nel 1950 sposò il suo secondo marito, Gabriele Baldini, e le pubblicazioni si susseguirono, inframezzate da collaborazioni con il Corriere della Sera. Nel 1963 vinse il Premio Strega con il più noto dei suoi lavori, Lessico famigliare.
Dopo la morte del secondo marito, nel 1969, si aprì una nuova stagione della sua vita, l’impegno politico. Si schierò con la sinistra radicale, e nel 1983 venne eletta in Parlamento nelle liste del Partito Comunista Italiano.
Natalia Ginzburg morì a Roma il 7 ottobre 1991, lasciando una eredità collettiva e un pensiero rapido e analitico, da scrittrice e da politica, ma prima di tutto da donna. Un personaggio che vale la pena approfondire.
Charlotte Brontë
Qualche appuntamento fa abbiamo conosciuto Anne Brontë, la minore e più bistrattata delle sorelle, tutte e tre scrittrici. Oggi faremo la conoscenza della maggiore, Charlotte.
Charlotte Brontë era in realtà la terzogenita della famiglia, nata nel 1816 dopo Maria ed Elizabeth. Dopo di lei, come ben sappiamo, sarebbero nati Branwell, l’unico maschio, Emily ed Anne.
A quanto si racconta, il primo scritto di Charlotte vide la luce quando lei aveva appena dieci anni, e la protagonista era la sorellina Anne. Essendo il padre vedovo, e incapace di gestire la numerosa figliolanza, Charlotte con Emily e le due sorelle maggiori furono mandate in collegio. Le due figlie maggiori morirono per l’insalubrità del luogo, mentre lei ed Emily riuscirono a tornare a casa più o meno sane e salve. Portata naturalmente per la scrittura, e con una certa determinazione quasi femminista, come diremmo oggi, Charlotte giurò a sé stessa che non si sarebbe mai sposata.
Ma la vita doveva disattendere le sue intenzioni. La prima sua passione fu un uomo sposato, monsieur Heger, suo insegnante di retorica a Bruxelles. Era il 1842, e Charlotte si era recata nella città belga per perfezionare la sua formazione che l’avrebbe poi instradata a sua volta sulla via dell’insegnamento. Fu infatti lei ad occuparsi, per un periodo, dell’istruzione della sorella minore Anne.
Charlotte impegnava però molte delle sue risorse nella scrittura. Insieme alle sorelle scrisse alcuni romanzi sotto pseudonimo, firmandosi come Currer Bell: il mistero sulla sua identità, così come su quella di Anne (Acton Bell) durò solo fino a che non decisero di svelarsi al loro editore. Charlotte Brontë diede luce ad appena cinque opere, due delle quali pubblicate postume: eppure fu la più longeva della nidiata. Branwell, dopo una vita di vizi, morì infatti nel settembre 1848: Emily nel dicembre successivo: Anne nel maggio 1849.
Charlotte si sposò, nel 1854, con il reverendo Nicholls, e pare fosse incinta del primo figlio quando morì, meno di un anno più tardi. All’epoca la diagnosi fu di tisi, come le sorelle: ad oggi si ritiene che la causa della morte fosse iperemesi gravidica. Charlotte Brontë aveva appena 39 anni, ma le sue opere erano già entrate nella Storia.
Alda Merini
Dopo tante autrici e romanziere, oggi parleremo di una poetessa, e di casa nostra: giù il cappello per Alda Merini.
Nacque a Milano nel 1931, partorita in casa. Dopo di lei venne al mondo un fratello, prima di lei era nata una femmina. Nel corso dell’occupazione nazista, nella Seconda Guerra Mondiale, fu sfollata con la madre e il fratellino neonato a Vercelli, presso alcuni zii, dove rimase sino alla fine del conflitto. Tornata nella sua città natale, trovò marito nel 1953: Ettore Carniti, operaio, che le diede quattro figlie. La passione per la poesia, che doveva darle tanto successo, era presente da sempre in Alda Merini, anche se il marito, uomo concreto e con la testa sulle spalle, non riusciva a comprendere la sua arte.
Con due delle sue bambine ancora piccole, la vita coniugale non andava benissimo per la coppia. Una notte ci fu un pesante litigio con il marito, e le figlie vennero affidate ad un istituto: Alda Merini fece così il suo ingresso per la prima volta in un centro di cura. Ad intervalli regolari poteva tornare a visitare la famiglia, e nacquero altre due figlie. Dal 1972, anno di nascita dell’ultima figlia, continuò a uscire e rientrare dal manicomio, fino alla dimissione definitiva nel 1979. Ricominciò quindi a scrivere, raccontando la sua vita da paziente psichiatrica.
Nel 1983 rimase vedova, e conobbe il poeta Michele Pierri, più giovane di lei di trent’anni: lo sposò e andò a vivere con lui a Taranto. La salute di Pierri andò però presto declinando, e la sua famiglia ne approfittò per allontanare la coppia: Alda Merini cadde in depressione, e venne nuovamente internata, a Taranto.
Poté ritornare a Milano tre anni dopo, nel 1986, e riprendendo a scrivere anche la serenità a lungo cercata sembrò tornare a lei. Nel tempo divenne un personaggio sempre più noto, partecipando a trasmissioni televisive e riuscendo sempre a far parlare di sé. Un intervento fra tutti è quello a Il senso della vita, trasmissione condotta da Paolo Bonolis in seconda serata su Canale 5: era l’aprile del 2008.
Alda Merini, una delle più grandi poetesse italiane dei tempi moderni, morì il 1° novembre del 2009 a causa di un tumore. Aveva 78 anni: di sé amava dire “sono una piccola ape furibonda”.
Sono nata il 21 a primavera/ma non sapevo che nascere folle,/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta./Così Proserpina lieve/vede piovere sulle erbe,/sui grossi frumenti gentili/e piange sempre la sera./Forse è la sua preghiera.
Anne Brontë
Capita a volte, che in una famiglia di talenti uno di questi venga ingiustamente dimenticato, o se ne parli troppo poco. È il caso dell’Autrice di oggi: Anne Brontë.
Anne nacque come sesta e ultima figlia del reverendo Brontë, il 17 gennaio 1820 a Scarborough (Yorkshire). La madre, Maria Branwell, morì quando lei aveva appena un anno, e il padre si trovò quindi nella condizione di crescere da solo la numerosa prole. Inizialmente decise per un trasferimento ad Haworth, dove esercitava il vicariato, alla ricerca di una nuova moglie: fallito l’obiettivo, destinò le altre quattro femmine al collegio, mentre Anne rimaneva a casa e veniva istruita diversamente.
Due delle sorelle maggiori, Maria ed Elizabeth, morirono ancora giovinette, forse a causa dell’aria insalubre della scuola che il padre aveva scelto per loro: Charlotte ed Emily sopravvissero, ma quest’ultima ne rimase gravemente debilitata, e ne portò le conseguenze per tutta la vita.
Dicevamo che Anne studiò a casa. Imparò principalmente musica e disegno, e coltivò il suo talento letterario: venne in seguito iscritta alla scuola pubblica. Nel frattempo la sorella Charlotte divenne insegnante, e si prese carico del restante della sua istruzione.
Le tre sorelle erano romanziere ma anche poetesse, tanto che la loro prima opera fu firmata da tutte, una raccolta di poesie. Come già abbiamo visto parlando di Louisa May Alcott, però, la scrittura non era considerata cosa da donne, così le tre autrici furono costrette ad adottare pseudonimi vagamente maschili. Anne divenne quindi Acton Bell, mantenendo le sue vere iniziali.
Il primo romanzo di Anne Brontë si intitolava Agnes Grey, e venne pubblicato nel 1847, in concomitanza con il Cime tempestose di sua sorella Emily: questo fece sì che la sua opera ne venisse totalmente oscurata. Quanto al suo secondo e ultimo romanzo, La signora di Wildfell Hall, trovò diversi altri ostacoli. Charlotte, infatti, divenuta suo agente letterario disapprovò l’argomento che trattava, un matrimonio infelice con un uomo brutale e alcolizzato: ma appare probabile che lo pensasse perché il protagonista ricordava troppo la figura del loro fratello, Branwell, deceduto nel 1848 dopo una vita disperata. Il rapporto col fratello aveva segnato profondamente tutte le scrittrici, nel tentativo a più riprese di salvarlo dal baratro dove stava sempre più sprofondando.
Purtroppo Anne Brontë, come anche sua sorella Emily, non ebbe una vita lunga abbastanza da regalare al mondo altri capolavori. Affetta da tubercolosi, come anche le sorelle, morì nel luogo in cui era nata: era il 28 maggio del 1849, e lei aveva appena 29 anni.
Elsa Morante
Abbiamo davanti una delle scrittrici più importanti del Novecento, compagna fedele di Alberto Moravia e amica di Pier Paolo Pasolini. Parliamo di Elsa Morante.
Di madre ebrea, nacque a Roma, nel quartiere Testaccio, nel 1912. La sua attività letteraria iniziò molto presto, e altrettanto presto si rese indipendente: infatti, già dopo il liceo lasciò la famiglia e andò a vivere per conto proprio. Per mantenersi aveva naturalmente scelto la scrittura, collaborando con periodici come Oggi e L’eroica, ma anche Il Corriere dei Piccoli (se avete una certa età lo ricorderete di certo).
Nel 1936 conobbe Alberto Moravia tramite un amico comune, il pittore Capogrossi: si sposarono nel 1941. Nello stesso anno diede alle stampe il suo primo libro, Il gioco segreto, raccolta dei suoi articoli per i periodici. Il rapporto con Moravia era spesso difficile, ma tramite lui ebbe la possibilità di conoscere altri scrittori come Umberto Saba e Giorgio Bassani, oltre all’indimenticato Pier Paolo Pasolini.
Oltre ai suoi racconti e ai suoi romanzi, tenne anche dei diari in alcuni periodi della sua vita: il primo dal 19 gennaio al 30 luglio 1938, poi pubblicato nel 1990, un secondo negli anni Cinquanta, ma che parimenti non durò molto.
Inizialmente visse col marito ad Anacapri, quindi a Roma. Qui, nel 1943 cominciò la stesura del suo primo romanzo, Menzogna e sortilegio. Fu però costretta ad interrompere il suo lavoro, poiché Moravia venne sospettato di antifascismo e la coppia dovette rifugiarsi sulle montagne di Fondi. Ritornarono nella capitale l’estate successiva: il libro sospeso vide la luce infine nel 1948, e le fece vincere il Premio Viareggio.
In seguito a questa vittoria iniziò a collaborare con la Rai, ma contribuì anche a produzioni cinematografiche, cosa che la avvicinò ancora di più a Pasolini.
Gli anni successivi furono ricchi di scrittura ma anche di tragedie. Nel 1957 vinse il Premio Strega (la prima donna a raggiungere questo traguardo) con L’isola di Arturo. Viaggiò molto, e strinse amicizia con il pittore newyorkese Bill Morrow la cui morte, avvenuta nel 1962, le inferse un duro colpo. Nello stesso anno si era definitivamente separata dal marito, e in seguito cominciò ad avvicinarsi ai temi sociali. La sua vicinanza al mondo delle borgate romane la aiutò nella stesura di La Storia, pubblicato nel 1974.
Il suo ultimo romanzo, Aracoeli, iniziò il suo cammino nel 1976, ma venne pubblicato solo nel 1982. La sua salute era sempre più malferma, e temeva la vecchiaia: non riusciva più a camminare, e tentò il suicidio nel 1983, venendo salvata da una domestica. Trasferita in una clinica di Roma, morì di infarto nel 1985, all’età di 73 anni.
Jane Austen
Insieme alle sorelle Brontë e a Virginia Woolf, Jane Austen è una delle autrici più lette e famose del panorama letterario britannico. I suoi scritti, lungi dall’essere semplici “romanzi rosa”, hanno attraversato i secoli e sono amatissimi ancora oggi. Ma conosciamola meglio.
Nacque nel 1775 a Steventon, nell’Hampshire, settimogenita di un pastore anglicano: sua sorella maggiore, Cassandra Austen, era una acquerellista e le due seguirono gli studi insieme. Per un certo periodo, infatti, entrambe frequentarono la Abbey School di Reading, salvo poi esser costrette a lasciarla per problemi finanziari.
Dell’infanzia e dell’adolescenza di Jane Austen non si sa molto, e quel poco proviene dalle lettere che si scambiò con la sorella Cassandra (sembra oltre 3000). In tutti i casi, Cassandra ne distrusse la maggior parte dopo la morte di Jane, forse per evitare che i familiari potessero leggerne il contenuto: pare infatti che la scrittrice fosse spesso poco generosa nei giudizi sui membri della sua famiglia.
Jane Austen era una fanciulla allegra, che amava fare vita sociale e conoscere gente nuova. Con ogni probabilità, proprio dalla frequentazione con certi ambienti trovò moltissimi spunti per quelli che sarebbero diventati i suoi capolavori.
Non sappiamo a che età cominciò a scrivere, ma ragionevolmente fu molto presto. Non era molto prolifica, e non ebbe riconoscimenti in vita, perché, come abbiamo già visto parlando di Louisa May Alcott (anche se per ragioni diverse) pubblicò sempre anonimamente. Soltanto nel 1818, quando fu pubblicato postumo il suo romanzo Persuasione, il fratello Henry curò una nota biografica della sorella, svelando la sua identità.
Il primo romanzo certo che scrisse, nel 1795, era un epistolare, che prese inizialmente il titolo di Elinor e Marianne: successivamente, in pubblicazione (nel 1811) divenne Ragione e Sentimento. Tra il 1796 e il 1797 lavorò a Prime Impressioni, una prima bozza di Orgoglio e Pregiudizio: tra il 1797 e il 1798 a Northanger Abbey, che mantenne questo titolo.
Dopo una pausa dalla scrittura riprese la penna per dare vita a Mansfield Park (pubblicato nel 1814) e ad Emma (sempre 1814).
Purtroppo Jane Austen non poté creare altre opere degne del suo talento: il 18 luglio 1817 moriva infatti, a Winchester, per una malattia ad oggi rimasta oscura. Ci sono infatti molte ipotesi, ma nessuna certezza. Chi parla del morbo di Addison, chi del linfoma di non-Hodgkin o della tubercolosi, chi addirittura di avvelenamento da arsenico. Una risposta chiara e netta, probabilmente, non ci sarà mai.
Ciò che sappiamo per certo, invece, è l’impatto delle sue opere sulla cultura di massa. Dai suoi romanzi sono stati tratti film e serie tv, senza dimenticare il biopic Becoming Jane, uscito nel 2007 e con Anne Hathaway nei panni della scrittrice.
Insomma, se riuscite ad andare oltre il pregiudizio della classica scrittrice “per signorine” (ma dove l’abbiamo già sentita, questa?), vi consiglio di riscoprire Jane Austen: non ve ne pentirete.
Grazia Deledda
Vi faccio una domanda: quante sono le donne italiane ad aver vinto il Nobel per la Letteratura?
La risposta potrà sembrare assurda a chi conosce quanto il contributo femminile sia stato e sia ancora importante per la letteratura italiana. Ma proprio chi lo conosce sa altrettanto bene che a vincere il prestigioso premio è stata una sola donna. Lei: Grazia Deledda.
Come il cognome denuncia, questa autrice nacque in Sardegna, per la precisione a Nuoro, il 28 settembre 1871. Era figlia di un imprenditore, appassionato di letteratura e poesia, e probabilmente fu proprio lui a trasmetterle l’amore per la parola scritta.
Come accadeva molto spesso all’epoca, la Deledda non completò neppure la scuola elementare, fermandosi alla classe quarta: in seguito continuò gli studi, dapprima sotto la guida della madre, poi di un insegnante e infine da autodidatta. Dimostrò sin dalla giovane età un notevole talento per la scrittura, ma la strada era impervia: ci troviamo pur sempre nella Sardegna di fine Ottocento, quando l’istruzione non era considerata cosa da donne, e ancor meno la scrittura.
Per sfuggire alla cultura patriarcale di cui anche la sua famiglia era intrisa, Grazia Deledda cercò l’unica scappatoia possibile: il matrimonio. Giovanissima, nel 1900, sposava Palmiro Madesani, con il quale si trasferì a Roma e dal quale ebbe due figli: egli si propose in seguito come suo agente letterario. Aveva iniziato, come molti autori, già dall’età di 15 anni mandando novelle e racconti a riviste sarde e romane, con buon successo. Ma la fama era lì, a portata di mano.
Dal 1903 al 1920 Grazia Deledda divenne incredibilmente prolifica, giungendo a pubblicare un’opera all’anno tra romanzi e opere teatrali. Una menzione speciale, oltre al celeberrimo Canne al vento, la merita Cenere, pubblicato tra il 1904 e il 1913: da questo venne tratto un film, interpretato dalla diva Eleonora Duse. Il suo talento ebbe risonanza anche al di fuori dei confini italiani: le sue opere vennero tradotte in più lingue.
Come un cerchio che si chiude, infine, il Nobel per la Letteratura, conquistato nel 1927 e sottratto a Matilde Serao. Ci lasciava appena nove anni dopo, a causa di un tumore al seno: ma Grazia Deledda aveva già fatto la Storia.
Un’ultima curiosità: tra i tanti omaggi a lei dedicati, nel 2018 un Boeing 737 della compagnia aerea low cost Norwegian Air Shuttle ha sfoggiato una sua foto sulla coda, in occasione dell’anniversario della sua nascita. Oltre a diversi istituti che portano il suo nome, inoltre, il parco letterario nel paese di Galtellì (Nuoro) è intitolato a lei, e tre statue la celebrano, tutte nei dintorni di Nuoro. L’ultima è stata posta nel 2020, ai piedi del Monte Ortobene.
Avrete sicuramente già sentito parlare di lei: la sua quadrilogia, formata da Piccole Donne, Piccole Donne crescono, Piccoli Uomini e I ragazzi di Jo rimane un must della letteratura detta “per signorine”. Ma lei, Louisa May Alcott, era molto più di questo.
Louisa May Alcott nacque il 29 novembre 1832 (lo stesso giorno di suo padre) a Germantown, in Pennsylvania. I suoi genitori erano Amos Bronson Alcott, pedagogo e insegnante, e Abigail May, attivista per i diritti delle donne. Louisa era la seconda di quattro figlie, nata dopo Anna e prima di Elizabeth e May.
La famiglia era religiosa e molto unita, ma Amos Bronson Alcott, amico di scrittori come Nathaniel Hawthorne e Ralph Waldo Emerson, provvedeva personalmente all’istruzione delle figlie. Aveva anche idee decisamente originali sulla vita, cosa che spesso portò moglie e figlie a cambiamenti improvvisi ed importanti: uno tra tutti, il trasferimento nella comunità di Fruitlands, dove era necessario vivere unicamente di ciò che la terra procurava (ben poco, essendo un terreno arido e poco fecondo). L’incostanza del capofamiglia costringeva spesso Abigail May ad assumere il comando della situazione, e anche le figlie cominciarono presto a lavorare. Louisa, ad esempio, si impegnò in diversi mestieri, quale sarta, domestica, infermiera al fronte allo scoppio della Guerra Civile. La giovinezza di Louisa e delle sue sorelle fu però relativamente serena, finché due accadimenti non provocarono traumi nella famiglia, uno tragico e l’altro meno. Il primo la morte, all’età di appena 23 anni, dell’amata sorella Elizabeth: il secondo il matrimonio della sorella maggiore Anna con John Pratt.
Se avete letto la sua opera più famosa, questi eventi vi risulteranno sicuramente familiari. Ebbene, Louisa riversò in Piccole Donne ciò che era stata la sua infanzia e la sua adolescenza con la sua singolare famiglia, cambiando alcune cose. Il padre infatti aveva un ruolo del tutto diverso, veniva mandato a combattere al fronte nella Guerra Civile ed era un pastore protestante, non un insegnante come Amos Bronson Alcott. Quanto a lei, Louisa, modellò su sé stessa il personaggio di Jo, figlia ribelle della famiglia March che avrebbe voluto nascere maschio.
Ma dicevamo che Louisa May Alcott non è solo Piccole Donne. Sappiamo che visse nel pieno di quella che era chiamata Età Vittoriana. All’epoca, andavano per la maggiore i romanzi gotici, sullo stile di Edgar Allan Poe, per capirci. Era anche il periodo di attività del serial killer Jack lo Squartatore. Nonostante la sua apparenza, Louisa era più orientata verso questo tipo di letteratura: ma era una donna, e sapeva che non sarebbe stata credibile come autrice di romanzi gotici e/o horror. Per questo motivo divenne un’altra persona. Divenne A.M. Barnard.
A.M. Barnard è lo pseudonimo che Louisa scelse per pubblicare racconti che avessero temi più forti di ciò che normalmente associamo a lei: storie di omicidi, di passioni violente, di avvelenamenti e catastrofi naturali. Soltanto in tempi più recenti queste opere, mai tradotte finora nella nostra lingua, sono state riscoperte e attribuite finalmente a lei. Se siete curiosi di sapere di cosa parlo, vi consiglio una piccola chicca: la raccolta di racconti Horrida, che ho avuto modo di leggere nel corso di quest’anno. Vi assicuro che ne rimarrete sorpresi.
Abbiamo detto che Louisa servì come infermiera nella Guerra Civile. In quel periodo contrasse la meningite, e venne curata con medicinali contenenti mercurio: all’epoca nessuno sapeva che fosse un elemento tossico. Sembra che furono gli effetti del metallo nel suo corpo a portarla alla morte: questa avvenne il 6 marzo 1888, a Boston, appena due giorni dopo la dipartita del padre. Era infatti stata, come ultima cosa, al suo capezzale. Louisa May Alcott aveva 56 anni, e ci lascia una bibliografia tutta da scoprire. Fidatevi sulla parola.






































































































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