Fiabe Classiche
La Regina delle Nevi
Agosto va a concludersi, e con esso arriva l’ultimo appuntamento con le Fiabe Classiche. Oggi parleremo della storia all’origine di Frozen – Il regno di ghiaccio.
Frozen è uno dei classici più recenti, e parla delle sorelle Elsa e Anna, eredi del regno di Arendelle. Elsa è destinata ad essere regina, ma possiede un potere che nasconde a tutti, anche alla sorella Anna: è in grado di creare il ghiaccio con le sue mani. Nessuno scoprirà il suo segreto fino al giorno dell’incoronazione, quando il potere sfugge al suo controllo e la principessa è costretta alla fuga. Sarà poi Anna a ritrovare la sorella, assicurandole il suo amore e il suo sostegno in qualsiasi circostanza.
La Fiaba originale, però, aveva ben poco in comune con il classico. Il suo creatore era Hans Christian Andersen, e il titolo originale era La Regina delle nevi. Se non l’avete mai sentita, ripassiamola insieme.
I due protagonisti erano due bambini, Gerda e Kai, vicini di casa e amici da sempre. Nelle notti d’inverno la nonna di Kai raccontava loro una favola, quella della Regina delle Nevi. Questa era una creatura malvagia dal cuore di ghiaccio, e che per questo voleva che tutti diventassero come lei.
Una sera, i bambini stavano per l’appunto ascoltando questa storia quando una folata di vento gelido aprì la finestra. Una scheggia di ghiaccio colpì Kai all’occhio, e scivolò fino al cuore. Apparentemente, però, non ci furono conseguenze.
Soltanto il giorno dopo Gerda chiese a Kai di giocare insieme, e lui le rispose duramente. Rimase quindi solo, mentre la sua amica si domandava cosa mai gli fosse successo.
Fra i giochi che i bambini amavano fare c’era quello di attaccare il loro slittino ai carri utilizzati dai contadini, facendosi portare sulla neve. Quel giorno però era presente una slitta bianca che nessuno di loro aveva mai visto, con il conducente avvolto in una pelliccia bianca. Kai pensò che potesse essere divertente, e legò il suo slittino al retro della slitta: ma questa cominciò a muoversi, e lo condusse con sé fuori dal villaggio.
Quando furono abbastanza lontani il conducente della slitta finalmente si mostrò, una donna bella e alta in abiti candidi. Kai riconobbe la Regina delle Nevi. Lei lo fece sedere accanto a sé sulla slitta e lo baciò, e lui si sentì bene e non più infreddolito come poco prima. I suoi ricordi erano svaniti, non sapeva pensare ad altro che a quanto fosse bella quella glaciale creatura. Ella quindi lo portò nel suo palazzo.
Al villaggio, la scomparsa di Kai gettò Gerda nella disperazione, ma attese il suo ritorno sino alla fine dell’inverno, rifiutandosi di credere che fosse morto. Quando arrivò la primavera le venne regalato un paio di scarpe rosse: lei andò in riva al fiume e disse alle onde che gliele avrebbe regalate, se l’avessero aiutata a trovare il suo amico. Queste acconsentirono, e Gerda salì su una barchetta e lanciò le scarpe nell’acqua. La barca cominciò a muoversi da sola, e infine attraccò vicino ad una casetta di paglia. Qui abitava una strega, che accolse la bambina e le diede delle ciliegie da mangiare, mentre le pettinava i capelli. Così facendo le fece dimenticare Kai e la sua ricerca.
Mangiando ciliegie e giocando nel giardino della strega Gerda era felice. Un giorno però vide un cespuglio di rose, e questo le fece ricordare di colpo tutto quanto. Sopra un albero c’era una cornacchia, che le domandò cosa avesse: lei le chiese se avesse visto il suo amico Kai. L’animale disse di aver visto un ragazzo passare di lì la settimana prima, e che questo avrebbe sposato una principessa, e adesso viveva con lei nel suo palazzo. Gerda si fece accompagnare, ma quando arrivò nella stanza dei due sposi si rese conto che il ragazzo non era Kai. Le sue lacrime di delusione svegliarono i due: la principessa le regalò il suo vestito più bello, mentre il principe le fece dono della sua carrozza d’oro, con cui avrebbe potuto viaggiare più velocemente.
Gerda quindi si inoltrò nella foresta a bordo della carrozza, ma qui viveva una banda di briganti, e il luccichio dell’oro diede loro nell’occhio. La fermarono, la fecero scendere e la portarono nel loro covo, dove c’era anche un’altra bambina, la figlia del capo dei banditi. Non fu difficile scoprire che Gerda non aveva nulla al di fuori della carrozza, quindi la banda decise di ucciderla. La figlia del capo però si adoperò per lei, e alla fine decisero di risparmiarla, pur se rinchiusa sotto chiave. Quella notte Gerda le raccontò la sua storia, e tale quale la sentirono anche alcune colombe e una vecchia renna. Le prime dissero di aver visto Kai, mentre a bordo della slitta della Regina delle Nevi veniva portato al suo palazzo. La seconda, che era nata in Lapponia, disse che proprio in quel luogo c’era il palazzo estivo della Regina.
La figlia del capo decise di aiutarla. Nella notte aprì la porta della stanza dove Gerda era rinchiusa e ordinò alla renna di portarla in Lapponia.
Dopo alcuni giorni di viaggio, giunsero finalmente in vista del palazzo. All’interno Kai era diventato lo schiavo della Regina, costretto ogni giorno a lucidare i pavimenti della sua dimora. Proprio il giorno dell’arrivo di Gerda, era stato lasciato solo con dei ghiaccioli.
“Se con questi riuscirai a formare la parola ETERNITA’, potrei lasciarti libero” gli aveva detto la Regina. Gerda era entrata nel salone proprio in quel momento, e appena vide Kai corse ad abbracciarlo. Lui però non si ricordava più di lei, e rimase freddo al suo tocco: lei non si lasciò confondere e continuò ad abbracciarlo, in lacrime di gioia. Proprio queste lacrime entrarono a contatto con gli occhi di Kai, e il ghiaccio nel suo cuore finalmente si sciolse. Mentre i due amici riuniti si stringevano, i ghiaccioli formarono da soli la parola richiesta dalla Regina.
Adesso Kai era libero, e Gerda lo portò fuori, dove la renna li stava ancora aspettando e li riportò al loro villaggio.
Nella versione originale questa era la Fiaba più lunga di Andersen, suddivisa a sua volta in sette differenti storie. Inoltre, in un’altra versione non è una scheggia di ghiaccio a colpire il cuore del ragazzo, ma un frammento di specchio creato dal diavolo e successivamente andato in pezzi. Quando Gerda arriva in Lapponia scopre che la Regina e Kai non sono lì, ma sono partiti per la Finlandia: sempre in groppa alla renna li segue, e riesce a salvare il suo amico.
Molto prima che Frozen fosse anche solo nei pensieri, la Regina delle Nevi era già stata portata sul grande schermo. Il primo adattamento è del 1957, una produzione d’animazione sovietica. Nel 1979 divenne un’opera lirica, La storia di Kai e Gerda. Un secondo film d’animazione vide la luce nel 2012, anticipando solo di un anno il classico Disney.
La genesi di Frozen è anche questa molto lunga e complessa. Walt Disney era infatti ancora fra noi quando, nel 1941, disegnò il progetto di un film in tecnica mista che ripercorresse tutta la vita di Hans Christian Andersen attraverso le sue Fiabe più famose. Tra queste avrebbe dovuto esserci anche La Sirenetta, che venne poi ripresa, come ben sappiamo, nel 1989 e inaugurò il cosiddetto Rinascimento Disney. Ma nel 1943 si era in piena Seconda Guerra Mondiale, e molti dei dipendenti degli Studios vennero arruolati al fronte: infine, l’intera produzione venne definitivamente annullata nel 1953.
Dopo la realizzazione della Sirenetta il progetto della Regina delle Nevi tornò sul tavolo, insieme a La principessa e il ranocchio e a Raperonzolo. Questi, come ben sappiamo, si concretizzarono con la Disney Pixar nel 2009 e nel 2010, e nello stesso periodo iniziò finalmente la lavorazione di Frozen.
Inizialmente, comunque, l’idea era di rendere la principessa Elsa il villain della storia, come nella Fiaba originale. Soltanto in seguito si pensò di mutare lei e Anna in sorelle, cambiando quindi la storia in una maniera diversa: era la prima volta che le principesse protagoniste erano due, e sorelle. Ed era anche la prima volta che la principessa non aveva un principe al suo fianco, cosa che fece mormorare sull’omosessualità di Elsa.
Il classico Frozen ha ricevuto pareri discordanti, ma ad avere il maggior successo è stata la sua colonna sonora, in particolare la canzone rappresentativa di Elsa, Let it go (All’alba sorgerò, nel nostro Paese). In patria la performance è arricchita dalla voce caratteristica di Idina Menzel, mentre in Italia è stata egregiamente sostituita da Serena Autieri (mentre Kirsten Bell e Serena Rossi sono le voci di Anna). Menzione di merito, infine, va al doppiaggio di Olaf, il pupazzo di neve, la cui voce appartiene all’attore e comico Enrico Brignano.
Raperonzolo
Se diciamo Raperonzolo, il nostro pensiero va per prima cosa al classico Disney Rapunzel, uscito nel 2010. Ma come per tutte le Fiabe di cui abbiamo parlato fino ad oggi, le sue origini sono in realtà molto più antiche. E naturalmente la storia era ben diversa da quella della bionda ragazza imprigionata nella torre e del ladro Flynn.
Come abbiamo già visto in alcune delle Fiabe qui trattate (Cenerentola, ad esempio) anche Raperonzolo deve le sue origini all’Italia, e ancora una volta a Giambattista Basile. La sua protagonista aveva nome Petrosina (o Prezzemolina), e la sua storia era grosso modo questa che andiamo a raccontare.
C’era una volta una donna incinta, che dalla sua finestra vedeva il giardino di un’orchessa. Questa aveva, fra le altre cose, delle bellissime piante di prezzemolo, e la donna, colta dalle voglie della gravidanza, decise di penetrare nel giardino e di prenderne qualche ramo. L’orchessa la sorprese, ma si fece impietosire quando la donna le ebbe spiegato il suo stato. Disse però che l’avrebbe lasciata andare ad una condizione: non appena il bambino che aspettava fosse nato, avrebbe dovuto consegnarlo a lei, maschio o femmina che fosse.
Durante la gravidanza la donna non pensò più all’accaduto, e nacque la bambina, chiamata appunto Petrosina o Prezzemolina. Per i primi anni non accadde nulla: quando poi la ragazzina fu abbastanza grande per andare a scuola, incontrò l’orchessa, che le chiese di ricordare a sua madre una promessa. Lei tornò a casa e ripeté la conversazione alla madre: distratta, questa disse che venisse pure a prendere ciò che aveva chiesto. L’orchessa prese la bambina e la chiuse in una torre altissima, dove lei sola poteva accedere. Non doveva far altro che farle calare dall’unica finestra i lunghissimi capelli biondi, e arrampicarsi su di essi come una scala.
Il tempo passò e Petrosina crebbe. Un giorno, un principe la notò e i due fecero conoscenza, cominciando ad incontrarsi di nascosto. Il ragazzo utilizzava lo stesso metodo dell’orchessa per raggiungerla, ma per un po’ la sua carceriera non si accorse di nulla. Ricevuta una soffiata, raddoppiò la sorveglianza per impedire gli incontri: la ragazza avrebbe potuto fuggire trovando tre ghiande nella cucina. Cercando dappertutto Petrosina le trovò, e scappò insieme al principe. L’orchessa quindi li inseguì nella foresta.
Petrosina utilizzò le ghiande, che volta per volta si trasformarono in diversi animali. Così i due ragazzi riuscirono a sfuggirle, vivendo insieme felici e contenti.
Indovinate chi riprese la fiaba per crearne una sua versione? Giusto, i fratelli Grimm. Questo accadeva circa due secoli dopo, e vedeva sempre una coppia in attesa di un bambino: la casa con cui confinavano era di proprietà di una maga, la signora Gothel. Nel suo giardino crescevano dei meravigliosi raperonzoli, e la donna incinta chiese al marito di procurargliene qualcuno. L’uomo, esasperato dalle sue pressanti richieste, si introdusse una prima volta nel giardino per sottrarli, senza essere scoperto. La seconda volta invece si trovò davanti la maga, che decise di essere clemente: avrebbe potuto prendere quanti ortaggi voleva, a patto che alla nascita del bambino glielo consegnasse. L’uomo accettò, e quando la piccola nacque la maga venne a prenderla come deciso. Appena ebbe dodici anni la chiuse nella torre, alla quale solo lei poteva accedere tramite i suoi lunghissimi capelli.
Per alcuni anni quindi Raperonzolo visse sola, e ingannava il tempo cantando. Questo canto un giorno attirò l’attenzione di un bel principe, che avrebbe voluto incontrarla: ma la torre non aveva porte, e il giovane decise di sorvegliare il posto per capire come entrare. Fu così che un giorno vide la maga che faceva calare i capelli a Raperonzolo per salire da lei: appena questa se ne fu andata utilizzò lo stesso procedimento, e finalmente vide la ragazza.
I due giovani si incontrarono così regolarmente, e per un po’ madre Gothel non si accorse di niente. Soltanto un giorno Rapunzel le domandò per quale ragione ci mettesse tanto a salire, e fosse tanto più pesante del principe. La donna si infuriò, afferrò un paio di forbici e le tagliò i capelli, cacciandola poi dalla torre: prese quindi il suo posto, attendendo l’arrivo del principe.
Questi, senza nulla sospettare, si presentò alla solita ora e la chiamò. La maga fissò alla finestra le trecce tagliate di Raperonzolo, ed egli salì: quando si trovò nella torre c’era però la donna, che lo informò che non avrebbe più visto la fanciulla. Disperato, il principe si gettò dalla finestra e cadde in mezzo ad un roveto, trafiggendosi gli occhi e rimanendo così cieco.
Nel frattempo, Raperonzolo era esiliata in un deserto insieme a due gemelli che aveva dato alla luce, frutto dei suoi incontri con il principe. Quest’ultimo la cercò disperatamente, e infine la trovò: la ragazza lo riconobbe e gli saltò al collo, piangendo di gioia. Le sue lacrime resero la vista al principe, che poté quindi condurre la sua nuova famiglia al suo castello, finalmente liberi.
Anche prima del classico Disney, che come sa chi lo conosce è completamente stravolto rispetto alla storia originale, il cinema aveva preso spunto dalla Fiaba: e lo aveva fatto nel 2002 il franchise della Barbie. Con Barbie Raperonzolo, appunto.
Ebbene, conoscevate le vere origini di Rapunzel? Fatemi sapere cosa ne pensate!
La principessa e il ranocchio
La fiaba della bellissima principessa che bacia un ranocchio, facendolo così diventare un bel principe, è la sintesi delle favole più classiche (anche se, pensandoci, nella vita reale baciare un rospo non deve essere un’esperienza del tutto piacevole). Ed è proprio questa la Fiaba Classica di cui ci occuperemo oggi, per terminare il mese di giugno: Il principe ranocchio, o La principessa e il ranocchio.
Se avete visto il classico Disney del 2009 dal titolo omonimo, penserete che sia stato tratto in tutto dalla Fiaba. Inutile dire che così non è, e adesso la scopriremo insieme.
Un re aveva molte figlie, tutte bellissime. La più giovane era anche la più avvenente, e il suo gioco preferito era lanciare e riprendere una palla d’oro. Ma non nella sua camera, o nei giardini reali: il suo luogo prediletto era il bosco, nel bosco c’era un vecchio tiglio, e vicino a questo una sorgente d’acqua.
Un pomeriggio, per l’appunto la principessa stava giocando con la palla, quando accadde l’inevitabile: il giocattolo le cadde e sparì nell’acqua profonda della sorgente. La ragazza cominciò allora a piangere, finché dalla sorgente non spuntò la testa di un ranocchio, che le domandò cosa avesse. Lei gli spiegò il problema, e l’animale le promise di ripescare la sua palla se lei lo avesse condotto con sé al castello, facendolo mangiare dal suo piatto e dormire nel suo letto. La principessa promise, ma naturalmente non ci pensava lontanamente: così, appena il ranocchio si fu tuffato e ebbe riportato la palla a riva, lei riprese il gioco e corse via, fino al castello di suo padre. In breve aveva dimenticato tutto.
Il giorno dopo però, mentre la famiglia reale era a tavola, sullo scalone che conduceva al portone si sentirono balzelloni bagnati. Poi qualcuno bussò alla porta: la principessa andò a vedere, e si trovò davanti il ranocchio. Impaurita, la giovane gli chiuse la porta in faccia e tornò a tavola, e il re le domandò cosa avesse. Lei raccontò ciò che era accaduto alla sorgente. Il padre allora dichiarò che doveva mantenere quel che aveva promesso, e le impose di aprire. Il ranocchio si fece sollevare fino al tavolo e mangiò insieme a lei, nello stesso piatto: poi andarono insieme nella sua cameretta.
Qui la principessa lasciò il rospo in un angolo, poiché non aveva intenzione di far dormire un animale nello stesso letto in cui dormiva lei. Il ranocchio però tornò al centro della stanza, e le ingiunse di sollevarlo fino al letto, se non voleva che andasse a dirlo al re. La principessa allora non ci vide più dalla collera, prese il rospo e lo lanciò contro la parete. Lungi dall’ucciderlo, il colpo innescò invece la trasformazione: già, non era un bacio a far tornare il ranocchio un principe, o almeno, non era indispensabile.
La favola termina dunque con un lieto fine, e come potete immaginare non aveva nulla a che vedere con il classico. Qui, infatti, tanto per cominciare Tiana, la protagonista, non era una principessa, ma una giovane donna con la testa sulle spalle e il sogno di aprire un suo ristorante. Inoltre l’azione si svolge a New Orléans, negli anni Venti, nel pieno dell’epopea swing della città. Il ranocchio protagonista è davvero un principe, ma come abbiamo detto non lo è Tiana: quindi, al momento del bacio, non è lui a tornare un essere umano, ma lei a diventare una piccola raganella. Da qui in poi la storia prende una piega più fantasy che fiabesca, ma a quanto pare il classico ha comunque funzionato.
Concludiamo con qualche curiosità sul classico, principalmente sul suo doppiaggio. Il villain della storia, il Dr. Facilier, è doppiato dal grande Luca Ward, che esegue anche la sua canzone; la voce nel cantato di Tiana è invece di Karima, talento uscito da Amici nel 2006, dove aveva guadagnato il terzo posto. Menzioni d’onore per Luca Laurenti, che presta la voce alla lucciola Ray, e per Pino Insegno, che non ha bisogno di presentazioni. In originale, invece, troviamo nientemeno che Oprah Winfrey nel ruolo di Eudora, madre di Tiana.
Mulan
Fino a questo momento ci siamo occupati di fiabe europee, con l’unica eccezione di Aladdin alla fine di aprile. Oggi invece, per le Fiabe Classiche, voleremo in Cina e parleremo di Mulan.
Occorre premettere che la storia di Mulan non è nata interamente dalla fantasia, ma si ispira in parte ad un personaggio realmente esistito: il suo nome era Fu Hao, e visse nel periodo intorno al 1250 a.C., nel bel mezzo della dinastia Shang. A quanto pare era una delle spose del sovrano Wu Ding, e riuscì a diventare generale in capo dell’esercito.
La Mulan letteraria, invece, è protagonista di un’antichissima leggenda dal titolo La Ballata di Mulan. Nel corso dei secoli la storia è stata spesso rimaneggiata e resa più moderna, fino al classico Disney del 1998, che la rese famosa in tutto il mondo.
Nonostante i vari cambiamenti, comunque, la trama rimane fondamentalmente la stessa, e adesso la ripercorreremo insieme.
La giovane Mulan vive con l’anziano padre vedovo e il fratellino più piccolo. Alla scoperta che il Khan sta radunando le truppe da inviare al fronte, si aggiunge quella che il padre risulta nella lista degli uomini arruolabili. La ragazza non è disposta ad accettarlo: decide quindi di tagliarsi i capelli, indossare abiti maschili, procurarsi un cavallo e presentarsi al posto del genitore. L’impresa riesce e l’intrepida fanciulla milita per dodici anni nell’esercito, sempre travestita da uomo, fino a raggiungere il grado di generale. A questo punto le viene offerto un incarico più prestigioso: ma Mulan rifiuta, per poter finalmente tornare dalla sua famiglia.
Questa è la trama che accomuna tutte le versioni dell’opera, ma nelle successive ci sono stati diversi adattamenti sociali e culturali, oltre che diversi nemici a seconda dell’epoca in cui era ambientata. Anche i finali, però, non sono tutti uguali.
Nelle prime versioni la conclusione è molto semplice: Mulan ritorna alla casa di suo padre accompagnata dai commilitoni con i quali ha convissuto fino ad allora. Qui smette finalmente gli abiti maschili e ne indossa di femminili, svelandosi così agli occhi dei compagni: la loro unica reazione è la sorpresa per non essersi mai accorti di avere accanto una donna.
In una seconda versione, l’eroina ritorna a casa e convola a nozze, come era tradizione per le donne dopo i quindici anni di età. Infine, la versione più triste che non può mai mancare: smessi i panni maschili, l’imperatore impone a Mulan di diventare una delle sue concubine. La ragazza non intende sacrificare il suo onore, e pone quindi fine alla sua vita suicidandosi.
In qualsiasi modo si voglia raccontare questa fiaba, una cosa è certa: Mulan rimane una delle eroine (Disney e non) di maggiore ispirazione per le giovani donne, e un personaggio di importanza rilevante per l’emancipazione femminile.
Aladdin
Torniamo a parlare di Fiabe Classiche, in questo caso però ci spostiamo in Oriente. Parleremo di Aladdin, il classico Disney ispirato da uno dei racconti della raccolta Le mille e una notte.
La storia originale era decisamente diversa dalla versione animata, e aveva un seguito che non è stato riportato. Il nostro buon Aladino non era un ladruncolo, ma un semplice ragazzo figlio di un sarto e con poca voglia di lavorare. Entriamo dunque nel racconto vero e proprio.
Aladino, dunque, era poco meno di uno sfaccendato, e tale rimase anche dopo la morte del padre, quando rimase solo con la madre. Con lei era spesso brusco, e in alcune occasioni alzava la voce, soprattutto se lei tentava correggere il suo comportamento. Non proprio un personaggio da prendere a modello, insomma.
Un giorno, il ragazzo venne fermato da un uomo che disse di essere suo zio, fratello di suo padre. La madre non aveva mai sentito parlare di un fratello, ma quando l’uomo le assicurò che si sarebbe preso cura di Aladino e l’avrebbe reso ricco, non si fece più domande.
Lo zio lo condusse con sé in una lunga marcia nel deserto. Dopo alcune settimane si fermarono davanti ad un macigno che chiudeva una grotta, così disse l’uomo, che conteneva tesori e meraviglie. Rivelò allora al ragazzo si essere un potente mago, ma che a lui non era permesso scendere nella caverna: perciò aveva bisogno di lui, che entrasse e trovasse una lampada che si diceva avesse poteri incredibili.
Inizialmente poco convinto, il ragazzo infine accettò e scese nelle profondità della terra. Il mago gli donò un anello magico, e il giovane trovò ogni sorta di ricchezze, di cui si riempì le tasche. Trovò anche la lampada, e ritornò indietro. Era ancora sottoterra quando il mago gli tese la mano, chiedendogli la lampada. Il ragazzo chiese prima che lo aiutasse a risalire: l’uomo gli rifiutò l’aiuto se non gli avesse prima consegnato l’oggetto. La testardaggine del giovane indispettì il mago, che con una formula magica chiuse l’entrata della caverna, lasciandolo prigioniero.
Rimasto solo, Aladino cominciò a piangere e inavvertitamente sfregò l’anello magico: comparve un genio, che gli chiese cosa desiderasse. Egli ordinò di essere immediatamente riportato a casa.
Di nuovo insieme alla madre, ella rimirò la lampada e decise di ripulirla. Da qui uscì un secondo genio, più potente del precedente: Aladino comprese allora la ragione del comportamento del mago.
L’esperienza cambiò in meglio il ragazzo, che mise la testa a posto e si diede a lavorare di buona lena. Ma quando arriva la principessa, vi starete chiedendo? Proprio adesso.
A seconda delle versioni la principessa non aveva un nome, e se l’aveva non era Jasmine, ma Chiardiluna. Quando si recava ai bagni portava un velo a coprirle il viso, e nessuno aveva il permesso di guardarla: le conseguenze potevano essere terribili. Il giovane Aladino si incuriosì e volle vederla, e subito se ne innamorò perdutamente. Diede quindi mandato alla madre di radunare alcune delle pietre prese dalla caverna e di farne dono al sultano, in cambio della mano della principessa: la donna, seppur tremante, eseguì. Sorprendentemente la proposta venne accettata, e Aladino sposò la principessa.
Il classico Disney finisce qui, con il “e vissero felici e contenti”. La storia originale invece prosegue, con il mago che, ritornato in Africa, si domanda se effettivamente Aladino sia morto nel sotterraneo. Decide quindi di tornare in Arabia per appurarlo, e così scopre che il giovane è cognato del sultano e possiede l’anello e la lampada magici. Vendicarsi diventa allora la sua priorità, e approfittando dell’assenza di Aladino si finge un venditore di lampade, approcciando la principessa. Senza nulla sospettare, la giovane gli vende la lampada magica, e il mago ordina al genio di trasportare tutto il palazzo in Africa.
Aladino rientra e non trova più né la sua casa né la sua sposa, e intuisce l’accaduto. Ancora in possesso dell’anello magico, richiama il genio e gli ordina di riportare indietro il palazzo, ma questo risponde che non può farlo, poiché il genio della lampada è molto più potente di lui. Il giovane si limita quindi a farsi portare dove si trova il palazzo.
Essendo il mago assente, Aladino ritrova la sua sposa, che gli confida che l’uomo desidera sposarla, anche se finora lei ha sempre resistito. I due mettono quindi a punto un piano: la principessa farà ubriacare il mago, e Aladino gli sottrarrà la lampada.
Anche qui le versioni differiscono: in una il giovane si limita a far portare il mago lontano dal genio, in un’altra decide di ucciderlo perché non possa più nuocere.
Infine, c’è un’altra versione ancora che non si chiude qui, ma porta in scena un nuovo antagonista, fratello minore del mago: anche questo, però, viene facilmente eliminato.
Naturalmente, il classico Disney è stato modificato ma anche semplificato: vi si trova infatti un solo Genio, che in originale aveva la voce del compianto Robin Williams e nel nostro Paese quella dell’immenso Gigi Proietti. L’importanza del personaggio è niente affatto secondaria, anzi diventa un coprotagonista a tutti gli effetti, anche per merito delle canzoni originali che interpreta: ed è ancora amatissimo dal pubblico. Anche la principessa Jasmine ha un ruolo più centrale, e forse anzi è stata una delle prime principesse Disney che mostrava un accenno di femminismo (vi ricordate certo tutti la sua battuta “Non sono un premio da vincere!”).
Quanto al mago, nel classico abbiamo il personaggio di Jafar, che rimane a oggi uno dei villain più amati, secondo forse solo ad Ursula (La sirenetta) e a Frollo (Il gobbo di Notre Dame), ma anche a Crudelia Demon (La carica dei 101).
E possiamo dimenticare il live action? Probabilmente è stato uno di quelli meno bistrattati, merito anche dei due protagonisti, due giovani di talento: ha invece convinto meno l’interpretazione del Genio, che come sappiamo aveva il volto (blu) di Will Smith. Ma non dimentichiamo che doveva misurarsi con un mostro sacro come Robin Williams.
La Bella e la Bestia
La Bella è la Bestia è senza dubbio uno dei più amati classici Disney. L’abbiamo vista mettere in scena in mille declinazioni, anche senza che fosse esplicitato che era l’idea portante di un film, una serie tv o un’opera teatrale. Ma sappiamo tutto di questa fiaba? Sappiamo, ad esempio, quali sono le sue vere origini? Cerchiamo di scoprirlo insieme.
Da quanto sappiamo, la prima versione della fiaba venne scritta da una donna, la scrittrice francese Gabrielle Suzanne Barbot de Villeneuve: siamo nel 1740. Successivamente venne ripresa da un’altra donna, pochi anni dopo, Jeanne Marie Leprince de Beaumont. Ma ciò che forse non sapete, è che l’idea di un principe viziato e trasformato in Bestia da una strega cui aveva negato aiuto non esiste in nessuna delle due versioni. Non solo: secondo madame de Villeneuve, la nostra Belle non solo non era figlia unica di uno strambo inventore, ma non era neppure una popolana.
Cominciamo quindi dal principio. Nella prima versione Belle era una principessa, figlia di un re e di una fata buona. Anche qui esisteva una strega, ma agiva in modo completamente diverso: imprigionata la madre di Belle, sul padre veniva gettato un sortilegio e la bambina data in affidamento ad una coppia di commercianti. Quanto al principe, veniva mutato in Bestia semplicemente perché aveva rifiutato l’amore della stessa strega. Questo cambia un bel po’ le cose, vero?
La versione di madame Leprince de Beaumont, invece, cancellava alcune parti e riscriveva la storia rendendola più simile ad una vera fiaba. Qui la dolce Belle era effettivamente figlia naturale del commerciante, e aveva due sorelle maggiori che assomigliavano alle sorellastre di Cenerentola. Il padre, un tempo molto ricco, perde tutta la sua fortuna e si accinge a partire in viaggio per recuperare qualcosa. Prima di andare chiede alle figlie che cosa vorrebbero in dono: le figlie maggiori chiedono oro e gemme, mentre Belle, la Mary Sue della situazione, chiede semplicemente una rosa. Il commerciante quindi parte, compra ciò che le figlie hanno chiesto e sorpreso dalla notte è costretto a fermarsi in un castello. Qui trova una tavola ben imbandita, il fuoco acceso e una stanza dove dormire, ma nessuna traccia del padrone di casa.
Il giorno seguente esce in giardino e vede un bellissimo rosaio. Ricordandosi del desiderio della figlia minore decide di cogliere una rosa, ma viene subito assalito da quello che sembra un mostro e in realtà è la Bestia, appunto. Minacciato di morte, riesce a spiegare il motivo del suo gesto e chiede pietà: la Bestia gliela concede se manderà al castello la giovane Belle, perché diventi sua sposa. Il commerciante, messo alle strette accetta, e viene lasciato andare.
Tornato a casa dalle figlie, è disperato e racconta l’accaduto. La nostra Belle, che non poteva essere meno che perfetta, accetta subito di partire e di consegnarsi alla Bestia. Qui giunta, viene trattata come una regina: le vengono fatti in dono abiti lussuosi e una bella stanza, e la Bestia si comporta proprio come un principe. Gradualmente il rapporto fra i due si consolida, e la ragazza comprende che soltanto l’aspetto del padrone di casa è mostruoso, mentre il suo cuore è buono.
Arriva dunque la proposta di matrimonio. Belle la accetta, ma chiede prima di poter tornare a casa a salutare il suo vecchio padre, che potrebbe non rivedere più. La Bestia la lascia andare, a condizione che ritorni entro tre giorni, perché altrimenti lui morirà di dolore. Le consegna un anello: indossandolo al dito e girandolo si troverà a casa di suo padre, e per tornare al castello non dovrà che ripetere la medesima operazione.
Belle torna dunque dal padre, che la credeva morta, e gli racconta tutto. Abbiamo però detto che le sorelle avevano una certa somiglianza con le sorellastre di Cenerentola, vero? Ebbene, erano anche allo stesso modo invidiose della fortuna toccata alla sorella. Fanno infatti in modo che Belle perda la cognizione del tempo, che non si renda conto che i tre giorni concessi dalla Bestia sono passati. Quando la giovane se ne accorge rischia di essere troppo tardi: torna subito al castello, ma la Bestia è già agonizzante, nel grande giardino. Soltanto le sue parole e le sue lacrime lo salvano, e contemporaneamente lo fanno ritornare alla forma umana.
Vediamo dunque che nel classico Disney c’è ben poco delle versioni originali, ma ciò non toglie che il nostro Walt Disney abbia saputo trasformare una fiaba classica in uno dei più bei film d’animazione. È stato lui, infatti, a presentarci il personaggio di Gaston, così come gli aiutanti magici, da mrs Bric al piccolo Chicco, a Lumiére e Tockins.
Probabilmente La Bella e la Bestia è stato il classico con più adattamenti cinematografici, e la maggior parte di essi seguivano le versioni originali, ad eccezione del live action del 2017 con Emma Watson come protagonista. Il primo film, muto, è datato addirittura 1919: il secondo arrivò nel 1945, con qualche richiamo che sarebbe poi stato utilizzato nel classico Disney. Nel 1952 fu la volta di un adattamento in lingua russa, mentre nel 1962 si rese il principe un licantropo. Nel 1978 arrivò un adattamento cecoslovacco: nel 1987 un musical, con Rebecca de Mornay a dare il volto a Belle. Nel 2011 la fiaba viene adattata per un teen movie, Beastly, interpretato da Vanessa Hudgens, ex stella di High School Musical: nel 2014 infine la versione francese, con Vincent Cassel e Léa Seydoux.
La sirenetta
Nelle ultime settimane si è diffuso il primo trailer del live action de La sirenetta, il classico Disney entrato nell’immaginario collettivo con i suoi pesci coloratissimi, canterini e danzanti. Ricorderete sicuramente tutti le polemiche sorte intorno alla scelta della protagonista, Halle Bailey, che come unica colpa ha quella di essere una giovane donna nera. Pensate allora a cosa succederebbe se la storia del live action fosse più simile alla sua versione originale, che non al film d’animazione.
Se volessimo trovare un precursore alla ben nota fiaba di Hans Christian Andersen, dovremmo forse cercare ancora una volta fra gli scritti dei fratelli Grimm. La favola si intitolava L’ondina della pescaia, e presentava un personaggio molto simile ad una sirena. Questo essere viveva in una pescaia, appunto, ossia una porzione di fiume chiusa per potervi praticare la pesca. Nella storia non dice che l’ondina avesse una coda di pesce, ma senza dubbio aveva ben poco in comune con la nostra Ariel: era infatti una creatura malvagia, risoluta ad ottenere ciò che voleva con ogni mezzo.
Ma torniamo alla fiaba di Andersen, da cui Walt Disney prese ispirazione (ma non del tutto, e adesso vedremo il perché). Qui la sirena non ha un nome, e neppure le fattezze sono le stesse: la sirenetta originale ha capelli biondi e occhi azzurri, quella disneyana capelli rossi e occhi verdi. Entrambe però sono la figlia minore del re del mare, ed entrambe hanno una forte curiosità di scoprire come si vive sulle terre emerse.
Cominciamo dal principio. La sirenetta vide la luce nel 1836, e venne pubblicata l’anno successivo. La protagonista ha cinque o sei sorelle, a seconda delle varie edizioni, il padre e una nonna, personaggio inesistente nel classico Disney. Al compimento del quindicesimo anno di età ogni sirena ha il permesso di nuotare sino alla superficie e dare un’occhiata al mondo al di sopra del mare: quando finalmente è il turno della più giovane, il caso vuole che sia in corso una tempesta, e che la principessa si trovi ad assistere ad un terribile naufragio. Su quella nave stava viaggiando il principe, e la ragazza, innamoratasi al primo sguardo di lui, riesce a salvarlo e lo riporta sulla riva. Il principe, ripresosi, la vede per pochi istanti, ma lei fugge.
Ritornata dalla sua famiglia, la sirenetta confida alla nonna la propria pena. Questa le spiega che le sirene, al contrario degli esseri umani, non possiedono un’anima, e anche se vivono molto più a lungo, nel momento della loro morte si sciolgono come spuma nel mare, senza lasciare traccia. Se però lei riuscisse a diventare umana, e il principe la sposasse, potrebbe ottenere un’anima immortale, anche se questo comporterebbe non vedere più la sua famiglia.
Le sorelle della principessa vengono al corrente della storia, e le danno un consiglio pericoloso: recarsi dalla Strega del Mare e chiederle di donarle un paio di gambe per poter vivere in superficie e conquistare il suo principe. La giovane accetta, ma in cambio dovrà lasciare qualcosa: nel classico Disney Ariel permette ad Ursula di imprigionare la sua voce in una conchiglia. Nella fiaba originale, la Strega le taglia la lingua, impedendole così da quel momento in poi di emettere qualsiasi suono. Le consegna poi una pozione che dovrà bere, ma la avverte di alcune cose.
Per prima cosa, anche se quando sarà sulla terra avrà il più bel paio di gambe che una ragazza possa desiderare, ad ogni passo avrà l’impressione di camminare su coltelli acuminati. Una volta compiuto quel passo, assumere la pozione, sarà condannata a non tornare mai più una sirena, anche se il principe non dovesse amarla. Se lui dovesse sposare un’altra, all’alba del giorno dopo il matrimonio la sirenetta diventerà spuma del mare.
La principessa decide di rischiare, pur con una posta tanto alta in gioco. Ritrovata dal principe su una spiaggia, muta ma con le gambe, viene presa sotto la sua protezione, ma l’affetto che egli prova per lei non diventerà mai nient’altro. Per di più, nel corso di un viaggio incontra una principessa, che scambia per la sua salvatrice durante il naufragio: e decide naturalmente di sposarla, chiedendo alla sirenetta di danzare alle loro nozze.
La sirenetta dunque comprende che per lei non c’è speranza. Ma le sorelle la pensano altrimenti, e la notte del matrimonio si presentano sotto la chiglia della nave reale con un pugnale. C’è ancora una possibilità: se lei ucciderà il principe e si bagnerà i piedi con il suo sangue, potrà riottenere la sua coda e tornare negli abissi, per riunirsi alla sua famiglia. La giovane rifiuta di far del male all’uomo che ama, e anticipando l’alba si getta dalla nave, mutandosi in spuma. Ma non è finita qui: un attimo dopo si ritrova insieme ad alcune angeliche creature chiamate Figlie dell’Aria. Queste le spiegano che la sua bontà è stata premiata, e che avrà ancora la possibilità di ottenere un’anima, se per trecento anni compirà buone azioni. Inoltre, ogni bambino buono che incontrerà le farà condonare un anno; al contrario, se incontrerà un bambino cattivo ogni sua lacrima sarà pari ad un giorno da aggiungere a questa sorta di Purgatorio.
Appare chiaro che qui si sconfini anche nella religione, cosa che invece non accade alla sirenetta di Disney. Nessun lieto fine, nella fiaba di Andersen, ma c’è chi pensa che in un certo senso l’autore abbia voluto celare il suo dolore dietro questo scritto. Sappiamo che il favolista non si sposò mai, e che aveva una certa avversione per il contatto fisico: e si pensa che anzi fosse omosessuale, anche se ai tempi in cui visse doveva essere ben più difficile che esserlo oggi. A parte l’elemento autobiografico (pare che l’uomo che amava abbia poi sposato una donna), siamo davvero sicuri che il lieto fine sia quello dell’Ariel disneyana, e non quello della principessa divenuta Figlia dell’Aria? Le femministe non sono molto d’accordo.
La bella addormentata nel bosco
Fra le principesse più amate c’è senza dubbio lei: Aurora, o Rosaspina, come era chiamata dalle tre fate sue madrine. Conosciamo tutti la favola, ma conosciamo anche le sue versioni precedenti?
Come tutte le favole che abbiamo visto fino ad ora, le sue origini si perdono, come si dice, nella notte dei tempi. La sua primissima versione risale nientemeno che al 1340, ed è ambientata nell’Antica Grecia: la principessa si chiama Zellandine, e il principe Troylus. La seconda versione venne rielaborata da quel Giambattista Basile che abbiamo già incontrato parlando di Cenerentola, nel 1634: il titolo in quel caso era Sole, Luna e Talia, essendo i primi due i nomi dei gemelli figli della principessa.
In entrambi i casi la favola era diretta perlopiù ad un pubblico adulto, per la presenza di un elemento che scomparve poi dalle versioni successive. Sappiamo tutti che il principe risveglia la bella con un bacio, vero? Ebbene, in origine non era così: anche se c’era ancora la puntura con il fuso, che in questo caso era una spina di rovo, il principe violentava la principessa mentre dormiva ancora. Trascorrevano quindi nove mesi, i gemelli venivano alla luce e uno dei due succhiava il dito della madre, sperando forse di veder sgorgare del latte: così facendo la spina di rovo fuoriusciva, provocando il risveglio della principessa.
Detto così non sembra neanche la stessa storia, giusto? Fu Charles Perrault, anche in questo caso, ad operare le prime modifiche: eliminò la scomoda scena dello stupro e la sostituì con un più romantico bacio. Era allora il 1697, e la versione seguente sarebbe stata quella dei fratelli Grimm, poi ripresa da Walt Disney per il classico del 1959.
Ora che sappiamo le origini della storia, possiamo passare a ripassarla insieme, così come è stata tramandata nel corso dei secoli.
C’erano una volta un re e una regina, che desideravano tanto un figlio. Finalmente l’erede arrivò, una bambina: la festa fu sontuosa, e vennero invitate anche le sette fate buone del regno (poi divennero tre, ma non avevano nomi). Venne però esclusa un’ottava fata, una strega cattiva, che si risentì molto dello sgarbo: si presentò dunque ugualmente ai festeggiamenti, proprio mentre le fate stavano portando i loro doni alla piccola principessa. Era appena intervenuta la sesta, quando la strega annunciò di avere anche lei un dono: la bambina sarebbe cresciuta bella e piena di virtù, ma a sedici anni si sarebbe punta un dito con un rovo (successivamente un fuso) e sarebbe morta. Ciò detto, scomparve: la settima fata, che era rimasta in disparte, si fece avanti e disse che non poteva annullare la maledizione, ma poteva mitigarla. Poteva quindi fare in modo che la ragazza si pungesse ma senza morire, solo addormentandosi profondamente per cento anni.
La principessa quindi crebbe, bellissima e dolcissima, gentile e tutto il resto, fino al compimento del sedicesimo anno. Si punse con il rovo, e cadde in un sonno profondo: le sette fate fecero in modo che tutto il castello si addormentasse insieme a lei, il re e la regina, tutti i nobili, i servitori, perfino i cavalli nella scuderia reale. Così quel luogo rimase intatto e incantato, poiché le fate fecero crescere un intrico fittissimo di rovi che potesse nasconderlo del tutto.
Cento anni dopo, un principe stava andando a caccia e si trovò nei pressi di quei rovi. Incuriosito, chiese in giro e venne a sapere tutta la storia: il suo ardor guerriero si riaccese e decise che avrebbe spezzato i rovi e risvegliato la bella principessa. E così avvenne, con il bacio di cui sopra.
La fiaba di Disney si conclude qui. Ma le altre versioni offrono un seguito, abbandonato perché decisamente più cruento dello stupro.
Il principe condusse la principessa al suo castello, e la sposò. Nacquero i due gemelli, Sole e Alba (o Luna). Ma la madre del principe proveniva da una famiglia di orchi, ed era orchessa lei stessa: dunque cominciò a guardare con troppo interesse ai nipotini, così teneri e grassottelli. Per un po’ riuscì a contenere i suoi istinti, ma presto non le fu più possibile, così chiamò un servitore e gli ordinò di portargli il piccolo Sole, perché desiderava mangiarlo per colazione. Il servitore dapprima cercò di farla desistere, ma infine si impaurì e dovette cedere. Non ebbe però cuore di sottrarre il bambino alla madre, così prese il piccolo e lo nascose a casa sua, presso sua moglie: catturò un cerbiatto e lo fece cucinare per la regina, fingendo che fosse il principino. Sì, so cosa state pensando: era un’orchessa e non sapeva distinguere il sapore della carne umana da quella di un cervo? Beh, è una favola, non deve avere un senso.
Per qualche tempo l’orchessa riuscì a tenere a bada il suo appetito. Ma non per molto, così decise che avrebbe mangiato anche la piccola Alba. Questa volta il servitore non batté ciglio, prese la bambina e la portò a sua moglie, e fece preparare per la regina un altro animale selvatico.
L’uomo pensò che a questo punto la regina non avrebbe fatto altre richieste, poiché non c’erano più bambini che potesse voler divorare. Ma si sbagliava: la fame dell’orchessa non si limitava ai più piccoli. Cominciò infatti ad osservare la nuora, rendendosi conto che era ancora giovane e fresca e che probabilmente anche la sua carne sarebbe stata squisita: quindi fece chiamare il solito servo, e gli ordinò di prelevare la principessa e di cucinarla per cena.
L’uomo adottò lo stesso stratagemma, portò via la principessa e la sostituì con un cervo. Ma in tutto ciò dov’era il principe? Ebbene, egli era lontano, in guerra, e non sapeva nulla: al suo rientro il servitore gli raccontò ogni cosa, e il giovane decise di vendicarsi della madre. La regina, vistasi scoperta, scelse la morte, gettandosi in un pentolone pieno di vipere.
Conoscevate tutti questi aneddoti su questa amatissima fiaba? Ditemi cosa ne pensate!
Cenerentola
Nel nostro immaginario collettivo, una “Cenerentola” è una persona bistrattata da tutti e obbligata ai lavori più umili. Ma naturalmente, è anche il nome di una celebre fiaba trasformata in un classico Disney. Sapete, però, quali sono le origini di questa storia e chi la scrisse? Proviamo a scoprirlo qui.
Come capita spesso in questi casi, non è sbagliato affermare che le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Se però ci concentriamo sul nostro Paese, la prima versione conosciuta di Cenerentola era opera del napoletano Giambattista Basile, e veniva pubblicata nel 1634: la protagonista qui era un’assassina, che uccideva la prima matrigna per convincere il padre a sposare la sua istitutrice. Questa però si rivelava una matrigna ancora peggiore, relegando la fanciulla a sua schiava e mettendola in ombra a favore delle sue sei figlie. Espiato il suo delitto, la ragazza aveva la possibilità di partecipare al ballo del principe. Da qui, la fiaba aveva il finale che tutti conosciamo.
La Cenerentola del letterato francese Perrault era invece molto diversa, e più simile alla dolce fanciulla che conosciamo oggi: la fiaba era infatti stata “ripulita” dai suoi aspetti più crudi, allo scopo di renderla adatta ad essere raccontata a corte. Il suo animo era però nobile, il suo intelletto fine e innato il suo senso dell’estetica.
L’ultima versione era naturalmente dei fratelli Grimm, datata 1812. Questa Cenerentola era più umana di quella di Perrault, si lamentava spesso della sua triste sorte e mostrava disperazione quando le sorellastre avevano il permesso di partecipare al ballo e lei no. Anche il finale non era lo stesso, con le sorelle che partecipavano al suo matrimonio nella speranza di ottenere un po’ della sua benevolenza e della sua fortuna: nel corso del corteo, due colombe cavavano loro gli occhi come punizione per la loro cattiveria.
Detto tutto questo, possiamo passare alla fiaba vera e propria, nella versione che più o meno tutti abbiamo sentito o letto. Siamo pronti? Andiamo.
Un ricco mercante aveva da poco perso la moglie, dalla quale aveva avuto una bambina. Questa figlia era da lui amatissima, ma non conosciamo il suo vero nome: soltanto come dalla matrigna veniva chiamata, Cenerentola. L’uomo sposò una vedova con due figlie, bellissime ma perfide, come dimostrarono appena entrate nella casa del patrigno. Il ruolo della sua figlia naturale venne presto surclassato, ed ella fu costretta ad imparare i lavori più umili, diventando a tutti gli effetti una serva.
Un giorno, il padre andò in viaggio e chiese alle tre fanciulle cosa desiderassero in dono. Le figliastre chiesero gioielli e vesti preziose: la sua figlia naturale “il primo rametto di nocciolo che gli avesse sfiorato il cappello sulla strada del ritorno”. Il suo desiderio fu esaudito, e Cenerentola portò il rametto sulla tomba della madre, innaffiandolo per farlo crescere forte e sano. Su questa piantina prese l’abitudine di posarsi un uccellino (o due colombe, a seconda della versione della storia): questo esaudiva ogni richiesta della ragazza.
Il re decise di organizzare un ballo, per permettere al principe suo figlio di scegliersi una sposa. Le sorellastre di Cenerentola costrinsero la giovane a preparare per loro abiti sontuosi, ma a lei venne negato il permesso di partecipare, poiché “le avrebbe fatte vergognare”. Anche in questo caso le versioni della fiaba sono diverse: in quella di Perrault la festa si snodava in tre serate da ballo, mentre in quelle successive divenne una sola.
In ogni caso, Cenerentola attese che fossero uscite le sorellastre, quindi si recò sulla tomba della madre per chiedere al suo amico uccellino un abito adatto. Ogni volta ella si presentava alla festa con un vestito più ricco del precedente, e a mezzanotte fuggiva dal ballo: il principe la inseguiva, ma senza mai riuscire a fermarla.
La terza sera, infine, nella fuga la ragazza perse una scarpetta, che il principe raccolse: decise quindi di fare il giro di tutte le fanciulle del regno, per trovare finalmente la giovane con la quale aveva danzato per tutte e tre le serate. Riconosciuta infine Cenerentola, il principe la chiese in sposa: il giorno delle nozze, le due sorellastre parteciparono e si accodarono al corteo nuziale. Allora l’uccellino (o le due colombe) si posò sulle loro spalle e cavò loro gli occhi.
In un’altra versione, più “umana”, le due sorellastre cadevano in disgrazia e bussavano alla porta di Cenerentola vestite di stracci: la giovane le accoglieva con affetto, ed esse espiavano le loro colpe con un pianto di pentimento.
Bene, conoscevate tutte le versioni di questa fiaba? Fatemi sapere!
Biancaneve
Molti di voi avranno sicuramente visto Biancaneve e i sette nani, il primo lungometraggio animato realizzato da Walt Disney. Biancaneve è stata quindi la prima vera principessa Disney, e con i suoi capelli “neri come l’ebano” e le guance “rosse come il sangue” è ancora un personaggio iconico. Ma sapete che in realtà la versione originale è ben più cruenta di come ci è stata riportata? Vediamolo insieme!
Come certo saprete, gli autori di questa fiaba furono i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm. La prima stesura risale al 1812: sì, avete capito bene, questa fiaba ha ben 120 anni di vita. La stesura definitiva, invece, è datata 1819, dopo diverse ristampe. Bene, siete pronti a sentirla?
C’era una volta una regina, sposata con un re, ma che ancora non aveva avuto figli. Un giorno di neve, la regina stava cucendo presso la sua finestra, e distraendosi si punse il dito con l’ago. Il sangue formò tre piccole gocce, che si allinearono sulla stoffa bianca. La regina osservò meravigliata, ed esclamò: “Oh, come mi piacerebbe avere una bambina con la pelle bianca come la neve, le guance rosse come il sangue e i capelli neri come l’ebano!”. La sua preghiera fu ascoltata: presto la coppia regale ebbe una figlia, esattamente come la madre l’aveva desiderata, cui fu messo nome Biancaneve.
Purtroppo la regina morì nel darla alla luce, e circa un anno dopo il re si risposò. La matrigna era però una donna malvagia, e molto fiera della sua bellezza, tanto che ogni giorno chiedeva al suo specchio “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. Lo specchio, che era incantato, le rispondeva sempre “Sei tu, mia regina!”, e lei era soddisfatta. Alcune versioni della fiaba aggiungono che, se per caso lo specchio nominava un’altra donna, la strega la faceva uccidere: e sarebbe perfettamente coerente, visto il personaggio.
Biancaneve non era amata dalla sua matrigna, ma lo divenne ancor meno crescendo, poiché divenne una bellissima bambina. Arrivò quindi il giorno in cui, alla solita domanda, lo specchio le rispose che lei era sempre bellissima, ma che Biancaneve (che allora aveva sette anni) lo era mille volte di più. La strega divenne livida per la rabbia e l’invidia, e decise che avrebbe eliminato la figliastra una volta per tutte.
Fece quindi chiamare un cacciatore, e gli ordinò di portare Biancaneve nel bosco, ucciderla e portarle il suo cuore (oppure il suo fegato e i suoi polmoni, dipende dalle versioni). Egli eseguì, ma appena la bambina capì cosa voleva fare cominciò a piangere, supplicandolo di risparmiarle la vita. Il cacciatore si impietosì, e le disse di fuggire nel bosco e di non tornare più. Ma non osava tornare dalla sua padrona a mani vuote: perciò uccise un cinghialetto che passava da quelle parti, gli prese gli organi richiesti e li portò alla matrigna. Rallegrandosi della missione compiuta, la strega li fece cucinare e li mangiò, convinta di cibarsi degli organi della principessa.
Nel frattempo, Biancaneve era rimasta sola nella grande foresta. Presa dal panico cominciò a correre, finché non raggiunse una piccola casetta. Entrò: c’era una piccola tavola apparecchiata con sette seggioline, e su un lato sette piccoli lettini. La bambina era stanca ed affamata, cosicché, per non privare una sola persona di qualcosa, tagliò dalle sette pagnottine un pezzo di pane e bevve da ogni tazzina un sorso di vino. Provò quindi i lettini, e infine sul settimo cadde addormentata.
Era notte fonda quando rincasarono i padroni di casa, sette nani che lavoravano come minatori estraendo pietre preziose. Si accorsero subito che qualcuno era entrato, e trovarono la piccola che dormiva in uno dei loro letti. Era tanto bella che decisero di lasciarla dormire, rimandando le domande all’indomani.
La mattina dopo Biancaneve si svegliò, e i nani le chiesero chi fosse e cosa le fosse capitato. Sentita la sua storia, le offrirono di restare con loro se si fosse presa cura della loro casa e di loro stessi: la principessa accettò, e rimase a vivere con loro.
Ma torniamo alla matrigna. Convinta di aver eliminato la rivale, proponeva sempre allo specchio la sua domanda, ricevendo la medesima risposta. Fino a che, un giorno, l’oggetto magico le rivelò che Biancaneve viveva ancora, a casa dei sette nani. La regina decise quindi di risolvere di persona la faccenda: si vestì e mascherò da venditrice, e andò sino alla casetta. Propose all’ingenua Biancaneve l’acquisto di una cintura di stoffa, e con la scusa di allacciargliela la strinse intorno alla sua vita, tanto da toglierle il respiro, finché la bambina non crollò a terra svenuta. Convinta di averla uccisa, la regina tornò soddisfatta a palazzo.
I nani tornarono a casa la sera, e trovarono la loro piccola amica riversa sul pavimento. Tagliato il nastro che le stringeva la vita, la fanciulla si riebbe, e i nani la ammonirono ancora: non doveva far entrare nessuno quando era sola in casa.
La regina interrogò di nuovo lo specchio, che però ripeté che la più bella era Biancaneve, che viveva presso i sette nani. La perfida pensò quindi a qualcos’altro, e questa volta fu un pettine precedentemente imbevuto di veleno. Da principio la ragazza, resa prudente dai precedenti, non volle farla entrare, ma la regina fu tanto persuasiva da convincerla: si tese verso di lei con la scusa di pettinarla, e non appena il pettine la punse ella cadde al suolo come morta. Questa volta il tutto era accaduto poco prima del rientro dei nani, che trovarono il pettine e la aiutarono a riprendersi. E di nuovo le ripeterono: non far entrare nessuno quando sei sola.
Anche in questo caso lo specchio confermò alla regina che il suo tentativo era fallito: la strega non poteva più sopportarlo. Si chiuse quindi in una sua stanza segreta, e creò una mela avvelenata, rossa e bianca, da far venire voglia a chiunque di darle un morso. Si camuffò nuovamente e tornò alla casetta. Le resistenze di Biancaneve furono più salde, memore delle passate esperienze.
“Hai paura che sia avvelenata?” le domandò la vecchia “Ecco cosa faremo: la taglierò a metà. Tu mangerai la parte rossa e io quella bianca, così vedrai che non devi temere nulla!”. Così fece. Quando la bambina vide che la donna mangiava di gusto la sua metà, si convinse di non avere nulla di cui preoccuparsi, e prese la mela. Le fu sufficiente un solo morso per cadere a terra, priva di sensi.
Rientrati dalla miniera, i nani tentarono ogni rimedio per farla rinvenire, ma questa volta invano. La piansero per tre giorni, e il corpo non dava segni di corruzione, rimaneva sempre bianca come la neve, nera come l’ebano e rossa come il sangue. Avrebbero dovuto seppellirla, ma non se la sentirono: così le fabbricarono una bara di cristallo, ve la deposero e scrissero il suo nome in lettere d’oro. La portarono sulla montagna e la vegliarono ancora a lungo, dandosi il cambio.
Molto tempo dopo, un principe passò da quelle parti. Vide la bellissima fanciulla e se ne innamorò, e chiese ai nani di cedergli la bara. Vinta la loro resistenza, incaricò i suoi servitori di caricare la cassa sulle spalle per condurla al suo castello. Scendendo la montagna, uno di loro inciampò: la scossa fece sputar fuori alla principessa il pezzo di mela avvelenato. Allora lei rinvenne, e si alzò a sedere: il principe decise di farne la sua sposa.
Alle nozze fu invitata anche la perfida regina. Preparandosi per la cerimonia, si specchiò e ripeté la solita domanda: lo specchio le rispose che la più bella non era lei, ma la nuova regina. La matrigna si sentì nuovamente corrodere dalla rabbia, ma decise comunque di partecipare alla cerimonia, e rimase sconvolta nel vedere che la nuova regina altri non era se non l’odiata figliastra.
Mentre meditava nuovi propositi di vendetta, sulla brace erano state preparate delle scarpe speciali, di ferro. La malvagia fu costretta ad indossarle, e a ballare con esse, fino a cadere a terra morta.
Ebbene, questa è la storia come l’avevano pensata i fratelli Grimm! La conoscevate? Fatemi sapere cosa ne pensate.










Commenti
Posta un commento