Donne nella Storia

Ipazia di Alessandria

Siamo pronti a parlare di nuovo di Donne nella Storia? Se sì, la protagonista di oggi è lei: Ipazia di Alessandria!

Come nel caso di Saffo, non conosciamo la data esatta della nascita di Ipazia, ma possiamo stimarla fra il 355 e il 370 d.C. Figlia d’arte, come diremmo oggi, suo padre era il filosofo Teone, che probabilmente non considerava un problema il suo sesso. Le permise infatti di studiare nella biblioteca di Alessandria, edificio che purtroppo subì diversi incendi (e l’ultimo di questi la distrusse completamente, anche se gli studiosi dibattono ancora sul periodo preciso). Pare che anche gli scritti di Ipazia fossero conservati qui, e che andarono persi proprio a causa di questa disgrazia: sarebbe uno dei motivi per cui non rimane nulla di scritto di suo pugno.

Appurata la sua intelligenza e il suo desiderio di imparare, il padre la affiancò a sé in diverse opere, facendosi supportare mentre disquisiva di Euclide, Tolomeo, Apollonio e Diofanto.

Con le sue conoscenze fu presto in grado di insegnare a sua volta, specializzandosi in matematica e astronomia. La sua mente pronta la portò, sembra, ad inventare alcuni strumenti quali l’astrolabio, il planisfero e l’idroscopio, oltre a dar vita a molte ipotesi sui movimenti terrestri.

Parliamo quindi di una Donna di scienza, che anche per questo motivo non si convertì mai al cristianesimo. Potremmo essere portati a pensare che nessuno, all’epoca, volesse avere come insegnante una Donna, una creatura considerata inferiore: nella realtà aveva molti allievi, e non si limitava ad istruire loro. Al contrario, enunciava le sue teorie dovunque fosse possibile, esponendosi così a rischi importanti.

Non è dato sapere quale di queste “trasgressioni” avessero firmato la sua condanna a morte: si pensa soltanto al suo paganesimo, ma è probabile che si trattasse di un misto di tutte queste cose. Ipazia era una Donna libera e saggia, non aveva marito né figli, e per di più osava rimanere per molte ore da sola in una stanza con molti uomini, con la presunzione di poter loro insegnare qualcosa. Ovvio che, dal punto di vista di ferventi credenti, la sua arroganza dovesse esser punita.

In Egitto, il cristianesimo era divenuto religione di Stato con l’Editto di Tessalonica del 380 d.C. Possiamo quindi immaginare in che conto venisse tenuto chi praticava altre religioni, per tacere di chi non ne seguiva alcuna. Come Ipazia, per l’appunto.

Non si seppe mai da chi fosse partito l’ordine definitivo, ma molti storici pensano che si possa ritrovare nella persona del vescovo Cirillo, nipote del patriarca Teofilo. Quanto alle ragioni dietro tanto odio da desiderare la sua morte, ne abbiamo già suggerita qualcuna poco sopra.

Era l’anno 415 d.C. quando Ipazia venne aggredita per strada mentre stava rincasando da un manipolo di fanatici religiosi. Trascinata giù dal suo carro venne condotta in una chiesa, qui le venne strappato ogni abito e il suo corpo venne fatto a pezzi: per far scomparire ogni traccia di lei, infine, i suoi resti vennero bruciati.

Com’era ovvio, la morte di una personalità rispettata come Ipazia di Alessandria scosse la comunità, e molti insegnanti pagani come lei lasciarono la città, spostandosi verso la Grecia. Stessa cosa accadde per gli studiosi, che non avevano proprio intenzione di seguire la sua sorte.

Tutto ciò che sappiamo di Ipazia viene da scritti dei suoi contemporanei, poiché come abbiamo già detto nulla di lei venne mai rinvenuto. Nonostante questo, per molto tempo il suo nome venne dimenticato, come capita spesso ad altre Donne, alcune ne abbiamo conosciute e altre ne conosceremo qui.

Solo nel corso dell’Illuminismo, movimento culturale nato nel XVIII secolo, la figura di Ipazia venne riscoperta e trattata finalmente con il riguardo a lei dovuto. Diede inoltre il suo nome al Centro Internazionale Donne e Scienza nato nel 2004 a Torino grazie all’UNESCO: questo si occupa da allora di supportare e formare le Donne scienziate in tutto il Mediterraneo.

Dalla sua riscoperta, Ipazia è diventata una figura di ispirazione per moltissime donne, venendo descritta come “martire pagana” e dedita alla scienza fino alla morte. E non ci sono dubbi che così sia anche oggi, e continuerà ad essere in futuro.


Cleopatra

Ritorniamo a parlare di Donne nella Storia! Nei secoli il suo nome è stato associato alla seduzione, ma lei era molto, mo di più. Parliamo di Cleopatra, la leggendaria ultima regina d’Egitto.

L’anno esatto della sua nascita non è sicuro, ma si pensa si collochi fra il 70 e il 69 a.C. ad Alessandria. Sappiamo che era figlia di Tolomeo XII, ma il nome della madre rimane pure ignoto: né è escluso che fosse una figlia illegittima.

In tutti i casi era seconda di cinque figli, e si dice fosse molto legata al padre. Nonostante fosse una femmina la sua cultura si formò nella prestigiosa biblioteca di Alessandria, e imparò qualcosa come nove lingue diverse. Era, insomma, tutt’altro che una sciocca.

Alla morte del padre, nel 51 a.C., Cleopatra era adolescente e avrebbe dovuto salire al trono d’Egitto. Ma era una donna, e dovette quindi accontentarsi di affiancare il fratello, molto più giovane di lei.

I contrasti con quest’ultimo la costrinsero, un paio d’anni dopo, a fuggire in Siria, ma non rimase inoperosa: mise insieme un esercito di mercenari per impossessarsi del potere, mentre il fratello, omonimo del padre, faceva lo stesso per muovere contro di lei.

Oltre ai conflitti interni, il regno dei due fratelli si trovò stretto nella guerra civile di Roma, poiché l’impero egizio ne era un protettorato. I contendenti in questo caso erano Pompeo Magno e Cesare, che ben conosciamo: il primo fu assassinato, e il secondo, vittorioso, entrò ad Alessandria accolto da Tolomeo.

Fu allora che Cleopatra incontrò Cesare, e quando lui si offrì di metter pace fra lei e il fratello la giovane riuscì ad incontrarlo segretamente e a tirarlo dalla sua parte (non sappiamo con quali metodi, anche se dato come andò possiamo immaginarlo). La conseguenza fu una nuova guerra civile, che però riuscì a mettere Cleopatra sul trono al fianco di Cesare. Pur tuttavia non fu semplice rimanere salda al potere, in quanto lei e il suo amante erano apertamente invisi al popolo. Dopo la morte di Tolomeo, però, la posizione dei due si consolidò, anche se affiancati da un altro fratello di lei, ancora di nome Tolomeo. Come era tradizione fratello e sorella si unirono in matrimonio, ma lei proseguiva la sua relazione con Cesare, da cui nacque un figlio. Venne chiamato Tolomeo Cesare, ma i contemporanei lo conobbero come Cesarione.

Nel 46 a.C. la coppia insieme al figlio si trasferì a Roma, dove visse fino all’assassinio di Cesare, nel 44 a.C. Dopo questo tragico evento tentò di far riconoscere il loro figlio come erede, ma non era Cesarione il solo ad ambire a tale titolo: Cesare aveva infatti un figlio adottivo, Ottaviano, in quel momento fuori dalla città ma che rientrò di corsa appena seppe dell’omicidio. Cleopatra quindi fece rientro ad Alessandria insieme al figlioletto di tre anni.

Al suo rientro in Egitto il fratello Tolomeo morì misteriosamente, e lei mise sul trono il bambino, ovviamente sotto la sua reggenza considerata la tenera età.

Come ogni regina, anche Cleopatra aveva i suoi bei problemi da affrontare nel suo regno, e tra questi le inondazioni provocate dal fiume Nilo e una terribile carestia. Questo non significa però che non avesse anche un occhio rivolto a ciò che accadeva a Roma, dove si stava disputando una nuova guerra civile. Questa volta ad affrontarsi c’erano Ottaviano, Lepido e Marco Antonio, uniti nel triumvirato, contro gli omicidi di Cesare, Bruto e Cassio. Entrambe le parti richiesero il supporto dell’Egitto, ma Cleopatra non si schierò subito: quando tuttavia si decise, mosse in aiuto del triumviro. Dopo la loro vittoria incontrò Marco Antonio, che divenne il suo nuovo amante. Per lei Marco Antonio lasciò la sua terza moglie e i figli avuti con lei, e raggiunse la sua nuova regina in Egitto.

Rimase con lei per circa un anno prima di tornare a Roma, e dopo la sua partenza Cleopatra partorì i gemelli Alessandro e Cleopatra. Nel frattempo la terza moglie era morta, e lui convolò nuovamente a nozze con Ottavia, sorellastra di Ottaviano.

Ma la relazione con la regina egizia era tutt’altro che conclusa. Nel 37 a.C. tornò in Egitto, e l’anno seguente nasceva un nuovo figlio, Tolomeo.

Non si deve credere che a Roma ciò che Marco Antonio stava facendo passasse inosservato, o incontrasse approvazione. Al contrario, le sue scelte anche politiche erano criticate e ancor più lo era quello che ufficialmente era un adulterio, essendo lui già sposato. Ottaviano quindi decise di prendere in mano la situazione e ruppe il patto con il cognato, muovendo guerra contro la coppia.

Il primo atto di Ottaviano fu quella che oggi chiameremmo una campagna denigratoria, sostenendo che il rivale fosse del tutto succube della sua compagna. Funzionò: il Senato privò Marco Antonio dei suoi titoli, e guerra fu.

La flotta di Antonio e Cleopatra venne definitivamente sconfitta ad Anzio nel 31 a.C., e lei si rifugiò nuovamente in Egitto. Antonio stava per raggiungerla quando venne falsamente informato che si era tolta la vita: si uccise allora con la propria spada.

Cleopatra era allora ancora viva, ma appena seppe della morte dell’amante decise di seguirlo (anche se è più probabile che l’abbia fatto per non consegnarsi ad Ottaviano, che stava per entrare ad Alessandria). La leggenda vuole che si sia lasciata mordere da un aspide velenoso, ma in realtà non ci sono evidenze di ciò. Il suicidio pare certo, ma non le sue modalità.

Nella storia del cinema la figura di Cleopatra ha ispirato cinema e letteratura, e la sua personificazione più famosa fu senza dubbio quella interpretata dalla magnifica Elizabeth Taylor nel 1963 nel film omonimo (Marco Antonio aveva il volto di Richard Burton).

Pare però che la vera regina d’Egitto non fosse così bella, che avesse un naso molto pronunciato e una mascella larga: si sarebbe quindi trattato, più che di reale avvenenza, di un certo fascino e carisma, che spesso conquista molto più del semplice aspetto fisico. Sembra poi che, oltre a conoscere come abbiamo detto diverse lingue, fosse intelligente e astuta, e che regnò con saggezza e lungimiranza, possedendo buone qualità politiche.

Di recente invece ha fatto molto parlare una nuova rappresentazione della regina. Il titolo è Regina Cleopatra, è una docuserie dello scorso anno ed è stata prodotta da Jada Pinkett, moglie di Will Smith. Ma perché ha fatto discutere? Ebbene, il “problema” sarebbe la scelta dell’attrice protagonista, la giovane e bella Adele James, il cui unico difetto sarebbe il colore scuro della pelle.

Occorre però dire che, per quanto ne sappiamo, la vera Cleopatra avrebbe davvero potuto essere una donna nera. Non esistono ritratti di lei, soltanto effigi sulle monete, ma sappiamo che le sue ascendenze erano greche e macedoni, e quindi… possiamo, oltre ogni ragionevole dubbio, affermare che la leggendaria regina fosse di pelle bianca? Noi crediamo di no.


Samantha Cristoforetti

Torniamo a parlare di Donne nella Storia! La protagonista di oggi è una nostra contemporanea, una scienziata, un’astronauta… e molto altro. Lei è Samantha Cristoforetti.

Nata nel 1977 a Milano, trascorse l’infanzia a Malé, in provincia di Trento, e fin da bambina coltivò la passione per la lettura e la curiosità di scoprire il più possibile.

L’anno della sua maturità era il 1996, a Trento, ma già nel 1995 aveva sperimentato un periodo di scambio culturale negli USA: questo evento la aiutò ad allargare ancora di più i suoi orizzonti.

Per prima cosa Samantha Cristoforetti si appassionò alle lingue, talento che coltiva ancora oggi. Si esprime infatti senza problemi in tedesco, francese, inglese, russo e in tempi più recenti si sta dedicando allo studio del cinese.

Ma naturalmente c’era ben altro. Nel 2001 conseguì la laurea magistrale in Ingegneria Meccanica, a Monaco di Baviera, con specializzazione in Propulsione Aerospaziale e Strutture Leggere. È del 2005 invece una seconda laurea, questa volta in Scienze Aeronautiche e conseguita a Napoli.

Forse oggi potrà sembrarci strano, ma alla metà degli anni Novanta le Forze Armate non consentivano ancora l’ingresso alle donne. Il reclutamento femminile si aprì infatti ufficialmente solo nel 1999, per la precisione il 20 ottobre: fra l’altro, l’Italia fu l’ultimo Paese NATO a farlo.

Ma perché diciamo questo, e cosa c’entra con la nostra protagonista? Ebbene, Samantha Cristoforetti entrò nelle Forze Armate appena due anni dopo, nel 2001, per l’esattezza in Aeronautica Militare. Ed era solo l’inizio.

Entrata all’Accademia Aeronautica, nel 2005 intraprese il suo addestramento nel programma Euro-NATO Joint Jet Pilot Training. Un anno dopo conquistava il brevetto di pilota militare.

A tre anni di distanza venne scelta come astronauta ESA, e nel novembre del 2010 terminò l’addestramento. Nel 2014 partiva per la sua prima missione spaziale, con il cosmodromo di Baikonur (Kazakistan) come punto di lancio. La permanenza nello spazio durò 200 giorni, e rientrò sul nostro pianeta l’11 giugno 2015.

Sarebbe oltremodo complesso, e decisamente fuori dalla portata di chi vi scrive, elencare tutti i titoli e le competenze di questa straordinaria Donna. Ci limiteremo a dire che negli ultimi anni Samantha Cristoforetti è diventata una vera icona, fonte di ispirazione per le giovani, e che ha saputo dimostrare che la scienza può anche essere piacevole e divertente. Ne sono una prova i numerosi video da lei realizzati a bordo della stazione spaziale, dove spesso ironizzava sui suoi capelli “sparati” in aria a causa dell’assenza di gravità.

Per di più, sempre nel 2015 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Al Merito della Repubblica Italiana, è tuttora ambasciatrice UNICEF e nel 2021 la Mattel le ha dedicato una Barbie speciale, naturalmente in tenuta da astronauta.

Nel 2022 Samantha è partita per una seconda missione, denominata Minerva e durata dal 27 aprile al 14 ottobre. Nel corso della stessa, a luglio era diventata la prima donna europea a condurre un’attività extraveicolare (EVA); a settembre, la prima donna in Europa a comandare la Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Superconnessa su Twitter e TikTok, AstroSamantha non ha però certamente terminato di esplorare lo spazio. A noi non resta che seguirla e aspettare di sapere quale sarà la sua prossima avventura.


Caterina de' Medici

Parliamo di Donne nella Storia! Tratteremo oggi di una principessa italiana, ma che divenne regina di Francia dopo le nozze con l'erede al trono. Lei è Caterina de' Medici.

Già le sue ascendenze erano italo-francesi: suo padre infatti era Lorenzo de’ Medici, nipote dell’omonimo Magnifico, mentre sua madre era Maddalena De La Tour d’Auvergne. Quest’ultima però morì nel darla al mondo, come accadeva spesso, mentre suo padre, forse ammalato di sifilide, morì neppure un mese dopo. Era l’aprile del 1519, e la neonata Caterina era già orfana.

Fortunatamente non le mancavano le parentele eccellenti. Al momento della sua nascita era papa Leone X, zio del padre, cui seguì Adriano VI, per un breve periodo: ma la persona che più l’aiutò fu il papa che seguì, Clemente VII, cugino di Lorenzo il Magnifico, nato Giulio de’ Medici.

La bambina si ritrovò presto in mezzo a vicissitudini guerresche, ma venne cresciuta amorevolmente dalla nonna, Alfonsina Orsini, e in seguito da due zie, Clarice de’ Medici e Maria Salviati, fra Roma e Firenze.

Il suo sesso (e le ragioni politiche) la resero ben presto un’importante pedina sulla scacchiera della politica europea, e Clemente VII riuscì a combinarle un matrimonio prestigioso: lo sposo era il futuro re di Francia, Enrico II di Valois, figlio di Francesco I.

Gli sposi erano coetanei, e nel 1533, anno delle nozze, avevano quattordici anni. La differente estrazione sociale delle due famiglie (i Medici erano considerati poco meno che borghesi, se si comparavano alla famiglia del re di Francia) lasciava perplessi i francesi, ma il re Francesco I ci vedeva comunque un’ottima occasione per cercare di mettere mano alla sua politica espansionistica in Italia.

La morte di Clemente VII, solo un anno dopo il matrimonio, interruppe l’asse diplomatico tra la Francia e la Curia Romana, ma ormai le cose erano fatte e non si tornò indietro. Quanto a Francesco I, dopo l’iniziale disappunto finì col provare simpatia per la giovanissima nuora, tanto da condurla con sé in diverse battute di caccia: e la leggenda vuole che sia stata lei ad introdurre l’uso della biancheria intima per le donne, principalmente per questo tipo di attività. In precedenza, infatti, soltanto gli uomini indossavano le mutande, e le donne “di malaffare”, le prostitute, insomma.

In generale Caterina venne accolta bene nella corte francese, anche se per molti anni non riuscì a generare un erede e il marito era molto più preso dalla sua amante, la scaltra Diana di Poitiers.

Tuttavia, se tutto fosse andato in maniera lineare suo marito Enrico non sarebbe stato destinato a diventare re. Era infatti il secondogenito, nato dopo suo fratello Francesco: ma quest’ultimo morì a diciassette anni per una polmonite fulminante causata, pare, da acqua ghiacciata bevuta dopo una partita di pallacorda. Per qualche tempo Enrico, divenuto Delfino, e Caterina furono sospettati di averlo avvelenato, ma non furono mai prodotte prove di questo. Era il 1536.

Come abbiamo detto poco sopra, Enrico aveva un’amante di lunga data, e da altre tre (Filippa Duci, Janet Stewart, Nicole de Savigny) ebbe tre figli illegittimi. Caterina invece non riusciva ad averne neppure uno, e non venne ripudiata solo per l’affetto che tutta la famiglia nutriva per lei. Nel 1544 infine, dopo un decennio di matrimonio, veniva al mondo l’atteso erede, fortunatamente un maschio, che sarebbe poi diventato Francesco II.

Lo seguirono altri nove figli, ma solo sette di questi raggiunsero l’età adulta. Per quanto Caterina fosse una madre presente e attenta, Diana di Poitiers, che aveva molto più potere a corte di quanto ne avesse lei, si intrometteva di continuo anche nella loro educazione. Alla futura regina non rimaneva che sopportare.

Nel 1547 Francesco I morì, ed Enrico con Caterina salirono al trono. Il ruolo di Diana di Poitiers si consolidò regalandole nuovi titoli ed onori, mentre la regina legittima rimaneva, almeno all’inizio, in disparte. Il re però le conferì diverse responsabilità nel corso delle sue campagne militari, e gradualmente intorno a lei si formò una piccola corte di italiani, soprattutto fiorentini, tra cui un umanista e un astrologo.

Fu proprio durante una delle sue trasferte che Enrico venne ferito alla testa, morendo dopo dieci giorni di agonia. Da allora Caterina tenne il lutto ma non in bianco, come era stato sempre costume per le regine, ma indossando per la prima volta il nero.

A succedere ad Enrico fu quindi il figlio quindicenne Francesco, un ragazzo fragile e sempre malato che più che lasciarle la reggenza le chiese quasi di subentrargli. Ma anche in questo caso il campo d’azione di Caterina era limitato, schiacciato tra i doveri di stato e l’ingombrante presenza dei Guisa. Erano questi parenti acquisiti, in quanto il giovane re aveva sposato Maria Stuarda, regina di Scozia, che abbiamo già incontrato su queste pagine.

In ogni caso, il regno di Francesco II durò appena un anno, e il ragazzo morì di infezione alle vie respiratorie, aggravata da un ascesso cerebrale. I Guisa, insieme a Maria, lasciarono la Francia per fare rientro in Scozia e a succedere al fratello fu il futuro Carlo IX, di appena dieci anni. Questa volta Caterina assunse pienamente la reggenza senza intromissioni esterne.

Fra il 1560 e il 1570 la regina fu impegnata da ben tre guerre civili, causate principalmente da contrasti religiosi tra la fazione dei cattolici e quella degli ugonotti. Caterina cercò di ripristinare un certo ordine, anche pubblico, concedendo più libertà a questi ultimi. Non funzionò benissimo.

Ma Caterina aveva anche dei figli, e tra questi alcune femmine, che necessitavano di essere “sistemate”. La prima, Elisabetta, sposò il re di Spagna Filippo II, al quale non riuscì a dare l’erede maschio; la seconda, Claudia, andò in moglie a Carlo III di Lorena, dandogli nove figli. La più giovane, Margherita, fu probabilmente la più celebre e ne parleremo anche qui, in quanto sposò Enrico IV di Francia, a capo fra l’altro della fazione ugonotta. Né il discorso sarebbe cambiato per i maschi, ma solo Carlo si sposò, con Elisabetta d’Asburgo, ed ebbe solo una femmina morta bambina.

I disordini religiosi giunsero al culmine in quella che in seguito venne ricordata come la Notte di San Bartolomeo, l’assassinio di migliaia di ugonotti a Parigi. Era la notte fra il 24 e il 25 agosto 1572, e anche in seguito si continuò a pensare che Caterina fosse coinvolta nella faccenda, se non addirittura che fosse stata lei ad orchestrarla. Soltanto molto tempo dopo, come sempre accade, la sua memoria venne riabilitata e la si ricordò principalmente per il suo fermo carattere e il suo pragmatismo.

Anche suo figlio Carlo morì prematuramente, a ventiquattro anni nel 1574, e al trono salì il fratello minore, Enrico III. In questo momento il personaggio di Caterina aveva già assunto le tinte fosche che le sarebbero aleggiate intorno nei secoli successivi, accusata di avere intorno a sé una sorta di cerchio demoniaco, addirittura tacciata di essere una strega e di praticare l’occulto.

Se tutto questo già non fosse bastato, si aprì la questione della successione dinastica. Enrico III aveva sposato Luisa di Lorena Vaudémont, ed ebbe diverse amanti, ma da nessuna di queste donne ebbe figli. Suo fratello minore, Francesco, ebbe parimenti molte avventure, ma nemmeno lui ebbe discendenza. La dinastia dei Valois si stava dunque estinguendo, e l’unico possibile erede era uno dei generi di Caterina, Enrico IV di Francia, sposo di sua figlia Margherita… che non era cattolico, bensì protestante. Il malcontento della fazione avversaria portò ad una nuova guerra religiosa, durata ben tredici anni.

Caterina de’ Medici morì nel 1589, dopo l’assassinio dei Guisa, ordinato dal figlio Enrico. Aveva 69 anni e non fece in tempo, fortunatamente, ad assistere all’omicidio dello stesso Enrico, avvenuto appena otto mesi dopo.

I tentativi di riunire le diverse fedi religiose di Caterina ottennero infine i risultati sperati alcuni anni dopo, ad opera proprio del genero, che con l’Editto di Nantes del 1598 pose fine in ogni senso alle guerre di religione.

Come spesso accade quando si parla di Donne di potere, la figura di Caterina de’ Medici è ancora oggi molto controversa, ma nuovi studi e ricerche hanno potuto quasi del tutto riabilitarla. Si tratta, insomma, di un personaggio che merita un’analisi più approfondita, e speriamo con questo di avervi incuriositi a conoscerla meglio.


Harriet Tubman

Parliamo di nuovo di Donne nella Storia! La protagonista di oggi è una delle Donne di maggiore spicco della cultura afroamericana. Lei è Harriet Tubman.

Nacque in una data imprecisata tra il 1822 e il 1825 con il nome di Araminta Ross, ed era già schiava. Viveva nel Maryland, nella contea di Dorchester, insieme alla numerosa famiglia: aveva infatti ben otto fratelli, e tre di loro erano stati venduti dal proprietario della fattoria dove lavoravano, Edward Brodess. Araminta non sfuggì a quel destino e, nonostante le resistenze della madre (era lei a chiamarsi Harriet, e la ragazza assunse il suo nome una volta libera) venne ceduta e iniziò a occuparsi di un bambino come tata a tempo pieno. Ma il suo desiderio più grande era la ribellione, e questo la portò a tentare diverse volte la fuga, sempre senza successo. Mandata a lavorare in una piantagione, si ammalò e il nuovo proprietario la rimandò a Brodess, dove ancora viveva la madre.

Nel 1844 sposò un altro schiavo, John Tubman, e decisero insieme di non avere figli, in quanto i loro eredi si sarebbero ritrovati subito schiavi a loro volta.

Alla morte di Brodess, la moglie si trovò a far fronte ai debiti che aveva lasciato e fu quindi costretta a vendere tutti i suoi schiavi. Araminta non aveva intenzione di farsi di nuovo valutare e vendere come una mucca, e decise di tentare nuovamente la fuga. Questa volta ci riuscì, grazie all’aiuto della rete clandestina Underground Railroad, che si occupava proprio di aiutare gli schiavi in fuga come lei. Raggiunta in tal modo la Pennsylvania, tenne il cognome del marito e prese il nome della madre. Fu allora che divenne a tutti gli effetti Harriet Tubman.

Per prima cosa, la donna si unì all’associazione che tanto l’aveva supportata, ma aveva ancora un pensiero fisso: la sua famiglia era ancora in schiavitù, e se lei adesso era libera, era del tutto coerente che anche loro dovessero essere liberi.

Le prime persone care che riuscì a portare in salvo furono la nipote e i suoi figli, pronti per essere venduti all’asta. Successivamente cercò di rintracciare il marito, solo per ritrovarlo… sposato con un’altra. Ma era solo l’inizio, riuscì a salvare alcuni dei fratelli con le famiglie, e allo stesso tempo scoprì che il padre faceva parte di un’altra organizzazione simile. Poté così prendere con sé anche i genitori.

Quando nel 1861 scoppiò la Guerra di Secessione, Harriet Tubman vi prese attivamente parte come infermiera, esploratrice, spia: e due anni dopo si mise a capo di una spedizione armata diretta in Carolina del Sud. Ne ritornò vittoriosa, con ben 750 schiavi ormai liberi.

Nel 1908, con i suoi seppur modesti mezzi, riuscì a realizzare un suo progetto, la Harriet Tubman Home, una struttura creata appositamente per le persone anziane, come ormai era anche lei.

In una vita tanto impegnata trovò anche il tempo di risposarsi, con Nelson Charles Davis, veterano dell’esercito. Insieme i due adottarono una bambina di nome Gertie. Il secondo marito morì però molto prima di lei, nel 1888, a causa della tubercolosi.

Anche gli ultimi anni della vita di Harriet Tubman furono spese per cause nobili. Dopo aver incontrato l’attivista e abolizionista Susan B. Antony, abbracciò con lei la causa del suffragio universale, convinta che dovesse essere esteso sia alle donne che ai neri.

Harriet Tubman lasciò questo mondo nel 1913, con accanto la sua grande famiglia che aveva accudito e salvato tanto tempo prima. Oggi, rimane una delle figure più iconiche per le donne in generale, ma in particolare per le afroamericane, come evidenziato anche dall’attrice Viola Davis nel 2015, al conferimento dell’Emmy come migliore attrice (la serie tv era How to get away with a murder, terminata nel maggio del 2020). Con l’occasione la Davis aveva manifestato la sua intenzione di dedicarle un film biografico che aveva in mente di realizzare: il progetto venne compiuto infine non da lei, ma dalla Perfect World Pictures nel 2019. Il film, intitolato semplicemente Harriet, vide la parte della protagonista ricoperta da Cynthia Erivo, che l’anno successivo meritò per questo il Premio Oscar e il Golden Globe come Migliore Attrice. E senza dubbio anche a lei piaceva pensare che si trattasse di una sorta di riconoscimento anche per lei, Harriet Tubman, una Donna di cui ancora troppo poco si parla.


Isabella d'Este

Torniamo a parlare di Donne nella Storia! Di lei abbiamo accennato all’inizio di questo mese, occupandoci della famiglia Este. Parleremo dunque della primadonna del Rinascimento: Isabella d’Este!

Nacque nel 1474 a Ferrara, prima figlia del duca Ercole I e di Eleonora d’Aragona, principessa figlia del re di Napoli. Dopo di lei vennero al mondo altri cinque tra fratelli e sorelle, e altri tre illegittimi del padre, i primi con Ludovica Condolmieri e il più piccolo (il don Giulio che abbiamo già incontrato) con Isabella Arduino.

Isabella d’Este si dimostrò fin da subito personcina di carattere, e i suoi studi furono eccellenti: letteratura, teologia, filosofia, ma anche più “frivoli”, come la musica, la danza, il canto e l’arte in generale.

Aveva appena sei anni quando si delinearono per lei piani matrimoniali. In un primo momento era stato Ludovico il Moro a chiedere la sua mano, ma gli accordi erano saltati e lui si era “accontentato” della sorella minore, Beatrice. Delineeremo meglio anche questo personaggio in un articolo dedicato a lei.

Ma Isabella, dunque? Per fortuna i pretendenti non mancavano. Ragioni sentimentali e accordi di convenienza fecero il resto, e presto la giovane si ritrovò fidanzata ad un altro “buon partito”: Francesco Gonzaga, di qualche anno maggiore di lei, erede del marchesato di Mantova.

La coppia si sposò nel febbraio 1490, e in quel momento Francesco era marchese già da ben sei anni, dopo la morte del padre. Non possiamo naturalmente sapere se i sentimenti di Isabella per il marito fossero sempre così puri e autentici, ma di sicuro era estremamente gelosa di lui, tanto da mettere in scena vere e proprie sfuriate. E certo il comportamento di lui, perennemente infedele, non aiutava, tanto che finì con l’ammalarsi di sifilide (malfrancese, si diceva all’epoca) che lo portò poi alla morte.

Ma Francesco Gonzaga era soprattutto un soldato, e Isabella rimaneva spesso sola a Mantova. Si consolava allora con la piacevole compagnia della cognata, sorella di Francesco, Elisabetta Gonzaga duchessa di Urbino (sposa di Guidobaldo da Montefeltro): le due donne facevano insieme molte gite e visitavano chiese, ville e palazzi.

La vita matrimoniale non le impediva comunque di mantenere i contatti con la famiglia in cui era nata. Figlia prediletta del padre, tornava spesso a Ferrara e si teneva informata, da brava sorella maggiore, su ogni cosa che riguardasse i fratelli. Fu presente alle nozze di Beatrice e ad entrambe quelle di Alfonso (le prime con Anna Sforza, le seconde con Lucrezia Borgia, come ben sappiamo), e aveva uno speciale debole per don Giulio, il più giovane dei fratelli “bastardi”. Si schierò infatti senza esitare dalla sua parte quando egli subì l’aggressione e il ferimento agli occhi ad opera del fratellastro Ippolito.

Nel poco tempo che i viaggi di Isabella e le battaglie di Francesco lasciavano libero, la coppia riuscì anche ad avere qualche figlio. In totale ne nacquero sei, e la prima fu Eleonora, nel 1493: il suo nome era un omaggio alla nonna materna, scomparsa da appena due mesi. La nascita successiva di Margherita, tre anni dopo, causò il disappunto di Isabella, che avrebbe desiderato l’erede maschio: ma la piccola visse solo pochi mesi, e la sua morte gettò la madre nel più profondo dolore. Un altro lutto, la perdita della sorella Beatrice, la colpì solo pochi mesi più tardi.

Nel 1500 infine la nascita del maschio, Federico, venuto al mondo nel giorno del suo compleanno, che un giorno avrebbe governato al posto del padre.

I Borgia erano già da tempo una temibile realtà per l’Italia, ma Isabella aveva fatto la conoscenza di Cesare, al quale aveva chiesto addirittura di fare da padrino al piccolo Federico. Riteneva infatti che fosse meglio prenderli come alleati, non come nemici, e a questo scopo cercò, senza successo, di combinare future nozze tra suo figlio e la figlia bambina di Cesare, Luisa, avuta dalla principessa francese Charlotte d’Albret.

Ma un’altra Borgia stava per fare il suo ingresso nella vita di Isabella e nella dinastia estense: Lucrezia, naturalmente, che nel 1502 entrava a Ferrara come futura duchessa e portava con sé il suo ingombrante e oscuro passato. Le due gentildonne erano troppo illustri per scontrarsi apertamente, ma il loro rapporto non decollò mai, rimanendo sempre freddo e appena cortese. Erano effettivamente troppo diverse per poter essere amiche: e di certo l’avvicinamento di Francesco Gonzaga alla nuova cognata non migliorò le cose.

Isabella però aveva altro per la testa. Quando il marito era via per le sue campagne militari affidava a lei la guida del marchesato: e poteva pur essere che non la apprezzasse in molte cose, ma aveva sicuramente piena fiducia in lei, nella sua intelligenza e nel suo ingegno politico. Spesso le loro diversità di vedute li portavano a scontri anche accesi, ma nella maggior parte dei casi Francesco si trovava costretto a darle ragione.

Isabella dimostrò il suo fine ingegno politico in un’altra importante occasione. Francesco militava sotto il regno di Francia, e la Repubblica di Venezia gli era quindi nemica. Nel 1503 papa Alessandro VI, padre di Lucrezia, era morto, e pochi mesi dopo venne eletto Giulio II, al secolo Giuliano Della Rovere. Nel 1509 Francesco Gonzaga venne catturato dai veneziani, e Isabella si vide recapitata una richiesta difficile per una madre: dare in ostaggio il figlio Federico, mandandolo a Venezia in cambio della liberazione del padre. Il Gonzaga si disse d’accordo, lei invece oppose un categorico e ovvio rifiuto, così Giulio II intervenne rilanciando l’offerta: avrebbe preso con sé il bambino in Vaticano, e Francesco avrebbe potuto tornare a Mantova. Poiché Isabella si impuntava e non voleva cedere, occorsero diversi mesi prima di giungere ad una conclusione. Federico partì per Roma e Francesco, libero, per il suo marchesato. Il bambino sarebbe tornato dalla madre solo tre anni dopo, alla morte del pontefice, dopo una prigionia niente affatto insopportabile, anzi accudito e vezzeggiato da tutti.

Francesco Gonzaga infine si arrese alla sifilide nel 1519, e Isabella assunse la reggenza per il figlio fino al compimento del suo ventiduesimo anno di età. Nel frattempo però si dava da fare anche per gli altri figli, cercando favori e combinando matrimoni.

I suoi rapporti col figlio Federico non erano facili, ma Isabella continuò ad occuparsi di politica, a viaggiare e ad intessere relazioni. Riuscì perfino a salvarsi dal Sacco di Roma del 1527, e venne catturata dai pirati mentre tornava a Mantova (salvata previo pagamento di un riscatto). Niente di tutto questo però la scompose davvero.

Isabella d’Este visse tanto da veder “sistemati” tutti i figli e da assistere alla nascita nel 1533 del primo nipote legittimo, Francesco, figlio di Federico e di Margherita del Monferrato.

Isabella coltivò fino all’ultimo la sua passione per l’arte. Possedette una vasta collezione di dipinti, e intrattenne relazioni e corrispondenza con letterati del calibro di Ludovico Ariosto, Pietro Bembo e Baldassarre Castiglione, oltre che artisti come Raffaello e Tiziano. Di quest’ultimo è il ritratto più conosciuto di Isabella, che troverete come immagine all’inizio di questo articolo.

Isabella d’Este lasciava il mondo nel 1539, a 65 anni, e poco più di un anno dopo anche il figlio la raggiungeva, come il padre a causa della sifilide. Con la sua scomparsa, l’Italia e il Rinascimento perdevano la loro vera e unica primadonna.


Hedy Lamarr

Torniamo a parlare di Donne nella Storia! Il personaggio di oggi è molto particolare, poiché non fu soltanto una brava attrice e una splendida Donna, ma anche una arguta inventrice. Lei è Hedy Lamarr.

Nacque Hedwig Eva Maria Kiesler nel novembre del 1914 a Vienna, figlia di un direttore di banca e di un’ex pianista. Lo spettacolo era dunque già nei suoi geni, ma non era scontato che avesse anche una mente decisamente brillante.

I suoi risultati a scuola lasciavano comprendere che le facoltà di riuscire non le mancassero, ma Hedy era anche estremamente vanitosa e in giovane età aveva deciso che avrebbe fatto l’attrice.

I suoi genitori avrebbero preferito che proseguisse gli studi per coltivare il suo intelletto, ma lei invece riuscì a convincerli ad iscriverla alla scuola del regista Max Reinhardt. I suoi primi ruoli furono quasi sempre piccoli, e principalmente in produzioni cecoslovacche e tedesche. Questo almeno fino al 1932, quando Hedwig Kiesler ottenne la sua prima parte da protagonista nel film cecoslovacco Estasi, diretto dal regista Gustav Machaty. E forse questa pellicola non sarebbe neanche stata degna di nota, se non avesse contenuto il primo nudo integrale femminile che si fosse mai realizzato su un set non pornografico. Quello di Hedy, appunto.

Questa fu la consacrazione definitiva per lei nel mondo del cinema, ma già un anno dopo annunciava il ritiro dalle scene e allo stesso tempo le nozze con il magnate dell’industria delle armi Fritz Mandl.

Ricordiamo che ci troviamo negli anni Trenta, e l’Europa entro pochi anni avrebbe conosciuto nuovamente gli orrori della guerra oltre che del nazismo e del fascismo. Il rapporto fra Hedy e suo marito non andava bene e il matrimonio era tutt’altro che riuscito: lui non aveva alcuna coscienza dell’intelligenza della giovane, era geloso di lei in maniera morbosa e la considerava poco meno di un trofeo. Lui aveva relazioni importanti, e tra i suoi contatti c’era anche Mussolini, che insieme a Hitler si ritrovò spesso alle feste che Mandl organizzava nella loro casa. Hedy Lamarr era annoiata e stufa, così riprese in mano gli studi che aveva abbandonato tempo prima. Allo stesso tempo approfittò delle situazioni a cui il marito la costringeva ad assistere per carpire informazioni utili, mentre progettava la fuga.

Riuscì nel suo intento nel 1937, travestita da cameriera. Raggiunse Parigi e fece annullare il matrimonio, quindi partì per Londra. Qui trovò posto su un transatlantico diretto verso gli Stati Uniti, e fece la conoscenza del produttore cinematografico Louis B. Mayer. Lui rimase tanto colpito dalla sua straordinaria bellezza da offrirle un lavoro, a condizione però che cambiasse nome, in modo da ripartire da zero. E così Hedwig Kiesler divenne definitivamente Hedy Lamarr, firmando un contratto con la Metro Goldwin Mayer.

La sua carriera riprese da capo, ma nel frattempo in Europa scoppiava la Seconda Guerra Mondiale. Hedy Lamarr era desiderosa di fare qualcosa per essere utile, avendo ancora con sé tutte le informazioni che aveva saputo ottenere nel corso del suo sfortunato matrimonio. La sua idea era di offrire all’esercito americano un sistema che potesse aiutarlo a guidare la sua offensiva, perché i segnali radio dei loro siluri erano fin troppo facili da intercettare. Con l’aiuto di un amico, il musicista e compositore George Antheil, si mise quindi all’opera e, ispirati in parte dalla musica, i due realizzarono un sistema di rilevamento di siluri radiocomandati, capace di interrompere i segnali di trasmissione tra le frequenze dello spettro magnetico. Venne chiamato Secret Communication System, e il brevetto porta la data dell’11 agosto 1942.

Com’era ovvio, però, un simile sistema studiato da una donna (e un’attrice, per giunta!) e da uno strano musicista non venne neppure preso in considerazione, e Hedy, per quanto delusa, decise di lasciare da parte l’intera operazione. Sarebbero trascorsi vent’anni prima che la sua tecnologia venisse ripresa, e questo accadde nel 1962, nel corso della crisi dei missili di Cuba. Ma non soltanto: questo sistema lo utilizziamo in parte ancora oggi, perché si tratta dell’antenato del 3G, del Bluetooth e del Wi-Fi.

Torniamo però a Hedy Lamarr la Donna. In totale si sposò sei volte, seguite da divorzi e strascichi legali importanti, e la sua carriera da attrice cominciò a declinare. Cadde vittima di una dipendenza dai farmaci e di un’ossessione per la chirurgia estetica, e divenne cleptomane, il che le costò alcuni arresti.

Negli anni Sessanta volle pubblicare una sua biografia, e si affidò alla Casa Editrice Bartholomew House. Vennero arruolati due scrittori, e il risultato fu un libro che lei giudicò “falso e volgare”, in quanto incentrato più che altro sulla sua bellezza e sulla sua vita sessuale. Per questo motivo entrò in causa con la Casa Editrice.

Per i riconoscimenti per la sua invenzione dovette aspettare il 1997, quando le venne conferito il Pioneer Award, seguito da altri premi. Al primo il suo commento furono due parole, decisamente rassegnate: “Era ora”.

A questo punto ormai tutto il mondo sapeva che Hedy Lamarr era molto più di una bellissima donna, ma… per lei era troppo tardi. Sarebbe mancata nel gennaio del 2000 per complicazioni cardiache, negli Stati Uniti. Aveva ottantacinque anni ed era sola, con i tre figli ognuno alle prese con la propria vita, immersa nei ricordi e nei rimpianti.

Chiese di venir cremata, e che le sue ceneri venissero riportate a Vienna e sparse nei boschi in cui era cresciuta. In suo onore, in Austria il 9 novembre, giorno della sua nascita, ricorre la Giornata dell’Inventore.


Diana Spencer

Torniamo a parlare di Donne nella Storia! Il personaggio di oggi è stata senza dubbio uno dei maggiori protagonisti della Storia moderna, o almeno dell’ultimo trentennio. Parleremo di Diana Spencer, meglio nota come Lady Di.

Lady Diana Spencer nacque nel 1961 a Sandringham, nel Norfolk, quarta di cinque figli. Dopo il divorzio dei genitori, John Spencer e Frances Roche, crebbe insieme al padre: la sua famiglia era una delle più antiche ed influenti del Regno Unito, e non è un caso se andando indietro nelle generazioni è possibile incontrare altre sue omonime, almeno quattro o cinque Diana Spencer in diverse epoche.

Già dai primi anni di scuola si capiva che non era portatissima per lo studio: in compenso amava la musica e la danza, suonava il pianoforte e amava nuotare. Inoltre, dimostrò sin da subito spiccate tendenze generose e altruistiche, che avrebbe poi mostrato negli anni del suo difficile matrimonio e che le sarebbero valse l’amore dei sudditi. Amava molto anche i bambini e per diversi periodi da adolescente lavorò con loro, come assistente di un asilo e come bambinaia.

Aveva sedici anni, nel 1977, quando nel corso di una battuta di caccia incontrò l’allora erede al trono, Carlo (oggi Carlo III d’Inghilterra, come ben sappiamo). Lui era molto più grande, aveva già ventinove anni ed era ancora scapolo, anche se stava frequentando la sorella maggiore di Diana, Sarah. La relazione non funzionò e Carlo spostò la sua attenzione su Diana, che ebbe occasione di incontrare nuovamente nel 1980.

Il fidanzamento fu annunciato nel 1981, e a luglio si svolsero le nozze. Fin dai primi tempi della frequentazione Diana si ritrovò assediata dalla stampa, e non avrebbe probabilmente potuto immaginare che l’incessante curiosità avrebbe messo a rischio anche la sua vita, tanti anni dopo.

Era dunque il 29 luglio 1981, nella cattedrale di St. Paul, alla presenza di 2000 invitati che si celebrò il matrimonio. Tra questi figuravano diversi esponenti di altre famiglie reali, oltre a politici e diplomatici di molti Paesi. Anche chi era bambino all’epoca ricorderà il matrimonio da favola, l’abito meraviglioso della principessa, il tutto trasmesso in mondovisione e seguito da 750 milioni di persone: 600.000 erano invece quelle scese in strada per manifestare la loro gioia per il lieto evento.

Il primo figlio della coppia reale, William, nacque l’anno successivo, e secondo il volere di Diana venne al mondo al St. Mary’s Hospital e non nel palazzo di Westminster, come avrebbe voluto la tradizione.

Del 1984 è invece l’arrivo del secondo figlio, Harry, e fin dai primi anni Diana fu una madre presente (quanto le era possibile, e gli impegni di corte le lasciavano spazio) e occupata a definire personalmente ogni aspetto delle vite dei figli.

È di questo periodo l’inizio del suo impegno umanitario, per diverse cause: fu madrina, ad esempio, della campagna di sensibilizzazione per l’AIDS, e prestò il proprio volto per la campagna sulle mine anti-uomo. Uno dei suoi viaggi più celebri la portò in India, dove incontrò Madre Teresa di Calcutta: da allora le due donne furono molto legate, fino alla morte della principessa. Per uno strano scherzo del destino, entrambe lasciarono questo mondo nello stesso anno, ad una settimana di distanza l’una dall’altra.

Con tutto quello che abbiamo visto, appare comprensibile come le persone l’amassero e la chiamassero “la principessa del popolo”. Tuttavia, la sua vita privata non era altrettanto felice e la stampa non si faceva scrupolo di cercare e mettere in piazza ogni difficoltà, dai suoi disturbi alimentari sino ai problemi coniugali. Né mancavano le voci sulle reciproche infedeltà: in una scottante intervista alla BBC (ma anni dopo emerse che la principessa era stata indotta a dire certe cose) ammise di aver avuto un amante, ma allo stesso tempo accusò Carlo dello stesso “crimine”. Pare che sia di questo periodo, infatti, l’inizio della relazione del futuro re con Camilla Shand, anche lei sposata, oggi regina e sua seconda moglie.

Nel 1996, dunque, la favola terminava e i due si separarono ufficialmente, e possiamo immaginare con quale disappunto della regina Elisabetta. In seguito Diana ebbe altre relazioni, e nell’agosto del 1997 frequentava ufficialmente Dodi Al-Fayed, imprenditore egiziano.

Anche se Diana non era più parte della famiglia reale, non per questo i media avevano smesso di interessarsi a lei: al contrario, ogni scoop che la riguardasse valeva oro. Così la notte del 31 agosto 1997, a Parigi, saliva in auto con il compagno e alcuni paparazzi, che non aspettavano altro, si lanciarono al loro inseguimento. La corsa si fermò, come ben sappiamo, all’interno del Tunnel dell’Alma, apparentemente a causa di un errore dell’autista, che avrebbe perso il controllo dell’auto proprio per sfuggire agli inseguitori. L’autista, Henri Paul, non avrebbe però potuto spiegarlo, poiché anche lui, come Dodi, morì sul colpo. Diana era invece ancora viva all’arrivo dei soccorsi: numerosi tentativi di salvarle la vita furono inutili, e la principessa morì alle quattro del mattino, due ore dopo l’arrivo in ospedale. La guardia del corpo di lei, Trevor Rees-Jones, rimase in coma per dieci giorni prima di risvegliarsi, ma senza alcun ricordo dell’accaduto.

La notizia scosse profondamente il Regno Unito, ma anche il resto del mondo. Ancora oggi esistono tesi complottistiche, portate avanti principalmente dal padre di Dodi, Mohamed Al-Fayed, che sostengono i due siano stati assassinati dai servizi segreti inglesi istruiti in proposito da Carlo o dalla regina Elisabetta. Nessuna di queste ipotesi è mai stata provata: ciò che è certo è che la morte della principessa fu un duro colpo anche per la monarchia, ed Elisabetta, che in un primo momento non aveva voluto commentare l’accaduto, si vide costretta a registrare un messaggio di cordoglio per l’ex nuora.

Come abbiamo detto, Diana non faceva più parte della famiglia reale. Questo implicava anche il fatto che non avesse diritto ad un funerale pubblico, ma a semplici esequie private. Anche in questo caso però Elisabetta si sentì obbligata, per non andare contro il volere dei suoi sudditi (e compromettere la sua popolarità), a concedere la prima opzione. E certo ricorderemo tutti, anche questo caso in mondovisione, la triste passerella di Carlo con al fianco i due figli, William di quindici anni e Harry di tredici.

Recentemente proprio Harry è tornato a parlare di quel periodo, esternando il suo rimorso per non avere trascorso più tempo con la madre e svelando i propri insoluti, a causa dei quali aveva dovuto ricorrere ad una terapia psicologica. E ampio spazio alla madre e alla tragedia che l’ha colpita è stato dato anche nel suo libro, pubblicato lo scorso anno dal titolo Spare (“il minore”).

Molti anni sono trascorsi dalla tragica scomparsa della principessa triste. Ciò che resta di lei è tutto l’amore che ha seminato nel corso della sua vita, e le importanti battaglie da lei condotte. Se invece dovesse capitarvi di trovarvi a Parigi, chi vi scrive consiglia di recarvi sopra il Ponte dell’Alma: qui, in quella che dal 2019 si chiama Place Diana, è possibile visitare la Fiamma della Libertà, divenuta memoriale per la principessa. Se avete amato Diana e avete desiderio di pensare a lei, questo sarà sicuramente il posto giusto e merita almeno una visita.


Rosalind Franklin

Torniamo a parlare di Donne nella Storia! Era da un po’ che non avevamo come protagonista una scienziata, quindi rimediamo subito: parliamo di Rosalind Franklin.

Nacque a Londra nel 1920, in una famiglia borghese ebrea. Dimostrò fin dai primi anni un’intelligenza non comune, e anche per questo decise presto quale sarebbe stata la sua strada: sarebbe diventata una Donna di scienza.

In un primo momento si dedicò, nonostante la contrarietà del padre, alle scienze naturali, iscrivendosi a questo scopo all’Università di Cambridge, facoltà di Chimica e Fisica. Il suo dottorato, conseguito nel 1945, aveva come riferimento lo studio della porosità del carbone.

Già l’anno successivo intraprendeva il suo primo lavoro, a Parigi, al Laboratoire Central de Services Chimiques de l’Etat. Qui conobbe il cristallografo Jacques Mering, e da lui imparò ogni segreto sulla tecnica dei Raggi X.

Nel 1951 tornò nel Regno Unito, e prese impiego al King’s College di Londra, unità di biofisica. Qui si stava appena cominciando a fare ricerche su quello che oggi chiamiamo DNA, ma che all’epoca non era ancora stato scoperto e non aveva questo nome.

Il direttore del King’s College, John Randall, sfruttò proprio le competenze di Rosalind Franklin per continuare a studiare la struttura del DNA, ma fu lei, insieme ad un allievo di nome Raymond Gosling, a scattarne la prima fotografia conosciuta tramite una macchina da lei perfezionata proprio a questo scopo. La foto venne ribattezzata Fotografia 51, e aveva richiesto almeno 100 ore di esposizione ai Raggi X.

La scoperta, dunque, poteva e doveva essere attribuita a lei e lei soltanto. Ma non andò così: c’erano infatti altri scienziati che stavano lavorando alla stessa materia, e uno di loro, il biologo James Watson, si impossessò di fatto della Fotografia 51 senza prima avvertirla, spacciandola per propria.

Ora, dobbiamo sapere che Rosalind Franklin non amava i conflitti e non desiderava rivaleggiare con nessuno, le interessava soltanto il bene della scienza, alla quale aveva votato la sua vita. Per questa ragione, quando Watson e il suo collega Francis Crick utilizzarono la sua foto come fondamento per la loro ricerca, asserendo che fosse tutta farina del loro sacco, lei non li contraddisse né cercò lo scontro. Ma al danno del furto si aggiunse anche la beffa, in quanto le venne addirittura proibito di continuare a lavorare sul DNA, forse per timore che un bel giorno volesse rivendicare la maternità delle prove.

Costretta quindi a dedicarsi ad altro, decise di lasciare il King’s College dove non era apprezzata come meritava e si spostò al Birkbeck College, sempre a Londra. Si dedicò allo studio dei virus della poliomielite, e anche qui diede il suo apporto fondamentale, riuscendo a scoprirne la struttura. I suoi studi furono decisivi per la cura di questa malattia.

Possiamo però dire che la stessa scoperta che avrebbe dovuto renderla famosa finì invece con l’ucciderla. Perché nel 1956 Rosalind Franklin scoprì di avere un tumore alle ovaie, ed è altamente probabile che c’entrassero le prolungate esposizioni ai Raggi X. Morì il 16 aprile di due anni dopo, quando ne aveva appena trentasette: nel 1962 gli scienziati che l’avevano così ignobilmente scavalcata vinsero addirittura il Nobel per una scoperta che non gli apparteneva, e tutto senza neppure dare menzione del suo apporto, fingendo di fatto che lei non fosse mai esistita.

Ma allora, vi chiederete, come facciamo a sapere tutte queste cose, se sono state tanto bene insabbiate? Ebbene, fu proprio uno dei suoi colleghi a rivelarlo in un libro edito nel 1968, ma usando parole ben poco lusinghiere per la scienziata (e la Donna) alla quale doveva il suo successo. E pare che non ritrattò mai tali parole, né si scusò per averle espresse.

Rosalind Franklin dunque è uno dei casi, ma purtroppo non l’unico (ne vedremo altri, nel corso del nostro viaggio) di Donne messe in ombra da colleghi uomini che, non riuscendo a raggiungere un risultato con le loro sole forze, non avevano visto di meglio che rubare idee altrui facendole proprie. Temendo, probabilmente, che non sarebbero stati considerati abbastanza intelligenti o abbastanza capaci se avessero ammesso di essere stati surclassati da una Donna.


Maria Stuarda

Eccoci ad un nuovo appuntamento con le Donne nella Storia! In precedenza ci siamo occupati di diverse Donne bistrattate dalla Storia: pensiamo ad esempio a Lucrezia Borgia, o a Maria Antonietta. Sono dunque una buona compagnia per la protagonista di oggi: Maria Stuarda, infelice regina di Scozia.

Nacque nel dicembre del 1543 da Giacomo V di Scozia e dalla sua seconda moglie, Maria di Guisa. L’abbiamo già incontrata qualche tempo fa, parlando di Elisabetta I: le due erano infatti cugine, in quanto la madre di Maria, Margaret, era sorella del padre di Elisabetta, Enrico VIII. Si trovavano quindi ad essere entrambe nell’asse dinastico, anche se dopo la decapitazione della madre Anna Bolena Elisabetta era stata dichiarata illegittima e perciò fuori dai “giochi”.

Il padre di Maria, re Giacomo, morì appena una settimana dopo la sua nascita, ed essendo lei l’unica erede, anche se femmina, a pochi giorni di vita divenne regina di Scozia. Essendo appena una neonata necessitava di una reggenza, e questa fu affidata dapprima a James Hamilton e qualche anno dopo alla di lei madre, Maria di Guisa. La piccola sarebbe stata destinata come sposa al cugino, fratellastro di Elisabetta, Edoardo: ma non appena subentrata la madre il suo primo atto fu proprio quello di rompere il fidanzamento. Da questo sgarbo ebbe inizio una guerra tra Inghilterra e Scozia che passò alla storia come “il brutale corteggiamento”.

Se però la Scozia ne uscì sconfitta, il fidanzamento non venne ripreso in considerazione e Maria di Guisa pensò soltanto a mettere al sicuro la figlia. La mandò quindi in Francia, con l’intesa che sposasse l’erede al trono, il futuro Francesco II.

Il matrimonio ebbe effettivamente luogo nel 1558, e dopo la morte di Maria Tudor, seconda in linea di successione al trono inglese, Maria Stuarda si ritrovò direttamente alle spalle della cugina Elisabetta, che era ancora la prima. Tale situazione veniva però contestata da più fronti: come abbiamo già visto parlando di Elisabetta I, le due cugine erano di fede religiosa differente, e l’Inghilterra stava prendendo definitivamente una deriva protestante. La parte cattolica, quindi, avrebbe preferito che sul trono inglese sedesse Maria, piuttosto che Elisabetta.

Maria Stuarda rimase vedova molto presto, a diciotto anni appena. La situazione in suolo francese si fece difficile per la ragazza, e così la suocera, Caterina de’ Medici, le consigliò di ritornare in Scozia per prendersi cura del suo popolo. Anche qui però stavano avvenendo grandi sconvolgimenti: la Scozia cattolica stava gradualmente convertendosi in presbiteriana, sotto l’influenza di John Knox. Se però questo personaggio pensava di spaventarla, inducendola a non tornare, aveva fatto male i suoi conti: Maria Stuarda rimpatriò e sedette sul suo legittimo trono.

Una regina, lo sappiamo bene, necessita di un re, quantomeno per poter avere un erede. Maria quindi si diede da fare per cercare un secondo marito, e lo trovò nella persona del cugino, Henry Stuart, lord Darnley. Per contrarre queste nozze non aveva però chiesto il permesso ad Elisabetta, e questo inasprì i rapporti fra le due cugine.

L’erede sospirato comunque arrivò: il futuro Giacomo VI nacque nel 1566, ma la felicità della piccola famiglia non durò a lungo. Circa un anno dopo, infatti, Henry venne assassinato, ma non è chiaro se Maria fosse a conoscenza o addirittura avesse ordito lei il complotto. Ciò che è certo, è che il dubbio si insinuò un po’ dappertutto, tanto da danneggiare la sua reputazione.

Per di più, nell’aprile dello stesso anno Maria si sposò per la terza volta, e proprio con il presunto responsabile della morte di Henry, James Hepburn. Sul matrimonio non ci sono dubbi: non c’è certezza invece sulle modalità, poiché alcune fonti parlano di un rapimento da parte di Hepburn, e un conseguente stupro atto a consumare le nozze. Come vediamo, anche qui non si sa con esattezza se ci fosse consenso o meno, ma all’epoca non aveva alcuna importanza.

In ogni caso, da allora la vita di Maria Stuarda divenne ancora più difficile. Costretta ad abdicare a favore del figlioletto, fuggì in Inghilterra presso Elisabetta, ma qui venne imprigionata.

Vent’anni trascorsero in prigionia, e nel frattempo fiorivano i complotti per assassinare Elisabetta e sostituirla con Maria. Anche in questo caso non sappiamo se Maria ne fosse a conoscenza, ma data la sua condizione di reclusa, questo appare poco probabile.

L’ultimo di questi complotti venne denominato “di Babington”, dal nome di colui che lo aveva ideato. I congiurati, scoperti, fecero il nome di Maria, e vennero fabbricate ad arte delle prove per incastrarla. Venne quindi processata e condannata a morte, anche se Elisabetta esitò a lungo prima di firmare la condanna: in fondo, avevano pur sempre lo stesso sangue. Si decise il 1° febbraio del 1587.

Maria Stuarda salì sul patibolo una settimana dopo. I boia, che avevano l’ingrato compito di porre fine alla sua vita, si scusarono con lei, che si dichiarò subito pronta al perdono.

Maria Stuarda venne quindi decapitata a quarantaquattro anni, e forse potrà interessarvi sapere che, attraverso il suo unico figlio, è antenata diretta dell’attuale re del Regno Unito, Carlo III. Come ben sappiamo infatti Elisabetta I non ebbe mai figli, ma rese suo erede proprio Giacomo VI, che aveva sposato Anna di Danimarca. Insieme i due ebbero sette figli, e il suo regno fu il quarto più lungo della storia britannica.

La storia delle due cugine/rivali è stata portata sullo schermo nel 2018. Il film era Maria, regina di Scozia, e ad interpretare le protagoniste sono state due star ormai lanciatissime nel firmamento di Hollywood: Margot Robbie (Elisabetta) e Saoirse Ronan (Maria).


Beatrice Cenci

Torniamo a parlare di Donne nella Storia! Sappiamo bene che le Donne non se la sono sempre cavata benissimo nel corso della Storia, anzi. Capitava molto spesso che fossero vittime di violenze, o che rischiassero di subirne, e se anche riuscivano a difendersi, magari uccidendo l’aggressore, venivano punite con estremo rigore, in certi casi anche con la morte. È il caso della protagonista di oggi, Beatrice Cenci.

La giovane Beatrice nacque a Roma nel febbraio del 1577, quintogenita di sette fratelli. La madre, Ersilia Santacroce, diede al marito Francesco un totale di dodici figli, ma non tutti sopravvissero.

La famiglia Cenci aveva origini nobiliari, ma il nonno Cristoforo, canonico, si rese colpevole del reato di usura, guaio che dovette dirimere il figlio Francesco. Quest’ultimo era naturalmente figlio illegittimo, ma venne legittimato da Cristoforo e poté in questo modo ereditare anche le sue sostanze.

Se tuttavia il padre era stato un usuraio, Francesco non si rivelò persona molto migliore. Era un uomo violento, spesso nei guai con la legge a causa di risse e frodi, e ogni volta evitava il carcere pagando profumatamente le varie multe. In questo modo il patrimonio di famiglia cominciò presto ad assottigliarsi, e a farne le spese furono i soggetti più deboli, i figli.

Nel 1584 Beatrice aveva sette anni, e la madre Ersilia morì di parto dando alla luce probabilmente un bambino morto. Lei e la sua unica sorella, Antonina, maggiore di quattro anni, furono quindi mandate al monastero della Santa Croce di Montecitorio, per essere educate. Il luogo era prevalentemente destinato alle figlie di gente del popolo, ma il padre era ben poco interessato all’educazione dei figli, figurarsi poi delle femmine, e per di più non voleva spendere troppo per loro, perciò non si pose il problema. In tutti i casi, il periodo di otto anni trascorso qui dalle sorelle Cenci fu probabilmente il più tranquillo e forse anche felice della loro vita.

Anche i maschi, rimasti a casa col padre, non se la passavano tanto meglio. Furono infatti obbligati a denunciare il genitore che non elargiva loro gli alimenti, e vinsero la causa. Era il 1594.

Tale era dunque il clima che trovarono al loro ritorno Antonina e Beatrice. Sempre nel 1594 Francesco Cenci venne accusato di sodomia, e condannato a pagare un’ammenda di 100.000 scudi per schivare tre mesi di carcere. Esasperati, i figli invocarono l’intervento di papa Clemente VIII, perché li aiutasse a togliere al padre l’amministrazione del patrimonio familiare che stava dilapidando. Il pontefice accolse la loro supplica, e aiutò anche la giovane Antonina ad organizzare le sue nozze con un nobile di Gubbio. La ragazza quindi andò sposa, sottraendosi ai soprusi paterni, e il genitore dovette anche pagarle una ricchissima dote. I figli maggiori invece ottennero il controllo delle rendite di famiglia.

Un anno prima, nel 1593, Francesco Cenci aveva sposato Lucrezia Petroni, anch’ella vedova. Rimasto quindi con tre figli, i più giovani, tra cui Beatrice, decise di separarli ma allo stesso tempo di mantenerne il controllo. I figli maschi, Bernardo e Paolo, andarono a vivere presso un prete, cui il padre versava una piccola somma per il loro mantenimento. Quanto alla seconda moglie e a Beatrice, le condusse con sé nella rocca di Petrella Salto (provincia di Rieti), tenendole di fatto prigioniere. Appariva chiaro che non aveva alcuna intenzione di cercare un marito per l’unica figlia rimasta, e possiamo ben comprendere il motivo.

Non sappiamo quali fossero i rapporti fra Beatrice, ormai diciottenne, e la matrigna. Sappiamo però che nessuna delle due veniva risparmiata dalla violenza dell’uomo, che limitò i loro contatti col mondo esterno alla sola persona di Olimpio Calvetti, amministratore dei beni familiari: lui, il padre, non viveva con loro ma prevalentemente a Roma, fra un reato (e una multa) e l’altro.

Le angherie verso le due donne aumentavano, e la situazione peggiorò quando Francesco Cenci intercettò una lettera che Beatrice aveva spedito al fratello Giacomo, dove lo supplicava di aiutarla a trovare marito oppure un convento dove potesse prendere il velo. Fermata la missiva, il padre si precipitò alla rocca e picchiò la figlia, poi decise di rimanere a vivere lì, per diversi motivi. In parte, certo, per controllare le sue prigioniere, ma anche per sfuggire ai suoi creditori e per rimettersi in salute, poiché soffriva di gotta. Prese con sé i due giovani figli, che il maggiore avrebbe voluto sottrargli, e si chiuse con loro nella fortezza.

Non siamo a conoscenza se le violenze di Francesco Cenci verso la figlia includessero anche abusi sessuali, ma anche in caso contrario la vita della giovane divenne ancor più dura. Da ragazza determinata quale era, prese una decisione cruciale, ben sapendo che si trattava della vita di suo padre o della sua.

Con la complicità di Olimpio Calvetti e dei fratelli, organizzò quindi un piano per assassinare il padre. Il fratello Giacomo le procurò un potente veleno, ma la giovane non riuscì ad utilizzarlo perché il padre aveva dei sospetti e a questo scopo le imponeva di assaggiare qualsiasi cibo o bevanda preparata per lui. Beatrice allora passò al piano B, e assoldò nuovamente Calvetti con un complice, Marzio “il Catalano”, perché lo uccidessero e poi simulassero un incidente, una caduta.

Questa volta la trama riuscì. Una volta che Francesco Cenci si fu addormentato, i due sicari lo uccisero e abbatterono la balaustra di un balcone, per far credere appunto ad un tragico incidente. Successivamente seppellirono il corpo, senza alcun funerale, e i due figli maschi lasciarono la rocca.

Tanta fretta fece ovviamente nascere dei sospetti. Il corpo venne riesumato e partirono le indagini, due parallele, una ordinata da Marzio Colonna, il proprietario della rocca, e l’altra dal viceré di Napoli. Fu semplice risalire ai responsabili, e l’intera famiglia, insieme al Catalano, venne arrestata, matrigna compresa. Quanto al Calvetti, Giacomo Cenci pensò che fosse meglio toglierlo di mezzo e lo fece assassinare a sua volta.

In un primo momento Lucrezia e Beatrice negarono di entrarci in qualche modo con lo spaventoso delitto. Condotte a Castel Sant’Angelo, furono costrette ad assistere all’interrogatorio sotto tortura del Catalano, che ammise tutto. Lui però era un uomo del popolo, mentre loro due nobildonne: non serve dire la parola di chi era meno rilevante, giusto?

A parte questo, proprio per la loro estrazione sociale Beatrice e la matrigna non potevano subire il medesimo trattamento, a meno di un intervento papale. Questo arrivò il 5 agosto 1599, e quasi tutti i membri della famiglia subirono torture, tranne il più giovane, Bernardo, ancora minorenne. Tutti addossarono l’intera responsabilità del delitto a Beatrice, che a sua volta la scaricò su Olimpio Calvetti. Ma come abbiamo già detto, lui ormai non poteva più parlare.

In ogni modo, la tortura ebbe ragione anche di lei e Beatrice Cenci si dichiarò colpevole dell’omicidio del padre. Condannata, insieme alla matrigna e al fratello Giacomo, in un primo momento il papa aveva chiesto che venisse squartata su pubblica piazza: in seguito cambiò idea e si “limitò” alla decapitazione.

A questo punto occorre fare alcune precisazioni. Sembra che il comportamento di papa Clemente VIII con la famiglia Cenci sia stato quantomeno ambiguo: ma non bisogna dimenticare che queste persone possedevano ingenti ricchezze, che senza dubbio facevano gola a molti. Il crimine commesso diede quindi mano libera alla Camera Apostolica, che poté confiscare ogni bene e terra appartenente ai Cenci. Buona parte di queste ricchezze vennero poi acquisite da un nipote del papa: vediamo dunque quanto, in fondo, il pontefice avesse tutto l’interesse a far sparire un intero nucleo familiare.

Era l’11 settembre 1599, e Beatrice Cenci aveva solo ventidue anni quando venne giustiziata nella piazza di Castel Sant’Angelo. Nonostante il suo crimine, il popolo che assistette all’esecuzione ne fu devastato, perché com’era ovvio nessuno ignorava i soprusi a cui la giovane aveva dovuto assoggettarsi. Finì quindi col venire considerata alla stregua di un’eroina, anche se in realtà era soltanto una fanciulla che aveva preso l’unica decisione che avrebbe potuto prendere nella sua disperata condizione.

E per una storia tanto terribile, poteva mancare la tradizione popolare del fantasma? Ma certo che no. Se siete di Roma probabilmente la conoscete già, ma se vi capitasse di trovarvi nella capitale nella notte fra il 10 e l’11 settembre, è facile che possiate incontrarla. E con ogni probabilità la riconoscerete facilmente: si troverà sul ponte di Castel Sant’Angelo, luogo della sua esecuzione, e porterà la sua testa sotto il braccio.

Con il tempo la figura di Beatrice Cenci è diventata un’icona femminista, rappresentante ogni donna che in ogni tempo ha dovuto difendersi dai soprusi maschili con l’unica arma a sua disposizione, l’intelletto. E che non ebbe giustizia né in vita, e neppure dopo la morte, poiché pare che i soldati francesi nel 1789 profanarono la teca dove era custodita la sua testa, addirittura prendendola a calci. E sarà forse un caso se il soldato che si era reso colpevole di questo oltraggio da quel momento fu sempre tormentato da una maledizione.

Leggenda? Forse. Come sempre, ognuno è libero di credere ciò che vuole, anche solo a limitarsi alla storia, che purtroppo quella no, non è leggenda.


Elisabetta I

Per le Donne nella Storia, qualche appuntamento fa ci siamo occupate di Elisabetta II, con la quale tutti più o meno siamo cresciuti. Ma se c’è stata una Elisabetta II, ce n’è stata di certo una prima, giusto? Ebbene, è proprio di lei che parleremo: Elisabetta I d’Inghilterra, la Regina Vergine.

A dir la verità, nel corso del nostro viaggio abbiamo già incontrato anche lei. Si tratta infatti dell’unica figlia legittima del famigerato Enrico VIII e della sua seconda moglie, la sventurata Anna Bolena, come ricorderete ripudiata e poi condannata alla decapitazione per permettere al re di sposare Jane Seymour.

Al momento della nascita, il 7 settembre 1533 nel Palazzo di Greenwich, il re era come detto al secondo matrimonio ma aveva soltanto una figlia, una femmina, Maria, avuta dalla prima consorte Caterina d’Aragona. Dalle nozze erano nati anche due maschi, ma entrambi avevano vissuto meno di un mese. Nel Regno Unito vigeva la legge salica, e per questa ragione Enrico VIII aveva assoluta necessità di un erede maschio (ed era anche il motivo per cui continuava a far uccidere mogli e a contrarre matrimoni).

Quando sua madre Anna Bolena, giudicata definitivamente incapace di partorire maschi, venne condannata a morte, Elisabetta aveva appena tre anni. Soltanto il giorno dopo l’esecuzione Enrico VIII era già pronto a sposare la sua terza moglie, ed Elisabetta venne giudicata figlia illegittima, privata di titoli e privilegi ed esiliata, insieme alla sorellastra Maria, nel Palazzo di Hatfield, nell’Hertfordshire.

Jane Seymour riuscì a dare al re il tanto sospirato erede maschio, Edoardo, che tuttavia non ebbe vita lunga. Fragile di salute, salì al trono a dieci anni nel 1547, ma morì cinque anni dopo, ed è in dubbio se per malattia o per avvelenamento.

Ma torniamo ad Elisabetta. Dopo la nascita di Edoardo lei e la sorellastra vennero riammesse a corte, e con il tramite, pare, dell’ultima matrigna, Catherine Parr, riuscì anche a riequilibrare il suo rapporto col padre.

La morte di Enrico VIII sparigliò ancora una volta le carte, e la successiva morte di Edoardo fece il resto. Per un periodo salì al trono inglese Jane Grey, coetanea di Edoardo e allevata anch’essa a corte in quanto membro del ramo dinastico. Il suo regno durò appena nove giorni, quando lei e il marito Guilford Dudley vennero arrestati e condannati a morte per tradimento dalla futura Maria la Sanguinaria.

Il regno di Maria procurò non pochi problemi a Elisabetta. Timorosa che la sorellastra volesse soffiarle il trono, infatti, Maria la fece rinchiudere nella Torre di Londra, e stava forse meditando di farla uccidere, ma senza mai dar seguito al progetto. Ritenutasi incinta, il di lei marito Filippo II di Spagna revocò il mandato d’arresto e riaccolse Elisabetta a corte, ritenendo la discendenza ormai sicura. Quanto a Maria, molto cattolica mentre la sorellastra era protestante, si diede alla persecuzione dei protestanti e tentò anche di convertirla, senza riuscirci.

La morte di Maria per un tumore (non era affatto incinta come credeva, solo malata allo stato terminale) portò infine Elisabetta I sul trono, nel 1558 e non senza polemiche. Il popolo non era felice, principalmente la parte cattolica dei sudditi, e neppure il tentativo di sostituirla con la cugina Maria Stuarda, cattolica, andò in porto. Questo perché Maria era sposa del re di Francia Francesco II, e il Parlamento inglese non aveva nessuna intenzione di permettere che un sovrano francese potesse avere campo libero sul Regno Unito.

Così Elisabetta I divenne regina a 26 anni, e con diversi grattacapi da affrontare. Per prima cosa decise di non essere troppo rigorosa con la fetta cattolica della popolazione, allo scopo di ritrovare un’unità nazionale che era venuta meno durante il regno di Maria la Sanguinaria. In seguito però i conflitti religiosi si esacerbarono, e le sue politiche finirono col crearle problemi con la Spagna, paese rigorosamente cattolico. Tali conflitti sfociarono in una vera e propria guerra, nel 1588, che si svolse prevalentemente per mare. L’Invincibile Armata spagnola ebbe però la peggio, e il Regno Unito ne uscì trionfante.

Dopo la guerra il Paese conobbe un periodo di grande benessere e crescita, con l’incremento di agricoltura e allevamento, il miglioramento del settore tessile, l’aumento delle esportazioni, la creazione delle prime industrie con ferro e carbone, la fortificazione della flotta navale e l’inizio di un impero commerciale in America e Asia.

Quanto alla religione, di cui parlavamo poco sopra, Elisabetta I rimase una fervente protestante, ma bandì ogni fanatismo religioso, di qualsiasi genere fosse.

Inoltre, l’Era Elisabettiana portò ad un fiorire delle arti. Sempre nel 1588 venne fondato il primo quotidiano, mentre la poesia e la letteratura si espandevano: e non dimentichiamo che proprio in quel periodo visse un certo signore, un drammaturgo che rispondeva al nome di William Shakespeare.

Anche Elisabetta I, come la sua omonima, dovette risolvere conflitti e schivare complotti, ma rifiutò sempre di sposarsi e non ebbe alcun figlio: per questa ragione la Storia la conosce come la Regina Vergine, e si dice che lo stato americano della Virginia debba il suo nome proprio a lei.

All’inizio del Seicento Elisabetta I aveva quasi settant’anni, era stanca e spesso depressa e si sentiva vicina alla morte. Morì il 24 marzo 1602 nel Palazzo di Richmond, e la causa del suo decesso non trova accordo fra i vari storici. Si ritiene però che in qualche modo c’entrassero i cosmetici che abitualmente utilizzava: a quel tempo, infatti, i trucchi delle donne non erano biologici, naturali, vegan come siamo abituati a vederli oggi. La polvere applicata sul volto (una sorta di fondotinta, per intenderci) era infatti realizzata a base di piombo, che all’epoca non si sapeva fosse tossico. La sovrana era solita impiegarne parecchio, soprattutto con l’andare dell’età, per nascondere i segni del vaiolo contratto in gioventù che le avevano deturpato il viso. Anche ciò che veniva utilizzato per eliminare il trucco era ugualmente dannoso, in quanto conteneva mercurio, così come il rossetto rosso. Pare quindi che la combinazione di queste sostanze letali la portò alla morte anzitempo, anche se occorre dire che nel Seicento già arrivare a settant’anni era comunque un bel traguardo.

Il cinema ha onorato questa eccezionale sovrana, dandole il volto della magnifica Cate Blanchett in due film: Elizabeth (1998) e Elizabeth – The Golden Age (2007).


Charlotte Corday

Per questo appuntamento con le Donne nella Storia parleremo di una fanciulla vissuta al tempo della Rivoluzione Francese, con nobili natali, ma un destino molto meno nobile (oppure sì, dipende dai punti di vista). Parleremo di Charlotte Corday.

Cominciamo col dire che la famiglia di Charlotte Corday non apparteneva ai nobili che vivevano a Versailles, e che quindi trovarono in larga parte la morte sotto la lama di Madame Guillotine. Si trattava infatti di nobili ormai decaduti, anche se fra i loro antenati figurava nientemeno che Corneille.

Charlotte Corday nacque nel 1768 nella regione della Normandia, più precisamente a Champeaux, ma visse in altri luoghi, tra cui Caen. Qui, persa la madre a tredici anni, venne accolta in un convento, ma quando gli istituti religiosi vennero chiusi anche lei dovette lasciare il luogo, trasferendosi presso una zia. Suoi fedeli compagni nella sua prima adolescenza furono i libri, non solo il già citato Corneille ma anche Voltaire e Rousseau, fra gli altri. Grazie a queste letture cominciarono a fiorire in lei idee repubblicane. Per esser più precisi, si avvicinò agli ideali Girondini, che condannarono in seguito i massacri operati nel periodo del Terrore.

Charlotte Corday era molto giovane, quindi, quando esplose la Rivoluzione Francese. Dopo l’esecuzione di re Luigi XVI incontrò alcuni girondini provenienti da Parigi, da dove erano fuggiti dopo uno scontro armato contro il gruppo dei Montagnardi (la sinistra nella Convenzione Nazionale). La ragazza si convinse che fosse necessario fermare colui che riteneva responsabile di tutti i fatti di sangue accaduti in quel periodo: Jean Paul Marat, medico e giornalista, ma più di tutto Presidente dei Giacobini e deputato di notevole importanza.

Charlotte Corday dunque partì per Parigi, con la ferma intenzione di incontrare Marat. Giunta in città seppe che egli era malato, e chiese di avere il suo indirizzo per rendergli visita, aggiungendo di avere i nomi di alcuni traditori che voleva rivelargli. Ottenne il suo domicilio e udienza da lui, dopo aver comprato un coltello in una delle numerose botteghe nelle gallerie del Palais-Royale.

Quando arrivò a casa sua, il 13 luglio 1793, Marat la accolse nella vasca da bagno, immerso in acqua e zolfo, in quanto si stava curando per una malattia della pelle che lo stava uccidendo. La ragazza non sapeva niente di tutto questo, ma non ebbe esitazioni e lo uccise a sangue freddo, convinta di aver compiuto un atto di eroismo rivoluzionario. Quando però fu arrestata la Polizia dovette strapparla dalle mani della folla che voleva linciarla, e allora comprese che in realtà Marat era realmente amato.

In un primo momento venne condotta all’Abbaye, quindi alla Conciergerie: qui, lo sappiamo, aveva soggiornato anche la regina Maria Antonietta prima di salire sulla ghigliottina.

La giovane rivoluzionaria venne processata e si dichiarò colpevole. Il 17 luglio le venne fatta indossare una camicia rossa, che designava i parricidi, venne caricata sulla carretta dei condannati e condotta a Place de la Révolution (oggi, come ben sappiamo, Place de la Concorde). Non ebbe parole di rimorso né di pentimento, e andò incontro al suo destino a testa alta. Aveva appena venticinque anni, e con il suo gesto sarebbe passata alla Storia.


Elisabetta II del Regno Unito

Gli occhi di Lucrezia torna a parlare di regnanti, per la pagina Donne nella Storia. Lei è stata una delle ultime regine della nostra epoca, anche se contro ogni evidenza: vedremo infatti dalla sua storia che non c’erano segnali che indicassero quale sarebbe stato il suo destino. Lei, lo avrete già capito, è Elisabetta II del Regno Unito.

Nacque Elisabeth Alexandra Mary il 21 aprile del 1926 a Londra, capitale del Regno Unito. Era la primogenita del principe Albert e di sua moglie, Elizabeth Bowes-Lyon, ma non era destinata a salire al trono, e non solo per la questione della legge salica. Infatti, suo padre era il secondogenito del re allora in carica, Giorgio V, e il primo in linea di successione sarebbe dovuto essere il suo primo figlio, Edoardo. Egli salì effettivamente al trono dopo la morte del padre, ma destò un enorme scandalo dichiarando che la sua regina sarebbe stata Wallis Simpson, donna reputata “poco adatta” (per usare un eufemismo) a causa di due precedenti matrimoni e altrettanti divorzi. Nonostante anche il suo secondo matrimonio fosse stato annullato, non lo era davanti alla Chiesa, e sappiamo che nel Regno Unito il re (o regina) è anche a capo della Chiesa anglicana. Inoltre, Edoardo e Wallis non erano sposati, ma semplici amanti. Da cui il dilemma: salire al trono ma rinunciare alla sua amata, oppure sposarla e abdicare.

L’empasse durò meno di un anno, e infine Edoardo decise di passare la sua primogenitura al fratello Alberto, che sarebbe poi diventato Giorgio VI, allora duca di York. Elisabetta si ritrovò quindi erede al trono, a dieci anni, e destinata a diventare regina. Sempre, però, nel caso in cui non nascesse un fratellino nel frattempo.

Lei e la sorella Margaret, di quattro anni più piccola, crebbero comunque tranquille nel castello di Windsor, ben educate in diverse discipline. Le cronache ci raccontano di una “Lilibeth” già ben sicura di sé stessa e più matura della sua età.

Ma la Seconda Guerra Mondiale era alle porte, e nel 1940 Elisabetta fece il suo primo annuncio radiofonico, nel tentativo di confortare i ragazzi come lei. La principessa era ormai un’adolescente, e nel 1945 chiese e ottenne di poter entrare nella sezione femminile della British Army. Fonti successive ci restituiscono, anche in questo caso, l’immagine di una giovane donna determinata e capace di guidare un’auto come di riparare una jeep.

Prima che tutto questo accadesse, però, Elisabetta aveva già incontrato colui che sarebbe diventato il suo futuro marito, Filippo di Edimburgo (nato Filippo di Grecia e Danimarca). Il primo incontro fra i due era avvenuto già nel 1934, quando Elisabetta era solo una bambina e Filippo già un adolescente, in quanto i due erano lontani cugini. Qualche anno dopo tra loro iniziò una corrispondenza, e infine l’annuncio del fidanzamento, avvenuto quando la principessa aveva già vent’anni. Era il 1947 quando avvenne il matrimonio, e insieme ebbero quattro figli: Carlo (oggi Carlo III), Anna, Andrea ed Edoardo. Gli ultimi due vennero al mondo quando Elisabetta era già regina.

Già dal 1951 la principessa sostituiva il padre in alcuni eventi pubblici, a causa dei problemi di salute di quest’ultimo. Un infarto nel 1952 gli fu fatale: Elisabetta e Filippo, allora in viaggio, tornarono in fretta nel Regno Unito per cominciare il periodo di lutto. Lei aveva ventisei anni, e venne incoronata nel 1953 nell’abbazia di Westminster: divenne regina del Regno Unito, dell’Irlanda del Nord e dell’intero Commonwealth. Filippo divenne quindi principe consorte.

Quel periodo non era certo il migliore per salire al trono. La Crisi di Suez, avvenuta proprio nel 1956, fu la prima prova da affrontare per la giovane regina, causandole una prima flessione di popolarità. Decise dunque di correre ai ripari, rendendo la monarchia più vicina alle persone comuni. Fu proprio per questa ragione che diede inizio alla tradizione, mantenuta viva fino alla fine, di tenere il discorso natalizio ogni anno in televisione.

Anche gli anni Settanta portarono problemi analoghi, con la crisi dell’Irlanda, mentre negli anni Ottanta si ebbe la guerra delle Falkland. Tutte questioni di politica interna da cui Elisabetta, nonostante tutto, seppe far uscire la monarchia inglese a testa alta.

Quanto agli anni Novanta, a dar pensieri ad Elisabetta fu invece la vita sentimentale dei figli: Carlo, che aveva sposato Diana Spencer nel 1981, aveva già da prima del matrimonio un’amante, Camilla Shand, oggi regina al suo fianco. Andrea, invece, aveva sposato Sarah Ferguson nel 1986, avendone due figlie, Beatrice ed Eugenia. Entrambi i principi divorziarono nel 1996, e ricordiamo tutti la travagliata vicenda che seguì e che portò, nel 1997, alla morte di lady Diana nel Tunnel dell’Alma a Parigi, in compagnia del suo compagno Dodi Al Fayed.

Questo evento in particolare minò la popolarità di Elisabetta. Si parlò di pessimi rapporti con la nuora quando era ancora sposata con Carlo, di pressioni avute dalla famiglia reale, oltre al diniego della regina ai funerali reali. Ricorderemo certo tutti il corteo funebre di lady Di, con i piccoli William ed Harry, al seguito del padre, costretti ad una sorta di “passerella” dietro la bara dell’amatissima madre. Anche in questo caso, per non dare l’impressione di nascondersi, Elisabetta parlò ai suoi sudditi, chiarendo alcuni punti del suo rapporto con l’ex nuora.

A ben ragione si può parlare di Elisabetta II come della sovrana dei record. Il suo regno è terminato lo scorso anno, l’8 settembre 2022, ed è durato ben 70 anni e 214 giorni: scalzata quindi dal secondo posto la trisavola, Vittoria del Regno Unito, già nel 2015, e ad un soffio dal primo più longevo, Luigi XIV, il Re Sole, che regnò per 72 anni e 110 giorni. Occorre però fare alcune precisazioni: il Re Sole regnò per un periodo in reggenza della madre, Anna d’Austria, in quanto non aveva ancora compiuto cinque anni al momento della salita al trono. Inoltre, poiché parliamo del 1600, la vita media delle persone era molto più breve di oggi, mentre sappiamo che Elisabetta morì a 96 anni. Detto questo, possiamo con tutta onestà affermare che ad oggi è la sovrana più longeva di tutti i tempi.

Naturalmente, avendo una vita così lunga diversi dispiaceri non le sono mancati, oltre a quelli già spiegati. Pensiamo alla perdita della madre, la regina madre Mary, o a quella della sorella minore, Margaret: ma il più recente senza dubbio fu la perdita di Filippo, l’amato consorte, che le era stato sempre di enorme sostegno in ogni circostanza della loro vita insieme. Chi vi scrive ricorda in particolar modo un’immagine molto significativa: la regina Elisabetta, finora apparsa inossidabile, piccola e sola, in abiti neri, in lacrime al funerale del principe consorte.

Come ogni grande figura, sia maschile o femminile, Elisabetta II del Regno Unito è stata sicuramente un personaggio divisivo, amato da molti ma anche spesso odiato. Possiamo comunque senza dubbio annoverarla fra le grandi Donne nella Storia, non soltanto per ciò che il suo ruolo rappresentava, ma anche e soprattutto come Donna.


Rosalba Carriera

Da un po’ di tempo Gli occhi di Lucrezia non si occupa di artiste, vero? Rimediamo subito con un grande nome della pittura, vissuta fra il 1673 e il 1757: Rosalba Carriera.

Nacque a Venezia, figlia di un burocrate e di una ricamatrice, e crebbe con altre due sorelle: una delle due, Giovanna, ottenne anch’essa un buon successo come miniatrice. Ma tutte e tre le sorelle Carriera vennero introdotte all’arte in ogni sua forma fin da bambine, erano musiciste e parlavano diverse lingue.

La casa, di media borghesia, era ben frequentata e la giovane Rosalba si fece ben presto notare per le miniature in avorio che realizzava. Successivamente passò ai ritratti a pastello, che le fecero guadagnare commissioni e successo.

Visto il suo talento, dopo aver lavorato in casa venne presa a bottega, dove perfezionò la sua tecnica e ben presto fu un’artista a tutti gli effetti, imprenditrice di sé stessa. Nel 1705 venne ammessa all’Accademia di San Luca di Roma, e già nel 1708 realizzava un ritratto importante, quello di Federico IV di Danimarca e Norvegia.

Era il 1720 quando Rosalba Carriera lasciò Venezia per trascorrere un anno a Parigi, dove raccolse ancora molti successi. Il futuro re Luigi XV era allora un bambino, e lei lo ritrasse proprio in quel periodo. Nei tre o quattro anni seguenti compì alcuni viaggi in Italia, principalmente a Modena, dove il duca Rinaldo d’Este le commissionò i ritratti delle figlie. Rientrò nella sua città natale e nel 1730 ne partì ancora, questa volta con destinazione Vienna, con gli stessi risultati. Proprio nella capitale austriaca, ospite dell’imperatore Carlo VI (padre di Maria Teresa) stava prendendo vita uno dei suoi cicli pittorici più famosi e meglio riusciti, quello delle Quattro Stagioni. Nel decennio successivo fu invece la volta del ciclo dei Quattro Elementi, che impiegò due anni del suo tempo.

Specializzata, come abbiamo detto, in ritratti, dipinse spesso anche sé stessa, come ad esempio un suo autoritratto in età avanzata, l’ultimo in assoluto dei suoi lavori, realistico al limite della crudeltà. Fra i suoi numerosi committenti ci furono, oltre a Federico IV, anche l’imperatrice Amalia d’Austria, mentre il re Federico Augusto II e il figlio Federico Cristiano figurano fra i suoi più accaniti collezionisti. Per questa ragione almeno 150 delle sue circa 300 opere sono ancora oggi conservate a Dresda, nella Gamälde Galerie.

La sua carriera però venne purtroppo fermata prematuramente. Nel 1746 contrasse una malattia agli occhi, che nonostante tutte le cure intraprese la portò alla totale cecità e conseguente impossibilità di lavorare. Oltre a questo, la morte della sorella Giovanna l’aveva colpita duramente, e per tutta la vita aveva sofferto di una forma di depressione che non riusciva in alcun modo ad alleviare nonostante la fama ottenuta.

Caso unico in quell’epoca, Rosalba Carriera seguiva personalmente la sua arte ma anche le sue finanze, non aveva alcun magnate e, in sostanza, si era davvero “fatta da sola”, con il suo talento. Morì nel 1757 a Venezia, a 84 anni (un’età decisamente avanzata, per l’epoca): le città di Padova, Torino, Napoli, Milano, Adria e Chioggia le hanno dedicato strade e vie.


Mafalda di Savoia

Per le Donne nella Storia, torniamo a parlare di principesse. Lei è stata una principessa italiana della casa di Savoia, con un triste destino. Parliamo di Mafalda di Savoia.

Mafalda nacque come secondogenita di Vittorio Emanuele III di Savoia e dell’amatissima regina Elena del Montenegro, nel 1902 a Roma. Aveva una sorella maggiore, Iolanda, e dopo di lei sarebbero nati Umberto, l’erede al trono, Giovanna e Francesca.

Mafalda si distinse subito come una bambina generosa e sempre tesa ad aiutare gli altri, doti che ereditò dalla madre e che la portarono, nel corso della Prima Guerra Mondiale, a seguire spesso quest’ultima e le sorelle negli ospedali militari per portare conforto ai soldati feriti. Inoltre, amava la musica e l’arte e addirittura poté conoscere personalmente Giacomo Puccini, che pare volesse dedicarle la sua Turandot. Solo la morte prematura glielo impedì.

Come accadeva sempre nelle famiglie reali, i cinque principi giunsero all’età del matrimonio. I loro destini furono prestigiosi: Iolanda sposò il conte Carlo Calvi, Umberto si unì in matrimonio con la principessa belga Maria José, Giovanna con Boris III di Bulgaria e Francesca con il principe Luigi di Borbone. Quanto a Mafalda, incontrò il langravio Filippo d’Assia, e dopo qualche perplessità paterna soprattutto sulla differenza di religione (Filippo era luterano) la coppia si sposò a Racconigi. Era il 1925, e il re fece dono alla figlia di una villa ai Parioli che gli sposi chiamarono Villa Polissena.

La Storia continuò a fare il suo corso, e Mafalda non vedeva in maniera negativa il fascismo in avanzata. Suo marito ottenne diversi incarichi da Hitler, e la coppia mise al mondo un totale di quattro figli: per questo si meritò la Croce d’Onore, che spettava alle madri di famiglie numerose. Sembrava, insomma, che nonostante l’inizio della Seconda Guerra Mondiale la vita della principessa dovesse svolgersi in maniera tranquilla e prevedibile.

Questo almeno fino al 1943. In quel momento Mafalda si trovava in Bulgaria presso la sorella Giovanna, per aiutarla ad assistere il marito malato: e come ben sappiamo, l’8 settembre è la data dell’armistizio con gli alleati. Il re suo padre e il generale Badoglio lasciarono Roma, ma nessuno dei due informò Mafalda, forse per timore che la cosa arrivasse alle orecchie di Hitler, di cui il marito di lei era fidato collaboratore. Ne ebbe notizia solo in seguito, rientrando in Italia, dopo aver assistito ai funerali di Boris III. Seppe che i suoi figli erano ancora a Roma, sotto la tutela del futuro papa Paolo VI, il cardinale Montini. Solo tre, però, perché il maggiore, Maurizio, era insieme al padre in Germania.

Ancora cittadina libera, Mafalda avrebbe a questo punto potuto seguire l’esempio del padre e fuggire a sud. Era invece convinta che, in quanto cittadina tedesca e moglie di un ufficiale tedesco, nessuno avrebbe mai pensato di farle del male. Inutile dire che si sbagliava.

Ebbe coscienza di tutto quanto solo il 23 settembre, quando venne convocata all’ambasciata tedesca con la scusa di una telefonata del marito. Ingenuamente Mafalda si recò sul posto, ma qui venne arrestata e condotta prima a Monaco e poi a Berlino, dove venne rinchiusa nel campo di concentramento di Buchenwald. Sotto falso nome, la sua baracca di destinazione era la numero 15, nella parte del campo dove solitamente si sistemavano i personaggi di riguardo. Ma di riguardo nei suoi confronti ne era ben poco: oltre al già scarso vitto, lei stessa spesso rinunciava alla sua razione perché fosse destinata a chi stava peggio di lei.

Nonostante gli sforzi dei nazisti di non far trapelare la sua identità, la voce si sparse e molti prigionieri italiani cercarono di esserle di aiuto, tra cui un medico suo compatriota. Un simile stato di cose non poteva però perdurare a lungo: la principessa era decisamente una prigioniera troppo scomoda.

Nel 1944, in agosto la baracca dove viveva venne bombardata dagli Alleati. La principessa, con un braccio pressoché distrutto, venne spostata nel vicino postribolo del campo, ma nessuno le prestò soccorso al di fuori delle donne che qui lavoravano. Il braccio le andò in cancrena e dovette esserle amputato, con le inesistenti misure igieniche che possiamo ben immaginare e con colpevole ritardo. Dopo l’intervento nessuno più si curò di lei, e morì dissanguata il mattino successivo, senza aver mai ripreso conoscenza. Inizialmente il suo corpo andò ad aggiungersi a quelli in attesa di cremazione, ma grazie ad un prete boemo si riuscì a evitarlo e farla invece seppellire, sotto una croce con un semplice numero: 262.

Alcuni mesi dopo la fine del conflitto, sette italiani di Gaeta ritornarono a Buchenwald in cerca della principessa. Trovata la sua tomba anonima, informarono la famiglia paterna della sua morte e restituirono i resti al marito, che li fece traslare nel cimitero degli Assia nel castello di Kronberg, vicino a Francoforte.

Anche il marito aveva vissuto l’esperienza del campo di concentramento, ma era stato più fortunato: portato prima a Flossenbürg, venne trasferito a Dachau e infine in Alto Adige, dove venne liberato dagli Alleati. Sarebbe morto poi a Roma nel 1980.

Quanto ai figli della coppia, la minore, Elisabetta, nata nel 1940 è l’unica ancora vivente: il maggiore, Maurizio, è mancato nel 2013 e i fratelli minori ancora prima, Ottone nel 1998 e Enrico nel 1999.

Pare che, prima di essere portata nel postribolo, Mafalda di Savoia abbia salutato così i prigionieri italiani:

Italiani, io muoio. Ricordatemi non come una principessa, ma come una vostra sorella italiana”


Margherita Hack

Da un po’ di tempo, per la pagina Donne nella Storia, non parlavamo di scienziate. Rimediamo subito: la protagonista di oggi è Margherita Hack.

Nasceva nel 1922 a Firenze, e lo scorso 12 giugno avrebbe compiuto, se fosse ancora con noi, 101 anni. Fin dall’inizio la sua educazione fu improntata ad un’estrema libertà, accompagnata dall’insegnamento della tolleranza e del rispetto per la natura e per ogni essere vivente. Allo stesso modo intraprese la strada del vegetarianesimo e dell’ateismo, scelte che portò con convinzione per tutta la vita

La sua infanzia e la prima adolescenza si svolsero nel periodo fascista, ma lei era sempre stata convintamente antifascista, tanto che venne sospesa da scuola per aver discusso con una compagna di schieramento opposto. Invece di punirla, i genitori le diedero manforte, probabilmente perché aveva già dimostrato un notevole carattere.

Dopo il liceo classico si impegnò nell’università, ma spiccava anche per le sue doti sportive. Era versata nel salto in alto e salto in lungo, meritandosi ottimi piazzamenti nei campionati universitari e conquistando il terzo posto in due campionati nazionali.

Inizialmente aveva deciso per la Facoltà di Lettere, ma ben presto decise di dedicarsi alla Fisica, materia per cui era decisamente più portata. Per la sua tesi scelse l’astronomia, e preparandosi a questo scopo si concentrò sulla spettroscopia delle stelle, e sullo studio di stelle variabili di nome cefeidi, come le venne consigliato da uno dei suoi insegnanti.

Terminato il corso di studi continuò a informarsi e a studiare astronomia, e la spettroscopia stellare divenne infine il centro di tutti i suoi studi successivi.

Stava ancora preparando i suoi esami quando incontrò Aldo De Rosa, un vecchio amico che nel frattempo aveva perso di vista. Si sposarono nel 1944, e per scelta non ebbero figli. Nonostante questo lui le restò vicino per tutta la vita.

Dal 1946 Margherita Hack iniziò la sua carriera. A Firenze le venne offerta la possibilità di insegnare matematica e geometria all’Istituto di Ottica, e ottenne anche una borsa di studio. L’anno dopo andò a vivere a Milano, e venne assunta in un’azienda che però manifestò i primi problemi in breve tempo. Rientrò a Firenze e tornò a lavorare all’Istituto e al suo osservatorio, mentre nel 1950 ottenne la cattedra di ruolo per astronomia. Tutto questo, naturalmente, senza mai interrompere le sue ricerche e i suoi studi.

Dal 1952 al 1954 lavorò a Parigi presso l’Institut d’Astrophysique, ma alla fine del ‘54 era di nuovo a Firenze. Fu docente all’Università e iniziò a collaborare con il Nuovo Corriere di Firenze.

Negli anni seguenti si spostò altre volte: nel 1954 a Merate, Milano; nel 1955 prima a Utrecht, in Olanda, e poi a Berkeley; nel 1959 a Bologna; nel 1964 infine a Trieste. Qui divenne docente titolare di astronomia all’università, e allo stesso tempo direttore dell’osservatorio astronomico. Sotto la sua guida l’osservatorio divenne tra i migliori, non solo a livello nazionale ma anche al di fuori dei confini italiani. Inoltre, nel 1971 venne qui messo in attività il telescopio per le ricerche di fotometria. E nel 1974 a Margherita Hack venne chiesto di organizzare il secondo congresso europeo dell’Unione Astronomica Internazionale. Guidò l’osservatorio sino al 1987, e dal 1985 al 1997 fu anche a capo del Dipartimento di Astronomia.

Stando quindi a tutto ciò che abbiamo visto, non sorprende che ricevesse tanti riconoscimenti. Ne citiamo alcuni: la medaglia d’oro, più il diploma di prima classe per i benemeriti della Scienza e della Cultura del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica. La nomina (nel 1987) a Professore emerito dell’Università di Trieste, oltre che a Presidente del Consorzio per lo sviluppo degli Istituti di Fisica. Fu inoltre socio dell’Accademia dei Lincei, membro dell’Unione Astronomica Internazionale, della Società Italiana di Fisica, della Società Europea di Fisica e della Società Astronomica Italiana. Infine, ha partecipato ai consigli scientifici presso la NASA e l’ESA.

Fin qui, abbiamo parlato della Margherita Hack scienziata. Ma lei era anche e soprattutto una donna, e combatteva diverse battaglie importanti. Ad esempio sosteneva in maniera energica i diritti civili, riteneva gli esperimenti sugli animali “una barbarie di cui si può fare tranquillamente a meno” e si espresse anche sul nucleare, spiegando in diverse occasioni e con parole ben chiare i pro e i contro di questo tipo di energia.

Margherita Hack ha avuto dunque una vita ben lunga e ricca di soddisfazioni, e ci ha lasciati nel 2013, il 29 giugno all’età di 91 anni. La Signora delle Stelle, come era soprannominata, ha avuto perfino una statua a lei dedicata, che la raffigura con le mani a reggere un invisibile cannocchiale. È la prima statua che onora una scienziata, è interamente in bronzo ed è alta due metri e settanta: a crearla è stata un’artista di nome Sissi, e si trova a Milano, di fronte all’Università degli Studi. È stata inaugurata lo scorso anno, in occasione del centenario della sua nascita.

Una delle sue frasi più celebri, per concludere, riguardava proprio la religione. La riportiamo qui sotto.

Non è necessario avere una religione per avere una morale. Perché se non si riesce a distinguere il bene dal male, quella che manca è la sensibilità, non la religione


Vittoria del Regno Unito

Per la pagina Donne nella Storia, torniamo ad occuparci di regnanti, ma non di una qualsiasi. Qui si parla di una Regina, una delle più grandi: Vittoria del Regno Unito.

Cominciamo col dire che Vittoria, come poi Elisabetta II, nelle intenzioni non sarebbe dovuta diventare regina. Non era infatti figlia del primogenito del re: suo padre Edoardo era solo il quarto figlio della coppia reale allora sul trono, ma tutta una serie di circostanze, non ultime la morte di qualsiasi cugino maschio che potesse diventare re, la posero velocemente ai primi posti della linea di successione.

Ma partiamo dal principio.

Vittoria Alessandrina era figlia, dicevamo, di Edoardo di York e di una principessa tedesca, Vittoria Maria di Coburgo Gotha. Nacque nel 1819, e la sua educazione venne improntata esclusivamente su stampo germanico.

Sappiamo tutti che la regina Elisabetta II aveva sangue tedesco nelle vene, giusto? Ebbene, questo è valido anche per Vittoria, e non solo per quanto riguarda la famiglia materna. Suo zio paterno, re Guglielmo IV era infatti l’ultimo discendente in vita del ramo di Hannover della famiglia (o almeno l’ultimo maschio), e non aveva eredi. A succedergli fu quindi Vittoria, che all’epoca aveva diciotto anni. Incoronata dall’Arcivescovo di Canterbury, la giovane si trasferì da Kensington Palace a Buckingham Palace. Era il 1837: l’età vittoriana, che sarebbe durata ben 63 anni, stava cominciando.

Gli inizi non furono facili. Alla sua ascesa al trono le corone del Regno d’Inghilterra e di quello di Hannover, non avendo più eredi legittimi a tenerle unite, si scissero e la seconda venne destinata al duca di Cumberland. Ma non era l’unico ostacolo a cui la regina adolescente avrebbe dovuto far fronte: gli anni precedenti erano stati testimoni di diversi eventi e scandali anche legati alla corona, che sembravano aver reso la monarchia meno stabile.

Vittoria non fu sola nel suo compito. Allontanò da subito la madre, che tanto le aveva tarpato le ali fino a quel momento, e si affidò all’esperienza del Primo Ministro lord Melbourne, la cui sollecitudine paterna (la ragazza aveva perso il padre ad appena otto mesi di vita) le fu estremamente utile. E poi arrivò suo marito.

Era il 1839 quando Vittoria incontrò il principe Alberto di Sassonia Coburgo. I due erano cugini, in quanto la madre della regina era sorella del padre del principe: si sarebbero sposati un anno dopo, con Vittoria che indossava per la prima volta un abito bianco. In seguito il principe consorte avrebbe avuto sempre grande influenza su di lei.

Come accade anche oggi, la regina aveva un potere limitato sulle scelte di governo, essendo esse demandate in larga parte al Parlamento. Prima che salisse al trono la percentuale degli aventi diritto di voto per la Camera dei Comuni era del 15%: sotto il suo regno poterono farlo anche tutti i lavoratori con redditi alti, con una riforma denominata Reform Act. Questo cambiò le sorti delle prime elezioni, che premiarono i liberali e portarono alla vittoria, nel 1868, William Gladstone, che attuò una serie di riforme tra cui il miglioramento dell’istruzione pubblica.

Gladstone governò fino al 1874, anno in cui tornarono al potere i conservatori. Nulla di quanto fatto venne però distrutto, al contrario decisero di proseguire sulla stessa linea, allargando il diritto di sciopero e approvando leggi sull’assistenza sanitaria e sul diritto alla casa per gli operai.

Un punto spinoso, non solo dell’era vittoriana, è certamente il colonialismo che tanto spesso, anche oggi, viene rimproverato alla corona inglese. I conservatori ne erano i più fieri sostenitori, e la regina Vittoria condivideva i medesimi “ideali”: l’idea dei primi era di ampliare l’Impero britannico espandendosi in Africa, Afghanistan, Russia e Medio Oriente dopo aver già accampato diritti su diverse zone dell’India. Neppure la caduta del regime conservatore fermò però l’intervento militare in Egitto, datato 1882.

Il principe consorte, marito di Vittoria, non vide nulla di tutto questo in quanto morì nel 1861, lasciandola prostrata dal dolore: da allora la regina vedova avrebbe indossato sempre e solo abiti neri. Insieme avevano avuto nove figli, e da questi ben quarantadue nipoti.

Nel corso del suo regno Vittoria fu vittima di tre tentativi di assassinio, il primo dei quali già nel 1840, incinta del suo primo figlio. Fortunatamente nessuno di questi andò a buon fine.

Negli ultimi anni della sua vita la regina strinse un profondo legame di amicizia con un cameriere indiano, Abdul Karim: la storia del loro rapporto è ripercorsa nel bellissimo film del 2017 Vittoria e Abdul, con Judi Dench nei panni della sovrana. Lui le rimase vicino fino alla fine.

Nel 1887 la regina Vittoria raggiunse un traguardo prestigioso, il Giubileo d’Oro per i cinquant’anni di regno. Lei ne aveva allora 78, era già malata ma resisteva, tanto che giunse ad aggiungere un decennio alla sua già lunga permanenza sul trono. Il suo lunghissimo regno aveva visto diverse conquiste tecnologiche, tra cui lo sviluppo del traffico ferroviario e delle rotte commerciali mediante navi a vapore. Ma anche l’invenzione del telegrafo, datata 1837; e in seguito del telefono, datato 1876. Non ultime i bus e le metropolitane, che avrebbero posto le basi di un diverso modo di muoversi, soprattutto per i pendolari che andavano al lavoro.

Vittoria del Regno Unito morì infine nel 1901, a 82 anni, dopo 63 anni, 7 mesi, 2 giorni di regno: un record battuto solo, di recente, nel 2015 da Elisabetta II, sua discendente diretta, con 70 anni e 214 giorni.


Maria Callas

Torniamo a parlare di Donne nella Storia, e ancora una volta di una cantante. Ma non una qualsiasi: la Divina, Maria Callas.

Nacque Maria Anna Cecilia Sofia Kalogeropoulos all’inizio di dicembre 1923, anche se la data esatta non è certa. Terza di tre figli, non si sa esattamente se sia nata il 2, il 3 o il 4 dicembre, ma di certo la città è New York, anche se i genitori erano di origine greca. Il cognome Callas venne da loro scelto dopo il trasferimento nella città americana.

Sembra che i genitori, che avevano perso prematuramente l’unico figlio maschio a causa del tifo, sperassero nell’arrivo di un nuovo bambino per la terza gravidanza, e quando invece arrivò Maria il padre ne fu talmente deluso da non pensare neppure a registrarla all’anagrafe, mentre la madre non avrebbe voluto neppure vederla. Per questa ragione il giorno esatto rimane ad oggi un mistero.

In tutti i modi, l’infanzia della futura Divina fu come quella delle altre bambine, a parte una spiccata predilezione materna per la sorella maggiore di sei anni, Jakinthy detta Jackie. La madre faceva impartire lezioni di musica e canto alla figlia maggiore, mentre Maria doveva limitarsi ad assistere. Eppure, fra le due sorelle era proprio la minore ad essere più portata, grazie al dono di imparare molto in fretta cose che alla sorella risultavano estremamente difficili.

Ad appena undici anni, in effetti, Maria Callas partecipò ad un concorso radiofonico canoro, raggiungendo il secondo posto. La madre si vide costretta ad ammettere che la figlia minore aveva il talento che mancava all’altra, così cominciò ad iscriverla a diversi altri concorsi per bambini. Le sue azioni in tal senso esasperarono il rapporto con il marito, e dopo il divorzio la madre condusse con sé le figlie in Grecia. Era il 1937.

Ad Atene, grazie alle conoscenze della madre Maria entrò al Conservatorio, e la sua insegnante, Elvira De Hidalgo, soprano, si rese subito conto del diamante grezzo che aveva di fronte. L’insegnante avrebbe dovuto restare solo un anno, ma nel frattempo la guerra cambiava tutti i piani, e invece ne rimase quattro. Da contralto che era, trasformò l’acerba Maria in soprano.

Ad appena diciassette anni la giovane entrava nel corpo di canto dell’Opera di Atene, anche se diverse sue colleghe non la amavano e ritenevano che la sua voce non fosse abbastanza bella. La futura Divina però non si lasciò abbattere, nonostante il conflitto rendesse tutto più difficile, anche incontrare la sua insegnante per continuare a studiare.

Dopo la guerra la Hidalgo le propose di continuare i suoi studi in Italia, ma Maria decise invece, su invito del padre, di tornare da lui a New York. Anche qui riprese la sua dura gavetta, fino al 1946, quando gli appassionati di lirica, i coniugi Bagarotzy si accorsero di lei e le fecero ottenere un provino per il Metropolitan. Tuttavia lei rifiutò le condizioni per il contratto, e raggiunta dalla madre partì con lei per Verona. Quest’ultima riattivò per la figlia tutte le sue conoscenze, e riuscì ad ottenere la parte della Gioconda nell’opera omonima. Qui, a Verona, conobbe il suo futuro marito, l’imprenditore Giovanni Battista Meneghini.

L’ascesa della Divina comincia proprio qui, in Italia. Nel 1948 la consacrazione a Firenze, nell’interpretazione della Norma, e poco dopo il matrimonio con Meneghini, più anziano di lei di 37 anni. Due anni dopo ebbe la possibilità di sostituire Renata Tebaldi, considerata la sua più accesa rivale, in un’esibizione a Milano. Il pubblico la adorò, ma non altrettanto i dirigenti e i giornalisti presenti. Decise quindi di partire per una tournée in Messico, e l’anno successivo il direttore della Scala le propose un contratto, portandoglielo di persona. La sua prima esibizione furono i Vespri siciliani.

In seguito proseguì per il Brasile, insieme alla Tebaldi, ma non andò benissimo proprio a causa della rivalità fra le due dive. Il contratto della Callas venne rescisso e lei tornò in Italia.

Un nuovo contratto la vide nuovamente protagonista alla Scala, finendo con il farle interpretare 23 ruoli diversi in 181 esibizioni. Intanto, nella vita privata stringeva amicizie importanti, da Luchino Visconti a Pier Paolo Pasolini a Franco Zeffirelli. Nel 1953 ricomparve dimagrita di 36 kg, e sono di allora le malelingue che parlarono del verme solitario da lei ingerito proprio a questo scopo. Parallelamente firmò un contratto con la EMI, guadagnando cifre altissime ad ogni esibizione.

Dal 1957 la sua stella cominciò ad appannarsi. Si fece fama di persona inaffidabile a causa di ritiri dell’ultimo minuto, e celebre è il suo abbassamento di voce nel corso di un’esibizione a Roma, davanti all’allora presidente Gronchi. Nel 1959 si separò dal marito, mentre la sua voce continuava a darle problemi.

Tramite un’amica conobbe Aristotele Onassis, che probabilmente fu il suo più grande amore. Ciò che è certo è che le spezzò il cuore, che lei mise in gioco perfino la sua carriera per lui, ricavandone poco o niente. Anche l’unico bambino nato da quell’unione visse solo poche ore, e di certo il dolore contribuì al suo tragico declino.

Infine, nel 1968 Onassis sposò Jacqueline Kennedy, vedova del presidente degli Stati Uniti John, assassinato a Dallas il 22 novembre 1963. La Callas era già stata abbandonata da lui, e venne a sapere delle nozze dai giornali. Il colpo fu durissimo.

Negli ultimi anni Maria Callas si ritirò a vita pressoché privata. La sua bellissima voce era ormai un ricordo, e si ridusse a vivere, a Parigi, con la sola compagnia di due domestici.

Un infarto la strappò infine alla vita il 16 settembre 1977, a 53 anni. Onassis era morto due anni prima, e la Divina chiese che le sue ceneri venissero sparse nel Mar Egeo, con la speranza di potersi infine riunire a lui. A Père Lachaise, uno dei cimiteri monumentali di Parigi, nel 1991 venne esposta una lapide in suo ricordo.

Considerando il personaggio, era inevitabile che la sua vita non venisse trasposta sullo schermo. È il caso del film Callas forever, uscito nel 2002 e interpretato da Fanny Ardant: ma anche della miniserie italo/franco/spagnola Callas e Onassis, uscita nel 2005 e con Luisa Ranieri nei panni della Divina.


Maria Carolina d'Asburgo Lorena


Negli scorsi appuntamenti con le Donne nella Storia, quando abbiamo parlato di regine e imperatrici, abbiamo incontrato prima Maria Antonietta e poi sua madre, Maria Teresa. Oggi tratteremo invece la sorella della prima e una delle numerose figlie della seconda: Maria Carolina d’Asburgo Lorena, arciduchessa d’Austria e regina delle Due Sicilie.

Ebbe il nome di due sorelline nate prima di lei, morte entrambe a poche ore di vita, Maria Carolina. Nacque nel 1752, in agosto, tre anni prima di colei che sarebbe diventata regina di Francia. Essendo tanto prossime di età, seguivano insieme gli studi e condividevano la stessa istitutrice, almeno finché per entrambe non si profilarono all’orizzonte le nozze.

Delle due, era Antonia ad essere meno ferma di carattere: Maria Carolina aveva ereditato il piglio e la determinazione della madre, nonché la predisposizione al comando che le sarebbe stata tanto utile a Napoli. Per di più la minore aveva un legame quasi morboso con la maggiore, vivevano in simbiosi, e per questa ragione fu dura per entrambe separarsi quando Carolina partì per diventare moglie di Ferdinando IV.

Occorre però precisare che sposare il re di Napoli non era nel progetto della sua vita fin dall’inizio. Le sorelle erano solo due dei figli che Maria Teresa aveva messo al mondo, e in principio sarebbero dovute essere altre due arciduchesse, prima Maria Giovanna e poi Maria Giuseppa, a dover salire all’altare con l’erede delle Due Sicilie. L’una e l’altra vennero però in tempi diversi uccise dal vaiolo, che al tempo seminava morte in tutta Europa, la prima a dodici anni e la seconda a sedici. Persa così anche la seconda scelta, il re di Napoli chiese a Maria Teresa se avesse un’altra figlia da imporre come sposa al giovane erede. E la prescelta fu Maria Carolina.

La ragazza, più determinata delle sorelle, inizialmente si impuntò affermando che i matrimoni napoletani erano “sfortunati”. Ma all’epoca, anche la più tosta delle donne doveva inchinarsi alla ragion di stato, anche se ad imporla era un’altra donna. Così, a sedici anni compiuti, nell’aprile 1768 sposò per procura, a Vienna, Ferdinando IV di Napoli. Lasciata con enorme dolore la sorella, con la quale intrattenne un fitto rapporto epistolare, partì quindi per la sua nuova vita di regina.

Entrò a Napoli come sposa nel maggio successivo, e il primo impatto con Ferdinando non fu certamente positivo. Egli non era né bello, né intelligente, né colto, si occupava poco degli affari di stato e la sua maggiore passione era la caccia. E pare che la cosa fosse reciproca, che neppure lui la trovasse piacevole o interessante.

Una coppia simile era certamente male assortita, ma ugualmente l’unione portò alla nascita di ben diciotto figli. Purtroppo, la maggior parte di essi non sopravvisse neppure alla prima infanzia.

Il disinteresse del marito per la politica e lo stato in generale si rivelò una benedizione per Maria Carolina. Bene istruita dalla madre, e già di suo intraprendente e scaltra, raggirò tanto bene il regale e poco avveduto sposo da riuscire a ricavarsi il suo posto d’onore nelle decisioni politiche. Inoltre, aveva fatto un patto con il consorte: avrebbe ottenuto un posto nel Consiglio di Governo alla nascita del primo erede maschio. L’arrivo del primogenito Carlo Tito dopo due femmine, nel 1775 (sarebbe vissuto appena tre anni) la aiutò ad ottenere questo riconoscimento, e da allora poté avere mano libera su moltissimi aspetti di governo. Inoltre, fu fervente sostenitrice della Massoneria.

Ma Maria Carolina non era soltanto una donna assetata di potere. L’educazione che la madre le aveva impartito aveva fatto di lei una donna colta, con interessi di diversa natura: fu lei, ad esempio, ad inaugurare nel 1780 l’Accademia delle Scienze. Neppure le molte gravidanze riuscirono a tenerla lontana troppo a lungo dal suo elemento naturale, il potere.

Al pari della madre, fece largo uso dei figli sopravvissuti per cementare le diverse alleanze con altre case europee. Sua figlia Maria Teresa, ad esempio, sposò il cugino, futuro Francesco II del Sacro Romano Impero; un’altra figlia, Luisa Amalia, sposò il granduca Ferdinando III di Toscana. Maria Amalia andò sposa in Francia, a Luigi Filippo d’Orléans. Maria Antonia al re di Spagna, Ferdinando VII. Maria Cristina ad un Savoia, Carlo Felice.

In Francia il vento stava cambiando, e anche a Napoli giunse la notizia dello scoppio della Rivoluzione. Maria Carolina era in pena per la sorella minore, e come molti altri reali europei temeva anche per sé stessa. La morte della sorella e del cognato furono un duro colpo, e portarono al blocco totale dei suoi rapporti con le forze riformiste, oltre che alla chiusura delle frontiere per impedire che le voci rivoluzionarie si diffondessero. Nonostante questo, un fronte rivoluzionario cominciò a riunirsi nella capitale del regno napoletano, ma fu fermato prima che potesse far seri danni. I responsabili vennero arrestati, alcuni giustiziati e altri esiliati.

Il 1806 avanzava, e con esso la discesa di Napoleone Bonaparte. La famiglia reale si rifugiò a Palermo, e il Bonaparte mise sul trono napoletano rimasto vacante il proprio fratello, Giuseppe. Maria Carolina scalpitava affinché il marito muovesse per riconquistare il suo regno, ma egli non l’ascoltò e lei partì per Vienna, sola. Era il 1814 quando Napoleone cadde, ma ormai la Storia aveva preso un corso diverso: il popolo voleva la Costituzione. Un anno prima Ferdinando IV aveva abdicato a favore del figlio maggiore rimasto, Francesco, e questa mossa tolse definitivamente alla regina ogni potere politico. Abbandonata da tutti, figli compresi, rimase in Austria dove morì, nel castello di Hetzendorf, a causa di un ictus: era l’8 settembre 1814, e lei aveva 62 anni.

Come abbiamo visto, aveva molto in comune con la madre imperatrice, spesso odiata, ma anche temuta. Tuttavia perfino lo stesso Napoleone maturò una certa stima per lei, sostenendo che fosse “l’unico uomo del regno di Napoli”.


Dalida


Per le Donne nella Storia di oggi, torniamo a parlare di cantanti. La protagonista di oggi è Dalida, bellissima quanto fragile.

Se pensate che questa magnifica artista fosse francese, vi sbagliate. Nacque come Iolanda Gigliotti a Il Cairo, in Egitto, ma i suoi genitori erano italiani, e suo padre, Pietro, era un artista, primo violino all’Opera del Cairo.

Inizialmente nelle intenzioni di Iolanda non c’era la musica. La sua bellezza le fece vincere, in adolescenza, un concorso di bellezza, e a vent’anni fu proclamata addirittura Miss Egitto.

Questo primo successo la fece entrare nel mondo del cinema, anche se per poco tempo. Finché rimase in Egitto sembrò che questa dovesse essere la sua strada, ma le cose cambiarono quando si trasferì a Parigi. Non riuscì a sfondare come attrice, e iniziò quindi a prendere lezioni di canto. Divenne Dalida nel 1954, e conobbe due personaggi che furono autori della sua ascesa: Lucien Morisse, direttore artistico di Europe 1, ed Eddy Barclay, editore musicale. Fu con quest’ultimo che la futura stella incise il suo primo 45 giri, Madona: a consacrarla fu però, nel 1957, il secondo, Bambino, che divenne Disco d’Oro. La favola di Iolanda, ormai Dalida, era appena all’inizio.

Con Lucien Morisse il sodalizio divenne anche privato, tanto che i due si sposarono nel 1961. Morisse era però un vero stacanovista, il lavoro per lui veniva sempre al primo posto, e Dalida cominciò presto a non riuscire più a reggere il suo ritmo. A rendere ancora più difficile la situazione coniugale sopraggiunse un terzo incomodo, l’attore Jean Sobieski (padre di Leelee, anch’essa attrice), incontrato a Cannes nel corso della tournée della cantante. Le cose non funzionarono con nessuno dei due uomini, Dalida e Morisse divorziarono e lei acquistò una casa nel quartiere di Montmartre, che esiste ancora oggi. Nel 1997 sarebbe stato posto, davanti alla sua abitazione, uno splendido busto che la ritraeva, realizzato dallo scultore Alain Alsan.

Nel 1964 Dalida divenne bionda e continuò i suoi studi musicali da autodidatta. Nel 1966 il fratello minore Bruno e la cugina Rosy le si affiancarono, il primo come agente e la seconda come segretaria. Questo è anche l’anno dell’incontro fatale con il più grande amore della sua vita, il cantautore italiano Luigi Tenco.

A presentarli fu la casa discografica RCA, e i due si ritrovarono coinvolti nella scrittura di una canzone da presentare al Festival di Sanremo dell’anno successivo. Innamoratisi, decisero di cantare insieme il pezzo, che sarebbe stato Ciao amore, ciao. Questa però venne esclusa dalla serata finale, e Tenco non la prese bene.

Ci sono ancora molti dubbi e punti oscuri su quella terribile serata. Ciò che si sa per certo è che, dopo aver inveito contro la giuria di Sanremo, Tenco tornò nella sua stanza d’albergo, e fu proprio la compagna a ritrovarlo poche ore dopo, ucciso da un colpo di pistola. Si pensò al suicidio, anche data la presenza di un biglietto vicino al corpo.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, Orietta Berti riferisce che all’epoca venne ritenuta responsabile di quella tragedia, in quanto la sua canzone, Io, tu e le rose, passò invece il turno. Non vinse, comunque: per la cronaca, in quell’edizione tanto funesta della kermesse musicale a trionfare fu il duo composto da Claudio Villa e Iva Zanicchi, con la canzone Non pensare a me.

In tutti i casi, la perdita del compagno segnò profondamente Dalida, tanto che alcuni mesi dopo tentò lei stessa il suicidio ingerendo dei barbiturici. Venne salvata da una cameriera dell’albergo in cui risiedeva.

Cercando nella sua esistenza una dimensione più alta, un significato più ampio, cominciò a dedicarsi alle letture e alla filosofia. Nel frattempo la sua carriera proseguiva, anche se il suo primo agente, Lucien Morisse, si era suicidato nel 1970. Il suo successo non accennava a diminuire.

Gli anni Settanta la videro ritrovare un sodalizio artistico con Alain Delon, suo antico amore, e una nuova serenità con un nuovo compagno, l’attore Richard Chanfray. La sua carriera letteralmente volava su picchi altissimi, donandole fama mondiale.

Tutto il decennio fu costellato di successi, e si dedicò maggiormente al lavoro soprattutto quando, nel 1981, ruppe con Chanfray. In quell’anno fu anche la prima artista a vincere il Disco di Diamante.

Il suicidio di Chanfray, avvenuto nel 1983, la colpì duramente, ma comunque si rifiutò di fermarsi, anche se nel 1985 dovette sottoporsi a due operazioni agli occhi. L’anno seguente vestì i panni di protagonista nella sua più grande interpretazione cinematografica, sul set del film Le sixième jour (Il sesto giorno). La vita però le era già diventata insopportabile, come scrisse nel suo messaggio d’addio.

Il 2 maggio del 1987 chiese alla sua cameriera di essere lasciata sola, dopo aver disdetto un servizio fotografico. Uscì per imbucare una lettera indirizzata al fratello Bruno, quindi rientrò a casa e fece nuovamente uso di barbiturici. Questa volta nessuno venne a salvarla.

Morì nella notte fra il 2 e il 3 maggio. Aveva 54 anni, e la sua vita piena di alti e bassi era già leggenda.

La tomba di Dalida si trova nel cimitero di Montmartre, ed è impreziosita da una statua che la raffigura ad altezza naturale. Chi vi scrive ha avuto occasione di visitarla, e vi consiglia di farlo se ne avete la possibilità: ne varrà la pena.


Maria e Anna Bolena

Dopo tanto tempo torniamo a parlare di nobili! Per la sezione Donne nella Storia oggi è la volta di due sorelle, che avevano molto in comune… compreso l’uomo che amavano. Parliamo di Anna e Maria Bolena.

Non sappiamo esattamente quale delle due fosse la maggiore, poiché le informazioni sui loro primi anni di vita non sono complete. Si possono solo fare delle ipotesi, ma nella maggior parte dei casi si tende a indicare Maria come più anziana (1499 o 1504) e Anna più giovane (1501, 1502 o addirittura 1507). In ogni caso, erano figlie di Elizabeth Howard e di Thomas Bolena, diplomatico e ambasciatore del re Enrico VIII.

La prima a salire alla ribalta fu Maria, che appena quindicenne faceva parte del seguito di Maria Tudor, in partenza per la Francia per sposare re Luigi XII. Dopo la morte di quest’ultimo salì al trono il figlio, Francesco I: Maria rimase a corte al servizio della di lui sposa, Claudia di Francia, e nel frattempo si intratteneva come sua amante. Insieme alla giovane si trovava sua sorella Anna, che invece era impegnata come interprete in caso di visite di persone di lingua inglese. Inoltre, teneva compagnia alla sorella della regina, Renata di Francia.

Le due sorelle Bolena rientrarono in Inghilterra in periodi differenti: la fama di Maria però la precedeva (con espressioni poco felici da parte di Francesco, che non staremo qui a ripetere), poiché era nota la sua liaison con il re francese. Nello stesso anno Enrico VIII si sposava per la prima volta, con Caterina d’Aragona: Maria entrò nella sua corte come dama di compagnia.

Aveva circa vent’anni quando sposò William Carey, gentiluomo della camera del re. Risiedendo entrambi a corte, anche Maria ebbe modo di incontrare spesso il sovrano, e un paio di anni dopo venne “convinta” dalla sua stessa famiglia a offrirsi come sua amante, in modo da ottenere i maggiori favori possibili. La sua parabola durò forse quattro o cinque anni, e in questo periodo ebbe due figli, dalla paternità incerta. Il re, infatti, non li riconobbe mai come suoi, nonostante il secondogenito, Henry, gli somigliasse in modo abbastanza clamoroso. Nemmeno però si disinteressò di loro, anche quando l’intera famiglia Bolena era ormai caduta in disgrazia.

Anche Anna ebbe un ruolo come dama di compagnia di Caterina d’Aragona, e una volta messa da parte Maria, con la stessa leggerezza di un giocattolo che non ci piace più, il re cominciò ad interessarsi a lei. Anna però era più sveglia della sorella e soprattutto aveva assistito all’ascesa e la caduta di Maria: voleva essere molto più di un’amante, e per questa ragione tenne duro senza concedersi. Resistette ad una corte serrata di sette anni, finché Enrico VIII non giunse ad una conclusione, proprio quella a cui lei voleva portarlo.

Se voleva che la ragazza gli elargisse le sue grazie, doveva impegnarsi a sposarla. Questo però non era possibile, perché come dicevamo lui aveva già una sposa. Il desiderio era però così pressante da indurlo a commettere una leggerezza che avrebbe avuto una risonanza ben più ampia: chiese l’annullamento del matrimonio, causando in tal modo il cosiddetto Scisma Anglicano. Da quel momento, la Chiesa di Roma e quella inglese sarebbero state due entità distinte, ed Enrico si poneva come capo di quest’ultima.

Ma torniamo per un attimo a Maria. Dopo la morte di William Carey suo figlio, di appena due anni, venne affidato a corte alla zia Anna, e lei mise a segno un colpo audace: contrasse un secondo matrimonio, con William Stafford. Egli non era nobile, non aveva nulla da offrire alla giovane se non il suo cuore: e dalle lettere di Maria in quel periodo dobbiamo presumere che fosse tutto ciò che le interessava. La famiglia ne fu indignata, e la coppia venne allontanata dalla corte, costretta a ritirarsi in campagna. Da come andarono le cose, era la cosa migliore che potesse capitarle.

Nel frattempo Anna aveva sposato il re (già incinta, pare), ma non si rivelò feconda come la sorella. Quasi tutte le sue gravidanze si conclusero con dolorosi aborti, e l’unica andata a termine portò alla nascita di una femmina: la futura Elisabetta I. Enrico aveva assolutamente bisogno di un erede maschio, e finora l’unico che avesse era proprio quello avuto da Maria, che però era illegittimo.

L’unico conforto della giovane regina era il fratello George, che per tutta la vita era stato paggio al servizio del re. I due fratelli erano molto legati, e qualcuno pensò che lo fossero fin troppo: ne scaturì un’accusa infamante, quella di incesto, per la quale il giovane venne condannato a morte.

Il re non poteva più aspettare, e visto che in tre anni Anna non aveva saputo dargli il figlio maschio si rivolse ad altri lidi. La prossima regina, già individuata, era Jane Seymour, dama di corte, molto più mite e docile. Anna venne quindi imprigionata nella Torre di Londra, con tutta una serie di accuse infondate: incesto con il fratello, adulterio, stregoneria e tradimento alla corona. Nessun processo, nessuna prova, solo una condanna a morte e la decapitazione, due giorni dopo l’amato fratello.

Maria non fece nulla per evitare la condanna, almeno apertamente. Forse la rivalità aveva esacerbato l’amore fra sorelle, trasformandolo in invidia: forse, adesso che viveva in pace con il suo amato sposo, non desiderava immischiarsi nuovamente nel clima tossico della corte. E in ogni pellicola o romanzo che abbia narrato la vicenda delle sorelle Bolena si ipotizza che Maria fosse andata almeno una volta in visita ai due fratelli prima della condanna: ma non ci sono prove che questo sia mai avvenuto. Quanto ai suoi figli, entrambi vennero impiegati al servizio del re, e più avanti della cugina, la regina Elisabetta I.

Parlando proprio di lei, la regina vergine, perse presto la madre, come abbiamo visto: per lungo tempo i suoi rapporti col padre furono pressoché inesistenti, essendo lui troppo occupato a contrarre matrimoni e generare altri figli. Soltanto l’intervento della sesta moglie di Enrico, Caterina Parr, riconciliò padre e figlia. Ma questa è un’altra storia, e ne parleremo a tempo debito.


Edith Piaf

Nella categoria Donne nella Storia, avrete notato, manca una sottocategoria, quella delle cantanti. Rimediamo subito oggi, parlando di lei: Édith Piaf.

Nacque Édith Gassion a Parigi, nel 1915: il nome d’arte Piaf ha il significato letterale di “passerotto”, ed era una sorta di soprannome dovuto alla sua corporatura minuta. Si dice che nacque sul marciapiede della sua casa, poiché la madre, giunta alla fine della gravidanza, non aveva fatto in tempo a raggiungere l’ospedale. Questa è una leggenda, ma la targa che ricorda l’evento, posta proprio sulla facciata di quella che era l’abitazione dei genitori, esiste ancora ed è reale.

I suoi genitori erano due artisti: il padre era un artista di strada, mentre la madre, di origini algerine, era nata a Livorno ed era una cantante di caffè. Tuttavia i genitori non avevano i mezzi necessari per accudirla, così venne allevata dalla nonna paterna, che gestiva un bordello. Qui Édith crebbe circondata dalle donne che lavoravano per la nonna, e a sei anni contrasse la cheratite, che per un periodo la rese cieca. La nonna e le sue ragazze andarono quindi in pellegrinaggio a Lisieux, per raccomandare la sua vista e la sua salute a Santa Teresa: ed effettivamente la bambina guarì completamente. Da quel momento scoprì una forte fede, indirizzata quasi esclusivamente a questa santa.

Già a otto anni, a seguito del padre, Édith scoprì di avere una bellissima voce, che esercitava perlopiù cantando come artista di strada melodie popolari francesi. Proseguì comunque anche dopo aver lasciato la compagnia del genitore, e a circa diciassette anni incontrò Louis Dupont: questo gli avrebbe dato quasi subito una figlia, Marcelle, che però visse appena due anni e morì, forse, di meningite.

Édith Gassion divenne Édith Piaf a vent’anni, scoperta dall’impresario (e direttore del cabaret Le Gerny sugli Champs Elysées) Louis Leplée: fu lui a suggerirle il nome d’arte. Da questo momento in poi la sua carriera prese il volo, proprio come il passerotto da cui aveva preso il nome. Sembrava che la sua vita da qui non potesse essere meno che luminosa.

Registrò il suo primo album nel 1936, ma ad aprile l’assassinio di Leplée, trovato morto nella sua abitazione, sconvolse la sua esistenza e rischiò di giocarle l’intera carriera. Venne infatti interrogata a lungo e sospettata di avere avuto qualche ruolo nel delitto, e le cose peggiorarono ancora alla scoperta che l’impresario frequentava circoli criminali a Pigalle. Anche la cantante venne coinvolta, ma riuscì ad uscirne.

In cerca di un nuovo collaboratore, la sua scelta cadde su Raymond Asso, paroliere, che le aveva già proposto una canzone, da lei rifiutata. Questa volta la collaborazione fu fruttuosa, anche dal punto di vista privato, e la carriera di Édith Piaf poté dirsi definitivamente decollata.

Anche quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale il suo successo non accennava a diminuire, e proprio nel 1945 vide la luce quel che rimane il suo pezzo più celebre, La vie en rose. Eppure le contestazioni non mancavano: in quel periodo tanto duro per l’Europa, le venne contestato di non essersi “opposta abbastanza” all’occupazione nazista. Come se lei sola, artista e donna, potesse con uno schiocco di dita risolvere tutti i problemi della Francia.

Pare, comunque, che si sia adoperata per procurare un certo numero di documenti falsi allo scopo di aiutare e salvare prigionieri francesi e artisti ebrei, ma la cifra esatta è di difficile distinzione.

La sua vita privata contava già diverse relazioni: dal 1944 al 1946 fu legata a Yves Montand, mentre nel 1948, nel corso di una tournée negli Stati Uniti, incontrò il pugile Marcel Cerdan. Meno di un anno dopo colui che rimase il suo più grande amore morì tragicamente in un incidente aereo: il dolore la travolse, e per contrastarlo cominciò ad assumere potenti dosi di morfina.

Dopo questa storia tanto importante ne sopravvennero altre due, e l’ultima culminò in matrimonio: lo sposo era il cantante Jacques Pills, e la sua testimone fu nientemeno che l’attrice Marlene Dietrich. Le due donne erano legate da un profondo legame di amicizia, e c’è chi afferma che l’attrice sia stata segretamente innamorata della cantante per molti anni. Era il 1952.

Dieci anni dopo, il 9 ottobre del 1962, si sposò di nuovo, questa volta con Theo Sarapo, vent’anni più giovane di lei e suo ex segretario. Il passerotto della musica sarebbe vissuta ancora appena dodici mesi esatti: il 10 ottobre 1963 moriva a Grasse, nelle Alpi Marittime, all’età di 47 anni. Il suo corpo era ormai devastato dalla morfina e da abusi di altri medicinali, oltre che da un peso di malinconia e male di vivere che, si poteva dire, l’aveva accompagnata per tutta la sua vita. Il funerale si svolse quattro giorni dopo, e considerato il suo divorzio e la sua vita “scandalosa” le venne negata la funzione religiosa: ottenne soltanto una benedizione prima di venire inumata.

Venne tumulata nel cimitero monumentale di Père Lachaise, al fianco del padre, dell’unica figlia morta bambina e dell’ultimo marito: Theo Sarapo l’avrebbe raggiunta nel 1970, a causa di un incidente d’auto.


Giovanna la Pazza


Da qualche tempo, per la pagina Donne nella Storia, non parliamo di regine. Oggi rimediamo, e ci occupiamo di lei: Giovanna di Trastamara, passata alla Storia con il soprannome di Giovanna la Pazza.

Nacque nel 1479 a Toledo, ed era la terzogenita di quei Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia che avrebbero in seguito finanziato la spedizione americana di Cristoforo Colombo. Per la coppia reale costituiva un problema il fatto che l’unico maschio avuto finora, maggiore di Giovanna, fosse un bambino di costituzione gracile e che difficilmente avrebbe raggiunto l’età adulta. La giovane quindi, come capitava a quei tempi, sarebbe stata “impiegata” unicamente in un buon matrimonio, a scopi diplomatici.

Lei e le sorelle ricevettero un’educazione strettamente religiosa, ma Giovanna era molto intelligente e affatto incline all’obbedienza senza discussioni. Fra i suoi insegnanti c’erano gli umanisti Antonio e Alessandro Geraldini, e Giovanna eccelleva nella danza e nello studio del latino e della musica.

Ma prima di tutto questo, Giovanna era una principessa, e presto venne per lei il tempo del matrimonio. Era il 1496 quando sposò Filippo detto Il Bello, figlio dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo.

Da parte di Giovanna il colpo di fulmine fu immediato, e si dimostrò una sposa devota pur se molto gelosa. Filippo la corrispondeva, ma non alla stessa maniera, e poco dopo le nozze riprese la sua vita di sempre, incontrando allegramente donne e dedicandosi unicamente ai suoi piaceri. Per giunta, come sarebbe poi accaduto ed era già accaduto a molte donne prima di lei, Giovanna era una principessa in terra straniera, e in una corte con cui non aveva nulla in comune: isolata in tal modo sviluppò tutta una serie di fobie e manie. Nonostante questo lei e Filippo ebbero sei figli, due maschi e quattro femmine: i primi sarebbero diventati imperatori, le seconde potenti regine.

Con uno schema simile a quello che coinvolse Maria Teresa e la figlia Maria Antonietta, Isabella di Castiglia contava su Giovanna perché influenzasse la politica olandese con l’influsso spagnolo. La giovane però non era disposta a collaborare: si può credere che, considerata la tristezza della sua vita, delle questioni diplomatiche finisse per importarle ben poco. E del resto non era certo la prima infelice sacrificata dalla famiglia alla “ragion di stato”.
Forse la vita di Giovanna sarebbe comunque potuta somigliare a quella di molte altre spose reali, se una serie di lutti non fosse venuta a sparigliare le carte sulle questioni dinastiche. Infatti, nello spazio di pochi mesi morirono il fratello e la sorella maggiori, rendendo così Giovanna potenziale erede di Castiglia. Insieme al marito, che non vedeva l’ora di reclamare per sé il dominio della Castiglia, Giovanna quindi partì per la Spagna. Qui Filippo non ebbe il comportamento da sposo virtuoso che ci si sarebbe aspettati, e Giovanna non era disposta a tollerare i continui tradimenti, facendogli continue scenate di gelosia. Il padre Ferdinando, invece di prendere le parti della figlia, mise l’accento su questi episodi, tentando di insinuare il dubbio che Giovanna stesse impazzendo, che fosse instabile e quindi inadatta a regnare su alcunché.

Nel 1502 Filippo ritornò in Olanda, ma senza Giovanna, ammalata e incinta. La madre Isabella la trattenne presso di sé, con la scusa che un viaggio potesse incidere negativamente sulla gravidanza, ma di fatto prigioniera: riuscì a raggiungere il marito solo due anni dopo, per scoprire che nel frattempo lui aveva preso con sé un’amante fissa. Ritornarono allora, puntuali, le scenate di gelosia, questa volta affiancate da ogni sorta di stratagemma, filtri d’amore compresi, nel tentativo di riconquistare il marito.

A novembre dello stesso anno morì anche la madre di Giovanna, Isabella, e la coppia reale ripartì per la Spagna. La giovane avrebbe a questo punto dovuto assumere la reggenza del regno di Castiglia, ma il padre e il marito fecero comunella e la estromisero da ogni decisione politica, di fatto defraudandola dal suo legittimo regno.

Tutto questo durò appena due anni, fino alla morte di Filippo. Giovanna era incinta dell’ultima figlia, Caterina, ma la perdita del consorte fu un colpo durissimo: fece imbalsamare il corpo e lo scortò personalmente sino in Olanda, dove avrebbe ricevuto sepoltura. Tolto quindi di mezzo un altro ostacolo, Ferdinando d’Aragona ritornò in gioco e prese possesso del regno di Castiglia, facendo imprigionare la figlia con l’accusa di pazzia. Era il 1509, Giovanna si trovava chiusa a Tordesillas. E qui nacque la sua ultima figlia.

Infine, nel 1516 anche Ferdinando d’Aragona passò a miglior vita, e il suo erede fu Carlo, appena sedicenne, figlio di Giovanna e Filippo. Regnante dei due reami uniti di Castiglia e Aragona, uno dei suoi primi gesti fu andare a trovare la madre rinchiusa: ma decise di lasciarla dov’era, pensando che alla fine la sofferenza di una sola persona – fosse anche la propria madre – fosse preferibile ad eventuali problemi scaturiti dalla sua liberazione.

Caterina, l’ultimogenita, visse la sua infanzia al fianco della sventurata madre, in prigionia sino al 1525, quando andò in sposa al re Giovanni III del Portogallo. Dopo la sua partenza quindi Giovanna rimase sola, vessata e abusata dalle guardie, isolata da chiunque le offrisse aiuto o anche solo un gesto di simpatia e gentilezza. Tuttavia non ebbe mai una parola dura né verso il padre, che divinizzava, né verso il marito, il cui ricordo rimaneva sempre presente; e tantomeno verso il figlio, verso il quale conservò sempre il più devoto sentimento materno.

Le sue sofferenze ebbero termine nel 1555: era rimasta rinchiusa per ben quarantasei anni, periodo che senza dubbio contribuì a renderla pazza, anche se il sacerdote Francesco Borgia, che l’assistette nei suoi ultimi istanti, la descrisse come perfettamente lucida. Il figlio Carlo abdicava pochi mesi dopo, e nel 1558 anch’egli lasciava la vita, forse a causa della malaria, nel monastero di San Jeronimo di Yuste, in Estremadura (sud-est della Spagna). Non è dato sapere se prima di spirare abbia dedicato almeno un pensiero alla madre, con la quale (non l’unico, ma solo l’ultimo) si era comportato in maniera tanto spietata.


Maria Montessori


Se siete stati giovani o anche solo bambini quando ancora esisteva la lira, ricorderete senza dubbio il volto femminile che campeggiava sulla banconota da mille. E come oggi non avrete avuto alcun dubbio sulla sua identità. La nostra Donna nella Storia è Maria Montessori.

Nacque a Chiaravalle, in provincia di Ancona, nel 1870. Successivamente, con i genitori, si sarebbe spostata prima a Firenze e poi a Roma, e manifestò presto interesse per le materie letterarie. A sostenerla l’appoggio silenzioso della madre, Renilde Stoppani, ma soprattutto dello zio, fratello della madre, abate e scienziato, da sempre impegnato a cercar di dimostrare che scienza e fede potevano e dovevano coesistere.

Il padre avrebbe voluto che Maria diventasse insegnante, ma la ragazza aveva ottimi voti e preferiva nettamente le scienze: il contrasto con il genitore si acuì quando Maria Montessori decise di iscriversi alla Regia Scuola Tecnica Michelangelo Buonarroti, oggi Istituto Leonardo Da Vinci. Possedeva un’intelligenza acuta ed era una delle allieve migliori, tanto che si diplomò con un punteggio di 137 su 160.

L’intenzione di Maria sarebbe stata di proseguire gli studi e iscriversi a Medicina: ma non le fu possibile, poiché tale scelta poteva essere effettuata solo dopo aver frequentato il Liceo Classico. Optò quindi per la facoltà di Scienze, per poi passare a quella di Medicina dopo due anni. Anche questa volta i risultati furono eccellenti, e Maria Montessori divenne la terza donna nella Storia a laurearsi in questa disciplina. Era il 1896.

Cominciò allora ad interessarsi ai bambini, in particolar modo a quelli in difficoltà, compresi quelli che all’epoca si definivano “deficienti”. Questa strada la portò a prendere la specializzazione in Neurochirurgia infantile, e nel 1898 ottenne l’incarico di direttrice della scuola ortofrenica di Roma. In quel periodo incontrò il collega Giuseppe Montesano: dalla loro relazione clandestina nacque un figlio, Mario. Maria riuscì a mantenere la gravidanza e la nascita del bambino nella segretezza, e lo affidò ad una famiglia, continuando a sostenere le spese per la sua istruzione. Soltanto quando il ragazzo fu adolescente riprese i contatti con lui fingendosi una zia: in seguito riuscì ad ottenerne l’affido, ma l’amante l’aveva abbandonata ormai da tempo.

I suoi studi e i suoi metodi di insegnamento alternativi la portarono ad aprire la prima Casa dei Bambini, nel 1907. Il suo parere era che a scuola i bambini dovessero essere completamente liberi di manifestare loro stessi e la loro creatività, e che gli adulti dovessero intervenire solo e unicamente allo scopo di guidarli verso questo scopo. Il compito dell’insegnante, così sosteneva, era di fare in modo che il bambino potesse trovare da solo le soluzioni ai piccoli problemi che gli si ponevano, e che potesse comprendere i suoi errori e correggerli senza aiuto.

La Casa dei Bambini di Roma fu soltanto la prima: presto ne vennero aperte di simili in tutta Europa, e Maria Montessori viaggiava senza sosta per presentare le sue teorie.

Ma il Ventennio avanzava, e anche se la Montessori non era ebrea, il regime le provocò comunque dei grattacapi. Inizialmente Mussolini appoggiò le sue idee, e per questo venne tacciata di collaborazionismo: in realtà Maria Montessori non era interessata alla politica, tantomeno si dichiarava fascista. Se sfruttava il favore del Duce, era soltanto perché in quel momento ciò era utile ai suoi scopi.

Questo almeno finché non venne alla rottura con lo stesso Mussolini, cosa che accadde nel 1934 e che fece chiudere tutte le sue scuole, sia in Italia che in Germania. Qualcuno di voi ricorderà che anche Anne Frank studiò in una di queste.

Questo evento convinse Maria a lasciare l’Italia, e insieme al figlio si stabilì in India. Avrebbero fatto ritorno solo nel 1946, ma senza rimanervi a lungo: condusse gli ultimi anni della sua vita in Olanda, dove morì nel 1952. Aveva 82 anni, e il Metodo Montessori era già un’istituzione in tutto il mondo. Ad oggi, infatti, si stima che siano 65.000 le scuole che lo adottano.

Da ultimo, se siete amanti delle serie tv posso consigliarvi la miniserie Maria Montessori – Una vita per i bambini, interpretata dalla bravissima Paola Cortellesi e andata in onda nel 2007.


Maria Teresa di Lamballe


All’inizio dell’avventura di Gli occhi di Lucrezia abbiamo parlato di Maria Antonietta, regina di Francia. Sappiamo che la sua vita a corte era spesso difficile: ma sappiamo anche che ebbe dei rapporti intensi con alcune persone. E che una di queste le fu fedele fino all’ultimo, fino anche a mettere in gioco la sua stessa vita. La Donna nella Storia di oggi è Maria Teresa di Savoia Carignano, la principessa di Lamballe.

Di qualche anno maggiore della celebre reine (nacque infatti nel 1749, mentre Maria Antonietta sarebbe nata nel 1755) era figlia di Luigi Vittorio di Savoia, appartenente ad un ramo cadetto della dinastia sabauda, i Savoia Carignano. Sua madre era invece Cristina d’Assia.

Maria Teresa ebbe un’infanzia tranquilla nella casa paterna, e fin da bambina mostrò un’indole mite e docile. Quando ebbe diciassette anni la sua mano venne richiesta dal duca di Penthièvre: suo figlio Luigi Alessandro, principe di Lamballe, ne aveva diciannove e conduceva un’esistenza dissoluta, ragion per cui necessitava di una sposa che lo “rimettesse in riga”. Nel 1767 si celebrò il matrimonio.

Le nozze furono tanto infelici quanto brevi. Il principe non badava affatto alla novella sposa, la lasciava spesso sola, e Maria Teresa sviluppò ben presto i sintomi di una forte depressione. Per compensare il suocero, il duca di Penthièvre, la voleva spesso presso di sé, e il rapporto fra i due era quasi filiale.

Gli eccessi del principe di Lamballe giunsero alle estreme conseguenze nel 1768: contratta una malattia venerea, morì neppure ventenne. Rimasta vedova la giovane sposa continuò a vivere nella casa del suocero, e insieme i due si dedicarono ad opere di assistenza e beneficenza. Maria Teresa non pensò mai di risposarsi.

Incontrò per la prima volta la regina quando era ancora Delfina, al tempo del suo matrimonio con il futuro Luigi XVI. Il tempo di un anno e le due giovani divennero intime amiche, tanto che nel 1775 Maria Teresa riceveva dalle mani della sovrana la prestigiosa carica di Sovrintendente alla Casa della Regina. La principessa non era però a suo agio in questo nuovo ruolo, e non aveva né le capacità né il carattere per esercitarlo: in breve tempo venne quindi sostituita da una nuova favorita, madame de Polignac.

Ci fu allora un allontanamento fra le due amiche, di cui Maria Teresa soffrì molto. Questo non le impedì però di dedicarsi ad altro: effettuò alcuni viaggi, riprese le sue opere di carità e nel 1777 si unì alla Massoneria nella loggia La Candeur. Nel 1780 era Maestra Venerabile: avrebbe abbandonato il movimento nel 1789, quando comprese che la Massoneria era più rivoluzionaria che monarchica.

La Rivoluzione Francese era lì per divampare. Maria Antonietta cercò di nuovo di riallacciare i rapporti con la principessa, consapevole che le era rimasta sempre fedele: dopo la presa della Bastiglia, però, quest’ultima lasciò la Francia e mosse mari e monti nel tentativo di impedire che venisse fatto del male alla famiglia reale. La regina la pregò di rimanere dov’era e di non tornare assolutamente in patria, ben consapevole che la giustizia popolare non avrebbe risparmiato nessuno che avesse a che fare con i reali: ma Maria Teresa decise comunque di tornare.

Nell’agosto del 1792 il re, la regina con i figli, la sorella del re e la stessa principessa di Lamballe vennero arrestati, e successivamente separati in diverse prigioni. Era la notte del 19 del mese quando Maria Teresa venne interrogata, e chiusa alla Force. Sarebbe rimasta lì per un paio di settimane, fino al 2 settembre successivo.

In quei giorni, almeno sessanta prigionieri della Force vennero assassinati senza alcun processo. Nel frattempo, altrove il duca di Penthièvre, suocero della principessa, temeva per lei e tentava ogni modo per salvarle la vita. Attraverso un complicato scambio di denaro la sua sorte sembrava volgere al meglio: sarebbe dovuto esser risparmiata, e a tal proposito venne convocata fra gli ultimi davanti al sommario tribunale.

Interrogata, le venne imposto di giurare di amare uguaglianza e libertà, e di odiare la monarchia. Inoltre, una volta uscita dall’aula avrebbe dovuto gridare “Viva la Nazione!”.

Uscita nel cortile con la scorta di una guardia, vide i corpi degli sventurati assassinati nelle ore precedenti. L’orribile vista le fece scordare quanto avrebbe dovuto dire: esclamò invece un disperato “Dio, che orrore!”.

Non fu però questo ad esserle fatale. Poteva già comunque dirsi salva, e sarebbe vissuta se un garzone di parrucchiere, ubriaco, non si fosse precipitato verso di lei per toglierle la cuffia dalla testa. Prese l’infausta decisione di operare questo scherzo con una picca, ma nelle condizioni in cui era mancò l’indumento: colpì invece la fronte della principessa. Il suo volto si arrossò di sangue.

I carnefici, ancora troppo vicini, pensarono allora che questo significasse che doveva morire. Si accanirono quindi su di lei, le tagliarono la testa e usarono sul corpo altre nefandezze che non è qui il caso di riferire. Da ultimo, la testa venne issata su una picca e portata in trionfo sotto le finestre della regina. La figlia di quest’ultima, Maria Teresa, riferì che quella fu la prima volta in cui la vide davvero perdere il controllo.

Soltanto dopo molte ore un uomo vicino al duca di Penthièvre riuscì a riappropriarsi della povera testa della principessa: la lavò e risistemò con cura, quindi l’affidò ad un domestico del duca, che aveva riavuto anche ciò che restava del corpo. Il suocero ne fu devastato: poco dopo i funerali si mise a letto, e morì di dolore per aver perso una così amata nuora.

Terminiamo con una curiosità. Il nostro Vittorio Alfieri si trovava anch’egli a Parigi in quel periodo, e fuggì per mettersi in salvo proprio in quell’agosto. La vicenda della principessa di Lamballe lo colpì, ed egli dedicò a lei due strofe della sua opera Il Misogallo: li riportiamo qui sotto.

<<E una leggiadra Donna, d’alto sangue/nata, (oimé) veggo del bel capo scema,/giacer negletto orrido tronco esangue.//Giacer? che dico? Ahi feritade estrema!/Poco è la morte; il vil furor non langue;/Vuol ch’empio strazio anco il cadaver prema.>>


Liliana Segre


 “La memoria rende liberi”: con queste parole possiamo riassumere la filosofia di vita della Donna nella Storia di oggi. Perché oggi parliamo di lei: Liliana Segre.

Nasceva a Milano nel 1930, e ad appena un anno di vita perdeva la madre, rimanendo così sola col padre. La presenza dei nonni le impedì però di sentirsi sola: al contrario fu una bambina molto amata, e la vita che conduceva era felice e tranquilla.

Questo almeno fino al 1938, anno di promulgazione delle prime leggi razziali. I Segre erano infatti una famiglia ebrea, anche se a quanto sappiamo il padre di Liliana si era sempre detto laico. Ma come ben sappiamo, erano i nazisti a decidere chi era ebreo e chi no.

La prima delusione della vita di Liliana Segre fu l’essere espulsa dalla scuola, come accadde a tutti i bambini ebrei. Parallelamente il padre iniziò a incontrare problemi sul lavoro, gli amici cominciarono ad essere distanti fino a voltar loro le spalle, la loro stessa città li considerava cittadini di serie C. Da tutto questo la decisione di Alberto Segre, nel 1943: prendere la figlia e tentare di espatriare in Svizzera.

La fuga però non riuscì, padre e figlia vennero fermati al confine e arrestati. Era dicembre, e i due vennero consegnati ai loro connazionali da un ufficiale svizzero-tedesco. Inizialmente vennero detenuti nel carcere di Varese, passarono poi a quello di Como e infine di nuovo a Milano, a San Vittore. Qui rimasero per più di quaranta giorni, reclusi nel Quinto raggio, esclusivamente riservato ai prigionieri ebrei.

Era la fine di gennaio quando i detenuti vennero infine scarcerati: tuttavia non c’era la libertà ad attenderli. Salutati dalle parole commosse dei detenuti “comuni”, Liliana Segre e suo padre insieme ad altri 600 ebrei (40 erano bambini) salivano su camion che li avrebbero portati alla Stazione Centrale. Qui, una serie di vagoni attendeva solo di accogliere i prigionieri, e dal binario 21 (visitabile a tutt’oggi, perché la memoria di quanto è stato non vada perduta) il treno partì per destinazione Auschwitz-Birkenau.

Il viaggio durò circa una settimana, con le condizioni disumane che già conosciamo e che non è qui il caso di ripetere. Giunti al campo Liliana e suo padre vennero separati, e non si videro mai più: la maggior parte dei detenuti con cui avevano viaggiato vennero destinati subito alla camera a gas.

La giovane, che aveva all’epoca tredici anni, venne invece selezionata per il lavoro nella fabbrica di munizioni. Pur se giovanissima riuscì a sopravvivere, un giorno dopo l’altro, nel tentativo unico di ritornare a casa, forse con la segreta speranza di farlo insieme al padre. Quando poi, all’inizio del 1945, le sorti della guerra si fecero infauste per la Germania e i nazisti cercarono di cancellare ogni traccia del loro operato, Liliana venne scelta ancora una volta, forse perché giudicata relativamente “sana”, per partecipare alla cosiddetta Marcia della Morte. Fu una delle poche che sopravvissero anche a questa terribile prova.

A maggio Liliana era rifugiata nel campo di Malchow: ed era qui quando i russi arrivarono, portando con loro la liberazione. Finalmente libera, la giovane ritornò in Italia e si trasferì prima dagli zii e poi dai nonni materni: nessun altro della sua famiglia era sopravvissuto.

Per molto tempo Liliana Segre non parlò di ciò che aveva vissuto. Aveva sposato Alfredo Belli Paci, anch’egli sopravvissuto ai campi, nel 1951, e insieme hanno avuto tre figli: ma dovettero arrivare gli anni Novanta prima che la Segre decidesse di raccontare.

E da allora la sua testimonianza non si è mai fermata, anche se nel 2021 ha deciso che non avrebbe più continuato. Del resto, si tratta pur sempre di tre decenni fitti di incontri, interviste, dichiarazioni: nel 2018 è stata infine insignita dell’onorificenza di Senatore a vita, dalle mani del presidente Sergio Mattarella. Ha inoltre collaborato alla stesura di diversi libri dove racconta la sua esperienza di deportata, fino ad oggi nel numero di dodici: La memoria rende liberi, titolo con cui abbiamo aperto la sua storia, è stato redatto insieme al giornalista Enrico Mentana.

Siamo però costretti ad accennare anche alla questione più spinosa dell’impegno di Liliana Segre. Nel 2019, infatti, complice anche l’avvento sempre più invasivo dei social diverse persone hanno cominciato ad insultare pesantemente la senatrice, cosa che l’ha costretta ad accettare una scorta personale per vegliare sulla sua sicurezza. Ad oggi purtroppo l’ondata di odio non si è mai fermata, ma questo non le ha impedito di andare avanti: non solo, nel dicembre del 2022 ha deciso di denunciare almeno 24 persone per insulti antisemiti e minacce alla sua persona.

In ogni sua preziosa testimonianza, Liliana Segre ha sempre raccontato l’aneddoto di una sua compagna francese alla fabbrica di munizioni, una giovane di nome Janine. Nel corso di una delle selezioni la ragazza era stata mandata alla camera a gas perché ferita: la Segre prova ancora rimorso per non essersi neppure voltata a salutarla. Il senso di colpa è un effetto molto comune nei sopravvissuti alla Shoah, come scriveva anche Primo Levi: ognuno di loro si domanda e si domanderà per quale motivo proprio lui/lei è uscito vivo da quella tragedia, mentre molti altri non ce l’hanno fatta.

Le parole di Liliana Segre devono farci ancora riflettere, soprattutto adesso che i testimoni diminuiscono ogni anno. Ad oggi, infatti, i sopravvissuti sono rimasti in pochi: proprio poche settimane fa ci ha lasciati anche Lucy Salani, della quale Gli occhi di Lucrezia si occuperà più avanti. La memoria, insomma, rende liberi, dicevamo: con l’esempio di queste persone dobbiamo sempre e comunque scegliere di essere liberi, e perciò continuare a coltivare la memoria.


Le Mazarinettes


Erano chiamate le Mazarinettes. Erano un gruppo familiare di sorelle e cugine, di cognome Mancini e Martinozzi. Oltre a questo, avevano una cosa in comune, straordinaria bellezza a parte: erano tutte nipoti del cardinale Mazzarino.

Ma chi era il cardinale Mazzarino, e perché era tanto potente da introdurre a corte una così nutrita cerchia di parenti? Partiamo dall’inizio.

Il cardinale Giulio Mazzarino nasceva in provincia de L’Aquila nel 1602. Cominciò i suoi studi nell’ordine dei Gesuiti, e li perfezionò in Spagna, nelle università di Alcalà e Madrid. Dal 1623 al 1626, ritornato in Italia, militò presso la famiglia Colonna, dal 1627 al 1631 invece fu al servizio del cardinale Antonio Barberini: questo gli permise di mettersi in luce come diplomatico, dirimendo alcune questioni fra gli Asburgo, la Francia e il duca di Savoia. C’era la sua mano nella tregua di Casale e nella successiva pace di Cherasco, datata 1631.

È di questo periodo il suo primo incontro con il cardinale Richelieu, che senza dubbio tutti ricorderete, non solo come personaggio di Dumas e avversario di D’Artagnan. Collaborando con lui ne ottenne la fiducia, e acquisì la cittadinanza francese, trasferendosi definitivamente in Francia. Fu lui a nominarlo cardinale, e sempre lui a fargli ottenere le grazie di re Luigi XIII. Sarebbe poi diventato il suo successore.

Dopo la morte di Richelieu seguì quella di Luigi XIII, e poiché il Delfino (il futuro Luigi XIV, il Re Sole) era appena un bambino, per un periodo la reggenza fu affidata alla di lui madre, Anna d’Austria. Quest’ultima nominò Mazzarino suo ministro: la fortuna del cardinale era appena all’inizio, e perciò decise di condividerla con la famiglia.

Le sette nipoti furono cinque Mancini (Laura, Olimpia, Maria, Ortensia e Maria Anna), figlie della sorella Geronima e del barone Lorenzo Mancini, e due Martinozzi, Anna Maria e Laura, figlie di un’altra sorella, Laura Margherita e del conte Gerolamo Martinozzi.

Belle e intriganti, le ragazze si ambientarono subito alla corte di Versailles, e addirittura due di loro divennero amanti del Re Sole, che come si sa era molto sensibile al fascino femminile. Inoltre, ottennero matrimoni con le più importanti casate nobiliari, dagli Este ai Colonna.

La più anziana, Laura Martinozzi, sposò proprio un rappresentante di casa d’Este, Alfonso IV, e da lui ebbe due figli. Perse giovanissima il marito, e con l’erede al trono ancora bambino, lei stessa ventitreenne si ritrovò a dover reggere da sola il ducato. Questo stato di cose perdurò fino al quattordicesimo compleanno del figlio, che la estromise dalle decisioni dello stato: Laura, rimasta pressoché sola e con la figlia lontana, sposa di Giacomo Stuart, ritornò a Roma presso la madre, pur compiendo frequenti viaggi.

La cugina omonima, Laura Mancini, non ebbe purtroppo lunga vita. Sposò Luigi di Borbone Vendôme, figlio illegittimo di Enrico IV di Francia, e da lui ebbe tre figli: l’ultimo, Cesare, visse appena tre anni. La stessa Laura morì a seguito del parto, all’età di soli ventun anni.

Anna Maria Martinozzi, sorella di Laura, sposò il principe Armando di Borbone Conti, avendone due figli. Nella sua vita si distinse per il suo impegno di benefattrice, e si dedicò assiduamente alla religione.

Ortensia Mancini, sorella di Laura, fu amante anche lei di un re, ma non del Re Sole. Sposò Armand Charles de la Porte, ma il marito era violento e geloso, oltre che affetto da gravi turbe mentali. I due ebbero insieme cinque figli, ma Ortensia decise di fuggire dal marito senza portarli con sé. Aiutata dal fratello Philippe si rifugiò a Roma presso la sorella Maria, sposa del principe Lorenzo Colonna. Si spostò poi in Savoia, a Chambéry, e qui incontrò Carlo II d’Inghilterra, che si era già proposto come suo sposo prima di De La Porte (venendo respinto). In quel periodo il re aveva una relazione con Louise de Kérouaille: in breve, Ortensia ne aveva preso il posto. Come nuova favorita ottenne una cospicua rendita, ma commise l’errore di intrecciare più relazioni nello stesso momento, con donne e uomini. Perse quindi il favore del re, che riprese la Kérouaille come sua amante ufficiale. Ortensia morì infine a Londra, forse suicida.

Maria Anna Mancini sposò Godefroy Maurice de la Tour d’Auvergne, e insieme i due ebbero sette figli. Fu lei a prendersi cura, inoltre, dei tre nipoti figli della sorella Laura, morta prematuramente, come dicevamo poco sopra. Mecenate e protettrice del favolista Jean De La Fontaine, venne implicata nel cosiddetto Affare dei Veleni che aveva visto protagonista la presunta strega chiamata La Voisin. Tuttavia, ne uscì perfettamente pulita.

Ciò che accomuna le ultime due Mancini, Maria e Olimpia, oltre all’essere sorelle fu avere un legame particolare con il Re Sole, anche se in maniere diverse. Non è neppure sicuro che Olimpia fosse mai stata amante del re nel vero senso del termine: di certo avrebbe voluto esserlo, ma si ritrovò a contendersi i suoi favori con Louise de La Vallière. Come la sorella Maria Anna rimase invischiata nell’Affare dei Veleni, ma non le andò altrettanto bene, venendo cacciata dalla corte. Sposò Eugenio di Savoia Carignano, e uno dei suoi figli fu il condottiero Eugenio di Savoia.

Concludiamo con Maria Mancini. Lei sì, ebbe una relazione con il Re Sole, ma questa rimase puramente romantica: i due infatti erano sinceramente innamorati, e il sovrano desiderava sposarla. Anna d’Austria e il cardinale Mazzarino osteggiarono il loro amore, e Maria venne destinata al principe Lorenzo Colonna. Dopo la nascita del terzo figlio decise di lasciare il marito, nel timore che volesse ucciderla: in compagnia della sorella Ortensia fuggì dall’Italia, e ritornò solo dopo la morte del Colonna.


Anne Frank


La protagonista di oggi potrebbe essere inserita a pieno titolo anche nella sezione Autrici: tuttavia, abbiamo deciso di aggiungerla alle Donne nella Storia. Lei è Anne Frank.

Nacque come Annelies Marie Frank, poi chiamata per semplicità Anne, il 12 giugno del 1929 a Francoforte sul Meno, in Germania. Appena tre anni prima era nata sua sorella maggiore, Margot Betti, che avrebbe condiviso la sua sorte nell’ultima destinazione, quella del campo di sterminio.

Come il cognome suggerisce, la famiglia Frank era di origine ebraica, così come la madre, Edith Hollander. In Germania era già presente il neonato partito nazista, che stava ottenendo ancora più seguito: il passo successivo furono le prime leggi razziali. Ma in quel momento Otto Frank, padre di Anne, era più preoccupato per la scarsità di lavoro, e per questo decise per il trasferimento: con le figlie ancora bambine, l’intera famiglia si trasferì in Olanda, ad Amsterdam. Qui avviò con successo un’attività per la produzione di pectina, un addensante utilizzato per la produzione di marmellate. Fra i suoi dipendenti c’erano quelli che in seguito sarebbero diventati i loro “protettori” nei due anni trascorsi nel cosiddetto alloggio segreto: Miep Gies, Elisabeth “Bep” Voskuijl, Victor Kugler e Johannes Kleiman. Si aggiunse anche Jan Gies, marito di Miep.

Per Anne e sua sorella fu relativamente semplice integrarsi nel tessuto sociale olandese, impararono bene la lingua e strinsero amicizie. La loro madre, Edith, rimpiangeva invece amaramente la Germania e tutto ciò che qui aveva lasciato: per lei l’olandese continuava a rimanere ostico, e sentiva forte la nostalgia della terra in cui era nata.

Il 1940 portò la guerra in Olanda, e le leggi razziali presero piede anche qui. Anne aveva circa undici anni e cominciò a soffrire delle molte limitazioni imposte ai ragazzi e bambini ebrei: ma a suo padre non andava molto meglio. Iniziata infatti l’epurazione delle aziende olandesi con proprietari ebrei, fu costretto a cedere il suo ruolo a Kugler, ma soltanto sui documenti, facendolo così risultare al comando. Anne e Margot dovettero lasciare la scuola e trasferirsi in un istituto ebraico: ma come sappiamo, non era che l’inizio.

Già da molto tempo Otto Frank e sua moglie avevano preso in considerazione l’idea di nascondere tutta la famiglia, come al tempo facevano in molti (non tutti con successo). Il 5 luglio del 1942 una lettera mise tutti in allarme: era un richiamo per Margot Frank, che aveva sedici anni e veniva “pregata” di presentarsi al comando nazista il giorno seguente, perché fosse destinata al lavoro. Nessuno credette che si trattasse solo di questo, e si decise così di anticipare la data del trasferimento nel rifugio.

Anne possedeva già il diario che l’avrebbe resa tanto celebre: era un semplice quaderno con la copertina a scacchi bianca e rossa, dono dei genitori per il suo tredicesimo compleanno. Aveva deciso di scriverlo come se impostasse delle lettere ad un’amica, cui diede nome Kitty: sappiamo che aveva davvero un’amica con quel nome, ma pare non fosse la ragione per cui l’aveva scelto. Sembra, invece, che fosse un personaggio immaginario creato da una scrittrice che lei amava particolarmente, Cissy van Marxveldt.

Quello che poi venne sempre chiamato alloggio segreto si trovava al primo piano, sopra gli uffici della Opekta, la ditta di Otto Frank. La famiglia Frank vi soggiornò insieme a degli amici, i Van Pels, che avevano un figlio adolescente, Peter; in seguito arrivò anche un ottavo inquilino, il dentista Fritz Pfeffer.

I due anni di clandestinità furono decisamente duri. I rapporti si inasprivano a causa della convivenza forzata: Anne e sua madre si scontravano spesso, e la ragazza aveva problemi anche con i Van Pels e con Pfeffer, col quale divideva la stanza. Senza dubbio la sua forte personalità e la sua tendenza a parlare senza riflettere avevano una parte in tutto questo: ma con il tempo imparò a domare e dominare sé stessa, anche con l’aiuto del padre, che adorava e del quale era la prediletta.

Nel frattempo, scriveva il suo diario, ma non solo. Le sue amiche riferirono in seguito che Anne “scriveva sempre”, anche a scuola, in ogni momento libero, anche se non permetteva a nessuno di leggere. Amava inventare storie e nell’alloggio segreto coltivò questa sua passione, chiamando i suoi protagonisti i suoi “bambini immaginari”. Esiste, infatti, un’altra sua opera, meno conosciuta ma non meno valida dal punto di vista letterario. Uscì con il titolo Racconti dell’alloggio segreto, e comprendeva una serie di brevi racconti scritti da Anne, alcuni incompleti, ma tutti testimoni di un talento letterario ancora in erba, ma che avrebbe potuto produrre molto, se solo avesse avuto a disposizione più tempo.

Inizialmente, Anne non aveva pensato di pubblicare il suo diario. L’idea le venne quando sentì alla radio un comunicato, che invitava la popolazione a conservare diari e documenti per la fine della guerra, come testimonianze. Fu sufficiente: la giovane cominciò subito a riscrivere le pagine in bella copia, apportando alcune modifiche e cancellando alcune parti. A questo lavoro di rimaneggiatura, compiuto da lei stessa, si deve una certa confusione postuma sulla validità del diario: si giunse perfino a pensare che si trattasse di un falso, e che la sua autrice non fosse mai esistita. Ma del resto, se c’è ancora chi ha il coraggio di negare che neppure sia mai esistito l’Olocausto…

Abbiamo detto che gli otto inquilini rimasero nascosti per due anni. Scorrendo il diario di Anne l’ultima annotazione è del 1° agosto 1944, e c’è un perché: appena tre giorni dopo, il 4, la Gestapo scoprì il nascondiglio, prelevò i presenti e li condusse via. Di tutti soltanto Otto, il padre, di Anne, fece ritorno vivo.

La prima tappa degli ex clandestini fu il campo di transito di Westerbork. Successivamente Auschwitz-Birkenau, dopo un viaggio in treno della durata di tre giorni.

Sappiamo che qui gli uomini e le donne venivano divisi all’arrivo, e chi era considerato inabile al lavoro andava verso le camere a gas. Anne e Margot, insieme alla loro madre e ad Auguste Van Pels vennero destinate al campo femminile.

Edith Hollander si manteneva in vita dedicandosi completamente alle figlie, e tutte cercavano di sopravvivere con ogni mezzo. Tuttavia, nel novembre successivo una nuova selezione le separò: la madre non era considerata più abile, e rimase ad Auschwitz. Qui venne ricoverata nell’ospedale del campo, ma privata delle sue ragazze si lasciò andare: morì a gennaio del 1945.

Anne e Margot, ancora forti e giovani, vennero invece deportate a Bergen-Belsen. A febbraio entrambe contrassero il tifo: vennero internate nella baracca dei malati, ma presto la malattia ebbe la meglio su di loro. La prima a morire fu Margot, cadendo sul pavimento ghiacciato dalla sua cuccetta: rimasta sola (o così credeva), anche Anne si arrese, morendo pochi giorni dopo. Alcune loro compagne e amiche penetrarono nella baracca e prelevarono i due corpi, lasciandoli infine in una fossa comune. Margot aveva diciannove anni, Anne sedici.

Come abbiamo detto, Otto Frank fu l’unico a sopravvivere alla guerra. Per tutto il tempo era rimasto ad Auschwitz, fino alla liberazione del campo: intraprese quindi il viaggio di ritorno fino all’Olanda, chiedendo informazioni sulla sorte di moglie e figlie. Fu in questo periodo che seppe della morte di Edith, ma sperava ancora di poter ritrovare vive Anne e Margot, o una delle due.

Ritornato ad Amsterdam, e avuta la conferma della perdita delle ragazze, Miep gli consegnò i fogli autografi di Anne che aveva salvato dall’alloggio segreto. Per lui la decisione di leggerli non fu semplice, e neppure quella di pubblicare il diario, ma venne infine convinto. Het Achterhuis, titolo olandese del Diario, vide infine la luce nel 1947. Vent’anni dopo l’alloggio segreto diventava un museo, la Casa di Anne Frank: Otto dedicò tutta la sua vita a quella che considerava una missione, portare più lontano possibile la parola della figlia. Si sposò in seconde nozze con Fritzi Geiringer, madre di un’amica di Anne, Eva Schloss: anch’essa aveva perso il marito e un figlio ad Auschwitz. Sopravvissuta a sua volta, Eva riferì di avere spesso vissuto come una condanna l’ombra persistente di Anne, divenuta in parte sua sorellastra.

Otto Frank morì nel 1980, e il suo lascito fu quello di Anne: tutto ciò che le era appartenuto venne affidato alla Fondazione Anne Frank, che ancora oggi detiene ogni diritto sui suoi scritti.

Il cinema, il teatro e la tv raccontarono spesso la storia di Anne. L’ultimo film in ordine di tempo è uscito nel 2021, e si intitola Anna Frank e il diario segreto. Si tratta di un film d’animazione, e si svolge ai nostri giorni: protagonista è Kitty, l’amica cui le lettere erano destinate. Kitty si materializza dal diario, ma è convinta di vivere ancora negli anni Quaranta e che Anne sia ancora viva, da qualche parte. Comincia quindi la sua ricerca, prima di scoprire tristemente la verità. Chi lo ha visto asserisce che si tratta di un ritratto verosimile e commovente, e che può benissimo avvicinare anche i più giovani alla storia di Anne Frank: ma la sua memoria rimane, a prescindere da tutto, ancora capace di farci riflettere su cosa può accadere lasciando il passo al razzismo e all’odio.


Caterina II la Grande


Alcune Donne non si rassegnano ad essere semplici spose, madri e sovrane consorti. Alcune Donne vogliono di più: vogliono tutto. Del resto, non tutte le Donne sono Caterina II di Russia, detta la Grande.

Anche se le era stato destinato uno sposo prestigioso, Caterina II di Russia era un membro di una famiglia minore dell’aristocrazia, e il suo nome non era neppure Caterina. Nacque infatti Sofia Federica Amalia di Anhalt Zerbst (a Stettino, nel 1729) e nelle intenzioni avrebbe dovuto continuare a condurre una semplice vita come principessa di una piccola famiglia prussiana.

Il caso volle però che la zarina Elisabetta, all’epoca matriarca regnante, avesse deciso di rendere suo legittimo erede il nipote, Pietro, granduca di Holstein. E che, fra le tante aspiranti spose per quest’ultimo, avesse ritenuto che proprio Sofia fosse la donna giusta. Da come andarono le cose, bisogna dire che avesse avuto proprio fiuto, anche se forse non nel modo in cui lo avrebbe immaginato.

Sofia aveva quindici anni quando giunse in Russia, accompagnata dalla madre Giovanna, e per prima cosa si convertì alla fede ortodossa: prese in tal modo il nome di Ekaterina Alekseevna, e sposò Pietro nel 1745. Le cose, però, non andarono come previsto. Il fatto che i due sposi non si piacessero non era di per sé straordinario né sconvolgente, e non era necessario, del resto, che si trovassero neppure simpatici. Ma prima di ogni altra cosa, Pietro e Caterina erano profondamente diversi.

Caterina era infatti una giovane colta, che amava l’arte e le letture di Voltaire, Diderot, Montesquieu. Pietro era invece l’opposto, e per di più era collerico e violento, non facendosi problemi a maltrattare la giovane sposa anche in pubblico.

La futura zarina non aveva però intenzione di mantenere simile situazione ancora per molto. Lei e il marito salirono al trono nel 1762, appena dopo il trasferimento nel Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo: lo zar prese il nome di Pietro III, ma non regnò a lungo.

Nel frattempo, Caterina era riuscita ad insinuarsi nella politica russa e ad attirare intorno a sé conoscenze che le sarebbero state molto utili in futuro. Occorre dire che Pietro si attirò in parte la sua sorte infausta, come vedremo a breve.

La politica del nuovo zar non piacque né alla Chiesa ortodossa né ai circoli di corte. Questi ultimi erano invece alleati di Caterina, e in soli sei mesi lo zar venne deposto, imprigionato e infine assassinato. Non sappiamo con certezza fino a che punto la zarina fosse coinvolta, ma di sicuro il suo amante, Grigorij Orlov, aveva già ordito un complotto per detronizzare lo zar e sostituirlo con lei. Ciò accadde, infine, il 22 settembre 1762.

Naturalmente, era solo l’inizio. La futura Caterina la Grande avrebbe ora dovuto studiare bene le sue mosse, per evitare di seguire la medesima sorte del marito: ma se ancora oggi viene ricordata come la sovrana più illuminata di Russia, dobbiamo dedurre che ci riuscì.

La sua idea di governo era di costituire una monarchia liberale e umana. Il suo “spirito guida” era il suo predecessore, Pietro il Grande (una coincidenza?), e una delle sue prime conquiste riguardò l’istruzione. Fece realizzare scuole e orfanotrofi, e fu lei a far edificare la prima scuola femminile in Russia, l’Istituto Smolnij. Riformò inoltre la Scuola per Cadetti di fanteria. Numerose furono anche le sue iniziative in materia religiosa (riaccolse nel Paese i Gesuiti, che si erano visti sopprimere l’ordine da Clemente XIV nel 1773), legislativa, commerciale, amministrativa, oltre che infrastrutturale.

Da ultimo, avrete senza dubbio tutti sentito parlare dell’Ermitage di San Pietroburgo, vero? Molti di voi ci saranno anche stati. Ebbene, il complesso di palazzi che lo compone era stato pensato dalla precedente zarina, Elisabetta, ma fu Caterina II a renderlo come lo conosciamo oggi. Come abbiamo già detto, infatti, la zarina era un’amante dell’arte in ogni sua forma, e fu lei a impinguare la collezione del museo: si parla di 2000 dipinti acquistati da lei proprio a questo scopo.

Ricorderete che uno dei miei primi personaggi femminili in questo blog fu Maria Teresa d’Austria, Imperatrice del Sacro Romano Impero. Queste due potenti Donne ebbero la fortuna (o la sfortuna?) di vivere nello stesso periodo storico, e questo portò spesso a scontri e guerre per ottenere o sottrarre territori, come è successo in qualsiasi epoca e con diversi regnanti. Tuttavia, nessuna delle due riuscì mai a primeggiare sull’altra, e ancora oggi le ricordiamo come due figure importantissime della storia dei relativi Paesi.

Caterina II morì nel 1796, pare per un attacco di apoplessia. Parimenti ad un’altra grande Donna, Maria Antonietta, di lei si scrisse tutto e il contrario di tutto: si disse che avesse svariati amanti, che fosse una donna dissoluta, e anche la causa della morte, sopraggiunta a 67 anni, si individuò nei suoi eccessi amorosi. Ma sappiamo bene che questo è il destino delle Donne che si fanno grandi con qualcosa di diverso dalla semplice bellezza o dal fascino.

Rimane comunque un personaggio da conoscere e approfondire meglio, e magari da ammirare.


Rita Levi Montalcini


Dopo tante pittrici, principesse e quant’altro, oggi per la prima volta parliamo di una scienziata, e di casa nostra. Parliamo di Rita Levi Montalcini.

Suo padre era un ingegnere elettrotecnico e matematico e sua madre una pittrice: nacque insomma in una famiglia dove scienza e arte erano la quotidianità, tanto che sua sorella gemella Paola intraprese la stessa carriera della madre. Era il 1909, e le due gemelle avevano già due fratelli maggiori, Gino e Anna.

Rita Levi Montalcini frequentò la Scuola Superiore Femminile Margherita di Savoia a Torino, e generalmente a quel tempo le donne avrebbero anche potuto fermarsi a quel livello di studi. Figurarsi poi se era considerato regolare che una donna, che avrebbe dovuto solo pensare ad essere moglie e madre, volesse fare la scienziata o anche solo si interessasse alla scienza.

Contravvenendo quindi al volere del padre proseguì la sua carriera scolastica, iscrivendosi all’Università e scegliendo la facoltà di Medicina. Suo mentore, che la seguì fino alla laurea conseguita nel 1936, fu l’istologo Giuseppe Levi (padre di una certa scrittrice di nome Natalia Ginzburg): ma fu fondamentale per la sua formazione anche il confronto con altre personalità del campo, come il microbiologo Salvatore Edoardo Luria e il virologo Renato Dulbecco. E doveva pur voler dire qualcosa se tutti e tre avrebbero vinto in seguito il Premio Nobel.

Pur non sapendo ancora se avrebbe avuto la possibilità di dedicarsi alla pratica medica o alla ricerca, entrò nel corso di specializzazione triennale in Neurologia e Psichiatria. Ma era la fine degli anni 30, le leggi razziali si erano insinuate anche in Italia: la famiglia Levi Montalcini era ebrea, così la futura Premio Nobel fu costretta a lasciare Torino e riparare a Bruxelles. Lavorò sino alla fine del 1939 nel laboratorio del dottor Laruelle, all’Istituto Neurologico, quindi rientrò in Italia e trovò impiego in laboratori clandestini, con l’aiuto del professor Levi.

Nel suo laboratorio casalingo, tra il 1940 e il 1941 iniziò i suoi studi sugli embrioni di pollo: il suo obiettivo era comprendere quale fosse il ruolo dei tessuti periferici nello sviluppo dei centri nervosi deputati alla loro innervazione. Le sue scoperte furono illuminanti, e da quel momento in poi ogni altro esperimento in merito sarebbe stato definitivamente associato al suo nome.

La sua razza però avrebbe costituito un problema per tutto il periodo della guerra, e Rita Levi Montalcini scampò la deportazione fuggendo, con la madre e le sorelle, a Firenze, dove iniziò a intessere contatti con i partigiani. Svolse anche l’attività di medico per gli sfollati.

Terminato il conflitto, poté tornare ai suoi studi. Lo fece non in Italia, ma all’estero, per l’esattezza negli Stati Uniti, invitata dal dottor Viktor Hamburger nel suo laboratorio presso la Washington University di Saint Louis. Sarebbe dovuta restare solo un semestre: vi trascorse trent’anni, proseguendo i suoi studi in neurobiologia.

Ad ispirarla fu in particolar modo uno studio pubblicato nel 1948 dal dottor Elmer Bueker: il tema era la crescita di fibre nervose, con esperimenti condotti su frammenti di tumori maligni di topi su embrioni di pollo. Seguendo le stesse pratiche giunse a formulare diverse ipotesi, che sarebbero poi state confutate anche negli anni successivi da altri scienziati. Lei stessa continuò, spostandosi nel 1952 a Rio de Janeiro, lavorando insieme alla collega e amica Herta Meyer.

Rientrata a Saint Louis l’anno successivo, incontrò il biochimico Stanley Cohen, e nei sei anni successivi i due scienziati riuscirono a individuare il fattore rilasciato dai tumori che stimolava la crescita delle fibre nervose: venne chiamato Nerve Growth Factor (NGF).

Non spiegherò qui nel dettaglio tutte le scoperte condotte dalla dottoressa Levi Montalcini, in primo luogo perché banalmente non ho le capacità né le conoscenze adatte, e in seguito perché non desidero dilungarmi troppo. Facciamo dunque un salto di qualche anno, e veniamo al 1986, al conferimento del tanto sospirato Nobel.

Occorre qui premettere che Rita Levi Montalcini è, ad oggi, l’unica donna in Italia ad aver conseguito un Nobel per la Medicina, il che ci fa capire quanto il nostro Paese sia ancora retrogrado su molte cose. Detto ciò, otto anni dopo la consegna del Premio (eravamo quindi nel 1994, in piena Tangentopoli) l’ex direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del Ministero della Sanità ebbe l’ardire di contestare il riconoscimento ottenuto dalla scienziata. Sostenne infatti che le fosse stato conferito a seguito del pagamento di 14 miliardi di lire versati dalla Fidia (Società Farmaceutica Italiana) alla Fondazione Nobel. Poiché però nessuna prova a sostegno della tesi venne mai portata, e lo stesso ex direttore venne condannato proprio per lo scandalo di Tangentopoli, le sue rimasero solo parole.

In ogni caso, anche senza il prestigioso riconoscimento, non c’era dubbio che Rita Levi Montalcini fosse una donna in gamba e una valente scienziata. Nel 1956 era diventata Professore Associato; nel 1958 Professore Ordinario. Nel 1962 fece istituire un’unità di ricerca a Roma; nel 1968 era Direttore dell’Istituto di Biologia Cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (il CNR, insomma), sino al 1978. Numerosi furono poi i riconoscimenti a livello internazionale.

Ma vogliamo proseguire? Sì, vogliamo. Fu membro delle più prestigiose accademie scientifiche nazionali e non: Accademia Nazionale dei Lincei, Accademia Pontificia delle Scienze, Accademia delle Scienze, National Academy of Science, Royal Society. Ma anche Presidente Onorario dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, e dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani dal 1993 al 1998. Niente male, per una che fu accusata di aver sostanzialmente “comprato” il Nobel.

Sappiamo tutti che nell’ultimo periodo della sua vita fu senatrice a vita, come Liliana Segre. Ma fu anche donna attivissima nel sociale, come dimostra la Fondazione Rita Levi Montalcini Onlus nata nel 1995 e dedicata ad aiutare le giovani donne africane sostenendo l’istruzione nei loro Paesi. Inoltre, fu Ambasciatrice di Buona Volontà della FAO dal 1999, e nel 2005 a Roma fece aprire l’Istituto Europeo di Ricerche sul Cervello. Il suo obiettivo era sostenere le attività di ricerca nel campo delle neuroscienze.

La scienziata lasciò questo mondo il 30 dicembre 2012, alla veneranda età di 103 anni. Tra i vari aneddoti che amava raccontare, ci fu un convegno scientifico al quale una signora le chiese se fosse lì con suo marito: era infatti quasi sempre l’unica donna, tutti gli altri scienziati presenti erano uomini. La Levi Montalcini, divertita, le rispose in inglese “Sono io mio marito”. Un senso dell’umorismo che avrebbe conservato fino all’ultimo, smentendo il luogo comune che vuole gli studiosi persone tediose e troppo serie.

Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società”


Lucrezia Borgia


Vi sarete forse chiesti la ragione del nome del mio blog, Gli occhi di Lucrezia. Ebbene, magari vi sarete anche risposti, e senza dubbio avrete indovinato: la Lucrezia in questione è proprio lei, Lucrezia Borgia, una delle donne più maltrattate e vittime di immotivata infamia della Storia.

Suo padre fu dapprima un cardinale, Rodrigo Borgia, poi un papa, Alessandro VI, famoso per il suo nepotismo e la simonia con la quale si garantì il soglio pontificio. Sua madre fu invece una nobildonna di nome Vannozza Cattanei, figlia o nipote di artisti, passione che trasmise ai suoi quattro figli. Lucrezia infatti nacque come terzogenita, dopo Juan e Cesare, nel 1480 (il giorno e il mese non sono certi) a Subiaco, borgo medievale nella Valle dell’Aniene.

Unica femmina, quindi, il suo destino si sarebbe destreggiato fra intrighi matrimoniali, con il padre che sceglieva attentamente tra i candidati quale gli avrebbe portato più benefici a livello politico. La piccola Lucrezia crebbe in Vaticano, attentamente seguita da una cugina del padre, Adriana Mila, e in compagnia della di lei nuora, Giulia Farnese. Quest’ultima figurava anche come nuova amante ufficiale del Borgia, ma non risulta che da questa lunga relazione fossero nati figli (Giulia ebbe una bambina, Laura, che cercò di far passare come Borgia, ma più probabilmente era figlia legittima di suo marito, Orsino Orsini).

Lucrezia aveva appena dodici anni quando si cominciò a trattare per le sue nozze. Furono vagliati attentamente diversi pretendenti, ma alla fine ad essere scelto fu Giovanni Sforza: ventisette anni, già vedovo e cugino di Ludovico il Moro, signore del feudo di Pesaro.

Le nozze si svolsero l’anno seguente, e Giovanni Sforza fu assunto al soldo del suocero: due mesi dopo il matrimonio tornò per primo a Pesaro, in attesa della moglie che lo avrebbe raggiunto con tutto il suo seguito.

Lucrezia si installò nel piccolo ducato e si fece subito benvolere, dando prova di buon senso e praticità, doti che le sarebbero state utili in diverse circostanze della sua vita. Vedeva poco il marito, impegnato in guerra: la fine del 1400 infatti vedeva violenti scontri fra famiglie nobili per la conquista di questa o quella parte dell’Italia (che non esisteva ancora, naturalmente), e in particolare il 1494 vide la discesa, dalla Francia, del re Carlo VIII. Anche il resto d’Europa guardava con interesse ai territori della nostra penisola.

Tali conflitti coinvolgevano anche il Vaticano, e di riflesso il papa. Era importantissimo avere buone alleanze in così pericolosi frangenti, e più passava il tempo, più si rendeva conto che Giovanni Sforza stava diventando un peso più che un aiuto. Sentendosi in pericolo, egli riparò a Pesaro, sollecitando la moglie a raggiungerlo. Poco tollerante, il papa decise quindi di convincerlo a sciogliere i patti matrimoniali con Lucrezia, dichiarando di non avere mai consumato il matrimonio.

Mentre attendeva le decisioni che come sempre venivano prese per lei, Lucrezia cercò la tranquillità di un convento, per l’esattezza quello di San Sisto. Qui potevano farle visita solo suo fratello Cesare e il cubiculario papale Pedro Caldés, detto Perotto. Probabilmente tra i due ci fu un avvicinamento, anche se Caldés aveva poco meno dell’età di Giovanni Sforza: e quando infine Lucrezia dovette dichiararsi “fanciulla intatta”, perché le sue prime nozze potessero essere sciolte, era incinta. Verosimilmente, proprio di Pedro Caldés.

Era ovvio che, anche in circostanze diverse, Lucrezia e Pedro non avrebbero mai potuto vivere il loro amore in libertà. Men che meno questo poteva accadere con la presenza dell’ingombrante famiglia Borgia, in particolare di Cesare. Caldés pagò con la vita l’aver amato una donna tanto infelice: e del bambino che era anche suo nulla si seppe dopo la nascita, datata 18 marzo 1498.

Sciolto il primo matrimonio, occorreva trovare al più presto un nuovo sposo. L’impresa non si preannunciava difficile considerato il prestigio della sposa, ma… c’era un ma. Umiliato dal divorzio forzato, Giovanni Sforza non aveva avuto scrupolo a mettere in giro le peggiori dicerie sul conto dell’ex suocero e degli ex cognati, Juan e Cesare: giunse ad affermare che tutti e tre intrattenessero rapporti incestuosi con Lucrezia, e che fosse quella la vera ragione dell’annullamento delle nozze.

Sappiamo che queste malelingue hanno attraversato i secoli, tanto che c’è chi le crede vere ancor oggi (così come l’altrettanto infondata accusa di avvelenare i mariti), ma appare chiaro che non possiamo essere certi di nulla: potrebbe esser stato vero, come potrebbe non essere così. Nessuno saprà mai cosa accadeva nelle stanze da letto in Vaticano, ed è giusto così.

In ogni caso, il candidato alla fine si rivelò essere uno spagnolo. Alfonso d’Aragona, figlio illegittimo del re Alfonso II, re di Napoli: sua sorella, Sancia, aveva da poco sposato il fratello minore di Lucrezia, Jofré.

Se non si poté parlare di amore a prima vista, ci andava molto vicino. I due sposi si piacquero subito, e sembrava che finalmente Lucrezia potesse ritrovare un po’ di serenità, anche dopo l’annuncio della prima gravidanza. Purtroppo questa si concluse con un aborto spontaneo a seguito di una caduta, ma ben presto si parlò di una seconda. Tutto andava bene.

Nel maggio del 1499 Cesare, che inizialmente avrebbe dovuto prendere il cappello da cardinale, fece sapere di aver sposato Carlotta d’Albret, figlia del re di Navarra: questo matrimonio gli fece ottenere il ducato del Valentinois, e per questa ragione conosciamo Cesare Borgia anche come il Valentino.

Ma queste nozze non piacevano a tutti. Ci fu chi ci vide un avvicinamento della Santa Sede alla Francia: e questo in particolare fu il re di Napoli, padre di Alfonso. Il sospetto si rafforzò al seguito di una nuova discesa in Italia dei francesi, e Alfonso II si convinse che la tappa ultima degli stranieri fosse proprio il Regno di Napoli. Stando così le cose, richiamò il figlio, che viveva a Roma insieme a Lucrezia, suggerendogli di mettersi in salvo. Alfonso non perse un minuto a seguire il consiglio, e in agosto partì per Napoli, lasciando detto alla giovane sposa che lo raggiungesse presto.

Sembra un copione già visto, vero? Eppure, Alfonso aveva tutte le ragioni per sentirsi inquieto. Oltretutto, il papa impediva a Lucrezia di partire, cercando di distrarla in ogni modo: e studiò quindi uno stratagemma per farla sentire utile. La nominò governatrice di Spoleto, affidandole le redini del feudo, in attesa di ricevere notizie dal marito. Si rividero già a settembre, e insieme tornarono a Roma: per Lucrezia era tempo di partorire. Il bambino venne battezzato con il nome di Rodrigo, ma visse solo per dodici anni, morendo di malattia nel corso del matrimonio ferrarese della madre. Ci torneremo.

La nascita del bambino sembrò appianare le cose, ma Alfonso aveva un difetto: era imprudente. Era fin troppo facile capire che non si sentisse al sicuro accanto al suocero e al cognato, con i francesi che scorrazzavano per la penisola: e questa sua debolezza decretò la sua condanna a morte.

Era il 15 luglio 1500. In serata Alfonso visitò la moglie e il figlio, cenò con il suocero e infine uscì in città con due compagni. Caddero in un agguato, e il giovane principe venne riportato in Vaticano gravemente ferito. Venne condotto nella Torre Borgia, accudito e sorvegliato da Lucrezia e dalla sorella Sancia: anche Cesare venne a visitarlo, e si dice che andandosene mormorò fra i denti qualcosa sulle cose che, non riuscite a pranzo, si sarebbero risolte a cena.

Alfonso era giovane e forte, e iniziava a guarire: Lucrezia poteva cominciare a respirare: ma, per motivi mai chiariti, una sera venne lasciato solo, con Cesare. Non ebbe scampo allora, e venne brutalmente ucciso, anche se il Valentino dichiarò che si era trattato di “un malore”. Lucrezia ne rimase sconvolta, e chiese che le fosse concesso di ritirarsi a Nepi, dove avrebbe potuto sfogare il suo dolore.

Non era passato neanche un mese, che Alessandro VI pensava già a un terzo matrimonio. Inizialmente Lucrezia si oppose, dichiarando che “i suoi mariti erano disgraziati” (e c’è da crederle, considerato quello che abbiamo visto). Ma poi si fece avanti la possibilità di andare sposa ad Alfonso d’Este, figlio del duca di Ferrara Ercole, e Lucrezia ci ragionò su. Pensò che Ferrara era abbastanza lontana da Roma, e forse avrebbe potuto finalmente vivere tranquillamente senza l’ingombro dei delitti compiuti dalla sua famiglia: sembrava, insomma, la soluzione ideale, dal suo punto di vista.

Più difficile fu convincere gli Este ad accettare l’idea. Avrete certo sentito parlare di Isabella d’Este, vero? Ebbene, ella era marchesa di Mantova e sposa di Francesco Gonzaga, ma era anche sorella maggiore di Alfonso, e sentiva ancora fortissimo il legame con la famiglia di nascita. Come tutti gli Este era orgogliosa del casato cui apparteneva, e poiché le voci giravano, anche allora, aveva sentito tutto ciò che si diceva sul conto di Lucrezia. Per conto suo, quindi, oppose una certa resistenza, appoggiata dal padre. Quanto ad Alfonso, non aveva molta voce in capitolo, pur essendo adulto e già vedovo: come Lucrezia, lasciava che gli affari fossero condotti da suo padre e da quello di lei.

Le trattative furono estenuanti, essendo sia Ercole d’Este che Alessandro VI due abili negoziatori: ma infine si giunse ad un accordo, anche se Lucrezia dovette metterci del suo, rinunciando a condurre con sé il piccolo Rodrigo, che affidò in mani fidate. Da quel momento in poi si sarebbe occupata di lui a distanza, stipendiando una piccola corte e informandosi di ogni suo progresso.

Le nozze per procura si svolsero il 30 dicembre 1501 a Roma, con Ippolito, fratello di Alfonso, a partecipare in vece di quest’ultimo: nelle intenzioni, i due sposi si sarebbero visti di persona solo una volta che lei fosse giunta a Ferrara. La nuova duchessa fece il suo ingresso in città il successivo 1° febbraio: appena la sera prima Alfonso, seguendo un impulso improvviso, l’aveva raggiunta in incognito, e rientrò con lei. Qui avvenne anche il primo incontro con la sorella di lui, Isabella, e con il padre Ercole.

Inizialmente Lucrezia si mostrò docile e remissiva, sia verso il marito sia verso il suocero. Ma come era ovvio tra loro non mancarono attriti, in larga parte a causa del mancato pagamento della dote: bisogna sapere, infatti, che Ercole d’Este era estremamente avaro, e contava su ogni moneta. Lucrezia invece era sempre stata abituata a non lesinare denaro e lusso, e capiamo bene a quali conseguenze potesse portare una simile diversità di vedute.

Quanto al rapporto con Isabella, non ce ne fu uno vero e proprio. La marchesa era una donna di carattere, amante dell’estetica e dell’arte, e si reputava comunque superiore alla cognata, più sottomessa e riflessiva. Il colpo di grazia fu il legame speciale che Lucrezia stabilì con il marito di Isabella, Francesco Gonzaga, amante delle belle donne e mediocre soldato. I due si scrissero molto, e fu lei, non Isabella, a intercedere presso di lui quando venne catturato e detenuto per un periodo ai Piombi di Venezia. Per Isabella questo fu un affronto che non le avrebbe mai perdonato.

Veniamo ora al suo rapporto con il marito. Alfonso e Lucrezia non si amavano, questo è pacifico: lui non poteva soddisfarla in altro se non nell’amore carnale, spiritualmente non avrebbero potuto essere più lontani. Lui era un uomo d’arme, concreto e ben piantato, mentre lei era più propensa a vivere in fantasie: eppure rimasero insieme per un ventennio riuscendo a stabilire i confini entro i quali l’altro non doveva arrivare, giungendo se non altro a rispettarsi e stimarsi. Lucrezia ebbe molte gravidanze, e anche questo era un mezzo come un altro, per Alfonso, per tenerla “controllata”: incinta, doveva mettere un freno ai suoi entusiasmi giovanili. Ma ugualmente lei ebbe almeno due amori prettamente platonici ed epistolari.

Il primo fu Pietro Bembo, poeta e umanista. I due si conobbero e intrattennero una relazione quasi esclusivamente tramite lettere, e lui le dedicò Gli Asolani: lei, per ricambiare, gli donò una sua ciocca di capelli, ad oggi chiusa in una teca di cristallo nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano.

Il loro rapporto andò placandosi nel giro di un anno, e al Bembo si sostituì, come abbiamo detto, Francesco Gonzaga. I due cognati si scrissero fino alla morte di lui, malato di sifilide (all’epoca chiamato malfrancese).

Nel frattempo, nel 1503 Alessandro VI morì, forse avvelenato. Nel 1507 invece, in una missione che pareva quasi suicida dopo un disastroso declino, anche Cesare venne ucciso. Lucrezia ne rimase duramente colpita, ma già l’anno dopo, perso un figlio neonato seguito da una bambina nata morta, riuscì a dare al mondo il primo figlio: sarebbe diventato Ercole II. Sarebbero poi nati Ippolito (1509), Eleonora (1515) e Francesco (1516), e nel mezzo altri due bambini morti prematuramente: Alessandro (1514-1516) e Isabella (1519-1521).

Negli ultimi decenni della sua vita, Lucrezia ricercò sempre più spesso il conforto della religione. Sapeva che il suo dovere di duchessa si era esaurito mettendo al mondo dei figli sani: e quindi si rifugiava, ogni volta che poteva, nella tranquillità di un convento in particolare, quello del Corpus Domini. Qui era badessa Laura Boiardo, sorella del celebre poeta, e le due erano intime amiche.

Ma Lucrezia era sempre prodiga con i conventi femminili, elargiva grosse somme e si preoccupava delle necessità delle monache che ci vivevano. Ne fece anche fondare uno, quello di San Bernardino: sfortunatamente non visse abbastanza per vederlo completato.

Il rapporto fra Alfonso d’Este e il nuovo papa, Giulio II, non era roseo, e si giunse quasi alla guerra tra le due fazioni, pericolo sventato proprio dalla morte del pontefice, nel 1513. Soltanto l’anno prima Lucrezia aveva perso il figlio Rodrigo, che aveva dodici anni e in quel periodo viveva a Bari, sotto la tutela della zia Isabella d’Aragona.

Alla metà di giugno del 1519, Lucrezia era alla fine della sua ultima gravidanza. La bambina nacque il 15, ed era molto debole, tanto che venne subito battezzata per timore che potesse morire senza il sacramento. Ma Lucrezia si ammalò gravemente di febbre puerperale, come già era accaduto in occasione del primo parto in casa d’Este: rimase in agonia sino al 24 giugno, giorno in cui si arrese al male. Aveva appena 39 anni, e come sua richiesta venne sepolta proprio nel monastero del Corpus Domini.

Come potete ben immaginare, ci sarebbero ancora tante cose da dire su questa incredibile figura storica. Se siete curiosi (e spero che questo scritto vi abbia invogliato a saperne di più), il mio consiglio è di leggere la biografia di Lucrezia Borgia scritta da Maria Bellonci, che per quanto mi riguarda è il più straordinario documento che potrete mai trovare su di lei. Scoprirete di quante calunnie è stata ricoperta questa donna, e anche di come la fama sinistra che la perseguita ancora sia totalmente immeritata.

Troverete anche che sia stata prolissa, ma credetemi: Lucrezia Borgia meritava tutto questo spazio, e forse anche di più. Più bistrattata di lei, c’è stata forse solo la regina Maria Antonietta, di cui ho parlato all’inizio di questa avventura su Gli occhi di Lucrezia.


Tamara de Lempicka


Torniamo a parlare di Donne nella Storia, e di un’artista: Tamara de Lempicka, pittrice dell’Art Déco a Parigi.

Nacque nel 1898 a Varsavia, come Maria Gurwik-Górska. La madre, Malvina, era polacca, mentre il padre era un ebreo russo che lasciò la famiglia quando lei era ancora bambina. Una sua costante fonte di ispirazione fu però la nonna, che si occupò della sua istruzione tra Polonia e Svizzera, e la condusse con sé in un viaggio in Italia: questo fu una rivelazione per la giovane, che prima di compiere dieci anni aveva già imparato ad utilizzare gli acquerelli, oltre ad essersi appassionata all’arte.

Si trasferì a San Pietroburgo dopo la morte della nonna, e nel 1916 sposò un giovane avvocato, Tadeusz Lempicki: tenne poi il suo cognome per firmare le sue opere. Dopo la nascita della figlia, circa un anno dopo, la famiglia dovette rifugiarsi a Parigi a causa dei primi focolai della Rivoluzione Russa: questo permise a Tamara de Lempicka di studiare pittura in prestigiosi atelier, e di cominciare a farsi un nome nell’ambiente. All’inizio degli anni Venti poteva già esporre i suoi lavori nelle più importanti mostre della città, e ottenendo sempre più successo e prestigio, costruì intorno a sé un personaggio che potesse corrispondere all’artista che voleva essere. Divenne protagonista della vita mondana, e intrecciò diverse relazioni sentimentali con uomini e donne.

La sua tecnica pittorica era molto apprezzata, con l’utilizzo sapiente di chiaroscuri e la perfezione dei dettagli. Molti dei suoi dipinti finirono sulle copertine di importanti riviste di moda, come Harper’s Bazaar.

Come molti artisti, Tamara de Lempicka possedeva un dualismo interiore. Da una parte, infatti, il suo stile di vita era lussuoso e amava ostentare la sua eleganza e i suoi costosi gioielli; dall’altra amava vestire abiti maschili, faceva sfoggio della sua manifesta bisessualità e non disdegnava l’uso di cocaina.

Un suo viaggio in Italia, nel 1925, le permise di esporre le sue opere a Milano, alla galleria Bottega di Poesia: poté anche fare la conoscenza di Filippo Tommaso Marinetti e di Gabriele D’Annunzio, che ritrasse in seguito.

Tre anni dopo si separò dal marito e intraprese una nuova relazione, questa volta con il barone Raoul Kuffner de Diószegh: sarebbe diventato il suo secondo marito nel 1933. L’inizio della Seconda Guerra Mondiale costrinse la coppia a partire per gli Stati Uniti, stabilendosi infine a Beverly Hills. Questo periodo californiano fu teatro di una sua profonda crisi esistenziale, che la portò ad occupare il suo tempo in cause più nobili di volontariato.

Nel frattempo continuava ad allestire mostre, ma fino al 1957 conobbe un momento di inattività. Nel 1961, alla morte del marito si trasferì a Houston, sperimentando nuove tecniche pittoriche: la sua arte si fece più astratta, e le attirò numerose critiche, cosa che le fece decidere di non esporre mai più una sua opera.

Nel 1969 ritornò a Parigi, e godette di un nuovo periodo di fama con la sua mostra antologica, esposta nel 1972 alla Galerie du Luxembourg: nel 1978 partì per la sua ultima destinazione, il Messico. Morì nel 1980, e chiese che le sue ceneri venissero sparse sul cratere del vulcano Popocatépetl: fu esaudita.


Élisabeth Vigée LeBrun


Abbiamo già conosciuto due artiste, Artemisia Gentileschi e Frida Kahlo. In mezzo alle due differenti epoche c’era anche lei: Élisabeth Vigée Lebrun, nota per essere la ritrattista ufficiale di Maria Antonietta.

Il padre, pastellista, le trasmise il suo talento, e resosi conto delle potenzialità della figlia decise di farle prendere lezioni, cosa non molto usuale per quei tempi, soprattutto se a farla era una donna. Purtroppo il genitore mancò presto, quando Élisabeth aveva appena quattordici anni: ma neppure il lutto fermò la giovane artista, che si impegnò ancora più a fondo nella sua arte.

Era nata nel 1755, lo stesso anno della futura regina di Francia: e forse questo potremmo prenderlo come un segno del destino. A quindici anni lavorava su commissione ed entrava nelle grazie della duchessa di Chartres: a diciannove era l’unica donna a far parte dell’ordine dei pittori dell’Académie de Saint-Luc. A vent’anni, nel 1775, sposava Jean Baptiste Lebrun, che si incaricò di pubblicizzare il suo lavoro, nonostante la vita coniugale fosse molto turbolenta.

Ma il momento di Élisabeth Vigée Lebrun doveva ancora venire, e si presentò appena due anni dopo, nel 1777. Fu in quell’anno infatti che la pittrice venne introdotta a corte, e conobbe finalmente la regina Maria Antonietta. Fu amore a prima vista: la reine le commissionò infatti, tra il 1778 e il 1788, quasi 30 opere. Tra queste ricordiamo Marie Antoniette à la rose (1783) e Maria Antonietta con i suoi figli (1787), realizzato nel tentativo di avvicinare l’ormai odiata sovrana ai francesi.

Il suo stretto legame con la prima donna di Francia le portò fama e prestigio, ma anche qualche grattacapo. Venne infatti coinvolta nei numerosi pettegolezzi che avevano come oggetto la regina, tanto da essere accusata di esserne anche l’amante. Oltre a questo, come capita ad ogni donna di talento di ogni epoca, le si contestò di non essere la vera esecutrice dei suoi quadri, ma di averli fatti realizzare da un uomo per poi prendersene il merito. Nulla di nuovo sotto il sole, vero?

Il 1789 invece sopraggiunse la Rivoluzione Francese, e la pittrice prese l’unica decisione logica: presa con sé la figlioletta Jeanne, di appena nove anni, lasciò il marito e la Francia e si fece rifugiata in diversi posti, da Napoli (dove viveva la sorella della regina, Maria Carolina) a Roma, a Vienna, Londra e San Pietroburgo. Ovunque andasse la sua fama la precedeva, e non ebbe mai difficoltà a trovare commissioni.

Era il 1802 quando Élisabeth rientrò in patria, ma si rese conto subito che la Francia era profondamente cambiata rispetto a quando l’aveva lasciata. Morì infine parecchi anni dopo, nel 1842: aveva realizzato 900 opere, tra cui 600 ritratti e 200 paesaggi.


Frida Kahlo


Vi ho già preannunciato che nella pagina Donne nella Storia avremmo parlato anche di artiste. Ebbene, dopo Artemisia Gentileschi ci occuperemo di lei, l’unica e immensa Frida Kahlo.

Il suo nome completo era Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, e nacque il 6 luglio 1907 a Città del Messico da genitori ebrei, tedeschi ed emigrati in Messico. Il padre era un artista a sua volta e un fotografo, e Frida ebbe tre sorelle, due maggiori e una minore: ma era senza dubbio la più talentuosa di tutte. Nonostante, come vediamo poco sopra, fosse nata nel 1907, dichiarava di esser venuta al mondo nel 1910: e non per togliersi qualche anno, ma per far coincidere la sua nascita con l’anno della rivoluzione messicana.

Come il padre, Frida Kahlo si interessava di pittura e fotografia ma anche di disegno e incisione, per il quale le venivano impartite lezioni da un amico del padre, Fernando Fernández.

Aveva appena sei anni quando iniziarono i suoi problemi di salute. Nata con la spina bifida (anche se si pensò tutti i suoi guai fossero iniziati con la poliomielite) la sua gamba destra non si sviluppò come la sinistra, e a scuola questo difetto le fece guadagnare il soprannome “Frida pata de palo”, ossia “gamba di legno”. Quando crebbe, cercò di mascherare il tutto indossando dapprima pantaloni maschili, quindi le gonne messicane colorate, creando così un suo personalissimo stile.

Proseguì comunque con buon profitto negli studi, tanto che pensava di iscriversi alla scuola per diventare medico. Ma come tutti sappiamo non andò così: nel 1925 un terribile incidente mise in pausa per un anno la sua vita. L’autobus su cui stava viaggiando, tornando a casa da scuola, si scontrò con un tram: il corrimano si spezzò e trapassò la futura artista da parte a parte, ma miracolosamente senza ucciderla. La diagnosi fu comunque tremenda: terza e quarta vertebra lombare fratturate, bacino fratturato in tre punti, piede destro in undici punti, gomito sinistro lussato, addome ferito. A tutto questo si accompagnò una peritonite acuta, con obbligo di portare per 9 mesi un busto di gesso. Infine, dopo la dimissione dall’ospedale due mesi di totale riposo, a letto.

Fu in questo periodo, probabilmente, che Frida Kahlo decise che sarebbe diventata… Frida Kahlo. Non avrebbe più potuto praticare la professione medica, ma poteva ancora dipingere, e i genitori fecero tutto quanto possibile per incoraggiarla in questo senso. La madre fece montare sul suo letto un baldacchino con uno specchio, per permetterle di vedersi, e da qui nacquero i suoi autoritratti: ci mostrano una donna dal viso bruno e quasi severo, i capelli scuri acconciati e le celeberrime sopracciglia quasi unite. Decise quindi di mettersi a studiare seriamente arte.

Nel 1927 Frida stava molto meglio, e poté cominciare a condurre una vita quasi normale nonostante i dolori che la affliggevano e la accompagnarono per tutta la vita. L’anno seguente si unì al movimento chiamato Mexicanismo, gruppo di artisti alla ricerca dell’autentico spirito messicano nell’arte. Qui incontrò la fotografa Tina Modotti: per suo tramite conobbe Diego Rivera, il suo futuro marito.

Anche Diego Rivera era un artista, aveva alle spalle due matrimoni falliti e quattro figli, oltre che vent’anni più di lei. Nonostante questo si sposarono, nel 1929, anche se lui continuò ad avere diverse relazioni extraconiugali. L’anno dopo la coppia si trasferì per quattro anni negli Stati Uniti, con lui che proseguiva nella sua arte e lei che completava la sua formazione artistica visitando mostre e musei. Ma nonostante il sodalizio artistico e di intenti, i tradimenti di Diego presto non furono più sopportabili per Frida: l’ultimo, quello con la di lei sorella Cristina, ruppe definitivamente il legame e nel 1934 si arrivò alla separazione.

A causa dei postumi dell’incidente, Frida Kahlo non fu mai in grado di portare a termine una gravidanza, costretta per due volte ad abortire e per una terza a subire un aborto spontaneo. Lasciato il marito si dedicò ad altre relazioni, con uomini e con donne, e si immerse totalmente nella pittura. Inoltre iniziò ad impegnarsi politicamente, mentre le richieste per la sua arte la rendevano sempre più conosciuta.

Dal 1950 la sua salute ricominciò a darle problemi. Subisce 7 operazioni alla colonna vertebrale, che la costringono a trascorrere un totale di 9 mesi in ospedale. E il 1951 non è migliore, poiché i dolori le impediscono di lavorare, se non assumendo massicce dosi di antidolorifici: in agosto deve subire l’amputazione di una gamba sotto il ginocchio. Nel 1940 aveva risposato Diego Rivera, che le resterà accanto sino alla fine.

Infine, a luglio del 1954 la polmonite, e la morte per embolia cerebrale la notte del 13 luglio, nella sua Casa Azul. Appena una settimana prima aveva compiuto 47 anni. Dal 1958 la sua abitazione è un museo, dedicato esclusivamente a lei e alla sua arte.


Maria Teresa d'Austria


Basterebbe anche solo il suo nome per capire di chi stiamo parlando. Maria Teresa d’Austria non fu soltanto la madre di tre future regine (Maria Amalia, Maria Carolina e Maria Antonietta) e di due imperatori (Giuseppe II e Leopoldo II): fu anche la prima vera imperatrice del Sacro Romano Impero.

Nacque nel 1717 come secondogenita dopo un maschio, che morì appena bambino. Dopo di lei ai suoi genitori, l’imperatore Carlo VI ed Elisabetta Cristina di Brunswick Wolfenbüttel, nacquero altre due femmine: una morì nella prima infanzia, l’altra si sposò ma morì poco dopo. Fino all’ultimo la coppia imperiale sperò nell’arrivo dell’erede maschio, ma poiché questo non accadeva suo padre decise di istruire la figlia perché potesse un giorno prendere il suo posto sul trono. Contemporaneamente si adoperò per trovarle un buon marito: a questo scopo prese con sé, alla corte di Vienna, il duca Francesco Stefano di Lorena.

Il piano era semplice. Poiché appariva ormai chiaro che sarebbe stata Maria Teresa a succedere al padre come imperatrice del Sacro Romano Impero, il potere sarebbe stato trasferito nelle mani del suo sposo, rendendola regnante consorte.

Ma Carlo VI non aveva fatto i conti con l’ambizione della figlia. Maria Teresa non si sarebbe accontentata di un ruolo di secondo piano, perché sapeva bene di non avere nulla di meno di un uomo: per di più aveva imparato tutto ciò che le sarebbe stato necessario sapere per guidare il suo regno. Il padre quindi emise una speciale legge, la Prammatica Sanzione, per permettere all’arciduchessa di salire al trono, cosa che accadde nel 1740.

Maria Teresa aveva allora appena 23 anni, e da quattro era sposa di Francesco di Lorena. Nulla di quanto aveva studiato fino a quel momento l’aveva preparata a ciò che avrebbe dovuto affrontare: ed era passato appena un mese da quell’evento quando l’impero fu scosso dal primo tentativo di aggressione. Il belligerante era Federico II di Prussia, che invase la Slesia nel tentativo di impadronirsi del ducato per annetterlo ai territori degli Hohenzollern. A questo assalto ne seguirono altri, principalmente dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia, e la giovane imperatrice, ritenuta illegittima dalle corti europee, si trovò senza difese e senza una valida strategia di resistenza. La sua intelligenza e il suo senso logico la aiutarono: nell’ottobre dell’anno successivo firmò un armistizio con Federico II. I patti erano il suo aiuto contro gli invasori, in cambio della cessione della Slesia. La cosiddetta Pace di Breslavia le permise di riconquistare le terre recentemente occupate dall’asse franco-bavarese.

Questi sommovimenti, che durarono per sette anni, venivano anche riuniti sotto il nome di Guerra di successione austriaca: solo nel 1748 si venne ad una pacificazione, con gli altri regnanti che finalmente la accettarono come imperatrice del Sacro Romano Impero.

Naturalmente, la pace così conquistata era instabile e necessitava di continue conferme. Maria Teresa diede così il via ad una serie di riforme, tra cui la centralizzazione dell’amministrazione interna, il risanamento finanziario e la riorganizzazione dell’esercito. Né una parte meno importante l’ebbero le sue politiche matrimoniali.

Dal marito Francesco, che amò moltissimo nonostante fosse un matrimonio politico, ebbe ben 16 figli: solo 10 di questi raggiunsero l’età adulta. Gli altri morirono nella primissima infanzia o nell’adolescenza, spesso a causa del vaiolo, che in quegli anni imperversava in Europa. Alcuni dei figli sopravvissuti furono destinati alla vita religiosa, se presentavano disabilità che non avrebbero permesso loro di contrarre un buon matrimonio. Di tutti gli altri, i tre maschi si sposarono nelle case borboniche, bavaresi ed estensi: tra le femmine ricordiamo ovviamente Maria Antonietta e Maria Carolina, le più famose. Ma anche le altre furono ben sistemate: una sposò un principe sassone, l’altra un Borbone di Parma. Maria Teresa era una madre decisamente esigente e la figlia su cui contava di meno divenne regina di Francia: dall’Austria non mancava mai di rammentarle i suoi doveri e di rimproverarla delle sue mancanze. Maria Antonietta adorava sua madre, e desiderava compiacerla, ma allo stesso tempo era terrorizzata da lei.

Ma le riforme di Maria Teresa non riguardavano soltanto l’amministrazione. Abbiamo accennato al vaiolo: forse non tutti sanno che l’imperatrice fu tra i primi in Europa a promuovere il vaccino per questa malattia. Lei stessa contrasse il morbo, ma provvide a far vaccinare i suoi stessi figli, allo scopo di scongiurare o mitigare la malattia. Anche Maria Antonietta si ammalò da bambina, ma contrasse l’infezione in forma lieve, e non ebbe alcun effetto permanente.

Oltre a questo, l’imperatrice fu una donna di notevole cultura e contribuì a sensibilizzare i suoi sudditi sull’importanza dell’istruzione e dell’arte in tutte le sue forme. Alla corte di Vienna trovarono generosa protezione compositori come Mozart e Haydn: infine, stabilì l’istruzione obbligatoria per i bambini dai 6 ai 12 anni.

Maria Teresa rimase vedova nel 1765. Annotò sul suo diario quanti anni, mesi, giorni, ore e minuti era stata sposata con Francesco di Lorena, e da quel momento vestì sempre e soltanto a lutto. La sua salute cominciò a declinare: visse senza il marito sino al 1780. Morì a Vienna, il 24 novembre all’età di 63 anni, e rimase nella Storia come la sovrana più illuminata che l’Austria abbia mai conosciuto.


Amelia Earhart


Per ogni professione esiste una donna che per prima ha deciso di intraprenderla, spesso sfidando stereotipi, soprattutto nel caso in cui fosse sempre considerata prettamente maschile. L’aviazione era uno di questi campi, almeno finché non arrivò lei: Amelia Earhart.

Nacque nel 1897 ad Atchinson, nel Kansas, ma si spostò spesso al seguito della famiglia tra Canada e Stati Uniti. Da sempre una bambina risoluta, era interessata alle grandi donne che compivano imprese fino a quel momento riservate agli uomini. E non è un caso che sia poi diventata lei stessa una di quelle.

Nel 1920 fece il suo primo volo, come passeggera, e questo le fece comprendere in maniera lampante cosa avrebbe voluto fare nella sua vita: essere al posto di guida. Volare.

Decise così di prendere lezioni di volo, e si guadagnò i soldi svolgendo diversi lavori. Venne istruita da un’altra donna pilota, Anita Snook: il 15 maggio 1923 diventava la sedicesima donna al mondo a conquistare il brevetto di pilota.

La sua prima esperienza di volo come protagonista (quasi) avvenne nel 1928, a bordo di un Fokker con altri due piloti, uomini. Insieme attraversarono l’Atlantico, ma come ammise lei stessa non le fu quasi permesso toccare la cloche. Ma era comunque un inizio, che le diede notorietà e le permise di promuovere il sogno dell’aviazione estendendolo anche alle donne.

Si sposò nel 1931, con lo scrittore George Putnam, e fu lui ad occuparsi di organizzare le sue prime imprese in volo. Nel 1932 riuscì infatti a realizzare un suo sogno: attraversare l’Atlantico in solitaria. Partì il 20 maggio da Harbour Grace, nell’isola di Terranova, e quindici ore dopo atterrò a Culmore, in Irlanda del Nord a bordo di un Lockheed Vega. L’impresa le fruttò molti riconoscimenti, tra cui la Legion d’Onore.

Ma Amelia Earhart aveva sogni ben più grandi. Desiderava infatti effettuare la circumnavigazione del globo seguendo la lunga rotta equatoriale, e l’avrebbe fatto su un bimotore Lockheed Electra in compagnia del pilota Fred Noonan. Si sarebbe trattato di ben 47.000 km: era il 1937, e Amelia era già famosa.

Un primo tentativo fallì, a causa di un incidente che danneggiò l’aereo. Riparati i danni, il 1° giugno i due ripartirono da Miami, per ritentare. Diversi scali dopo, atterrarono a Lae, nella costa orientale della Papua Nuova Guinea. Il successivo 2 luglio ripartivano da qui verso l’isola di Howland, in mezzo al Pacifico, a metà tra l’Australia e le Hawaii. Avrebbero dovuto arrivarci senza particolari problemi, con a bordo il carburante sufficiente.

L’ultimo contatto radio stabilito con i due piloti indicò che si trovavano sopra l’isola, o così pensavano: dopo allora ogni tentativo di rintracciarli risultò vano.

L’aereo quindi venne dato per disperso, e furono mobilitati 66 aerei e 9 barche per cercare di recuperare i due piloti, vivi o morti. Fu tutto inutile, e a distanza di circa un anno e mezzo, il 5 gennaio 1939, Amelia Earhart e Fred Noonan vennero dichiarati ufficialmente morti.

Ad oggi abbiamo solo teorie per stabilire cosa sia davvero accaduto ad Amelia e al suo copilota. Negli anni se ne dissero molte: che fossero in realtà due spie, e che avrebbero quindi fatto perdere le proprie tracce. Che l’aereo fosse riuscito ad atterrare su un’altra isola, e che i due piloti fossero qui sopravvissuti fino alla morte per stenti (forse). L’ipotesi più probabile è però la più semplice, cioè che l’aereo avesse terminato il carburante, schiantandosi così nell’oceano.

Ma c’è anche da dire che nel 1940 vennero rinvenute a Nikumaroro (un’altra isoletta del Pacifico) delle ossa e oggetti femminili, che potrebbero essere ricondotti ad Amelia Earhart. Altri ritrovamenti si sono susseguiti nel 1991 e nel 2010: nel 2012 invece si parlò del ritrovamento del relitto di un aereo nelle acque intorno all’isola. Nulla venne mai dato per certo, e ad oggi la scomparsa dell’aviatrice rimane un mistero irrisolto.

Com’è ovvio, un personaggio simile ha ispirato soprattutto il cinema. Il film Aquile su Pacifico (1943), ad esempio, racconta la sua vita: il 2009 ha invece visto una sua biografia, Amelia, e a dare il volto all’aviatrice era la bravissima Hilary Swank. Infine, il personaggio di Amelia Earhart compare anche nel film Una notte al museo 2 – La fuga, e qui con il volto di Amy Adams. Ma anche la musica volle omaggiarla: Joni Mitchell, ad esempio, con il brano Amelia. O la nostra Antonella Ruggiero, con L’aviatrice del 2003. O ancora Susanna Parigi, con la canzone Amelia Earhart.


Maria Antonietta


Non serve aggiungere altro: sono già sufficienti questi due nomi per capire di chi stiamo parlando. Proprio lei, l’arciduchessa, la Delfina e poi regina di Francia, lei, l’Austrichienne. Maria Antonietta Giuseppa Giovanna d’Asburgo Lorena.

Nacque come Maria Antonia (Antoinette era il nome che le venne dato in Francia) il 2 novembre del 1755, quindicesima figlia e più giovane delle femmine nate da Maria Teresa d’Austria, Imperatrice del Sacro Romano Impero, e di Francesco I di Lorena. Fin dalla prima infanzia lei e i suoi fratelli vissero una vita improntata su una rigida disciplina: curare il proprio corpo e la propria igiene, essere diligenti nello studio, discreti ed educati. Nonostante questo, Maria Antonietta era una bambina vivace a cui piaceva molto poco studiare e leggere, e in questo trovava una complice silenziosa nella sua istitutrice, madame von Brandeiss. Quest’ultima insegnava anche alla sorella maggiore più vicina di età, Maria Carolina, nata nel 1752 e destinata a diventare regina di Napoli e delle Due Sicilie.

La piccola arciduchessa aveva appena dieci anni quando sua madre iniziò a prendere accordi con il re di Francia, Luigi XV, perché sposasse suo nipote, Luigi Augusto. Egli era maggiore di lei di due anni, e nei ritratti che vennero inviati a Vienna il pittore lo aveva sapientemente reso più bello e piacevole di quanto non fosse. Iniziò quindi “l’addestramento” della futura Delfina, mentre sua sorella Maria Carolina sostituiva la sorella maggiore, Maria Giuseppa, che avrebbe dovuto sposare il re di Napoli. Quest’ultima, infatti, morì a causa del vaiolo poche settimane prima della partenza e del matrimonio per procura.

La partenza dell’amata sorella, che seguiva di poco la perdita di Maria Giuseppa, segnò profondamente Maria Antonietta, che perdeva così una preziosa compagna e confidente. Ciononostante, le due sorelle avrebbero continuato a scriversi per tutta la vita, fino alla decapitazione della regina di Francia.

Gli anni di preparazione furono duri per l’adolescente, che fu costretta a subire tutta una serie di migliorie al suo aspetto. I suoi denti un po’ storti furono raddrizzati con l’ausilio di un apparecchio ortodontico; l’attaccatura dei suoi capelli migliorata con una nuova acconciatura; l’utilizzo del busto francese aiutò a correggere il difetto di una spalla più alta dell’altra. Fu inoltre fatto il possibile per colmare le sue lacune scolastiche, e per migliorare la sua concentrazione. Per fortuna, a non farle difetto era la naturale grazia nei movimenti, l’armonia nella danza e il talento nella musica.

Infine, dopo il matrimonio per procura a Vienna la quindicenne Maria Antonietta era pronta a partire per la sua nuova vita. Incontrò il Delfino e suo nonno nella foresta di Compiègne, e da qui proseguirono per la reggia di Versailles.

Gli inizi furono abbastanza promettenti, almeno per quanto riguardava il favore popolare. A corte era invece malvista, tanto da venir soprannominata l’Austrichienne: una sorta di unione tra le parole austriaca e cagna. Nei suoi quasi vent’anni di permanenza a Versailles si creò diversi nemici, ma trovò anche alcuni amici sinceri, tra cui la principessa di Lamballe, destinata ad una fine atroce.

Quanto al rapporto con suo marito, il giovanissimo Delfino, il loro rimase un matrimonio bianco per ben sette anni: il ragazzo aveva infatti una malformazione che gli provocava dolore nei rapporti sessuali, e che fu infine corretta mediante un’operazione chirurgica. Altro tempo occorse prima che la Delfina ormai regina rimanesse incinta, malauguratamente di una femmina, Maria Teresa. La seguirono poi Luigi Giuseppe (1781), Luigi Carlo (1785) e Sofia Beatrice (1786). Purtroppo solo la primogenita e il terzogenito sopravvissero: Luigi Giuseppe morì a sette anni a causa della tubercolosi consuntiva, mentre la più piccola non arrivò a compiere un anno di vita.

Gradualmente, la reputazione di Maria Antonietta andò sempre a peggiorare. La Rivoluzione era ormai prossima, e oggi possiamo dire con ragionevole certezza che lei fu, più che la causa scatenante, il capro espiatorio di una situazione già vicina allo sbando. Il popolo si era allontanato dalla famiglia reale ben prima del suo arrivo in Francia, sotto Luigi XV: e il nipote, Luigi XVI, semplicemente non aveva il nerbo necessario per gestire la situazione.

Infine, la bomba esplose con la Presa della Bastiglia, il 14 luglio 1789. Il popolo chiedeva a gran voce una Costituzione, al grido di Liberté! Egalité! Fraternité!: ancora una volta il re non fu in grado di prendere in mano gli eventi. Prese tempo, mendicando aiuto dai Paesi amici, ma non riuscì a disinnescare la miccia, quanto a rinfocolare la fiamma. Soltanto pochi mesi dopo le donne di Parigi marciavano fino a Versailles, costringendo il re, la regina e i due figli superstiti alla sottomissione. Vennero quindi trasferiti alle Tuileries, e privati di ogni cosa.

Ma la famiglia reale aveva ancora degli amici, e uno era quell’Hans Axel von Fersen di cui ancora si vocifera fosse stato amante della regina (in realtà non esistono prove di una relazione amorosa fra i due). L’ultima, disperata fuga fu tentata in incognito, ma terminò poco dopo, nella cittadina di Varenne: qui avvenne l’arresto definitivo e la perdita di ogni speranza.

Per un periodo Maria Antonietta poté tenere con sé i figli e la cognata, la principessa Elisabetta, sorella minore del re. Dopo la decapitazione del re, avvenuta il 21 gennaio 1793, la regina fu separata dagli altri: mentre sua cognata veniva decapitata a sua volta, suo figlio, il piccolo Luigi Carlo di otto anni veniva plagiato e messo contro di lei, costretto ad ammettere di essere stato più volte abusato dalla madre. In seguito anche il bambino avrebbe fatto una fine orribile, lasciato morire di fame e di inedia in una torre del Tempio.

Il processo a Maria Antonietta si fece forte soprattutto di queste false accuse, anche perché non era prevista l’assoluzione o tantomeno la liberazione. La sentenza poteva essere solo una, e venne emessa nell’ottobre 1793.

Del tutto all’oscuro della sorte della cognata e dei figli, il 16 ottobre 1793 Maria Antonietta, arciduchessa d’Austria e regina di Francia, veniva preparata per il suo ultimo viaggio. Era stata precedentemente spostata alla Conciergerie (dove si trovano ancora oggetti appartenuti a lei, che ho avuto la possibilità di visionare) e lì le vennero tagliati i capelli e fatto indossare un abito bianco, prima di legarle le mani dietro la schiena. Fu quindi fatta salire su un carro, sul quale raggiunse Place de la Révolution, oggi Place de la Concorde. E pare che le sue ultime parole furono rivolte al boia, al quale pestò inavvertitamente un piede nel salire sul patibolo.

Pardon, Monsieur. Non l’ho fatto apposta”.

Aveva trentotto anni. Successivamente la sua memoria e quella del re furono riabilitate, tanto che ad oggi i loro resti riposano nella Cappella Espiatoria di Saint-Denis, e in Francia sono venerati come martiri.

Se c’è una donna che è stata bistrattata dalla Storia, questa è proprio Maria Antonietta. Avrete sentito tutti attribuire a lei la frase “Il popolo non ha il pane? Che mangi brioches!”: ebbene, avrete anche sentito dire che in realtà non la pronunciò mai. Se qualcosa si poteva rimproverare a questa donna non è la cattiveria, se mai un certo grado di ingenuità, di poca lungimiranza, l’incapacità di rendersi conto di quello che accadeva intorno a lei. Una piccola grande donna ritrovatasi ad avere a che fare con eventi molto più grandi di lei, forse nata nell’epoca sbagliata, o nel ruolo sbagliato.

Ma non è così per molti di noi, in fondo?


 Artemisia Gentileschi

Le donne pittrici nella Storia, lo sappiamo, non sono molte. E può sembrare strano sentire parlare di femminismo nel 1600, ma se vogliamo trovare una pioniera in questo senso dobbiamo necessariamente parlare di lei: Artemisia Gentileschi.

Il padre, Orazio Gentileschi, era un artista e amico di Caravaggio. Crebbe da solo i sei figli dopo la morte, a causa dell’ultimo parto, della moglie, Prudenzia Montone. Di questa numerosa prole solo Artemisia, la primogenita, ereditò la passione e il talento del padre, tanto da prendere lezioni nella sua bottega.

Il suo insegnante di prospettiva era Agostino Tassi, anch’egli artista, molto più grande di lei e amico di Orazio. La ragazza aveva 17 anni quando l’insegnante abusò di lei per la prima volta: ma inizialmente riuscì a ingannarla promettendo che l’avrebbe sposata per “riparare” all’oltraggio. Soltanto quando le violenze proseguirono, e il Tassi non dava segno di dar seguito alle sue promesse, Artemisia fece una scelta coraggiosa, soprattutto per l’epoca: decise di denunciarlo.

Il processo, avvenuto nel 1612, inflisse al violentatore soltanto un’ammenda, mentre la vita di Artemisia venne messa alla mercé di tutti, un po’ come accade ancora oggi. Fu costretta a sottoporsi ad una visita ginecologica sommaria, davanti agli occhi dell’intera corte; inoltre dovette subire la cosiddetta tortura della Sibilla. Si trattava di due fili di seta collegati ad un rocchetto: i fili venivano legati intorno ai pollici del condannato, e in tal condizione veniva interrogato. Ad ogni risposta considerata sbagliata, il rocchetto compiva un giro e i fili si stringevano. Tale tortura, se protratta per troppo tempo, poteva causare la perdita delle dita, lo strumento più prezioso per un’artista come lei.

Questo è l’anello che mi dai, e queste le tue promesse!” le cronache riportano queste sue parole, rivolte al Tassi, nel corso della tortura. In questo senso fu però relativamente fortunata, poiché conservò la completa funzionalità delle mani. L’esito del processo fu però devastante per lei e per la sua famiglia: il padre, che l’aveva sostenuta, perse il suo prestigio, mentre Artemisia fu costretta a lasciare Roma, la dignità ormai perduta.

Orazio riuscì comunque a combinarle un matrimonio, con Pierantonio Stiattesi, pittore fiorentino: marito e moglie si trasferirono a Firenze, dove ebbero alcuni figli. Nella città toscana il talento di Artemisia, finalmente libero di fiorire, trovò la sua strada, tanto che venne accolta presso l’Accademia delle Arti del Disegno: era la prima donna a ricevere tale onore.

Successivamente cominciò a ricevere diverse commissioni, incontrando personaggi illustri quali Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il Giovane. Presa con sé una delle figlie, lasciò il marito e girò l’Italia, fermandosi a Genova, Roma, Venezia e Napoli. Fece poi una breve sosta a Londra, per assistere il padre morente: nel 1642, allo scoppio della guerra civile lasciò l’Inghilterra e tornò in Italia. Morì a Napoli nel 1653.

Fin qui, abbiamo ripercorso la sua vicenda umana. Ma che dire della sua pittura? Senza dubbio nelle sue opere si ravvisano influenze di Caravaggio, ma a farla da padrone sono sicuramente le sue figure femminili. La prima opera datata con precisione è del 1612, ed è Susanna e i vecchioni, realizzata quando la giovane aveva più o meno diciotto anni. La tela più celebre è però forse Giuditta decapita Oloferne: non ci sono testimonianze certe, ma pare che la Giuditta fosse un autoritratto della stessa Artemisia, mentre Oloferne aveva le fattezze di Agostino Tassi. In questo impressionante quadro l’artista avrebbe quindi riversato tutta la sua rabbia, un’affermazione di sé stessa e, in un certo senso, una rivincita.

Occorre ricordare che Artemisia Gentileschi, come molti autori del tempo, prediligeva le scene sacre, ma con una sostanziale differenza. Le donne della Bibbia erano sempre state raffigurate come sante o madonne, in atteggiamenti di beatitudine o di sottomissione: Artemisia sconvolse questa normalità. A cominciare dalla sua Giuditta, per proseguire con la Ester di Ester e Assuero (1628), le sue donne erano protagoniste della scena, eroine forti e determinate: vere, in una parola. Proprio come lei.

Artemisia Gentileschi, l’inizio della rivincita per tutte le donne: mai vittima, mai rassegnata, talento unico e personalità di ferro.

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